LA LIBRAIA DI JOYCE – NOEL RILEY FITCH

Il libro

Noel Riley Fitch, “LA LIBRAIA DI JOYCE. Sylvia Beach e la generazione perduta”,
Traduz. di Tina D’Agostini e Monica Fiorini, prefaz. di Liliana Rampello
Il Saggiatore, 2004, pagg. 558

Quando Archibald McLeish seppe, nel 1962, che Sylvia Beach era morta sola nel suo appartamento di Parigi disse: “Lei non è sola, non lo è mai stata e non lo sarà mai. Era circondata dalla sua Compagnia”.

Sylvia Beach

Sylvia Beach
fonte

Come ha osservato Letizia Paolozzi in una bella recensione di questa biografia di Sylvia Beach scritta da Noel Riley Fitch (University of Southern California e American University di Parigi) “E’ probabile che l’egocentrico, arrogante, superbo, ingrato, elemosinante supergeniale autore dell’Ulisse, colui che ha cambiato la sorte del romanzo novecentesco, proverebbe un qualche sconcerto nel vedere che […] c’è un libro che non ruota soltanto intorno a lui”

Questo di Noel Ridley Fitch è uno di quei libri da abitarci dentro, di quelli che quando li finisci ci metti un po’ a riprenderti e ad iniziare una nuova lettura. A me, almeno, è successo questo, e il libro, come si può vedere, sta ancora sulla mia scrivania. Tanta è stata infatti la potenza evocativa di un’intera epoca storica, un mondo, un ambiente (in questo caso la Parigi letteraria dagli anni ’20 agli anni ’60), di un personaggio straordinario come fu quello di Sylvia Beach.
Americana trasferitasi negli anni Venti a Parigi, Sylvia Beach vi aprì e diresse per decenni la piccola ma divenuta ben presto leggendaria libreria “Shakespeare and Company” in rue de l’Odéon, proprio di fronte alla libreria francese “La Maison des Amis des Livres” di Adrienne Monnier, sua amica e compagna di vita per oltre trent’anni.

Il n.12 di Rue de l’Odéon fu per decenni, come il n.20 di Rue Jacob (la casa di Natalie Clifford Barney) e il salotto di Gertrude Stein e Alice Toklas al n.35 di Rue de Fleurus uno di quegli indirizzi che sono ormai entrati a far parte della memoria collettiva che rievoca il cosmopolita mondo artistico e letterario della Parigi di quegli anni in cui gli americani (“espatriati” per scelta o per necessità o anche solo di passaggio a Parigi) si incontravano, lavoravano, polemizzavano, si scontravano, si sostenevano tra di loro o con i colleghi francesi.

La libreria di Sylvia fu per decenni il punto di incontro, il crocevia della maggior parte di loro: si andava da Sylvia per tenersi al corrente delle ultime novità delle pubblicazioni anglo-americane, per prendere un tè con lei e Adrienne, per chiacchierare, scambiarsi consigli e opinioni.

Nel documentatissimo testo della Ritch vediamo sfilare alla “Shakespeare and Company” Hemingway ed Ezra Pound, T.S. Elliot e Gide, Paul Valery, Sherwood Anderson, Thorton Wilder e Sinclair Lewis; Valery Larbaud e Fitzgerald e Simone de Beauvoir e Tristan Tzara e con loro un numero talmente grande di letterati ed artisti da rendere impossibile elencarli tutti.

Sylvia Beach

Sylvia Beach davanti la Shakespeare & Co.

“Shakespeare and Company” divenne ben presto un punto di riferimento anche per tutti quegli studenti americani o francesi che si rivolgevano a Sylvia Beach per trovare romanzi e riviste letterarie di difficile reperimento. Sylvia non si limitava a vendere libri. La sua era anche una biblioteca circolante e, periodicamente, nei piccoli locali di Rue de l’Odéon scrittori e poeti leggevano brani delle loro opere ad un pubblico numeroso e attento: Gide, Valery, Elliott vi tennero pomeriggi di lettura rimasti memorabili.

Ma Sylvia Beach, che non era una editrice ma soltanto (soltanto ?!) una intelligente libraia fu anche quella che si gettò a capofitto nell’impresa di dare alle stampe — senza avere alcuna esperienza in materia di editoria — l’“Ulisse” di Joyce quando questi era ancora uno scrittore semisconosciuto ed il suo romanzo non solo veniva rifiutato da tutte le case editrici ma la sua pubblicazione proibita per legge in America ed in Inghilterra perchè dichiarato osceno.

Sylvia Beach e James Joyce

Sylvia Beach e James Joyce

 

Che cosa spinse Sylvia a gettarsi in questa impresa che per più di dieci anni la coinvolse totalmente? Scrive la Fitch:

“… desiderio di celebrità, una buona dose di perspicacia, una forma di legame erotico e sollecituidine materna, una fede cieca, compassione ed incapacità di dire di no. Ma per prima cosa bisogna dire che lo riteneva un grande scrittore”.

Sylvia non si limitò a pubblicare l’ “Ulisse” superando mille problemi e difficoltà. Venne letteralmente travolta da Joyce e per dieci anni fu per lui una sorta di factotum che gli risolveva tutte le necessità professionali e personali occupandosi dei suoi traslochi, della sua corrispondenza, delle sue malattie, della sua famiglia. Rischiando il fallimento economico della sua amata libreria a causa delle spese folli di Joyce il quale non aveva alcun scrupolo, per saldare i debiti da cui era sempre sommerso a causa del tenore di vita decisamente al di sopra delle sue possibilità, di attingere direttamente alle casse della “Shakespeare and Company”.

Sylvia Beach

James Joyce con Sylvia Beach e Adrienne Monnier
Foto di Gisele Freund

fonte

Scrive ancora la Fitch: “Sylvia si trovò completamente intrappolata nella fatica erculea di pubblicare l’opera di Joyce e di amministrarne la carriera. Riceveva da Joyce quelle che lui chiamava “liste del droghiere” piene di cose da fare. Sapeva bene che fare qualcosa per Joyce significava fare tutto per Joyce. Joyce la vedeva […] come bestia da soma”.

E’ grazie al frenetico lavoro di Sylvia che l’ “Ulisse” diventa presto conosciuto non solo in Francia ma anche in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove copie clandestine vengono introdotte sfidando le leggi federali. Ben presto, Joyce diventa un autore di fama mondiale.
Ma nonostante tutta la sua ammirazione per Joyce, Sylvia riesce a resistere al suo tentativo di trasformare la sua libreria in una “fabbrica per Joyce”, di farsi “joycizzare” completamente.
Ed è a questo punto che, a mio parere (supportato però dai fatti ben documentati dalla Fitch), Joyce rivela tutta la sua ingratitudine, la sua misoginia, la sua meschinità.

Dopo averla economicamente rovinata, la tradisce per passare a editori che gli hanno promesso più soldi, violando un contratto scritto e portandola al punto da rinunciare a tutti i diritti che le spettano come editrice. Dopo averla insomma spolpata economicamente fino all’osso, la molla piena di debiti e sull’orlo della bancarotta.

“La lettura di questo libro, in particolare la seconda parte, può scatenare un notevole disprezzo per le misere qualità umane di James e – viceversa – una grande ammirazione per Sylvia.” leggo in una recensione de “L’Indice”. Sottoscrivo e sottolineo.

Ma Sylvia Beach non si farà travolgere da Joyce. Il filo conduttore della sua esistenza restano sempre la sua libreria e Adrienne e pur mantenendo intatta la sua ammirazione per gli scritti di Joyce riesce a prendere le distanze dall’uomo. Per salvare “Shakespeare and Company” dai nazisti ai quali si era rifiutata di dare una copia della ormai preziosissima prima edizione  dell'”Ulisse” e che per questo avevano minacciato di requisire il negozio, riesce in poche ore a nascondere i suoi 5000 libri. Supera anche la morte di Adrienne, suicidatasi dopo una terribile malattia.

Sempre circondata dall’affetto e dalla stima dei suoi amici letterati, quando morì, nel 1962, fu ben a ragione dunque che McLeish potè dire che non era stata, non era e non sarebbe mai stata sola.

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28 risposte a LA LIBRAIA DI JOYCE – NOEL RILEY FITCH

  1. MariaStrofa ha detto:

    Post notevole e ho ibscarrellàto subito il titolo.
    Joyce è quell’autore che leggo tutto di lui tranne leggere lui.
    Dovrei tirare fuori Richard Ellmann feltrinello biografo per vedere quanto e come parli di questa vicenda (non ricordo). Fra l’altro lo vedo non disponibile da ibs (?)
    Il Mc Almon (vita da geni, adelphi) ricordo invece che non ne parla: insiste molto sulla paura dei tuoni eccetera.

    E poi mi sono sempre chiesto come ci sia una casa editrice italiana Shakespeare & Company (quella che ha pubblicato la seconda traduzione dell’Ulisse in italiano) che può usufruire del nome: nel senso che l’editore lo conosco e… vabbè…

  2. oyrad ha detto:

    Thank you for this delicious Joyce’s juice 😉 …ma quando ho letto le parole “…misere qualità umane di James…” mi son detto sconcertato “Ma…cosa c’entra Henry James ???”… povero me!
    Ah, se vuoi, io ho aperto la serranda al blog, anche se non ho ancora ufficialmente “inaugurato”, anche se manca ancora qualche dettaglio… il catering è ancora modesto… ma tu puoi già farmi visita… e se vieni con qualche tuo ospite a scrocco tanto meglio… baci e abbracci, Oyrad

  3. MariaStrofa ha detto:

    oyrad ho visto ora il tuo blog ed è molto interessante. Certo che… i caratteri così piccoli… Necessità di impaginazione?
    Perché bisogna molto aguzzare la vista come consigliava la Settimana Enigmistica. Ingrandendo il carattere a me scompaiono i primi due post.
    Così, per dimandare…
    Io, invece, sparavo certi caratteri cubitali in grassetto che a momenti mi fucilavano!

  4. gabrilu ha detto:

    @ MariaStrofa, di Joyce ho letto interamente (e anche più di una volta) soltanto “Gente di Dublino”. “Dedalus” mi lascia indifferente. Di “Ulisse” ho ancora la verde prima medusea edizione italiana ma non sono mai riuscita ad andare oltre il primo capitolo.
    Oltre Joyce, ho anch’io autori dei quali mi piace legger tutto tranne che i libri da loro stessi medesimi scritti: il primo nome che mi viene in mente è quello di Colette, la cui vita mi affascina (mi sono sciroppata senza batter ciglio, anzi con gran diletto e filando come un treno) una sua monumentale biografia ma appena sfoglio un qualsiasi “Cheri” o “Claudine” il volume mi cade dalle mani…
    Tornando a Joyce: la Fitch fa anche la storia della biografia “ufficiale” di Joyce scritta da Ellman disvelando parecchi altarini. Non voglio toglierti il piacere di scoprirli da te, visto che hai intenzione di leggere il libro. Il quale libro, ti avverto, ci mette un po’ a decollare. Però se uno non si arrende, dopo le prime settanta pagine circa decolla eccome… 🙂

    @ Oyrad il tuo blog è un vero bijou. Appena completi e ufficializzi il trasloco fammelo sapere subito che cambio il link 🙂
    In quanto a James Enrico, pensa tu come ci sarebbe rimasto male l’altro James, con tutti quei bei complessi di persecuzione che si ritrovava… 🙂

  5. utente anonimo ha detto:

    ottimo post. povera silvya. essì, james, come molti geni, era piuttosto egocentrico. per me, senza togliere nulla a nessun altro, lui è il più grande del novecento. un saluto. across

  6. gabrilu ha detto:

    @ across, Sylvia non fu “povera” affatto. Fu bravissima a non farsi triturare da Joyce, mantenne sempre piena consapevolezza di quello che succedeva, lo riteneva un talento letterario ma aveva molto chiara la sua scarsissima statura umana, non lo ha mai sopravvalutato. E quando capì che lui non aveva alcun senso del limite diede una sana regolata al loro rapporto. Non fu affatto una poveretta da compiangere, tutt’altro. Da quella storia, è Joyce che ne esce malissimo, non certo lei.

  7. MariaStrofa ha detto:

    gabrilu, tutto questo tuo fervore da spiaggia (pro beach) ha un che di donchisciottesco. i gioiciàni sono una categoria aliena: ove aliena non è un aggettivo squalificativo.

    Poi tu che sei esperta di Proust e sai a memoria il contra saint-beuve,
    devi ammettere a denti stretti, che conta l’opera e non la biografia (qui è proprio Proust che codifica tale quistione).

    Cioè è chiaro che lo sai, ma talvolta vorresti che un po’ di riverbero negativo riuscisse a incrostarsi sul dublinese – e così è quando un autore non ci è sommo e anche la biografia ne fa da sostegno.

    Ma a parte questo, i gioiciani sono mulini a vento altroché – e il vento tira sempre dalla loro parte.
    Se cerchi di fermare le pale diventano giganti e cadi dal ronzinante.

    Con tutto che io sono all’unisono con te e che dici e che valùti il dublinese e la Silvia Spiaggia.

  8. oyrad ha detto:

    Vabbè, lascio a voi Joyce… io prenderò qualcos’ altro. Prendo H.James, per dire che su di lui ho letto un libricino “al bacio” , intitolato “Londra: Henry James e la capitale del moderno”, scritto da Caroline Patey, pubblicato nella collana “Le città letterarie” delle Edizioni Unicopoli. Bello sì,ma vi consiglio di tenere a portata d’ occhio una mappa stradale di Londra, o magari una veduta satellitare della città su GoogleMaps.
    Oppure andate direttamente a Londra, e scarpinate…
    Piluccando invece Joyce, e il modernismo inglese in generale, ho studiato un librone suddiviso in saggi curati dal prof.Giovanni Cianci, con tante cose belle anche su Ruskin, sul Vorticismo, su V.Woolf, sul nostro Joyce, su Lawrence, e su Ford Madox Ford…autore “di transizione” che mi incuriosisce assaje! Il libro si intitola “Modernismo/modernismi”, ed è pubblicato da Principato. A presto, Oyrad 😉

  9. gabrilu ha detto:

    @ MariaStrofa l’autore del Contre etc. scrisse anche “…Ecrire un roman ou en vivre un, n’est pas du tout la meme chose, quoi qu’on dise. Et pourtant notre vie n’est pas sèparè de nos oeuvres”. Per quanto riguarda i mulini a vento, che continuino pure a menar pale, dov’è il problema? 🙂

    @ Oyrad il librino sulla Londra di James Enrico sembra ghiotto. Però mi scoraggia l’idea di dover leggere con mappa e lente di ingrandimento al seguito… Sono diventata un po’ pigra, per queste cose :-/

  10. oyrad ha detto:

    Beh, poco male, cara Gabrilù. Puoi usare altri strumenti per orientarti: in primis le tue letture, ad esempio. Io, che a Londra mai misi piede nella mia pigra vita, ho trovato un po’ scomodo orientarmi solo a parole fra Piccadilly, Trafalgar, l’ East End, etc… ma se tu hai una buona conoscenza della città, non è affatto difficile: anzi, credo che ti piacerebbe un sacco, specialmente se ti fai accompagnare dalle opere di Dickens.Infatti, il libro “attraversa” la città, cogliendo al volo suggestioni dickensiane, e poi woolfiane-la signora Dalloway…-e joyciane… così via, passando un po’ qua e là, prima e dopo H.James, che rimane come cardine culturale ed epocale attorno al quale “si muove” il libro. Sì, è una buona lettura.

  11. MariaStrofa ha detto:

    Ah, ma io lo sapevo che mi tiravi fuori la citazione contre-contre saint-beuve!
    Per le pale, dici? Non c’è problema: io dicevo a me più che a te.
    Sul fatto che i grandi non si capiscano (e neanche i loro tifosi) è un dato storico e assodato, come dice Flaiano.
    Shakespeare non sapeva il greco, né Omero l’inglese

  12. casalinprecaria ha detto:

    cara gabrilu,
    io ho letto su qualche blog che se jj fosse un nostro contemporaneo, l’ulisse sarebbe il suo blog.
    non linco dove e perchè, evidentemente, il mio pc deve aver messo in automatico la funzione spam a certe robe.

  13. gabrilu ha detto:

    @casalinprecaria non sono sicurissima di aver capito quello che intendevi dire, ma sono molto contenta che tu sia passata da queste parti 🙂

  14. casalinprecaria ha detto:

    hai ragione, rileggendolo nemmeno io.
    credo di aver fatto un cortocircuito tra il post di maria strofa e il tuo.
    cioè, insomma volevo die che son tempi che la gente legge per sentito dire e parla di libri prima di averli letto.
    una cosa del genere, pardon!
    (contentezza reciproca)

  15. matisse ha detto:

    gabrilu, se le orecchie fischiano temo non sia il passaggio di un treno 🙂

    p.s. finito “Cigni selvatici”, una bella esperienza, grazie 🙂
    Ora mi arrabbio con l’edizione del ’77 dell’Ulisse, convinta com’ero di possedere un gioiellino. (Però l’avevo acquistato a Trapani, questo rileva un po’, vero? 🙂

  16. MariaStrofa ha detto:

    Sto ancora ridendo per la strepitosa battuta di Fargue, quando risponde al conte che gli aveva scritto la lettera sgrammaticata.
    “Scelgo l’ortografia. Lei è un uomo morto”. pag 61

  17. gabrilu ha detto:

    @ MariaStrofa: dunque lo stai leggendo davvero, il libro! Perbacco e perdindirindina, mi sento le spalle gravate dal peso della responsabbbilità!

  18. MariaStrofa ha detto:

    Be’, ma questo libro non è mica un rossignol (vedi pag 58) – inoltre ho chiaro il ricordo che dopo pag. 70… decolla ecc… E poi non è entrato ancora in campo Joyce. Inoltre con tutto il ricordo di quel periodo, e la strepitosa battuta di Fargue) è già un libro che avrei comprato anche solo per questo.
    Figurati…

  19. cf05103025 ha detto:

    Io ti dico che non me ne importa un fico se Joyce era un porco egoista etcetera e se la Beach era una povera vittima.
    Anche la Stein era un odiosissima, supponente, arrogante snobbona stracolma di soldi. ( e una scrittrice così..così…)

    Io ho gustato tutta l’ opera di Joyce e ben son contento:
    dico ancora che i sassoni e gli angli sono straghiotti di biografie scandalistiche che mettano in luce i lati “sozzi” dei geni e dei personaggi celebri: su questa smania “manìa” ci campano centinai di estensori di biografie autorizzate e non.
    Michelangelo Merisi da Caravaggio fu un violento ed assasino e fu grandissimo pittore e maestro.
    Michelangelo Buonarroti aveva un carattere di merda.
    Benvenuto Cellini uccise più persone.
    Qui mica siamo nei tribunali.

    MarioB.

  20. gabrilu ha detto:

    @ MarioB. infatti non siamo in un tribunale, e sono sicura concorderai con me che chiunque ha il diritto di dire se l’Ulisse gli piace oppure no. A me, per esempio, non piace. Parlo proprio del testo, del libro. Ma non pretendo certo che il resto del mondo la pensi come me e non guardo schifata coloro per i quali invece l’Ulisse rappresenta un capolavoro. Gradirei dunque reciprocità di trattamento 🙂

  21. utente anonimo ha detto:

    “Allora mancavano i soldi per comprare libri. Li prendevamo a prestito nella libreria circolante….” Così inizia il capitolo Shakespeare and company in -fiesta mobile- di Hemingway.

  22. erremme ha detto:

    ma joyce è anche l’eroe.. come tutti gli eroi è (anche) anti_eroe.. va preso per quello che è.. mio grande maestro ideale..
    roberto

  23. dandani ha detto:

    Salve,
    credo di aver visto il libro che citi in lingua francese.

    Vorrei chiarire una cosa – una precisazione importante: la prima “Shakespeare and Company” non era sita al n. 12 di rue de l’Odéon, ma al n. 8 dell’attuale e piccolissima rue Dupuytren, à cote du Carrefour de l’Odéon, praticamente a due passi dalla prima.

    Sottolineo questo perchè le famose foto che riprendono Joyce con Silvya Beach sulla soglia della libreria sono riprese da QUELLA sede, che appunto era l’originaria (ancora oggi si puo’ verificare – come ho, ahem, fatto di persona – poichè le ringhiere che si possono scorgere ai piani superiori sono ancora le stesse. Oggi il locale storico della *fu* libreria è occupato, se non ricordo male, da un’erboristeria assai chic).

    Tuttavia, al 12 di rue de l’Odéon attualmente – si puo’ ammirare una targa che celebra il luogo dove, nel 1922, è stato edito “Ulysses”, ovvero nella seconda sede della Shakespeare, aperta nel 1921.

    Voilà.

    Beh… per i cultori é importante non è vero?

    Pellegrini di tutto il mondo: siete avvisati.

  24. gabrilu ha detto:

    @ dandani, hai ragione. la prima sede della Sha&Co. fu al n.8 di rue Dupuytren, poi si liberarono dei locali in rue de l’Odeon, di fronte alla libreria di Adrienne Monnier e la Beach traslocò la libreria. Si parla sempre di rue de l’Odeon perchè fu lì che la libreria divenne celebre e fu lì che rimase per tanti anni, fino alla fine. Grazie per le precisazioni 🙂

  25. barbara ha detto:

    Cara Gabrilù, questo post qui mi era sfuggito e son troppo felice di essermici imbattuta dopo aver letto “Shakespeare and Company” di Sylvia Beach. Mi affascinano le narrazioni di chi ha o ha avuto a che fare con i libri e la libraia/editrice di Joyce fu pazzesca. Americana, donna, amica di ebrei, antinazista nella Francia tra le due guerre. Un bel carattere, altroché! Nonostante la Beach non faccia che sottolineare la genialità di Joyce, in “Shakespeare and Company” emerge tutta la pochezza (dal punto di vista umano) dell’autore dell’Ulisse. Impossibile trovare una sola parola negativa sul suo conto, ma è tutto ciò che la Beach non dice a lasciarci interdetti. Colto, geniale ma non lo definirei un signore, ecco.
    La storia mi ha così appassionato da spingermi ad acquistare (ricevuto proprio stamane) “Rue de l’Odeon” di Adrienne Monnier, edito da Duepunti edizioni. A questo punto, non mi resta che chiudere il cerchio leggendo anche “La libraia di Joyce”.
    Grazie mille per il bel post.

    • gabrilu ha detto:

      @barbara
      Si, la storia di Sylvia Beach, della sua dipendenza da Joyce (che la sfruttò in maniera davvero indegna) e del suo più che trentennale sodalizio con Adrienne Monnier è davvero affascinante.
      La Riley Fitch rivolta il rapporto Beach-Joyce come un calzino, vedrai!

      E già che ti vedo appassionata al tema (ho letto il post sul tuo blog proprio adesso) 🙂 ti omaggio di due fotine che ho scattato una delle ultime volte in cui sono andata a Parigi ed in cui si vede quel che resta della “Shakespeare & Company”: una targa tra le finestre dell’appartamentino di Sylvia e Adrienne. Nota di colore: accanto al portone dell’ex libreria c’è oggi una lavanderia cinese… 😦

      http://www.flickr.com/photos/gabrilu/527479726/

      http://www.flickr.com/photos/gabrilu/527498584/

      Ciao 🙂

      • barbara ha detto:

        Che cara! Grazie per la condivisione. Certo che della “Shakespeare & Company” resta ben poco, e va bene che la presenza dei cinesi dappertutto non è altro che un segno dei nostri tempi, però che tristezza la lavanderia!

  26. Pingback: – sabato 21 maggio a Pesaro: | femminismi.it

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