
Da Mario Rubino una bella testimonianza. Grazie di condividerla con noi.

In appendice alla recensione di gabrilu , alcune considerazioni da insider, da curatore, cioè, dell’edizione italiana di Mehr Meer (“Il mare che bagna i pensieri”) di Ilma Rakusa.
Quando l’editore mi passò il pdf del libro, chiedendomene un parere di lettura, non sapevo nulla dell’autrice, slavista abbastanza nota nei Paesi di lingua tedesca per i suoi interventi giornalistici e per le sue traduzioni, ma del tutto sconosciuta in Italia.
Devo dire che il mio fu un amore a prima vista e un amour fou, come difficilmente mi era capitato per altri autori da tradurre. Mi coinvolsero profondamente il ritmo della prosa fatto di brevi periodi concisi; e lo svariare dei registri narrativi dall’esuberanza lessicale delle ricorrenti descrizioni cromatiche e olfattive alla riproduzione di un parlato spesso monologante o al voluto effetto straniante di una densa ellissi poetica; e la costruzione a patchwork, con un continuo andirivieni fra passato e presente, in una molteplicità di vesti formali: dal dialogo con interlocutori veri o fittizi al reportage di taglio giornalistico, dalla reminiscenza nostalgica ed intimista al protocollo di autocoscienza più raziocinante, dall’arguto schizzo di personaggi e situazioni al breve componimento poetico in versi acrostici.
Rendere tutto ciò in un’altra lingua non era impresa semplice. La fortuna mi venne incontro sotto forma di un desiderio preliminarmente manifestato dall’autrice all’editore, quello di poter seguire il lavoro di traduzione, glielo permettevano le reminiscenze dell’italiano acquisito durante la sua infanzia triestina.
Colsi al balzo l’occasione e le mandai immediatamente la traduzione del primo capitolo. Con mia comprensibile gratificazione lei se ne disse più che soddisfatta.
Si avviò allora un fitto scambio di e-mail, che alla fine superarono la sessantina da una parte e dall’altra. La cosa andava a questo modo: le mandavo uno o due capitoli già tradotti, evidenziando quei punti in cui avevo dei dubbi e spiegandone la natura; lei me li rispediva con i suoi chiarimenti, le sue conferme o talvolta i suoi dubbi su altri punti; quindi io le rimandavo i singoli frammenti riveduti e corretti da tutt’e due e ci accordavamo così sul più soddisfacente degli imprimatur.
Le difficoltà che incontravo erano di vario tipo. Avevo tuttavia il grande vantaggio di interloquire e di “consultarmi” con una traduttrice di professione, ben consapevole quindi di ciò che era o non era realizzabile nel passaggio da una lingua ad un’altra.
Per via del sesso a cui appartengo c’era intanto la sfida a calarmi in certi passaggi più squisitamente e intimamente femminili (i capitoli “La bambola Sári, la bambola Lisi”; “Baciare”; “Stranamente”), ma poi il discreto assenso dell’autrice arrivava a confermarmi il superamento della prova.
Altre volte si trattava della sua predilezione per la sfilza di nomenclature assonanti. In traduzione diverse assonanze evidentemente non potevano non perdersi. E allora venivo autorizzato a sostituire di sana pianta i singoli termini, purché si salvassero il senso complessivo, il ritmo e le assonanze.
Un ulteriore ostacolo pressoché insormontabile, se non previo consulto e accordo di compromesso con l’autrice, era quello dell’effetto di straniamento (ostranenie) che lei, educata alla scuola dei formalisti russi, spesso e volentieri perseguiva. A cominciare dal titolo Mehr Meer, letteralmente “Più mare”, il cui gioco linguistico era evidentemente irripetibile.
Di un’altra irripetibile bravura linguistica era intessuta la poesia su Trieste (pag. 99 dell’ediz. italiana). L’inizio del testo tedesco suonava: Tauch retour ins Ende. So trist / trieft Regen. Identität entflieht. Such-Taufe e andava avanti così per undici versi, all’interno di ciascuno dei quali è regolarmente ricostruibile, mediante la lettera iniziale delle singole parole, il toponimo Triest. In italiano non c’era assolutamente modo di riprodurlo. Si giunse così, di comune accordo, al gramo compromesso di lasciar cominciare tutti i versi con la lettera “t” o col gruppo consonantico”tr”, ripetendo questi suoni, per quanto possibile, nel corso del verso. Quindi: “Tornare immersa al termine di tutto. / Tanto è triste la pioggia che si stilla. Identità perduta”.
E così via per ostacoli e difficoltà da superare insieme, ma con l’impareggiabile soddisfazione, alla fine, di aver davvero colto e reso l’intenzione espressiva dell’artista.
Quando finalmente, dopo alcuni mesi, ci incontrammo personalmente a Berlino e cenammo insieme, fu come un atteso rendez-vous fra due vecchi conoscenti.
Mario Rubino
“Os autores escrevem as suas respectivas literaturas nacionais, mas a literatura mundial é obra dos tradutores.” (José Saramago)

- Su NSP, il precedente post su Il mare che bagna i pensieri >>






A questo punto la mia curiosità di leggere il libro è diventato irrefrenabile, alimentato anche dal fatto che Ilma Rakusa ha tradotto in tedesco, credo in maniera brillantissima, alcuni dei più grandi contemporanei ungheresi
… diventatA… e alimentatA
Blick in die Werkstatt! appassionante!!
Riguardo al titolo: Mehr Meer, se letto d’un fiato potrebbe essere Mermer… Mermerismus… Mesmerismus? insomma, qualcosa a che fare con zone remote della mente e fenomeni para-psi.
Ciao e complimenti per le scelte sempre affascinanti!
@Daland
…eh.
Ma com’è buono, Lei…