NEVE – ORHAN PAMUK


Orhan PAMUK, Neve, traduz. di Marta Bertolini e Semsa Gezgin, Einaudi, Collana Super ET, p.470, 2007, ISBN 8806186183 Il romanzo è del 2002 (“Il mio nome è rosso” del 2000) ed è stato pubblicato in Italia nel 2004. Il racconto si svolge a Kars, una cittadina della provincia anatolica della Turchia orientale. Credo si tratti dell’unico romanzo di Pamuk non ambientato ad Instanbul. Protagonista il poeta Ka, da tempo esule in Germania per motivi politici, che si reca a Kars dopo un breve soggiorno a Istanbul. Ufficialmente per condurre un’indagine giornalistica: alcune studentesse universitarie si sono tolte la vita, perché è stato loro impedito di indossare il velo in aula. In realtà, ad attirare il poeta in questa città, remota e triste ma a suo modo ricca di fascino, completamente ricoperta dal bianco della neve che incessantemente cade, è la speranza di poter rivedere il suo grande amore Ipek e di convincerla a trasferirsi con lui in Germania . Il soggiorno a Kars si trasforma però ben presto, per Ka, in un impatto con la Turchia più profonda. Kars diventa il microcosmo rappresentativo ed emblematico delle mille contraddizioni di un Paese lacerato e conteso tra i laici filo occidentali che credono nello Stato fondato da Atatürk e religiosi; tra curdi e fondamentalisti islamici. L’isolamento totale anche se temporaneo (dura solo qualche giorno) della cittadina dovuto alla caduta incessante della neve che ha provocato la chiusura delle strade d’accesso favorisce l’esplodere del conflitto fra sostentori della laicità dello Stato e fondamentalisti islamici. L’occasione è la messa in scena, nel teatro locale, di un dramma degli anni Venti in cui una donna brucia in pubblico il suo chador. Ka rimane coivolto suo malgrado in tutto questo e si ritrova nel ruolo non cercato di mediatore fra le opposte fazioni. Mentre la neve continua a cadere, e lui a poetare. La struttura narrativa del romanzo, a differenza di quella di “Il mio nome è rosso” che prevedeva una polifonia di voci narranti è qui molto tradizionale. La voce narrante è una sola: quella fuori scena dello scrittore Orhan Pamuk che racconta le vicende del suo amico Ka. Una voce narrante a volte distaccata, qualche volta onniscente, ma che man mano che il racconto procede va sempre più umanizzandosi e che si percepisce come sempre più emotivamente e concretamente coinvolta nelle vicende di cui narra. Tutta la vicenda si svolge nell’arco di due giorni. Molti i personaggi, tra i quali quelli femminili di Ypek e Hande — due anche qui, come ne “Il mio nome è rosso” — molto complessi e sfaccettati e tra i più interessanti (Pamuk si conferma un grande conoscitore della parte femminile dell’umanità…). Ho terminato di leggere “Neve” il giorno prima della mia partenza per Budapest. Sul fatto che Pamuk sia un grande scrittore non ho dubbi. La lettura di questo romanzo mi ha però lasciata molto perplessa e con una grandissima sensazione di stanchezza. Le ultime cento pagine le ho trovate proprio pesanti, le ho lette arrancando, non ne potevo proprio più. Dopo uno splendido avvio e circa duecento pagine assolutamente magnifiche per atmosfera, ritmo, interesse dei temi lanciati, da metà libro in poi molti di questi temi vengono abbandonati senza apparente motivo, il ritmo si fa monotono, la sensazione di artificio sempre più fastidiosa, l’arte appare sempre più mestiere. Di altissimo livello, intendiamoci, ma pur sempre mestiere. Mi ha parecchio infastidita, ad esempio, l’artificiosità e la meticolosità della costruzione dell’opera poetica di Ka plasmata puntigliosamente sul modello esagonale della struttura del fiocco di neve. La simmetria (che è anche il titolo della seconda poesia di Ka) che sembra costituire una delle principali preoccupazioni di Pamuk, in questo romanzo, mi sembra non regga fino in fondo. Anche questa volta, come ne “Il mio nome è rosso”, il romanzo parte da un mistero da risolvere: perchè questa epidemia di suicidi di ragazze? Perchè tutte queste morti? Ma ben presto questo tema passa in secondo piano. Ed è un vero peccato che Pamuk quasi lo abbandoni, dopo aver stimolato interesse e curiosità con una serie di notazioni ed interrogativi tutt’altro che banali. Le ragazze si uccidono “perchè non vengono ammesse a scuola con quella bandiera, quel simbolo dell’Islam politico” (p.23). Il velo come simbolo politico e come paradosso: Allah vuole che le donne portino il velo, ma proibisce il suicidio. Perciò “se Teslim è morta suicidandosi, questo vuol dire che è morta peccando. Perchè il sacro ventinovesimo verso della Sura delle donne vieta con parole molto chiare il suicidio” (p.119). Quindi si tende a negare che le ragazze si siano suicidate a causa del velo perchè una ragazza che si suicida è comunque “morta da infedele” (p.119). Oppure: “Alle ragazze a cui avevano detto per anni “Coprite la testa”, ora dicevano “Scoprite la testa”, lo Stato vuole così” (p. 121). O ancora le parole di Hande che spiega a Ka “Pensare al suicidio, per molte di noi, vuol dire entrare di nuovo in possesso del nostro corpo” (p.131) Ma di tutta questa tematica, che già da sola potrebbe costituire la ragion d’essere di un unico libro, Pamuk da un certo punto del romanzo (a metà circa) non si occupa praticamente più…Perchè? Mah. La narrazione degli intrighi politici e dell’opera poetica di Ka prendono decisamente il sopravvento e delle ragazze suicide non si parla più. La sensazione è che Pamuk abbia voluto mettere troppa carne al fuoco, lanciare troppi temi e che non sia riuscito poi a tenerli tutti a bada e a gestirli con uguale fermezza. Nel romanzo c’è amore, amicizia, religione, politica, poesia e letteratura, condizione della donna … Forse un po’ troppa roba. E allora Pamuk mi è sembrato a volte come un Ben Hur che, ad un certo punto della corsa, non riesca più, nonostante la sua grande esperienza e maestria, a tenere salde le redini della quadriga ed a mantenere i cavalli allo stesso ritmo. Se poi i “cavalli” sono più di quattro… qualcuno rimane lungo la strada. Delle quattro note che all’inizio del romanzo sembrano essere le dominanti ( neve, silenzio, velo, poesia) mentre quello del velo, come ho già detto, in qualche modo si perde per strada, la neve costituisce il collante, leit motiv, filo conduttore e metafora portante di tutto il libro, a cominciare dall’incipit “Il silenzio della neve”. La neve è qualcosa di concreto perchè blocca l’accesso alla cittadina ma è anche grande metafora religiosa perchè “fa pensare ad Allah” (p.103). La neve “riempie il cuore d’amore” (p.105). “Neve” si intitola la poesia più importante che Ka scrive durante la sua permanenza a Kars perchè il fiocco di neve “in qualche modo descriveva la sua vita” e rappresenta “il risultato della simmetria segreta della sua vita” (p.95). Ed infine, come già detto, è sulla struttura simmetrica del fiocco di neve che Ka articola e modella la sua poetica: cioè la sua ragion d’essere. Interessante notare che il titolo originale turco del romanzo, è “Ka”. Mi sembra quindi ci sia un gioco di nomi che si inseguono: Ka = neve, Kars la città. E c’è infine il nome del protagonista che mi sembra assolutamente non casuale e che costituisce il terzo vertice di questo triangolo di nomi. Perchè Ka in realtà si chiama Kerim Alakusoglu ma ci vien detto subito che “dato che il suo nome non gli piace affatto preferisce farsi chiamare con le prime lettere del suo nome: Ka” (p.5). A me torna in mente il K. kafkiano che, in mezzo alla neve pure lui, si accinge a raggiungere il Castello… “Neve” contiene, ovviamente, pagine stupende sul rapporto tra Occidente ed Islam e ne potrei citare davvero parecchie. Mi limito a poche righe che riguardano il modo con cui il mondo islamico percepisce l’atteggiamento degli occidentali nei confronti della letteratura e dell’arte in genere: “Ogni volta che loro [gli occidentali] scrivono poesie o cantano canzoni, parlano a nome di tutta l’umanità. Loro sono uomini, noi invece siamo soltanto musulmani. Se siamo noi a scrivere poesie, diventano automaticamente poesie etniche” (p.300). Guardarsi almeno ogni tanto con gli occhi dell’Altro è sempre cosa salutare.

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2 risposte a NEVE – ORHAN PAMUK

  1. arturo bandini ha detto:

    Il titolo originale non è Ka ma Kars, il nome della cittadina che in italiano significa neve. Per il resto sono quasi daccordo con tè, nella parte centrale diventa un pò noioso ma le ultime pagine sono molto poetiche.

  2. gabrilu ha detto:

    @arturo bandini
    ho controllato, il titolo originale riportato nell’edizione Einaudi è “Kar”.
    Dunque non sarebbe nè “Ka” (come ho erroneamente scritto io. “Ka” è invece il diminutivo del cognome del protagonista) e nemmeno “Kars” (che è il nome della cittadina in cui si reca Ka (il protagonista del romanzo).
    Effettivamente, non conoscendo il turco, è possibile confondersi.
    Io non conosco il turco, e non posso che affidarmi a Einaudi e alle due traduttrici…
    Grazie per il contributo e l’attenzione 🙂

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