“QUEL CHE SOLO UN ROMANZO PUO’ DIRE…”

Copertine libri Ci sono, a casa mia, libri che non riescono mai ad ottenere una fissa dimora. Non stanno mai fermi. Non sonnecchiano  quieti sugli scaffali come tutti i loro compagni dabbene, ma li si ritrova oggi qui e domani là. Su un tavolinetto vicino a un divano e una tenda oppure sul comodino o accanto a una pianta di fiori.

Sono i libri che anche se non rileggo spesso, voglio siano sempre presenti ed ad immediata portata di mano e di occhio. Per questo la mia casa ha sempre un aspetto così disordinato.

Tra i libri senza fissa dimora ci sono quelli di Milan Kundera.

Non sono mai riuscita a decidere se mi piace di più il Kundera narratore o il Kundera saggista. Forse perchè quest’autore (che per quanto mi riguarda si strameriterebbe un Nobel) riesce nella difficile impresa di scrivere romanzi che mi fanno riflettere molto e saggi dei quali alla prima lettura volto le pagine con avida curiosità, con quel piacere del “tuffarsi in una fornace” di cui parlava Tomasi di Lampedusa.
Perchè Kundera scrive i suoi saggi con un linguaggio piano e comprensibile, rifugge da qualsiasi accademicismo, non enuncia teorie, non emette proclami, non adopera tutti quegli astrusi quanto inutili e dunque irritanti paroloni che fin troppo spesso ammorbano i libri di saggistica. Kundera sa bene che per essere profondi non occorre (anzi spesso è controproducente) mostrarsi pomposi e paludati. Ma forse, presa dall’entusiasmo, sto divagando.

Dunque. Ho appena terminato “Il Sipario”. Quando avevo cominciato a leggerlo avevo pensato che poi ne avrei forse scritto qualcosa. Ma dopo appena poche pagine mi sono resa conto che non è possibile parlare de “Il Sipario” senza fare riferimento anche alle altre due  precedenti raccolte di saggi   e cioè “L’arte del romanzo” e “I testamenti traditi”. Ne “Il Sipario” infatti Kundera riprende, come se non l’avesse mai interrotta, la sua riflessione sviluppando temi già affrontati con quei precedenti libri.

“L’arte del romanzo”, pubblicato da Adelphi nel 1988 è costituito da sette testi indipendenti ma collegati tra loro. In esso, Kundera parla del romanzo, o meglio, dell'”arte del romanzo”. Il ragionamento prosegue nel bellissimo “I testamenti traditi” nel quale lo scrittore praghese — figlio di padre musicista e musicista egli stesso — intreccia analisi del romanzo e riflessioni musicologiche con bellissimi parallelismi tra architettura di un romanzo e singoli capitoli di esso con le partiture musicali. Vi si trovano pagine illuminanti su musica e letteratura (penso ad esempio a quelle su Janacek o gli ultimi Quartetti o la Sonata 111 di Beethoven). Libro che forse può risultare un po’ ostico per chi non abbia molta dimestichezza con la musica classica oppure non la ama, “I testamenti traditi” è secondo me profondo e affascinante.

Ne “Il Sipario” Kundera riprende tutto questo e torna a parlare del romanzo come “sfera privilegiata dell’analisi, della lucidità, dell’ironia”. Perchè, egli dice, “le arti non sono tutte uguali: ognuna accede al mondo attraverso una porta diversa. Una di queste porte è riservata esclusivamente al romanzo” e aggiunge — citando un frase di Herman Broch che è uno dei leit motiv delle sue riflessioni — “ci sono cose che solo il romanzo può dire”.

Il romanzo ha dunque una sua specificità. Considerarlo un “genere letterario” sarebbe troppo semplicistico. Esso possiede una sua genesi, una sua storia, una sua morale (e qui di nuovo Kundera si rifà a Broch secondo il quale “la sola morale del romanzo è la conoscenza”), un suo tempo di creazione e, a differenza ad esempio della poesia, è in grado di travalicare le barriere della lingua nazionale perchè è traducibile.

Proprio perchè il romanzo è un’arte autonoma, la sua evoluzione si deve leggere non nel piccolo contesto della storia nazionale di questo o quell’altro paese ma nel grande contesto della storia sovranazionale (la Weltliterature di cui parla Goethe). Solo il grande contesto della Weltliterature è capace infatti di mostrare il valore estetico del romanzo mentre il rifiuto di considerare la propria cultura nel grande contesto condanna al provincialismo.

Solo leggendo in quest’ottica la storia del romanzo si può vedere e capire come “Sterne reagisce a Rabelais e ispira Diderot, Fielding si misura con Stendhal, la tradizione di Flaubert prosegue nell’opera di Joyce ed è nella sua riflessione su Joyce che Broch sviluppa una poetica del romanzo” (dal risvolto di copertina).

Tornano ancora una volta in questo libro anche gli autori più amati da Kundera. Cervantes, certo, ma soprattutto quelli che lui definisce la sua “grande Pleiade”: Musil, Kafka, Broch, Gombrowicz. Sono tutti autori dell’Europa centrale (Kundera non condivide il termine “mitteleuropeo”, che infatti non adopera mai). Sono gli autori che hanno introdotto nell’estetica del romanzo moderno quella che egli chiama “la riflessione romanzesca” che è afilosofica, non giudicante, che non proclama verità ma al contrario “si interroga, si stupisce, sonda”. Sono autori di “romanzi che pensano”.

Perchè il romanzo possiede una sua saggezza: “la saggezza dell’incertezza” che esprime la difficoltà — aveva scritto già nel “L’arte del romanzo” — di accettare e sopportare “la sostanziale relatività delle cose umane”.

L’arte, per Kundera, è dunque conoscenza, scoperta, invenzione. Altrimenti — aggiungerei io — non è che ripetizione, routine, mestiere.

E chiudo qui, che’ m’è venuta voglia di andarmi a leggere un bel romanzo…

Informazioni su gabrilu

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19 risposte a “QUEL CHE SOLO UN ROMANZO PUO’ DIRE…”

  1. utente anonimo ha detto:

    Kundera tornava più volte nelle lezioni di estetica all’ università-dalle quali uscivo in totale estasi: il corso era dedicato a Kafka, e proprio dopo quel corso ho scelto di leggere Proust; ne avvertivo l’ esigenza, la necessità. Che lezioni! Che meraviglia! Nel programma, oltre ai tre romanzi kafkiani-America, il Processo, il Castello- c’era anche la lettura de “I testamenti traditi”, che io non ho “dovuto” fare perchè ho portato una selezioni di testi che non lo prevedeva. Ma “I testamenti traditi” rimane uno dei titoli che spero al più presto di leggere: e questo tuo bellissimo post è giunto a fagiolo per ricordarmelo. Buona serata. Oyrad

  2. letturalenta ha detto:

    Bel post kunderiano! Il sipario è un gran libro, e Kundera un grande lettore. Personalmente voto per il Kundera saggista. Il romanziere è un po’ troppo intellettuale e didascalico per i miei gusti.

    A ulteriore incitamento per Oyrad, da “I testamenti traditi” cito un brano che dovrebbe essere dichiarato monumento della critica mondiale di tutti i tempi 🙂

    “La kafkologia non fa che elaborare, con infinite varianti, un unico discorso, un’unica speculazione, e questa, ogni giorno più indipendente dall’opera di Kafka, si nutre ormai solo di se medesima. (…) Come definire dunque la kafkologia? In maniera tautologica: la kafkologia è il discorso destinato a kafkologizzare Kafka. A sostituire a Kafka il Kafka kafkologizzato”. [pag. 47-48]

  3. gabrilu ha detto:

    @ Oyrad se il mio piccolo post è servito a farti venir voglia di leggere “I testamenti traditi” non posso che congratularmi con me stessa medesima 🙂

    @ Letturalenta, le pagine che Kundera ha scritto su Kafka sono le migliori in assoluto che io abbia mai letto. La frase che citi è scolpita nella mia testa da quel dì che la lessi per la prima volta. E aggiungerei tutto il saggio “In qualche posto là dietro”, il n.5 di quelli contenuti ne “L’arte del romanzo” e che giustappunto ruota tutto sul tema: “Che cos’è la kafkianità?”…. Ah, che meraviglia!

  4. utente anonimo ha detto:

    Ora che ci penso, Kundera è presente anche in una dispensa di un altro e recente corso di estetica intitolata “Dal brutto al kitsch, percorso antologico-critico”, a cura della prof. Maddalena Mazzocut-Mis (autrice anche, fra gli altri, di un libretto intitolato “Il Gonzo Sublime” dedicato alla categoria estetica del “melodrammatico”, derivata appunto dall’ opera, in particolare post-verdiana) dove proprio Kundera è antologizzato come un autore contro il cattivo gusto.
    Ah, a proposito di autori interessanti, ho letto oggi su Repubblica che è in uscita “Ehi prof!”, l’ ultimo libro di McCourt ! Ma immagino che tu lo sappia già, vero? 😉 Happy evening, Oyrad

  5. gabrilu ha detto:

    LETTERATURA, LETTERATURE, PROVINCIALISMI[..] “Ci sono due contesti elementari nei quali è possibile collocare un’opera d’arte: la storia della sua nazione (chiamiamolo il piccolo contesto o la storia sovranazionale della sua arte (chiamiamolo il grande contesto). […] un romanzo […] a causa [..]

  6. gabrilu ha detto:

    LETTERATURA, LETTERATURE, PROVINCIALISMI[..] “Ci sono due contesti elementari nei quali è possibile collocare un’opera d’arte: la storia della sua nazione (chiamiamolo il piccolo contesto o la storia sovranazionale della sua arte (chiamiamolo il grande contesto). […] un romanzo […] a causa [..]

  7. gabrilu ha detto:

    LETTERATURA, LETTERATURE, PROVINCIALISMI[..] “Ci sono due contesti elementari nei quali è possibile collocare un’opera d’arte: la storia della sua nazione (chiamiamolo il piccolo contesto o la storia sovranazionale della sua arte (chiamiamolo il grande contesto). […] un romanzo […] a causa [..]

  8. gabrilu ha detto:

    LETTERATURA, LETTERATURE, PROVINCIALISMI[..] “Ci sono due contesti elementari nei quali è possibile collocare un’opera d’arte: la storia della sua nazione (chiamiamolo il piccolo contesto o la storia sovranazionale della sua arte (chiamiamolo il grande contesto). […] un romanzo […] a causa [..]

  9. clammy ha detto:

    Splendido post: trovo che sia bellissimo sparpagliare nella propria casa alcuni “libri senza fissa dimora”: si potrebbe pensare che questi libri siano i più trascurati, dimenticati qua o là, abbandonati a sè stessi; invece sono “gli eletti”, quelli che vogliamo intorno, immersi nella nostra nostra quotidianità, intrisi delle nostre abitudini…

    Ma parliamo di Kundera: io ho letto “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, “Il valzer degli addii” e “La lentezza”. Mi hai fatto venir voglia di leggere altro al più presto…ma cosa mi consigli in primis?
    Claudia ’84

  10. gabrilu ha detto:

    clammy
    Ma, sai… a me Kundera piace tutto, mi piace il suo “pensiero globale”, il suo stile di scrittura perciò non so.
    Ad ogni modo, mi sentirei di consigliarti, tra i romanzi, di dare la priorità a Lo scherzo, La vita è altrove e L’immortalità ed eventualmente poi anche gli altri, che però non sono fondamentali, a mio parere (a meno che una non sia un’appassionata come me ;-).
    E questi tre di saggistica di cui ho parlato nel post e che, ovviamente, come si è capito, io adoro.

  11. clammy ha detto:

    Grazie! Lo scherzo l’ho già letto…mi tufferò in La vita è altrove non appena avrò terminato Memorie di Adriano!

    PS. Anch’io ho messo le mie foto su Flick, grazie del suggerimento…e se vuoi…dai un’occhiata qui:

    http://www.flickr.com/photos/slowdown_toseetheworld/

    PPS. Ho messo il tuo blog e il tuo sito su Proust tra i preferiti nel mio blog…

  12. gabrilu ha detto:

    clammy
    le foto me le vado a vedere subito 🙂
    Il tuo blog… non riesco a vederlo, mi si presenta la pagina blu in cui trovo scritto che il blog è privato…
    Cmq ti ringrazio per la citazione 🙂

  13. clammy ha detto:

    Ti ho spedito l’invito al mio blog (è privato)
    …non ci scrivo quasi mai in realtà…e tranne un post su Pamuk, non troverai nulla di letterario…ma presto provvederò…

  14. utente anonimo ha detto:

    Grazie Gabrilu,
    splendido post, ho letto tutti i libri di Kundera, mi manca solo l’ultimo… Ma non avevo mai pensato di collegarli come hai fatto tu… E tornerò indietro a rileggermi anche gli altri due della trilogia che suggerisci!
    E questi libri erranti… Sono un’idea meravigliosa… Sono il bisogno di averli accanto come una coperta, una buona tazza di tè, come un piccolo talismano per affrontare meglio la vita!
    Un abbraccio

    Cielo Stellato

  15. gabrilu ha detto:

    Cielo Stellato, benvenuta!
    Sono contenta che il post ti abbia stimolato ulteriori riflessioni sui  libri di Kundera.
    Questi tre sono fondamentali, a mio parere.
    Ciao e a presto, spero

  16. utente anonimo ha detto:

    "Il romanzo? Veto opposto al disintegrarsi delle nostre apparenze, punto lontanissimo dalle nostre origini, artificio per eludere i nostri veri problemi, cortina che si frappone tra le nostre realtà primordiali e le nostre finzioni psicologiche.
    Non ammireremo mai abbastanza coloro che, imponendogli delle tecniche che lo negano, un'atmosfera che lo invalida, delle esigenze che lo superano, hanno concorso alla sua rovina, e a quella del nostro tempo, di cui esso è insieme volto, quintessenza, e ghigno. Il romanzo ne traduce tutti gli aspetti, fa man bassa di tutte le possibilità di espressione.[…]Un genere diventa universale quando seduce intelletti che non vi sono affatto portati. Ma ironia vuole che siano proprio loro a scalzarlo: vi introducono problemi eterogenei alla sua natura, lo diversificano, lo snaturano e lo ovraccaricano fino a farne scricchiolare l'architettura".
    E. Cioran, "Oltre il romanzo" in "La tentazione di esistere", Adelphi 1984-2008

    Dragoval

  17. gabrilu ha detto:

    Dragoval
    Eh eh.
    Mi proponi   un  (rullo di tamburi)    Cioran vs. Kundera?  

    Mi sembra  un qualcosa  del tipo   "se voi suonerete  le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane"  

    Ed eventualmente,   che ruolo  ci scegliamo io  e te? Chi fa il Capponi e chi fa  Carlo di  Francia?

  18. carloesse ha detto:

    Sto alternando la lettura del romanzone di Trollope (La vita oggi: ho finito il primo tomo) con la rilettura dei primi due “saggi” di Kundera,  che tanto avevano entusiasmato anche me alla loro apparizione.
    Ho attraversato un periodo “kunderiano” delle mia vita molti anni fa, trascinato dalla lettura dello Scherzo (che avvenne dopo l’Insostenibile leggerezza…), e trovai un enorme piacere nella affascinante e personale lettura della “storia del romanzo” che ne dà il saggista K. in quei due libri. Poi non so perché ma quella passione si affievolì, forse dopo la lettura di "L'Identità" e “La lentezza”, romanzi che trovai troppo freddi e noiosamente cerebrali. Così mi passò inosservata anche la pubblicazione del “Sipario”, anche se, nel ricordo, la mia stima per il saggista Kundera è rimasta immutata.
    Ora l’occasione di riprendere in mano quei due primi saggi mi è venuta da alcune discussioni su Hemingway nel cinquantenario della morte, venutomi  in mente quel capitoletto sul suo “Colline come elefanti bianchi”, dove veniva smascherata l’idiozia di alcune letture critiche di questo racconto basate su preconcetti morali del tutto arbitrari. Così come vengono smascherate le idiozie di Adorno riguardo a Stravinskij, dove si applicano gli stessi meccanismi di cortocircuito in chiave politica e ideologica. O quelle su Kafka sulle quali si basa la Kafkologia, di cui qui si è già accennato.
    Insomma, da lì mi è venuta voglia di rileggerli entrambi da capo, e ho ritrovato intatto (se non accresciuto) il piacere della prima lettura.
    Quindi toccherà certamente a questo “Sipario”. E poi probabilmente a “Un Incontro”, che dovrebbe contenere anche un saggio su Curzio Malaparte  (tu l’hai già letto ?)
    Ciao

  19. gabrilu ha detto:

    carloesse
    Ho cominciato a capire e ad apprezzare Hemingway (scrittore) che avevo letto quasi tutto  ma che  non mi piaceva proprio dopo aver letto il breve saggio di Kundera sul racconto "Colline  come elefanti bianchi".
    Mi ha veramente illuminata.
    Ancora oggi  Hemingway  **non**   è uno dei miei scrittori preferiti, ma sicuramente oggi sono in grado di apprezzarlo con la testa e di capire cosa di lui  mi piace e/o non piace e soprattutto perché.
    Per quanto mi riguarda, non  è poco.

    No, "Un incontro" mi manca. Ma prima o poi rimedierò   🙂

    P.S. Ah, quanto mi piace  Kundera quando parla di musica!

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