L’OPERA E IL SUO DOPPIO.DALLE LETTERE – GUSTAVE FLAUBERT

Copertina libro Gustave Flaubert, L’OPERA E IL SUO DOPPIO. Dalle lettere. A cura di Franco Rella, p.466, Fazi Editore, 2006, ISBN 88-8112-792-X

Da tempo desideravo  leggere l’epistolario di Flaubert, ma sono sempre arretrata davanti alla sua mole: è infatti sterminato e comprende più di 3500 lettere. Io avevo già il mio bel da fare con quello — altrettanto e forse ancor più sterminato — di Proust. Dunque mi ero rassegnata a rinunciare a Flaubert. Questo volume è stato per me provvidenziale.

Franco Rella, docente di estetica a Venezia, ha curato infatti una raccolta selezionando, annotando, commentando circa 500 lettere che coprono l’intero arco della vita di Flaubert e ne illuminano tutti gli aspetti importanti: dalle forti esperienze del lunghissimo viaggio in Oriente fatto prima di rintanarsi per sempre nella sua casa di Croisset ai suoi rapporti con le donne (madre, amanti, amiche di penna, scrittrici, prostitute) alle sue amicizie maschili, ai tormenti della sua attività di narratore.
Dopo aver letto questa raccolta, mi sono ritrovata a considerare il Flaubert letto prima (romanzi e racconti) in maniera molto diversa. Credevo di conoscere abbastanza bene quest’autore e mi sono resa conto che questa conoscenza era invece superficiale.

L’opera e il suo doppio. Mai titolo di un epistolario fu più appropriato.

Da questa selezione emerge infatti il cantiere del grande narratore francese.

Pagina dopo pagina lo si osserva in tutte le fasi della preparazione, della stesura e della pubblicazione delle sue opere — da Madame Bovary a Salambô all’Educazione sentimentale — standogli accanto mentre lima all’infinito la sua scrittura per trovare la frase perfetta (“che io crepi come un cane piuttosto che affrettare di un secondo una frase che non è ancora matura”), si tormenta sulla questione dello stile (“Non si arriva allo stile se non con un lavoro atroce, con un’ostinazione fanatica e devota”), sulla aderenza della forma al contenuto; sulla necessità di essere lui, l’autore, presente dappertutto nei suoi libri ma non comparire mai (“l’autore nella sua opera deve essere come Dio nell’universo, presente ovunque e ovunque invisibile”)

E’ il Flaubert che scrive “Essere bête, egoista e avere una buona salute, ecco le tre condizioni richieste per essere felici” e quello che ancora poco prima di morire scrive a Guy de Maupassant “la settimana prossima portami la lista degli idioti che fanno recensioni sedicenti letterarie”.

Ma da questa lettura vien fuori anche l’altra faccia di Flaubert, quella che, leggendo i suoi libri, non avevo sospettato esistesse. Oddio, qualcosa avevo intravisto con Salambô, ma si era trattato più che altro di un’intuizione. Tanta era, infatti, la sua cura nell’essere presente ma invisibile perchè “più si è personali più si è deboli”.

Il Flaubert che mi hanno rivelato le lettere è ipnotizzato dalle movenze lascive dei danzatori  del ventre egiziani “brutti ma affascinanti di corruzione, degradazione intenzionale nello sguardo”. Parla senza reticenze delle proprie esperienze di sodomia consumate nei bagni arabi con “un giovane gagliardo che aveva segni di vaiolo” e dice “ripeterò l’esperienza”. Corre forsennatamente a cavallo incontro alla Sfinge, frequenta le più sordide puttane dei fangosi vicoli del Cairo e di Atene. E’ il Flaubert che non dimenticherà mai la notte trascorsa in giochi erotici con la celebre cortigiana e danzatrice del ventre Kuchuk-Hanem della quale si trovano tracce in Salambô. Che alla poetessa Louise Colet con la quale avrà una lunga relazione ed un intenso scambio epistolare scrive, appena due giorni dopo aver fatto l’amore per la prima volta “via, ti avrò molto amata prima di non amarti più”

Si delineano dunque, per chi abbia già una conoscenza anche sommaria dei suoi romanzi e dei suoi racconti, due mondi paralleli e diversissimi, due stili di scrittura opposti ma complementari. Due scrittori. Due persone.

Se dovessi sintetizzare in pochissime parole quello che ho ricavato da una lettura che si è rivelata  inesauribile fonte di sensazioni, di stimoli ed anche di interrogativi direi che quello che mi ha maggiormente interessata è stata la “questione di stili”. Al plurale.

Perchè tanto il Flaubert diurno (il narratore) è controllato, oggettivo, essenziale ed asciutto nello stile — “Chi non ha saputo limitarsi non ha mai saputo scrivere” –, tanto più il Flaubert notturno, quello che scrive interminabili lettere in un flusso ininterrotto che avrebbe fatto schiattar d’invidia persino Molly Bloom è istintivo, impudico, ridondante, logorroico e torrenziale. “Il luogo in cui si dà tutto intero è la lettera” dice giustamente Rella. Ed ancora: “Qui egli esprime l’ansia per la bellezza e l’attrazione per il sordido […] l’esaltazione per gli ideali ed i miasmi della vita.

Lo stesso Flaubert, in una lettera del gennaio 1852 aveva scritto a Louise Colet: “ Ci sono in me, letterariamente parlando, due tipi distinti: uno che è preso da clamori, dal lirismo, dai grandi voli d’aquila e da tutte le sonorità della frase e dai vertici dell’idea; l’altro che fruga e scava il vero quanto può, che ama far risaltare il fatto minuto con altrettanta potenza che quello grande, che vorrebbe far sentire quasi materialmente le cose che riproduce; quell’altro ama ridere e si compiace delle animalità dell’uomo.”

Secondo Gide, l’epistolario è “l’opera più grande” di Flaubert. Secondo Rella, è un’opera “che è pari o forse superiore ai suoi romanzi” , il suo “romanzo nascosto”. Chiuso il volume, mi sono chiesta: “ed io, quale di questi due scrittori preferisco? Il Flaubert narratore o il Flaubert delle lettere?”. Confesso che la risposta è stata: ancora il narratore. Subito dopo però mi sono detta: “ma devo per forza preferirne uno, di questi due Flaubert?”. Se, come pare abbia detto Flaubert “Madame Bovary c’est moi”, in fondo anche Salambô “c’est lui”.

  • Il libro
  • La pagina dedicata a Flaubert su “La Frusta letteraria” di Alfio Squillaci. Che, tra l’altro, ringrazio perchè è lui che mi ha indicato questa raccolta di Rella.

Informazioni su gabrilu

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9 risposte a L’OPERA E IL SUO DOPPIO.DALLE LETTERE – GUSTAVE FLAUBERT

  1. MariaStrofa ha detto:

    libro sublime!

    in quei casi in cui non voglio nemmeno commentare tranne esprimere ammirazione e basta.

    una sola domanda ma non riguarda flaubert

    “aveva consapevolezza che le lettere sarebbero rimaste?”

    la cosa non cambia nulla, ce l’avesse o meno, sono pagine di critica letteraria, di analisi della scrittura, di rivelazione della propria anima di una grandezza dostoevskijana e scespiriana!

    di quei libri che mi esaltano a tal punto che il senso critico (in me psicolabile) si azzera completamente.

    roba che faccio una mensola apposta ( ne ho già cinque o sei)

    e ci piazzo il libro con un cero elettrico! come ex voto!

    sul serio!

    cosa grandiosa!

    che il tuo post sia bello va da sé (oramai)

    ciao🙂

  2. arden ha detto:

    Insomma, devo correre all’Ikea per un nuopvo scaffale;-))

  3. spol1712 ha detto:

    e vabbè… corro a ikea pure io! Però volevo anche lasciare un atestimonianza: a proposito dello stile e del personale, che ne dite del “mio nome è rosso” di orhan pamuk??? Si gioca tutto su questo tema… Che se l’Eco del Nome della Rosa ci facesse una sosta… ritirerebbe il suo per quanto bel libro!! 😉

  4. gabrilu ha detto:

    MariaStrofa e arden beate voi che avete ancora spazio per piazzare altri scaffali.

    spol1712 Anche tu corri all’Ikea? Se continuate così mi farò dare una percentuale per l’aumento delle vendite…
    Di Orhan Pamuk e di Il mio nome è rosso s’è già parlato qui
    S’è detto anche delle analogie con il romanzo di Eco. E non è detto che Pamuk un’occhiatina al romanzo di Eco non l’abbia data e che qualche ispirazione non ne abbia tratta, scrivendo il suo libro🙂

  5. oyrad ha detto:

    Senza le famose “Billy” dell’ Ikea non so cosa avrei fatto… e tra l’ altro le ho dovute modificare, rinforzandole con viti, bulloni e quant’ altro…

  6. sambigliong ha detto:

    e delle sue crisi convulsive ci son cenni?
    (mi associo ai complimenti).
    remo

  7. GalassiaLibri ha detto:

    Io credo che ogni autore che abbia pubblicato o intenda farlo, sappia, seppur solo inconsciamente, che ciascuna parola che viene fuori dalla sua penna sarà quantomeno oggetto di considerazione. Nessuna scrittura, neppure quella diaristica – escluso qualche raro caso, – è completamente libera dall’influsso di un pensiero simile. La Yourcenar, ad es., poneva attenzione anche al contenuto di un semplice biglietto d’augurio. Io non credo si tratti di egotismo o roba simile, ma solo di una intelligenza vivida. Inoltre, partendo da questo presupposto, la lettura di questi carteggi non specificatamente autorizzati dall’autore mi risulta meno invasiva. Come a dire che certi autori, è qui il caso di F., non potevano non immaginare che i pensieri che hanno macinato le loro menti geniali non sarebbero diventati oggetto di brama da parte dei propri beneamini.
    Detto questo, è anche vero che ci sono certe pubblicazioni che hanno travalicato il limite della decenza: è questo il caso del minimo diario di Elsa Morante, a mio avviso uno scandalo. Intendo affrontare, se riuscirò, questo argomento nel prossimo post diu GL. La coincidenza mi pareva assordante, ecco perchè ho deciso di intervenire.
    Va da sé che acquisterò questo libro, poichè mi pare rientri in quella categoria dove l’impertinenza si maschera con guanti bianchi.
    Grazie per il consiglio….
    Francesca

  8. sabrinamanca ha detto:

    Credo che sia sempre un’impresa coraggiosa, soprattutto se si amano le opere di uno scrittore, azzardarsi nei meandri dei suoi carteggi o addirittura dei diari. Coraggiosa perché, se da un lato presuppone la curiosità di scoprire “l’altro lato”, dall’altro nasconde il rischio, sempre in agguato, che ci deluda.
    Non che debba necessariamente esserci un altro lato, una forte ambivalenza , ma quasi sempre c’è.
    Inoltre si svela a volte la costruzione dell’opera e si smaschera la finzione, si mette a nudo l’autore in quanto uomo ed artigiano.

    Se però si è pronti ad affrontarne le conseguenze il piacere che se ne trae è impagabile.
    La personale esperienza ha sempre confermato e appoggiato la mia curiosità.
    Mi sono innamorata dei diari e delle corrispondenze di Anais Nin e di Virginia Wolf (il meglio che la Wolf ha scritto sono i diari, mi ripeteva un amico inglese, esperto della scrittrice) più che delle loro opere.
    Pessoa ha scritto lettere d’amore ( se così possiamo chiamare le lettere alla fidanzata) di un fascino estremo e di stupefacente ingenuità.
    Le riflessioni e le considerazioni di Tabucchi sulle sue stesse opere sono spesso più interessanti delle opere stesse.
    La scrittura di Flaubert mi raggela nella sua perfezione.
    Cercherò qui l’epistolario o una raccolta scelta di esso.
    Da quello che racconti sul blog, sarà probabilmente l’ evento determinante che mi convincerà a smettere di scribacchiare.
    un saluto

  9. gabrilu ha detto:

    Si, certo sambigliong ci son convulsioni di ogni genere: quelle dovute alla malattia, ed anche tutte le altre. C’è pure la lettera in cui dice di quando vomitò nel vaso da notte mentre scriveva Madame Bovary.

    Francesca/Galassialibri sono d’accordissimo su tutto quello che hai scritto. E ti dirò, allargherei il campo anche a chi non scrive per la pubblicazione. Nel momento stesso in cui si scrive una qualunque lettera, per quanto privata possa essere, si deve mettere nel conto che potrà esser letta da persone alla quale non era destinata. Oggi poi, con la posta elettronica e con la facilità (troppo spesso faciloneria) con cui molta gente forwarda e preme il tasto “send” c’è veramente di che stare all’erta.
    D’accordissimo anche sulla questione dei confini e del quadernetto di Elsa Morante. Leggerò con molto interesse il tuo post su questo tema.
    Intanto, grazie per questo commento

    sabina sono d’accordo anche con te. Mi piace molto leggere epistolari ma lo faccio anch’io sempre con una sorta di ambivalenza e un pizzico di sensi di colpa. Se non lo conosci, un carteggio molto bello è quello tra Hannah Arendt e la scrittrice americana Mary McCarthy (l’autrice, fra altre cose, de “Il gruppo”), pubblicato da Sellerio con il titolo “Tra amiche”. Anch’io ho letto tutto l’epistolario di Virginia Woolf (ma lei, come la Yourcenar, apparteneva alla categoria di quelli che da un certo punto in poi sanno che prima o poi si andrà a frugare tra le loro carte e che verranno pubblicati). Bellissimo, più che le lettere, il Diario.
    Tornando a Flaubert, vedrai, se deciderai di leggere le sue lettere: scoprirai davvero un Flaubert che ti sorprenderà.

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