ALICE JAMES: QUANDO MORIRE DIVENTA UN’ARTE

Alice James (1848-1892)

E’ stato ristampato, a distanza di vent’anni dalla prima pubblicazione in Italia, il Diario che Alice James tenne dal 1889 al 1892, data della sua morte.
Sorella di due grandi personalità come lo scrittore Henry James e del filosofo e psicologo William James, affine a loro per intelligenza, cultura ed ambizione, Alice era però una donna cui l’epoca e l’ambiente rendevano impossibile anche solo sperare di potere realizzare le proprie aspirazioni. Da lei ci si aspettava che, come le altre donne della media e alta borghesia americana, si sposasse, facesse figli, diventasse una perfetta padrona di casa. Come sua madre.
Alice però rifiutò questo destino, e lo fece reagendo in un modo che come ha scritto Laura Lepri su Il Sole 24 Ore del 3/9/2006 “avrebbe fatto la gioia di Sigmund Freud”. Alla morte del padre, alla quale era stata legata da fortissimo amore-odio, e che era privo di una gamba, si inchiodò su una sedia dalla quale non si sarebbe più alzata. Decise insomma di diventare paralitica. Da quel momento e da quella postazione iniziò tutto un turbinio di amicizie, conoscenze, relazioni epistolari, riflessioni assistita, dal 1873, dalla forte, affettuosa Katherine, che le farà da madre, amica, governante e infermiera.

Cominciò a tenere segretamente un diario nel 1889. In esso annotava le sue riflessioni sulla cronaca, la politica e la cultura dell’Inghilterra dove si era trasferita definitivamente assieme al fratello Henry. Ma nel diario descriveva anche se stessa con feroce autoironia definendosi “dittatore paralizzato” e”zitella inacidita” preparandosi al grande evento della sua vita: la propria morte.

Costantemente tentata dall’idea del suicidio, con la morte ci giocava; la immaginava, ci scherzava su, temeva solo di non gustarla appieno, morendo nel sonno. La malattia e la morte sono l’espressione della sua competizione e della sua realizzazione. Non essendole concesso di distinguersi in altro modo, sceglie di distinguersi “per differenza”. Fino a che, il 31 maggio del 1891, potè scrivere nel diario:

“Tutto arriva a colui che sa attendere! Può darsi che le mie aspirazioni fossero stravaganti, ma oggi non posso lamentarmi che non si siano brillantemente realizzate!”

Quel giorno, un medico londinese le aveva diagnosticato un tumore al seno. Finalmente qualcosa di concreto.

Da quel momento Alice cura la regia di uno spettcolo che sarà costituito dalla sua “uscita di scena”, cioè dalla sua morte.
Un solo pensiero la affligge: non potervi assistere lei stessa: “Visto che il battesimo mi è stato negato dai miei genitori, il matrimonio da uomini insensibili e ciechi, è un peccato che non possa assistere a questa mia prima ed ultima cerimonia”. E ancora: “la difficoltà del morire sta nel fatto che la cosa non si può raccontare ai propri amici, e allora dov’è il divertimento?”

Alla sua morte, la fedele Katherine fece stampare privatamente quattro copie del diario: una per se ed una per ciascuno dei fratelli ancora in vita e che erano completamente all’oscuro dell’esistenza del diario.
William ne fu felice. Henry invece, che aveva un terrore folle della pubblicità e che difendeva ossessivamente la propria privacy ne rimase atterrito.
In una lettera al fratello William espresse una grande apprezzamento per le doti letterarie di Alice, ma poi non se la sentì di conservare pagine in cui si parlava tanto anche di lui. E poco dopo bruciò la copia in suo possesso.

Si deve sempre a Katherine se esso è arrivato sino a noi. Nel 1934, ormai ottantaquattrenne, Katherine ne incoraggiò la pubblicazione ufficiale. Il diario di Alice ottenne un immediato successo di critica e Virginia Woolf lo segnalò fra i libri che meritavano di essere letti.

Scrive Maria Antonietta Saracino nella sua acuta, sensibile e documentata prefazione:
“Morire può dunque essere davvero un’arte, una vocazione? […] Con il suo atteggiamento di sfida verso l’ordine sociale, verso la razionalità borghese che allontana da sé la morte come fa con i pazzi e gli anormali, Alice, in realtà, è della vita che sta gridando tutto lo scandalo.

Parlando di sé, parla di infinite altre donne come lei che a questo scandalo non sono riuscite a sottrarsi scrivendone, rende giustizia anche a tutte coloro che, non godendo del privilegio di un cognome famoso, dalla Storia sono state condannate al silenzio”.

Alice James, Il Diario 1889-1892,Traduz. e introduz. di Maria Antonietta Saracino, Nutrimenti, Roma, 2006,

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2 risposte a ALICE JAMES: QUANDO MORIRE DIVENTA UN’ARTE

  1. monica vannucchi ha detto:

    oh mammamia! che cose incredibili fa risuonare questo tuo post. sto lavorando su “al faro” e su virginia, quindi … come al solito tu hai un suggerimento giusto per ogni occasione, grazie.m.

    • gabrilu ha detto:

      @Monica Vannucchi
      …e secondo i più accreditati critici e biografi di Henry James, Alice e Katherine molto probabilmente furono il modello della celebre coppia femminile di “The bostonians” (il celebre romanzo di James il cui titolo viene tradotto in italiano a volte come “I bostoniani” a volte come “Le bostoniane”) e da cui James Ivory trasse il film omonimo interpretato da Vanessa Redgrave e Jessica Tandy

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