PALERMO E’ UNA CIPOLLA – ROBERTO ALAJMO

Roberto Alajmo
Palermo è una cipolla
Bari, Laterza, novembre 2005

“E’ fatta a strati. Ogni volta che ne sbucci uno ne resta un altro da sbucciare, e così via. […] L’Isola è così. La Città è così “ si legge nella quarta di copertina.

Avevo adocchiato questo librino sugli scaffali della Feltrinelli cittadina fin dal suo apparire, ma diffidavo, mi era sembrato uno di quegli innumerevoli prodotti “usa e getta” di cui ormai purtroppo anche le librerie più serie rigurgitano e che io aborro. Poi un giorno l’ho preso in mano, l’ho aperto a caso e l’occhio mi è caduto a pag.68:

“Ciascun abitante della Città ha il suo caffè preferito e un locale dove glielo preparano proprio come piace a lui e solo a lui. Questa pretesa di originalità ha una fenomenologia molto diversificata. Un carattere distintivo consiste, ad esempio, nella pretesa di cambiare il nome delle cose e dei posti per adeguarli al proprio estro. Si è già detto di Santa Maria dei Naufragati che diventano direttamente Annegati. Altro esempio: sant’Agostino non viene considerato un titolare adeguato alla bella chiesa che si trova nel quartiere del Capo, che difatti a discrezione degli abitanti della zona è stata ribattezzata Santa Rita. E’ una tendenza alla personalizzazione che trova parecchi esempi nella toponomastica cittadina: quella comunemente chiamata piazza Politeama è formata in realtà da due piazze contigue e misconosciute: piazza Castelnuovo e piazza Ruggero Settimo; piazza Mordini diventa piazza Croci; piazza Verdi è per tutti piazza Massimo; piazza Giulio Cesare è La Stazione, senza piazza; così come piazza Vittorio Veneto è diventata semplicemente “La Statua”. Da qui derivano dialoghi che per un forestiero possono risultare surreali:

— Dove abiti?
–Alla Statua.”

A questo punto il librino m’è saltato addosso dicendomi “comprami comprami” ed io mi sono affrettata a farlo, l’ho divorato, e siccome eravamo nel periodo natalizio ho fatto incetta di copie e l’ho regalato a tutti gli amici che mi capitavano a tiro e che ancora non l’avevano letto.

Può un librino di poco più di un centinaio di pagine, che si legge al massimo in un’ora e mezza, che fa ridere, essere un libro serio? Certo che si, può essere. Roberto Alajmo riesce toccare tutti i “punti dolenti” di questa mia difficile e inafferrabile e stratificata ed ambigua città con un tocco ironico, leggero e profondo al tempo stesso e che rispecchia il sentimento di amore-odio da cui molti di noi palermitani siamo affetti nei suoi confronti perchè i palermitani “… Pur non ritenendosi all’altezza del resto del mondo non ritengono il mondo alla loro altezza” (pag. 60).

E’ un libro che avrei voluto aver scritto io, tanto mi ci sono ritrovata…

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