LA RECITA DI BOLZANO – SÁNDOR MÁRAI

Copertina libro
Sándor Márai, La recita di Bolzano, Traduz. di Marinella d’Alessandro, Pag. 265, Adelphi, Collana gli Adelphi, ISBN 8845919757

Scritto nel 1940 dopo “L’eredità di Eszter” e prima dei grandi romanzi “La donna giusta” (1941) e “Le braci” (1942), “La recita di Bolzano” ha per protagonista Giacomo Casanova.

Lo stesso Márai scrive nell’ Avvertenza all’inizio del testo: “il mio eroe rassomiglia maledettamente a quel viandante intrepido, apolide e tutto sommato, io credo, infelice”.

La descrizione che Márai fa dell’ aspetto fisico del quarantenne avventuriero veneziano è impietosa: non è bello, non è particolarmente prestante. Ha i denti cariati, i capelli cominciano a diradarsi. “era un volto maschile privo di bellezza, di avvenenza, con un naso grande e carnoso, le labbra sottili e arcigne, il mento aguzzo, prepotente; […] piccolo di statura aveva il ventre un po’ prominente […] è incomprensibile, pensò Teresa […] cos’è che lo rende così amabile agli occhi delle donne?”.

Perchè Casanova affascina, piace alle donne e vive un’esistenza da libertino, sempre alla ricerca della felicità, senza mai trovarla. Affetto forse da “impotenza amorosa”— come gli dirà il Conte di Parma — perennemente in fuga dalla solitudine (“tutto, fuorchè essere soli!” si disse, e rabbrividì) e da “quel morbo orribile, insidioso e terrificante che era la noia” non è sprovvisto, tuttavia, di una sorta di etica perchè, egli dice “esiste una virtù particolare, che altro non è se non la fedeltà assoluta alla nostra natura, al nostro destino ed alle nostre inclinazioni”. Ed è forse per questo che l’Inquisizione veneziana l’ha buttato a marcire ai Piombi cercando di neutralizzarlo perchè “non vi è nulla di più pericoloso di un uomo che rifiuta di sottomettersi alla tirannia”.

La storia che ci racconta Márai inizia quando Giacomo, appena fuggito dalle carceri veneziane, accompagnato da Padre Balbi, un monaco “depravato”, giunge a Bolzano, tappa intermedia di un viaggio che, nelle intenzioni, dovrebbe portarlo verso Monaco e le corti europee. Ma a Bolzano “l’aspetta il destino”. La città non gli piace ma Giacomo non riparte perché scopre che proprio a Bolzano risiede Francesca, l’unica donna che abbia amato, per la quale in passato ha affrontato un duello — rimanendo gravemente ferito — con quello che poi è diventato il marito di Francesca, il Conte di Parma. La sua figura, il suo viso, la nostalgia per un sentimento inespresso e impossibile l’hanno accompagnato nel tempo. Ma ora che Francesca è vicina, ora che potrebbe riallacciare segretamente una relazione con lei, interviene il marito, un uomo ricchissimo e molto potente (è cugino del Re di Francia ed ha stretti legami con l’Inquisizione di Venezia) anziano e gelosissimo, con una richiesta molto particolare, che rimescola le carte e trasforma la situazione. A Giacomo viene comandata una vera e propria recita che possa far “guarire” la donna dalla sua passione per il veneziano. “Pagherò un prezzo alto per te, Giacomo – dice il Conte di Parma andando a trovare il libertino direttamente nella sua stanza alla Locanda del Cervo – com’è giusto che sia quando uno compra un regalo perché la sua vita volge al termine ed egli, in segno di congedo, vuole offrire qualcosa alla donna, all’unica donna che ama”.

“Sali sulla scena, Giacomo, e tieni una recita a Bolzano”

Giacomo accetta (“Allora che aspetti? Comincia a vestirti, vecchio commediante, illusionista avvizzito!”). L’esito di questa recita non sarò io a rivelarlo.

“La recita di Bolzano”, con la sua ambientazione settecentesca, il riferimento ad un personaggio storico ambiguo ed affascinante e realmente esistito come Giacomo Casanova sembra, a prima vista, qualcosa di anomalo rispetto agli altri romanzi di Márai, tutti rigorosamente ambientati nel suo presente. A legger bene però ci accorgiamo di ritrovare in esso tutti i tratti caratteristici della narrativa dello scrittore ungherese: la maestria nell’analizzare rapporti affettivi all’insegna dell’ambiguità, ad esempio. Relazioni sempre in bilico tra amore ed odio, attrazione e ripulsa. Relazioni triangolari (come ne “Le braci” o “La donna giusta”); il doppio registro narrativo della voce narrante e dei lunghissimi monologhi in cui quasi sempre si parla di un terzo assente. La impossibilità di conoscere e di conoscersi fino in fondo viene qui magnificamente esplorata attraverso l’allegoria della maschera che, declinata in varie forme, raggiunge il culmine con la rappresentazione di un uomo che si maschera da donna per sedurre una donna e di una donna che si maschera da uomo per sedurre un uomo. La maschera, cioè la costrizione a recitare un ruolo artefatto. Come in una recita, come sul palcoscenico della vita.

Il vero Casanova si rivelò, seppure negli ultimi anni, uno scrittore che con l’ “Histoire de ma vie” ci ha lasciato uno dei libri più affascinanti della letteratura e uno straordinario documento sulla vita, gli usi, la cultura del Settecento europeo. Non credo sia inutile ricordarlo, perchè proprio il tema della scrittura è molto presente in questo romanzo di Márai. La polarità vita/scrittura (“alla fine. Scriverò alla fine” dice Giacomo a Balbi che gli chiede: “Quando ti metterai a scrivere?”), il potere sovversivo della parola scritta, il mettere per iscritto un messaggio d’amore che rende la lettera d’amore “un atto impudico”, la lunga riflessione sui vari tipi di scrittori, tutto ciò converge nell’idea di scrittura come “linguaggio fatale”.

Troviamo anche, in questo libro i primi accenni al tema delle braci, come le prime note, i primi accordi che annunciano quello che costituirà il leit motiv e la materia prima del romanzo “Le braci”, da molti considerato il capolavoro di Márai: “esiste un fuoco fatale che sonnecchia sotto le braci […] le fiamme e le braci accese e attizzate nel cuore umano dal volere divino non possono essere spente dalle mani degli uomini” (p. 260-61)

Ed infine, la scelta stessa di mettere come protagonista del suo romanzo un Casanova definito da Márai “viandante intrepido, apolide e tutto sommato, io credo, infelice” non credo proprio sia stata casuale. Non è improbabile che in questa figura Márai in qualche modo vedesse un po’ del se stesso senza patria, apolide e tutto sommato anche lui sempre infelice.

Nota sulla copertina di questo volume Adelphi: Wladyslaw Czachorskj, Segreti (1887, particolare) Museo Nacional de San Carlos, Mexico City

Informazioni su gabrilu

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12 risposte a LA RECITA DI BOLZANO – SÁNDOR MÁRAI

  1. arden ha detto:

    Passare di qui non lascia mai insoddisfatti: ogni volta si trovano mille spunti e stimoli per la curiosità, ed un discorso sempre limpido, penetrante pieno di intelligenza e amabilità.

  2. PaoloFerrucci ha detto:

    Leggendo i tuoi post su Màrai, mi sto innamorando di questo autore “a prescindere”.
    Grazie, Gabrilu, lo farò mio.🙂

  3. MariaStrofa ha detto:

    cara gabrilu: e che posso dire? quoto il ferrucci giacché infandum ecc…

    ciao🙂

  4. gabrilu ha detto:

    Arden non so cosa dire. Perchè avrei troppo da dire, e quindi taccio. E guarda un po’, sono così presuntuosa da essere sicura che tu capisci quello che intendo dire

    Paolo ebbene si, io sono innamorata di Marai (ma forse ormai s’è capito, nevvero?😉
    Purtroppo ormai in italiano non ho che due suoi romanzi da leggermi. Dovrò resistere alla tentazione di divorarmeli subito per coservarmeli accuratamente per i momenti di crisi.
    Fu per amore di Proust e Balzac che imparai a leggere il francese. Sospetto però che il mio amore per Marai non mi sarebbe di molto aiuto per imparare a leggere in ungherese😦

    Come ho avuto modo di scrivere già (non mi ricordo dove) i miei due libri di Marai preferiti in assoluto non sono i romanzi, ma i due volumi di memorie: “Confessioni di un borghese” e “Terra….Terra..! (sempre la non mai abbastanza da me lodata Adelphi, of course e genuflessione).
    Letti, riletti e straletti. Diciamo pure, suvvia, che li so a memoria. Ma si, diciamolo. Di essi non sono reperibili tracce sul mio blog solo perchè li ho letti prima che avesse inizio questa mia impresa blogghettara.

    MariaStrofa E che puoi dire, mi dici? Ma Lei, cara Mary, con quei baffi feidoieschi può dire quello che vuole, ohibò e poffarbacco

  5. annaritav ha detto:

    I tuoi post, insieme con quelli di Clelia Mazzini, sono portatori di quel genere di influenza per la quale fortunatamente non esiste vaccino, la febbre dei libri, che scivola spesso nel “furore d’aver libri”…
    Garantito che seppure il vaccino esistesse, me ne infischierei bella mente! Grazie e buona serata.

  6. amfortas ha detto:

    Confessioni di un borghese è magnifico, davvero.
    Invito te e tutti i tuoi lettori ad un piccolo certame letterario, per ricordare un amico.
    Ciao.

  7. gabrilu ha detto:

    annarita magari riuscissi a trasmettere in qualcuno che non ne fosse già affetto di suo il virus della voglia di leggere!

    amfortas se ti è piaciuto “Confessioni di un borghese” ti consiglio vivissimamente “Terra..Terra…!” forse ancora più bello anche se in realtà mi è difficile scegliere

    Il tuo post sul certame letterario l’avevo già visto ed apprezzato molto. In quanto a partecipare anch’io… vedrò, proverò… Non so se ci riesco, a produrre qualcosa di decente…

  8. oyrad ha detto:

    “Sospetto però che il mio amore per Marai non mi sarebbe di molto aiuto per imparare a leggere in ungherese :-(”
    Proprio in questi giorni ho ascoltato alcune composizioni canore di G. Ligeti, fra le quali una bellissima “Negy lakodalmi tànk” (Quattro danze nuziali), tutta cantata in ungherese e composta su un adattamento di tradizionali canti nuziali: certo, una lingua per noi non facile, ma con sonorità a mio parere davvero molto belle. Segnalo semplicemente che la precedente copertina di questo romanzo, pubblicato dallo stesso editore, ma ancora nella collana “Biblioteca Adelphi”, aveva in copertina un dipinto che credevo di Pietro Longhi, ma che in realtà è-o dovrebbe essere- un “insospettabile” Tiepolo.

  9. gabrilu ha detto:

    Oyrad Marai diceva (lo dice ne “La donna giusta”) che l’ungherese “è la sola lingua che il diavolo rispetti” (nel senso che è assolutamente minoritaria, difficilissima, non collegata con altre lingue del circondario, e che perciò non se la fila proprio nessuno). E se lo diceva lui…

    …Però è vero, che l’ungherese è molto musicale. Quando sono stata per quindici giorni a Budapest, l’estate scorsa, mi deliziavo a sentirli parlare. Che non capissi nemmeno una parola di quello che si dicevano questo è assolutamente scontato, ovviamente. Però era bello, ascoltarli parlare tra loro.

    In quanto alla copertina di oggi e di ieri: sai una cosa, Oyrad? Comincio a preoccuparmi sul serio, per questa tua fissazione sulle copertine ^___^

  10. elena6 ha detto:

    Davvero grazie!

  11. MariaStrofa ha detto:

    gabrilu, ieri ho comprato “confessioni di un borghese”.🙂

    ciao

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