POVERI, NON STUPIDI

Emigrazione/immigrazione/integrazione. Una delle tante sfaccettature con cui si presenta il tema principale dell’intera opera di Orham Pamuk: il difficile rapporto tra Oriente e Occidente.

“Per favore, ascoltatemi, — disse il giovane curdo appassionato. — Dirò solo poche parole. Forse si ha pena dei poveri quando sono considerati individualmente, ma se è povero un intero popolo, tutto il mondo pensa che quel popolo sia stupido, senza cervello, pigro, sporco e incapace. Invece di averne pena, si ride di loro. Si considerano ridicole la loro cultura, le loro usanze e le loro abitudini. Poi, a volte si vergognano di questi loro pensieri e smettono di ridere, facendo anche finta di trovare interessante la loro cultura, anzi di trovarli uguali a loro stessi, perchè gli immigrati di quel paese che spazzano per terra e fanno i lavori più schifosi non si ribellino. […] Così un occidentale, quando incontra uno che viene da una nazione povera, subito prova istintivamente disprezzo nei suoi confronti. Pensa che sia in queste condizioni perchè appartiene a un popolo stupido. L’occidentale pensa che abbia molto probabilmente la testa piena delle stesse assurdità che hanno reso il suo popolo povero e bisognoso.” (p.256)

Orhan PAMUK, Neve, Einaudi, Collana Super ET

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10 risposte a POVERI, NON STUPIDI

  1. khinna ha detto:

    Sto leggendo Istanbul, ma un po’ a fatica, non so spiegarmi il perché, magari non è il momento:( Comunque ordinerò il libro che hai recensito della Bedford (qui ai confini del regno una libreria decente è un lusso)
    ciao buona pausa
    cris

  2. gabrilu ha detto:

    khinna che strana coincidenza, anche a me Pamuk risulta “faticoso”.
    Mi piace quello che scrive, mi piace come scrive ma la sensazione dominante è la “fatica”. Era già successo con Il mio nome è rosso.
    Qui puoi leggere i miei appunti di lettura
    E dire che ho affrontato tomi ben più ardui e complessi di quelli di Pamuk…
    E’ uno scrittore che apprezzo molto ma più con la testa che con il cuore e capisco che molto difficilmente mi verrà la voglia di rileggerlo. Non c’è nulla che non mi piaccia, dell sua scrittura, ma… “non mi acchiappa”. Che strano.
    Se e quando vorrai scrivere le tue impressioni su Istanbul le leggerò molto volentieri.

  3. annaritav ha detto:

    La mia unica lettura di Pamuk risale a molti anni fa, per la precisione a “Roccalba” e non conservo un ricordo particolarmente vivido dell’esperienza. Mi interessa molto la sua decisa presa di posizione sul massacro degli armeni, in parte anche perché sto leggendo “La masseria delle allodole” di Antonia Arslan. Buona serata e grazie, come sempre.

  4. PattyBruce ha detto:

    “Neve” lo inizierò tra poco. Come ho avuto modo di commentare riguardo al post su “Il mio nome è rosso”, personalmente questa fatica non la sento.D’altrode e sentissimo tutti alla stessa maniera, saremmo degli automi.Saluti da una che odia Hemingway.

  5. arden ha detto:

    Anch’io ho trovato “Istanbul” non facile, a dispetto dell’interesse con cui l’ho cominciato. Non sono poi riuscita a finirlo.
    Credo che sia faticoso il modo in cui organizza il racconto: sembra sempre promettere qualcosa che poi non mantiene.

    Gabrilù, hai ragione: c’è bisogno, ogni tanto di una pausa.
    Spero però che tu torni presto: i tuoi post mi mancheranno.

  6. gabrilu ha detto:

    Annarita per quanto riguarda le sue posizioni politiche Pamuk ha tutto il mio rispetto e la mia approvazione. Credo d’altra parte che proprio le sue posizioni politiche ed il fatto di essere preso di mira dagli integralisti anti-Occidente siano state di fatto decisive nel far pendere l’ago della bilancia del Nobel dalla sua parte. Non che mi dispiaccia che abbia avuto il Nobel, tutt’altro; P. è un eccellente scrittore, i suoi sono libri di solida struttura ed ampio respiro. Tratta — e bene — un’ampia gamma di temi molto attuali ma anche universali. Però se il criterio della persecuzione politica dovesse rivelarsi sempre decisivo nell’assegnazione del Nobel (lo fu per Pasternak, per quello scrittore cinese di cui non ricordo il nome ed anche per altri), i vari Roth, Kundera, DeLillo, Eco mi sembra abbiano ben poche speranze di vederselo attribuire, almeno allo stato attuale…

    “La masseria delle allodole” deve essere un libro straziante, come tutti i libri che parlano di atrocità e stermini.

    Patty Mi sembra che nessuno qui abbia messo in dubbio la validità di Pamuk come scrittore. Si parlava piuttosto del sentirsi più o meno in empatia con i suoi libri, tutto qua.
    In quanto ad Hemingway, non è uno dei miei scrittori preferiti, ma apprezzo molto il suo stile di scrittura. Grazie anche a Kundera, che con un bellissimo saggio contenuto ne “I testamenti traditi” mi ha aiutata a cogliere la bellezza dei racconti di H. ed a comprendere la raffinatezza dei suoi dialoghi.

    Arden Avrei già una voglia matta di dire la mia su “Neve” ma non voglio farlo così, a spizzichi e bocconi. Leggerò con interesse le opinioni di Patty quando l’avrà letto anche lei.
    Interessante però, ammettiamolo, che già più di una lettrice “forte” (perchè io tali reputo annarita, khinna, te) si è pronunciata sulla pesantezza di questo scrittore, pur dichiarando di apprezzarlo, complessivamente. Varrebbe la pena approfondire.

  7. gabrilu ha detto:

    In effetti i libri di Pamuk contengono molte pagine utili a comprendere il rapporto tra Oriente e Occidente, lui dice cose che io ho potuto ascoltare nelle mie ricerche di campo, dunque è portatore di un discorso molto diffuso.
    Anche io ho trovato la scrittura di Neve un po’ “pesante”, ma è vero che in senso di pesantezza è un’atmosfera che permea tutto il libro. Il mio nome è rosso l’ho letto invece in francese, divorandolo tanto era scorrevole. Quindi mi chiedo se non si tratti anche di una questione di traduzione. ciao gabrilù

  8. utente anonimo ha detto:

    Barbara benvenuta🙂
    la cosa più interessante per me che l’Oriente lo conosco solo attraverso i media e la carta stampata è che Pamuk mi obbliga in qualche modo a modificare la mia prospettiva assumendo un punto di vista diverso su alcune cose che riguardano il mondo dal quale lui proviene e del quale scrive. Per esempio tutta la questione del significato che di volta in volta può assumere il mettere o il non mettere il velo da parte delle donne (appartenenza politica, religiosa, gesto di conformismo o, al contrario, di ribellione e trasgressione). E, specularmente, imporre loro di metterlo o di toglierlo.
    Una cosa del genere l’avevo trovata anche in “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi, a proposito del diverso significato che il velo assumeva per la madre della scrittrice o per le sue studentesse.

  9. gabrilu ha detto:

    Bellissime parole, grazie per averle postate. Sento il desdierio di ringraziare quando le parole che leggo mi fanno sentire meno sola e più unita a chi soffre e viene troppo spesso dimenticato Ciao Giulia

  10. Anonimo ha detto:

    Giulia sono io che ringrazio te perchè mi hai dato l’occasione di scoprire il tuo blog

    Molto bello il tuo post “Anna Politkovskaja e Putin in Italia”.

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