IL LIBRO DEI PADRI – MIKLÓS VÁMOS

 Miklós Vámos, Il Libro dei Padri, Traduz. di Bruno Ventavoli, Einaudi- Stile Libero, pp.458,ISBN 8806177842

Cinquantasei anni, autore di una ventina di libri e nove romanzi, sceneggiatore e conduttore per la televisione nazionale, Miklós Vámos viene per la prima volta tradotto e pubblicato in Italia con questo romanzo, “Il Libro dei padri” — già popolarissimo in Ungheria e in corso di traduzione in dieci paesi —, saga familiare e romanzo epico le cui vicende si snodano, sullo scenario della travagliata storia ungherese, per ben 12 generazioni. Non a caso, tante quanti sono i segni zodiacali.

Due eclissi aprono e chiudono il libro: 17 maggio 1706, 11 agosto 1999. In mezzo, la storia di una stirpe ungherese, gli Csillag (poi Sternovszky, poi Stern: ancora una volta non casualmente, in lingue diverse, Stern e Csillag vogliono dire stella). Uomini  che sono stati stampatori e mercanti di vini, e giocatori d’azzardo e mastri vetrai e cantanti lirici. Tutti i primogeniti di questa stirpe (e ancora una volta: non è un caso che siano tutti maschi) hanno una particolarissima capacità: nei momenti più intensi della loro vita hanno visioni che fanno loro vedere il passato e, a volte, anche intuire il futuro (ma solo delle persone della cerchia familiare). Una capacità che però non è di alcun giovamento concreto, perchè quasi tutti muoiono di morte violenta e, anche quelli che “vedono la propria fine” non sanno interpretarla. Il destino, il fato non si può eludere. Uno tra loro ha “visto” in ogni particolare la morte della moglie, ma pur mettendo in atto ogni mezzo per modificare il corso degli eventi non ci riesce, e per questo morirà suicida. Un altro, mentre si trova all’apice del successo e della ricchezza, “vede” che morirà di fame e non sa farsene una ragione: ebreo, morirà deportato in un carro bestiame durante il viaggio verso il campo di sterminio.

Tutti, a partire dal 1705, tengono un diario, “il Libro dei Padri” che viene tramandato di generazione in generazione attraversando pogrom antisemiti, lotte per l’indipendeza, due conflitti mondiali, nazismo e stalinismo fino a quando… (ma non voglio rivelare il finale).

In un’ intervista rilasciata Loredana Lipperini   Vámos dice che in patria, dove ha venduto oltre 250.000 copie, Il Libro dei Padri è stato accolto come un omaggio all’Ungheria e, insieme, alla paternità:

Miklos Vamos, foto

“accade frequentemente – racconta Vámos – che le giovani donne vengano a chiedermi di autografare la copia del romanzo per i loro mariti: per informarli, così, che stanno per avere un figlio. Io stesso sono nuovamente diventato padre di due gemelli nel 2003, dopo una figlia che ora ha ventotto anni: nessuno può dire che non sto convincendo gli altri alla paternità”.

Nel libro c’è ovviamente tutto questo, ma la patrilinearità, l’epica, la saga famigliare non sono gli unici “temi forti” del romanzo.

C’è quello della memoria, ad esempio, che nel libro assume tante sfaccettature: memoria individuale e collettiva; memoria volontaria e memoria involontaria (e qui la proustiana che è in me non poteva che mettersi sul chi va là ed attivare tutti i sensori) memoria orale e memoria scritta. Una memoria che nelle ultime generazioni sembra vacillare, in cui l’oblio sembra prendere il sopravvento apparendo ad alcuni come un grave handicap, ad altri l’unico mezzo pr sopravvivere a ricordi devastanti.

I temi della religione, dell’antisemitismo, del razzismo. Il tema del cambiamento: nel corso delle generazioni, ci sono cambiamenti di cognome, conversioni dal cattolicesimo all’ebraismo e ri-conversioni dall’ebraismo al cattolicesimo…. C’è il tema dell’appartenenza: per nascita, per scelta, per conversione…E dunque il tema dell’identità, sentito particolarmente dagli uomini delle ultime generazioni:

“Ma a questo punto, con antenati così, chi sono io veramente? Indiano, svevo, sicuramente ebreo, forse ebreo, ebreo convertito, naturalmente in me c’è anche l’America…Sono un turmix. Una specie di cocktail scosso di santa ragione”.

Così dice a sè stesso Henryk, il cui padre ha sposato un’indiana e la cui infanzia è trascorsa in America e che è tornato in Ungheria alla ricerca delle proprie radici.

E poi ci sono i libri. L’amore per i libri: nonno Czuczoz, il capostipite, quello che nel 1705 inizia a scrivere il Libro dei Padri decidendo di tenere un diario di famiglia da trasmettere alle generazioni successive , di mestiere fa — guarda caso — … il legatore di libri.

C’è però anche l’odio per i libri: gli incendi dei pogrom in cui intere biblioteche di famiglia bruciano punteggiano tutto il romanzo anticipando i roghi nazisti.

Vámos ha scritto il libro modificando anche il linguaggio e lo stille adeguandoli al mutamento dei tempi: passa così dagli arcaismi di una lingua ungherese povera di parole nel 1700 ad un linguaggio sempre più ricco e moderno (e qua, mi sento di ringraziare il traduttore, che ha reso bene, a me pare, quello che intendeva trasmettere Vámos).

Un libro, questo di Vámos, che sono sicurà piacerà a tutti coloro che amano i romanzi di ampio respiro, di solida costruzione interna, popolati di personaggi interessanti, in cui la storia di un intero popolo fa loro da scenario e tutto questo —- come giustamente scrive Karl Hafner nel risvolto di copertina — “senza attenersi troppo alle fastidiose regole della verosimiglianza”.

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