DISSONANZE

Klaus Mann

Klaus Mann, Staff sergeant 5th United States Army, Italy 1944

Quando Hitler sale al potere Klaus Mann, assieme a tutta la famiglia, fugge dalla Germania e dopo lunghi vagabondaggi in Europa con lunghe permanenze a Parigi si trasferisce definitivamente negli Stati Uniti, si arruola nell’esercito americano ottenendo anche la cittadinanza americana.

Nel 1945 torna in Germania come militare dell’esercito degli USA e, in una lunghissima lettera al padre Thomas rimasto in America, racconta di una serie di incontri con varie personalità ed ex gerarchi nazisti (Goering, ad esempio), che ha avuto modo di avvicinare in qualità di giornalista militare.

Va anche, assieme ad un collega, a trovare Richard Strauss, il grande musicista che, a differenza della famiglia Mann, era rimasto in Germania e non aveva mai nascosto le sue simpatie per i nazisti.

Il racconto di Klaus al padre Thomas è molto lungo e purtroppo non lo posso riportare per esteso. Assicuro però che sono pagine che fanno correre un brivido lungo la schiena specialmente a chi, come me, considera le opere di Strauss, dal “Rosenkavalier” ad “Elektra” a “Salome” ad “Arianna a Nasso” pagine tra le più splendide che la musica colta occidentale abbia mai prodotto .

Mi limito a stralciare la parte iniziale e quella conclusiva del racconto di Klaus:

Richard Strauss nel 1949“… come corrispondente degli Stati Uniti, mi sono recato da Richard Strauss a Garmisch. Ci facemmo annunciare come due reporter americani

[…]

Eh, si, uomini del suo stampo si arrangiano sempre, sotto qualsiasi regime, non importa. Che i nazi abbiano sulla coscienza una guerra insensata e assassina, che milioni di innocenti siano periti nelle camere a gas, che la Germania sia ora infranta e carbonizzata, che importa ciò a Richard Strauss?

Richard Strauss dice: “Emigrare? Si, se non si potrà più mangiare bene. Sotto il terzo Reich si mangiava benissimo, specialmente quando si coglievano a staio le percentuali di ottanta teatri d’opera. Ad eccezion fatta di un paio di stupidi incidenti, non avevo proprio di che lagnarmi”.

Molti dei capi del nazismo — dice Richard Strauss — erano gente davvero in gamba: Hans Frank, per esempio, il “protettore” della Polonia (“molto fine! molto colto! apprezza le mie opere!”) e Baldur Von Schirach (…) Grazie alla sua protezione la famiglia Strauss godeva a Vienna di una posizione di privilegio: e questo sebbene il figlio del maestro avesse una moglie in senso razziale non inoppugnabile. “Ho il diritto di affermare che mia nuora è la sola ebrea rimasta libera nella Grande Germania”.

“Libera? Eh, no, papà! O, quanto meno, non del tutto!” Era la signora Strauss junior nata Grab, che protestava, civettuola e lamentevole “La mia libertà lasciava alquanto da desiderare. Dimentichi, papà, ciò che ho dovuto sopportare? Mi era forse lecito andare a caccia? Persino il cavalcare mi fu, per un po’ di tempo, proibito…”

Lo giuro: queste furono le sue testuali parole! Ci sono state le leggi di Norimberga, ci fu Auschwitz, ci fu un massacro senza esempi; il più infame regime della storia universale ha degradato gli ebrei a bestie da preda (…) e la nuora di Richard Strauss si lagna per non avere potuto andare a caccia….

Non ne potevo più, e misi fine a quel colloquio rivoltante.

“Se ne vanno già?” Il maestro e la nata Grab volevano trattenerci a pranzo. Io rifiutai. Curt dichiarò anche lui di avere un appuntamento in città, però non seppe resistere al desiderio di chiedere al signor Strauss una sua fotografia con firma. “Ma si, certo. Con piacere!” Il vecchio era raggiante. Poi, volgendosi a me: “Anche lei vuole il mio ritratto?”

“Grazie. Non faccio raccolta”.

La mia risposta deve essere suonata gelida. Le bianche sopracciglia si inarcarono più che mai, più stupite che offese. Poi una spallucciata, un sorriso di superiorità. Questi americani! Ma già si sa quanto siano rozzi e volgari, questi stupidi yankees non apprezzano che i boxeurs e le stars del cinema.”

(da una lettera di Klaus Mann a Thomas Mann del 16 maggio 1945, in Klaus Mann  LA SVOLTA, Il Saggiatore, pag. 416 e segg.)

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10 risposte a DISSONANZE

  1. MariaStrofa ha detto:

    Con la musica (o anche con la pittura) mi resce meno problematico, anche se dovrebbe essere uguale, rispetto alla letteratura, di accettare l’idea che un grande creatore sia politicamente cieco (per non dire deficiente). Soprattutto perché il dono artistico non è frutto di elaborazione mentale (non sto a tirare fuori il solito Schopenhauer per giustificarlo). Il talento artistico è come il talento del calciatore: chi ha la musa che gli ispira musica la scrive senza dovere per forza essere un esempio di virtù.

    Ovviamente dà fastidio gioire delle cose di uno che magari legittima il nazismo: ma è una cosa che mi turba molto meno da quando considero separate le due cose. Un grande uomo non è necessariamente un grande artista: un grande artista molte volte è un disadattato o uno che è nato per lasciare al mondo la sua arte e basta.

    ciao

  2. arden ha detto:

    Io sono sempre in grande difficoltà davanti a simili casi. L’uomo è un’unità, secondo me. La difficoltà sta nell’accettare la normale mescolanza contraddittoria di male e bene, stupidità e intelligenza, “miseria e nobiltà”, che c’è in ugnuno di noi con diversi dosaggi, e che in taluni appare più sconcertante, perché determinate parti del miscuglio appaiono in maggiore evidenza.
    Per questo sono sempre grata alla sorte che della biografia del mio amatissimo Shakespeare si sappia così poco:-))

  3. MariaStrofa ha detto:

    arden, discorso veramente complesso perché se così fosse bisognerebbe eliminare un sacco di brave persone. In certi casi fa più effetto un pronunciamento politico (che pur legittima un governo omicida) di un omicidio in prima persona. Uccidere un uomo non è propriamente cosa artistica: sì che il Caravaggio quando lo si vede comunica Dio e gli Angeli e la grandezza di tutto: e come ci si dovrebbe comportare? A rigor di logica uccidere è molto più grave dell’assentire (non avendo ucciso).

    Céline scrisse libelli dannatamente antiebraici in un’epoca in cui era come buttare la benza sul fuoco. E sì che privatamente era un medico che curava la gente senza compenso.

    Viaggio al termine della notte uno dei più importanti libri del ‘900 (e qui mi riallaccio dove gabrilù dice degli altri suoi che sono delirii ed è vero – tranne il dottor Semmelweis che è notevole!)

    Borges: i suoi pronunciamenti a favore della dittatura gli hanno precluso il Nobel, non che sia una cosa orrenda… Borges sosteneva convinto l’inferiorità della razza negra.

    Cervantes ce l’aveva contro i mori che considerava fonte di ogni abiezione.

    E’ vero che dopo avere letto Shakespeare, se non ci si vuole divertire, si può lasciare lì di leggere, tutto essendo in Shakespeare e anche di più.

    Certamente non tutti hanno la solarità e l’umanità di un Ludovico Ariosto. Sono problemi… le lobotomie artistiche, fatte secondo l’unitarietà dell’uomo che dici, porterebbero a una specie di pulizia art-etnica che sarebbe anche ingiusta la sua parte.

    Pirandello poi con l’adesione dichiarata al fascismo lo buttiamo di peso. Cesare che è uno scrittore latino immenso, ha ammazzato più gente lui di Stalin a momenti.

    Seneca… ha avallato Nerone pare.

    E’ un grande casino (mi scuso per il termine *grande*)!

  4. CleliaMazzini ha detto:

    E pensare che nel 1934, alla prima della sua opera La donna silenziosa, il cui libretto era stato scritto dal “non ariano” Stefan Zweig, Richard Strauss si era categoricamente rifiutato di cancellare dal cartellone, dai manifesti e dai dépliants il nome del librettista. Giocandosi in questo modo la presenza del neo-autoproclamato Führer Adolf Hitler nel teatro di Dresda, scelto per la prima rappresentazione.
    Col tempo, purtroppo, Richard Strauss avrebbe avuto modo di smentire questa sua iniziale “autonomia”, frutto di quello che dovrebbe essere il “territorio libero ed indipendente dell’arte” (come, giustamente, ebbe a definirlo qui da noi Enrico Emanuelli).

    Ciao, Clelia

  5. amfortas ha detto:

    Sono un wagneriano fradicio, conosco le lettere e gli scritti di Wagner.
    Era sicuramente antisemita, ma non m’interessa quando ascolto la sua musica.
    È stato detto giustamente, anche qui, che ad un grande artista non necessariamente corrisponde un grande uomo.
    Bisogna rassegnarsi, è sempre stato così e sempre sarà e tutti gli esempi qui riferiti lo attestano.
    Concordo sulla circostanza che Viaggio è uno dei libri fondamentali del secolo scorso.
    Saluti a tutti voi.

  6. annaritav ha detto:

    Però fa un po’ male pensare che un grande artista possa essere stato un uomo meschino perché ho sempre immaginato l’arte, la genialità, il talento come un fluido che scorre ed elettrizza l’intero essere. Accettare che un grande artista non sia un grande uomo mi è penoso e difficile, soprattutto perché sento intaccarsi e corrodersi intimamente, inesorabilmente, una parte del rispetto e dell’ammirazione per la sua opera. Buona serata. 🙂

  7. oyrad ha detto:

    Annarita ha, almeno secondo me, usato proprio il vocabolo giusto: meschinità. La meschinità delle cose che ha detto Strauss è, in un certo senso, ancor più insopportabile della sua stessa adesione al nazismo. Tornando a Wagner, ho appena sfogliato il volumone di Bernard Denvir sull’ Impressionismo, dove ricordavo che c’ era un ritratto di Wagner realizzato da Renoir, del 1882. Il ritratto del musicista è stato realizzato dal pittore (Renoir era un suo ammiratore) al termine del suo viaggio in Italia, e durante la breve seduta di posa per il ritratto i due hanno discusso della “cattiva influenza degli ebrei nella musica”. La notizia di questa conversazione mi ha molto colpito: mi piacerebbe sapere quale è stata la posizione di Renoir riguardo all’ argomento di questa conversazione con Wagner.

  8. sabrinamanca ha detto:

    Credo che ci si debba rassegnare al fatto che non si è perfetti. Può sembrare una banalità ma ci si attende sempre da colui o colei che apprezziamo o stimiamo “incondizionatamente” per la sua opera, di essere “coerente” con quest’ultima, di rispondere cioè alle nostre aspettative. Questo non è semplicemente possibile o quando lo è, lo è per coincidenza.
    Il genio lo riconosciamo per ciò che ci mostra. Dovremmo esser capaci di arrestarci e non andar oltre.
    L’animo umano è capace di coniugare una sensibilità estetica e un’inventiva formidabili con l’animo più gretto che si possa immaginare ma allo stesso tempo d’attendersi sempre, cieco di fronte alle continue prove del contrario, di chiudere l’ipotetico cerchio.

  9. lucamadeus ha detto:

    accidenti, ma anche qui da te è un’autentica meraviglia! stasera è già il secondo scrigno che trovo

    se parliamo del buon Richard, allora andiamo sul sicuro: lo adoro! per altro, col tempo, sono riuscito a reperire gran parte delle sue (pochissime) opere per piano, tra cui la splendida Sonata op.5

    però, niente mi fa vibrare come il Capriccio e i Vier Letzte Lieder, suo testamento spirituale…

    linkata anche tu, ora non mi sfuggi più (pure al rima, curioso! ;))
    notte
    L.

  10. gabrilu ha detto:

    La qualità dei vostri commenti è tale che rispondere diventa davvero impegnativo ed infatti… questa volta non rispondo. Non nominativamente, almeno 😉

    Avevo messo il titolo “dissonanze” a questo post perchè è un termine musicale che mi sembra perfetto per descrivere il disagio del quale la maggior parte di noi si trova a dover prendere atto di fronte a situazioni come quella descritta da Klaus Mann. Disagio che ci troviamo costretti in qualche modo a gestire ed a razionalizzare.

    Con la scissione (una cosa è il mio giudizio sull’artista, altra cosa può essere il mio giudizio sulla persona).
    Con la agnizione (preferisco non saper nulla della vita di un artista che amo, potrei venire a conoscere cose che non mi piacciono).
    Con il rifiuto (come uomo è spregevole, “e quindi” non voglio leggere/ascoltare/vedere le sue opere). Belle le espressioni “lobotomia artistica” e “pulizia art-etnica”, rendono molto bene il concetto
    Con l’accettazione della dissonanza (l’essere umano è “uno, nessuno e centomila”, e di questo, mi piaccia o non mi piaccia, devo prender atto).

    Anche le “colpe” però non sono tutte eguali: c’è da distinguere e stabilire una scala di priorità: acquiescenza passiva, appoggio e/o condivisione ideologica, azione diretta. Comportamenti “meschini”. Distinguere nella scala delle responsabilità.

    Su Wagner: ci torneremo. Intanto, Oyrad, proprio oggi, guarda la coincidenza, su Terres de Femmes Angèle Paoli ha messo un post proprio sul ritratto di Wagner dipinto da Renoir (a Palermo, guarda un po’)

    Un benvenuto ad

    Amfortas, sono anch’io una wagneriana sfegatata (se capita, magari in seguito entreremo nei particolari). Solo per l’artista, però, chè come persona… per carità…

    Luca, il tuo blog è splendido, te l’ho già scritto e lo vado ripetendo a tutti quelli che mi capitano a tiro 🙂

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