LA CAMICIA BRUCIATA – ANNA BANTI

La camicia bruciata - Copertina libro Tra gli scrittori che mi interessano in questo periodo c’è Anna Banti. Perciò, dopo aver parlato di Artemisia, eccomi qui con La camicia bruciata.

Pubblicato nel 1973, La camicia bruciata è — almeno in parte — la biografia romanzata di Marguerite Louise d’Orleans, cugina di Luigi XIV data in sposa (sarebbe più corretto dire “malmaritata”) a Cosimo III dei Medici. Il libro è posteriore di circa trent’anni alla pubblicazione di Artemisia (1947).

Tra i due romanzi ci sono analogie fin troppo evidenti che balzano subito agli occhi: anche qui la storia di una donna, anche qui, almeno per circa metà del volume, un impianto narrativo costituito da un dialogo tra l’autrice e il suo personaggio. Anche qui, una figura femminile che in qualche modo cerca, attraverso i secoli, di far sentire la propria voce e far valere le proprie ragioni.

Ma a mio modo di vedere sono analogie solo di superficie, perchè La camicia bruciata è, in realtà, profondamente diverso da Artemisia. Per la genesi dell’opera, per l’atteggiamento dell’autrice nei confronti del suo personaggio, per il giudizio che, implicitamente ma a tratti anche esplicitamente la Banti dà di Marguerite Louise.

Prendiamo innanzitutto il modo in cui Anna Banti si trovò a decidere di scrivere proprio su Marguerite Louise. Ce lo racconta lei stessa nella nota introduttiva al libro intitolata “Perchè”.

In essa infatti la Banti ci dice che l’idea le venne inizialmente suggerita da Emilio Cecchi che “con quel suo risolino in punta di labbra, a occhi socchiusi” le disse un giorno “Perchè non la racconta lei, la storia di Marguerite Louise?”. Ma lei era molto poco interessata al soggetto e la cosa finì lì. Fino al giorno in cui, consultando per altri motivi gli Archivi Medicei “la figura bislacca della sposa di Cosimo III suscitò la mia — assai scettica, peraltro, curiosità […] ebbi l’impressione che se ne dicessero troppo e troppo marchiane su questa “Fille de France” importata a Firenze. Era proprio così corrotta e proterva come riferivano le cronache?”.

La Banti chiarisce molto bene, in questa nota introduttiva, di essere stata “lontanissima dal desiderio di riabilitarne la memoria” e che ciò che l’aveva spinta alla scrittura era stato il desiderio di “considerarne le malefatte con criteri un po’ più obiettivamente aggiornati”.

E infatti la scrittrice non è affatto tenera con Marguerite Louise, tutt’altro. A cominciare dal celebre incipit:

“Non parla, ronza, sibila, punge. Non vede la finestra aperta, sbatte sui vetri. Qui c’è sangue da succhiare, fuori la luce dove tutto dilegua le è nemica. Aspetta il buio per abbassarsi a volo radente, minimo vampiro protetto da un nome, Marguerite Louise: il guscio dove si crede ancora una principessa”

Con questa manciata di righe Marguerite fa dunque la sua entrata sulla scena del romanzo tratteggiata come una zanzara, una parassita, una succhiasangue, una vampira. Che si agita a casaccio e che per questo non è in grado di valutare gli ostacoli che ha di fronte. Una che non è niente ma si crede chissà che cosa. Che se non fosse “protetta” dal nome che porta e dalla parentela che la lega al Re Sole nessuno prenderebbe in considerazione.

E non finisce qua. Lo scambio di battute tra l’autrice ed il suo personaggio, più che un dialogo ed uno scambio alla pari tra persone che si stimano (come era in Artemisia) qua somiglia di più ad un processo. Il tono della Banti sembra più quello di un Pubblico Ministero. Marguerite viene accusata di atteggiarsi ad “attrice che declama”, il contesto in cui si muove è un “teatrino”, le persone di cui si circonda “servi di scena”. “Spogliatevi dei vostri orpelli e lasciatevi inventare con qualche verisimiglianza”, le intima la Banti a pag.38.

Marguerite Louise pensa solo a se stessa, non ama nessuno, nemmeno i suoi tre figli che abbandona a Firenze per sempre senza rimpianti pur di tornarsene in Francia. “Vous n’aimez personne, Mademoiselle”, la ammoniva Madame de Rairé, la sua prima governante, il faut vous corriger” (p.107). L’anaffettività è uno dei suoi caratteri distintivi.

“L’amour, diceva, mi manca l’amore […] lei lo intendeva in modo curioso, avrebbe voluto essere adorata senza ricambio […] era difficile volerle bene […] le persone che l’avvicinavano, uomini e donne, dovevano comportarsi nel modo che lei, nella sua testa, aveva stabilito”. Sono queste le parole che la Banti mette in bocca a Cintia, la serva cantatrice e violinista che rimane al fianco di Marguerite per anni, prima a Firenze e poi a Parigi.

Ma a poco a poco “il teatrino crolla”, autrice e personaggio non dialogano più. Marguerite esce di scena, diventa personaggio assente. La voce narrante in terza persona diventa unica e stabile. Avanzano e conquistano il primo piano altre figure femminili. Anna Ludovica, figlia di Marguerite e di Cosimo rimasta vedova dell’Elettore di Baviera tornerà in Firenze e alla morte del padre e del Gran Principe Ferdinando suo fratello prenderà il potere. Sarà l’ultima discendente dei Medici. Violante Beatrice di Baviera, moglie di Ferdinando (e dunque nuora di Marguerite) che, rimasta anch’essa vedova, governerà per tre anni Siena dimostrandosi contro ogni aspettativa donna capacissima di gestire e di amministrare la cosa pubblica e sarà molto amata dai suoi sudditi.

Toccherà proprio a Violante scoprire a Siena alcuni documenti (tra i quali uno del celebre scienziato e scrittore Magalotti) che documentano le calunnie diffuse su Marguerite Louise dal bigottismo dei Medici.

Ma se i Medici hanno sicuramente enfatizzato se non addirittura inventato molti degli atti attribuiti a Marguerite Louise il cui comportamento nell’ottica di una morale più moderna può risultare tranquillamente ridimensionato, non per questo, a mio parere, il giudizio complessivo della Banti è molto lusinghiero, nei confronti di Marguerite.

La morale secentesca avrà pure esagerato, con lei, ma quello che Anna Banti scrive a pag. 48 non mi par proprio vada molto sul leggero : “…dalla prima adolescenza. Fin da allora eravate, malgrado le fantasticherie romanzesche, bene attenta ai vostri interessi: oggi vi si attaglierebbe il ruolo di una dattilografa americana divenuta padrona di pozzi di petrolio, pluridivorziata, lagnosa e tirannica”.

E, tornando alla nota introduttiva, leggiamo: “In fondo, questa cugina del Re Sole mi risultava, malgrado l’evidenza del suo rango, altrettanto sconosciuta di una qualunque borghesuccia attuale che si butta dalla finestra, va a sapere perchè.” Aggiungendo più avanti “alla fine conclusi che se proprio insistevo ad occuparmene […] dovevo reinventarla”.

In una intervista, la Banti dice che i suoi romanzi sono “interpretazioni storiche” piuttosto che “romanzi storici”. Per come la vedo io, la Marguerite che emerge dalla “interpretazione storica” della Banti non è che sia granchè meglio, mi pare, di quella figura di Gran Corruttrice che i Medici tendevano ad accreditare: la Marguerite bantiana è una femminetta noiosamente “lagnosa e tirannica” i cui capricci risultano oltre che inutili anche autodistruttivi, incapace di amare, incapace di essere realmente trasgressiva.

… Sbaglierò ma io ho chiuso il libro convinta che le figure femminili di Anna Ludovica e Violante Beatrice di Baviera — con tutti i loro difetti e i loro problemi — stavano molto più simpatiche di Marguerite, alla Banti. Perchè si tratta di figure discutibili quanto si vuole ma, ciascuna con le proprie modalità, figure di donne forti che sono riuscite ad utilizzare tutti gli spazi concessi dai rigidissimi vincoli imposti a tutte le donne del loro tempo in generale e quelli imposti alle donne della loro condizione sociale in particolare.

La “ribelle” Marguerite, con il suo esibizionismo e tutta la sua smania di libertà, non ottiene come risultato, alla fine, che di vivere come prigioniera in un convento e di morire “sola e dimenticata”. Le “obbedientissime” Anna Ludovica e Violante Beatrice riescono, al contrario, la prima (l’Elettrice Palatina) ad arrivare al governo del Granducato di Toscana e a lasciare un segno nella storia diventando una delle figure medicee ancora oggi più apprezzate e la seconda (Violante) lascia il governatorato di Siena “compianta e rimpianta”, con “modi del congedo sereni e controllati”, con un “sorriso timido” ed occhi “teneri, larghi e limpidi”.

Nota a proposito del libro: La camicia bruciata è un testo non più reperibile nelle normali librerie. Se si è molto fortunati lo si può forse trovare in qualche bancarella o nelle librerie di antiquariato. La copia che ho io è una vecchia edizione Mondadori – De Agostini del 1987, collana “‘900 – Capolavori della narrativa contemporanea”. Note introduttive di Attilio Cannella.

Anna Banti, foto

Altri punti di vista (anche molto diversi dal mio) su La camicia bruciata:

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14 risposte a LA CAMICIA BRUCIATA – ANNA BANTI

  1. khinna ha detto:

    speriamo davvero che a furia di postarla ci renderanno di nuovo i suoi bellissimi libri
    ciao cris

  2. PrimoCasalini ha detto:

    Ho una immagine problematica di Anna Banti, che risale a parecchi anni fa. Più che riguardo a lei, alla coppia Longhi-Banti, che gestivano con durezza tutti i pianeti che in qualche modo gravitavano intorno al sole Longhi. Ma lascio perdere. Da quello che scrivi, appare probabile che nel personaggio di Marguerite reso così antipatico si annidasse un che di autobiografico, era certo al corrente della situazione che si era creata attorno alla rivista Paragone: chi pubblicare e chi no. Conclusione: era certo difficile essere la moglie di Roberto Longhi, non credo fosse facile essere il marito di Anna Banti, la scelta delle tematiche lo conferma.
    Riguardo Artemisia, ho scoperto con vero piacere che oltre il tema di Giuditta ed Oloferne dipinse volentieri quello di Susanna e i vecchioni, ed ho messo una immagine nelle Farfalle in rete. Chissà se fose più vicino alla sua sensibilità usare un mito o l’altro fatto sta che li usò tutti e due, biblici entrambi. Preferisco vederla come Susanna con i vecchioni.

    buon pomeriggio
    Primo
    P.S. Quando avrò tempo, in questo periodo no, farò una piccola ricerca iconografica su alcuni miti biblici, in fondo confinanti coi miti pagani, tipo Dafne e Danae.

  3. oyrad ha detto:

    Forse l’ ho già segnalato su un altro blog, ma è già da qualche tempo uscito anche il carteggio Banti-Arbasino: trovo interessante che sia stato pubblicato dalla stessa casa editrice (Archinto) che ha pubblicato il carteggio fra H. James e Isabella Stewart Gardner – James e Arbasino, due scrittori, che ricevono da e scrivono lettere per due donne in prima persona legate al mondo della storia dell’ arte: Isabella Stewart Gardner (si veda il sito http://www.gardnermuseum.org, a Boston), e appunto Anna Banti. Buona serata, Gabrilù, a te e a tutti i tuoi ospiti 🙂

  4. gabrilu ha detto:

    khinna
    prima o poi la ristamperanno, vedrai. Quando un autore è veramente valido, prima o poi rispunta. Questione di tempo. Sono ottimista.

    PrimoCasalini
    Se continuo a leggere libri di Anna Banti (quelli che riesco a trovare) è non solo perchè mi piace molto il suo stile di scrittura ma perchè la trovo un personaggio molto complesso e dalle molte facce. Sicuramente non riducibile ad una sola etichetta o ad un qualsiasi “ismo”. Mi piacerebbe saperne di più anche su Longhi e sulla dialettica interna di questa coppia in cui per quel poco che mi è sembrato di cogliere finora mi pare che le “parti” (nel senso psicoanalitico del termine) del femminile e del maschile fossero, ad occhio e croce, parecchio mescolate. Prima o poi qualcuno scriverà delle serie e documentate biografie e/o una storia di questa coppia. Probabilmente è ancora troppo presto per fare qualcosa di serio senza cadere nell’agiografia da una parte o nella tentazione, da parte di qualcuno, magari di togliersi qualche “sassolino dalla scarpa”.

    Sulla Camicia bruciata: la mia impressione non è che la B. abbia voluto tratteggiare una figura antipatica, ma piuttosto che la figura di Marguerite Louise la irritasse parecchio. Avanzando nella lettura, più di una volta mi è venuto di sorridere perchè mi veniva davanti agli occhi, nettissima, l’immagine di una B. che ben volentieri avrebbe mollato una sberla a Marguerite Louise dicendole “ohè, bellezza, piantala di frignare e datti una mossa!” 🙂
    So che dicendo questo corro il rischio di venir tacciata di Lesa Bantiana Maestà, ma tant’è 🙂

    Detto questo, ho precisato anche e lo ripeto qui, che su La Camicia Bruciata ci sono altre “letture” e chiavi interpretative anche molto diverse dalla mia. Non pretendo certo che la mia sia l’unica nè tanto meno la più valida. Anche se, attenendosi strettamente al testo, è difficile secondo me sostenere che ci fosse grande empatia tra la B. e M.L.

    Oyrad
    Le lettere della B. al giovane Arbasino le ho già ordinate e dovrebbero arrivarmi da un giorno all’altro. Non si tratta di un epistolario ma solo delle lettere della B.
    Non ti nascondo che, considerati i due personaggi, ho già l’acquolina in bocca. Ma insomma vedremo, leggeremo 🙂
    In quanto a Isabella Stewart Gardner, io, più che alla Banti (che oltre che esperta d’arte è stata anche letterata e romanziera) la accosterei piuttosto ad un’altra grande americana amatrice d’arte e collezionista (anche se non studiosa) d’arte, e cioè a Peggy Guggenheim. Che ne pensi?

  5. oyrad ha detto:

    Giusta precisazione: io personalmente non avevo ben capito che tipo di selezione era stata pensata per questa pubblicazione di lettere di A.Banti, perciò ho tagliato corto definendola “epistolario”… sbagliando! I’m sorry… 😦

    Riguardo al rapporto che ho proposto, mi referivo esclusivamente al “parallelismo epistolare” tra gli scrittori-uomini e le due donne in qualche modo legate (la Gardner come collezionista, la Banti per altri e molteplici motivi) alla storia dell’ arte. Naturalmente un confronto esclusivo fra la Gardner e A.Banti non so quanto sia “funzionale”, lecito, etc… mentre è certamente più immediato, diretto, e più carico di conseguenze confrontare Isabella con Peggy (e chissà che un indagine “in parallelo” sul collezionismo – americano e non – di queste due donne straordinarie non sia già stata realizzata!)

  6. amfortas ha detto:

    Scusa il commento OT, volevo solo informarti che hai contribuito in modo esagerato alla formazione del mio ultimo ordine IBS 🙂

  7. gabrilu ha detto:

    Oyrad
    Infatti ci sono…come dire…una serie di …parallelismi incrociati 😉

    Amfortas
    Non oso pensare a cosa mi farebbe il comandante Ripley se poi scoprisse che i libri non sono risultati di tuo gradimento. Mi conviene indossar subito elmetto e giubbotto antiproiettile 0____0

  8. giuseppeierolli ha detto:

    OT (Divagazione proustiana)
    Mi hanno mandato l’incipit di un libro di Jean-Pierre Gattégno: “Per molto tempo sono andato a letto presto” (il titolo originale è ovvio). Non conosco questo autore, ne sai qualcosa?

  9. sabrinamanca ha detto:

    giuseppeierolli: non ho letto nulla di Gattégno ma incuriosita, sono andata a vedere su internet. Ho trovato dei commenti positivi su “per molto tempo…” e poi un altro romanzo che s’intitola “neutralité malveillante”, malevola neutralità dalla trama molto intrigante, tanto che credo lo prenderò insieme ad un altro testo che non è un romanzo ma parla della sua esperienza di psico-analisi sulla quale ho anche trovato un interessante scambio d’opinioni fra lui ed uno a questo indirizzo: http://www.oedipelesalon.com/article.php3?id_article=175

    dicci pure se leggerai qualcosa!

  10. gabrilu ha detto:

    Giuseppe Ierolli
    Ne sapevo talmente meno di te che per un nanosecondo ho pensato che mi stessi prendendo in giro, caro Giuseppe 🙂

    Cmq ho fatto una rapida googlata e ho trovato:
    la scheda del libro di Gattégno
    >>>QUI ho trovato alcuni cenni biografici su Monsieur Gattégno:

    Jean-Pierre Gattégno è professore di letteratura francese. Ha pubblicato due romanzi, Transfert pericoloso (1992) e La notte del professore (1994).
    Da Transfert pericoloso il regista Francis Girod ha tratto il film con Daniel Auteuil, Patrick Timsit e Anne Parillaud

    Infine ho trovato una recensione del libro su un blog francese

    In breve: a naso mi sembra un romanzo che cerca di usare Proust come specchietto delle allodole. Magari mi sbaglio alla grande e sarà il capolavoro del secolo. Però non ho alcuna voglia di approfondire 🙂

    P.S. Non è il primo caso di romanzi che hanno direttamente o indirettamente Proust e la RTP come personaggi. Alcuni sono anche molto buoni (penso a “La décomposition” di Anne Garreta” e “Meurtre chez Tante Léonie” di Estelle Mombrun. Entrambe le autrici sono vere esperte e studiose di Proust). Il problema è che adesso il filone comincia a essere inflazionato. Laonde per cui, ripeto, non sono interessata ad approfondire questo Monsieur Gattégno 🙂

    P.S.S. Hai notato che per il titolo italiano hanno usato la traduzione di Raboni?

  11. gabrilu ha detto:

    Giuseppe Ierolli
    Ne sapevo talmente meno di te che per un nanosecondo ho pensato che mi stessi prendendo in giro, caro Giuseppe 🙂

    Cmq ho fatto una rapida googlata e ho trovato:
    la scheda del libro di Gattégno
    >>>QUI ho trovato alcuni cenni biografici su Monsieur Gattégno:

    Jean-Pierre Gattégno è professore di letteratura francese. Ha pubblicato due romanzi, Transfert pericoloso (1992) e La notte del professore (1994).
    Da Transfert pericoloso il regista Francis Girod ha tratto il film con Daniel Auteuil, Patrick Timsit e Anne Parillaud

    Infine ho trovato una recensione del libro su un blog francese

    In breve: a naso mi sembra un romanzo che cerca di usare Proust come specchietto delle allodole. Magari mi sbaglio alla grande e sarà il capolavoro del secolo. Però non ho alcuna voglia di approfondire 🙂

    P.S. Non è il primo caso di romanzi che hanno direttamente o indirettamente Proust e la RTP come personaggi. Alcuni sono anche molto buoni (penso a “La décomposition” di Anne Garreta” e “Meurtre chez Tante Léonie” di Estelle Mombrun. Entrambe le autrici sono vere esperte e studiose di Proust). Il problema è che adesso il filone comincia a essere inflazionato. Laonde per cui, ripeto, non sono interessata ad approfondire questo Monsieur Gattégno 🙂

    P.S.S. Hai notato che per il titolo italiano hanno usato la traduzione di Raboni?

  12. gabrilu ha detto:

    Sabrina
    Le nostre risposte si sono incrociate 🙂
    …Beh, mi pare che abbiamo trovato due facce di Gattégno: il sito italiano (Wuz-Caffè Letterario) dice che è un professore di letteratura francese, il sito che indichi tu lo dà come psicoanalista… uhm.
    Et voila “l’Affaire Gattégno”! ^___^
    Se qualcuno viene a capo del mistero ci faccia sapere, grazie 🙂

  13. giuseppeierolli ha detto:

    gabrilu:”P.S.S. Hai notato che per il titolo italiano hanno usato la traduzione di Raboni?”

    Quella di Raboni è “A lungo, mi sono coricato di buonora.” e mi ricordo che ci furono delle polemiche per la mancanza della parola “tempo”.
    Quella usata in questo libro dovrebbe essere quella della Ginzburg – che a te piace di più e a me di meno :-).
    Io quasi quasi a ‘sto Gattégno gli do un’occhiata in libreria: non si sa mai.

  14. gabrilu ha detto:

    Giuseppe Ierolli
    La trad. non è nè quella di Raboni e nemmeno quella della Ginzburg (che figura che ho fatto. Ben mi sta. Così imparo ad andar di fretta 😦

    Natalia infatti traduce:
    “Per molto tempo, mi son coricato presto la sera”
    Continua a preferire mille volte questa traduz. a quella di Raboni 🙂

    Fammi sapere delle tue esplorazioni gattegnesche 🙂

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