IL DELITTO DI OLGA ARBÉLINA – ANDREI MAKINE

Copertina libro
Andreï MAKINE, Il delitto di Olga Arbélina (tit. orig. Le crime d’Olga Arbélina), traduz. dal francese di Anna Zanetti, p.260, Passigli editore, 2000

All’inizio del romanzo, Olga Arbélina non è che un nome inciso su una pietra tombale in un piccolo cimitero parigino in cui sono sepolti russi fuggiti dalla Rivoluzione d’ottobre ed alle purghe staliniane. Un vecchio custode, anche lui russo, avvolto in un lungo e logoro vecchio cappotto militare, racconta ai visitatori del cimitero la loro storia.

Sotto quella lapide c’è la principessa Olga Arbélina, morta negli anni ’60. Una bella donna nata all’inizio del Novecento. Fuggita ancora giovane alla rivoluzione sovietica e rifugiata assieme al figlio emofiliaco ed ancora piccolo in un paesino vicino Parigi, in una sonnolenta comunità di anziani esuli russi in cui solo le variazioni del cielo e delle stagioni costituiscono eventi significativi e dove la vita trascorre monotona.

Fino al giorno in cui un passante scopre sulla riva del fiume “nella quiete sonnolenta e campagnola” di una calda giornata estiva una scena assurda e raccapricciante: “un uomo dagli abiti inzuppati d’acqua, disteso sulla riva, con il cranio sfracellato, e una donna dai capelli scarmigliati e grondanti, dai seni nudi, una donna che sedeva immobile su una roccia, accanto all’uomo in agonia” (p.20)

Si tratta di un delitto oppure di un incidente? Al processo Olga non fa nulla per difendersi, al punto che il giudice istruttore — il quale non crede si sia trattato di omicidio — dice “E’ la prima volta in vita mia che devo convincere una persona che non è stata lei ad uccidere” ed all’interprete, che perplesso gli chiede:“Ma non crede che attribuendosi questo delitto lei voglia tacerne un altro” il giudice risponde “Un assassino rompe una vetrina, lo confessa e, incarcerato, elude un omicidio. Ma non ci si fa carico di un omicidio per nascondere una vetrina rotta…” (p.33)

Olga viene assolta pienamente e poco dopo lascia il paese insieme al figlio. Di lei, gli abitanti di Villet-La -Forêt si disinteressano e non hanno più notizie.
Comincia invece, per noi lettori, la discesa agli Inferi nella scoperta dell’inconfessabile delitto di cui Olga Arbélina si è resa colpevole, della straziante presa di coscienza della protagonista che dapprima intuisce, intravede, scopre concretamente, infine accetta — se pure inorridita — ciò che non può nemmeno essere pensato. Eppure, Olga deve trovare le parole per dirla, “questa cosa che non si lasciava nè pensare nè dire” Deve riuscire a “dire ciò che era proibito alle parole”.

Fino ad una sera in cui “un pensiero la ferì con la sua verità dolorosa e bella. Se quanto stavano vivendo poteva chiamarsi amore, allora si trattava di un amore assoluto perchè colpito da un divieto inviolabile eppure violato, un amore visto solo da Dio perchè mostruosamente inconcepibile per gli uomini, un amore vissuto come l’eterno primo istante di un’altra vita…”

La grande bellezza di questo romanzo in cui la vita francese di Olga è spesso illuminata da flash back della sua vita nella Russia pre-rivoluzionaria sta in questa lenta osservazione inframezzata da eventi dolorosi, nella descrizione di un tempo che passa ed allo stesso rimane immobile, nel comportamento da sonnambuli che Makine attribuisce ai suoi protagonisti, nella ineluttabilità allucinatoria in cui matura un “delitto” (“crime” nel titolo originale francese) ben più terribile di un omicidio…

Sono due le citazioni che Makine pone in epigrafe a questo bellissimo ma emotivamente molto impegnativo romanzo: la prima è da I fratelli Karamazov di Dostoevskij e dice: “Mia madre ha dovuto piegare Dio per me”, depose l’accusato nell’inchiesta”.

La seconda citazione è tratta da “Sentimenti filiali di un parricida” uno scritto di Proust — importantissimo ma in genere noto più che altro agli “addetti ai lavori” — che dice: “Che ne hai fatto di me? Che ne hai fatto di me? A volerci riflettere, non esiste forse una madre amorosa che non potrebbe, sul suo letto di morte, e spesso ancor prima, rimproverare così il figlio”

Di Makine, autore russo emigrato in Francia dove vive da anni e che ho scoperto da poco, avevo parlato  quando ho scritto del suo La donna che aspettava

Con la lettura di questo Il delitto di Olga Arbélina Makine si conferma, ai miei occhi, un vero maestro nella creazione di particolari atmosfere, capace di evocare i mille aspetti che può assumere un paesaggio innevato, di trasmettere a chi legge il senso dei rumori misteriosi di una casa, il drammatico significato del banale cigolio di una porta, del rumore di passi che si fondono e si confondono con il sibilo dl vento.

La natura è molto presente, nei romanzi di Makine, ma non costituisce mai mero contesto e le sue descrizioni non sono mai fine a se stesse: gli elementi della natura sono utilizzati come codici e decodificatori linguistici del contenuto narrativo. Altrettanto importante il senso del tempo: in questo romanzo, come ne La donna che aspettava, il tempo sembra sospeso se non addirittura immobile. Come in Proust, è il tempo interiore dei suoi personaggi quello che conta, e non il tempo dei calendari.

Man mano che procedo nella conoscenza di questo autore scopro temi ricorrenti, analogie, elementi comuni tra i suoi libri. Per ora posso parlare, evidentemente, solo dei due che ho letto finora e tra le tante analogie sono rimasta colpita anche da un particolare apparentemente secondario: in entrambi i romanzi i personaggi più importanti indossano “un lungo, vecchio e logoro cappotto militare” che viene nominato talmente tante volte da assumere un robusto valore simbolico: vanno in giro con questo indumento (e le parole che Makine usa per descriverlo sono sempre le stesse) Vera, la protagonista di La donna che aspettava, il vecchio russo custode del cimitero, il figlio di Olga e il suo ex marito ne Il delitto di Olga Arbélina. Mi sono chiesta se questo cappotto non possa essere il simbolo del peso del tempo e del passato, del logoramento dell’anima dei personaggi, del loro tentativo di proteggersi indossando qualcosa fuori dal tempo. E della tragicità della guerra. Passata, ma  i cui effetti sono, in entrambi i romanzi, sempre  presenti. Chissà.

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7 risposte a IL DELITTO DI OLGA ARBÉLINA – ANDREI MAKINE

  1. utente anonimo ha detto:

    Passo di qua con grande piacere e trovo sempre post interessanti: volevo dirtelo. Ciao, giulia

  2. oyrad ha detto:

    Buonasera Gabrilù!
    Ma… che “suspence” questo post… E questo libro mi “intriga” molto! 🙂

    PS & OT – stamane ho preso il mio primo Marai… e come primo Marai ho scelto “La donna giusta”. Lo metto lì, in attesa di un tranquillo momento di pausa per dedicarmi serenamente alla lettura… Buon week-end, Oyrad

  3. annaritav ha detto:

    Non conosco questo autore e i due post che gli hai dedicato mi hanno molto interessata. Prendo nota. Il problema è che i libri aumentano (c’è anche la biblioteca di Giuseppe da esplorare) e il tempo spesso diminuisce, fare una scelta è doloroso e difficile, rimango sempre con il dubbio di aver privilegiato un libro piuttosto che un altro e di aver perso così un’occasione. Scegliere i libri da leggere è impegnativo e faticoso. Voglio vivere di rendita e passare la mia vita a leggere! Per ora mi accontenterò delle ferie abbastanza vicine. Buona giornata. 😉

  4. sabrinamanca ha detto:

    Mi hai convinto. Mi piace l’atmosfera. Lo cerco oggi stesso.
    un saluto

  5. gabrilu ha detto:

    Giulia
    Ciao Giulia, e grazie 🙂

    Oyrad
    Ho detto anche troppo, del contenuto del libro: voglio solo ribadire che non è romanzo di “facile lettura”, dal punto di vista emotivo. A me ha colpito parecchio.
    Marai: “La donna giusta” è forse il romanzo di Marai che preferisco, anche se, per correttezza di informazione, ti devo dire che la maggior parte dei lettori ritiene che il suo migliore (di quelli ovviamente pubblicati in Italia) sia “Le braci”. Buona lettura 🙂

    Annarita
    Bisogna leggere (se non lo si fa per dovere professionale o con uno scopo documentativo preciso) semplicemente lasciandosi portare dall’estro del momento. Io, almeno, fccio così. Con la consapevolezza che per quanti libri possa leggere, ce ne sono tanti altri che non arriverò a leggere mai.

    Sabrina
    Mi permetto di consigliarti caldamente di cominciare la conoscenza di Makine da La donna che aspettava.

    Il delitto di Olga Arbélina lascialo stare, almeno per un pò.

  6. alexandra3 ha detto:

    Sono interessata a questo autore, anche per la sua capacità di usare un’altra lingua per scrivere. Un esercizio di stile davvero difficile…

  7. gabrilu ha detto:

    Alexandra
    Anche io sono molto interessata agli scrittori che scrivono in una lingua che non è la loro lingua madre.

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