SCHIAVO D’AMORE – WILLIAM SOMERSET MAUGHAM

Copertina libro
William Somerset MAUGHAM, Schiavo d’amore (tit. orig. Of Human Bondage), traduz. Elena Grillo, p.538, Biblioteca economica Newton & Compton, 2006, ISBN: 8854106240

Stranamente, pur conoscendo parecchi romanzi di Maugham, da Il Filo del rasoio a Il velo dipinto, da La luna e sei soldi a Pioggia non avevo però letto proprio questo romanzo, considerato il suo capolavoro. Forse perchè, stupidamente, mi sembrava di saperne già abbastanza avendone visto al cinema la trasposizione cinematografica. O forse perchè non era facile trovare in italiano la versione integrale del romanzo. Ho comperato il libro qualche mese fa e l’ho letto in questi giorni, in questa edizione della Newton & Compton. Solo da poco ho saputo che è stato recentemente riedito da Adelphi con la traduzione di Franco Salvatorelli.

In Italia questo romanzo che, detto tra parentesi, ha ispirato ben tre film, è sempre stato conosciuto come Schiavo d’amore. Ma la traduzione italiana del titolo originale è decisamente riduttiva e fuorviante. L’ originale è “Of Human Bondage” (Della schiavitù dell’uomo) e con esso Maugham si riferisce espressamente — come lui stesso scrive nella Prefazione — all’Etica di Spinoza: “Scelsi il nome di uno dei libri dell’Etica di Spinoza e intitolai il mio romanzo Of Human Bondage”

L’inglese Maugham nasce nel 1874 a Parigi figlio di un funzionario dell’ambasciata britannica nella capitale francese ed è la Francia che, nonostante una vita trascorsa a girare il mondo spingendosi fino in Oriente e in Oceania diventa il centro e la fucina emozionale del suo stile. Si stabilisce e vive a Cap Ferrat in Costa Azzurra fino alla morte nel 1965.

Durante la sua lunga vita, Maugham assiste al regno di ben sei sovrani inglesi, ma si può considerare uno scrittore dell’epoca edoardiana. Edoardo VII regna infatti alle soglie della prima guerra mondiale, e la sua è un’epoca caratterizzata da grandi sconvolgimenti, riforme, ascesa dei ceti medi e piccolo borghesi. Un’epoca in cui scetticismo e cosmopolitismo avanzano e in cui a Kipling e Thomas Hardy succedono e si affermano scrittori come Lawrence, Forster, Henry James, Virginia Woolf, James Joyce.

Schiavo d’amore viene pubblicato nel 1915. Maugham ha 41 anni ed è già molto noto soprattutto come commediografo autore di tante commedie portate in scena dalle migliori attrici inglesi del momento. Con Noel Coward e G.B. Shaw è considerato uno dei rappresentanti più illustri di quella che viene chiamata la “comedy of manner” e cioè la commedia di costume in cui trionfano il gusto del paradosso ed il dialogo virtuosistico.

Con Schiavo d’amore è alla sua seconda opera narrativa (l’esordio è avvenuto nel 1897 con Liza di Lambeth). Il libro ottiene un grande successo ma provoca anche scandalo. Leggendo il libro nella versione integrale si comprende come il vero scandalo del testo di Maugham non stia  però nella sordida e sadomasochista storia della relazione del protagonista Philip Carey con la stupida, avida e volgare cameriera Mildred che lo porterà ad un passo dalla completa autodistruzione, ma nell’atteggiamento di libertà e di irriverenza di Philip verso il perbenismo e le dichiarate certezze etiche della società inglese del tempo.
Il romanzo è fortemente autobiografico specialmente nella prima parte: a dieci anni, dopo la morte dei genitori, anche il piccolo William, come Philip Carey, era stato affidato a uno zio, pastore nel Kent e proprio come Philip aveva studiato tedesco in Germania ad Heidelberg; come Philip era diventato medico in Inghilterra. Nella Prefazione Maugham tiene a precisare: “[…] non è un’autobiografia ma un romanzo autobiografico: realtà e finzione vi sono intrecciati inestricabilmente”

Of Human Bondage è in realtà un vero e proprio romanzo di formazione e di iniziazione, di emancipazione dal sistema di valori bigotti e piccolo borghesi della famiglia adottiva, di ribellione agli aspetti repressivi, moralisti e sostanzialmente ipocriti della religione. Maugham ci racconta una storia di iniziazione alla equilibrata maturità dei sentimenti e della vita. Troviamo anche, nel libro, un tema caro pure a Thomas Mann (che ne fece il nucleo centrale de La montagna incantata ed in qualche modo anche del Doktor Faustus e di parecchi racconti) e cioè il tema della relazione segreta tra malattia e genialità, deformità ed arte. Perchè Philip è, come si direbbe oggi, un “portatore di handicap”. E’ nato infatti con un piede equino che lo rende spesso oggetto di scherno, che è per lui motivo di vergogna ma che viene da lui percepito anche come misterioso sintomo di elezione spirituale.

La relazione con Mildred rappresenta sicuramente una parte centrale e molto corposa del romanzo, e si tratta di una vera e propria discesa agli Inferi. Ma non è certo l’unico tema del romanzo e l’amore — in tutte le sue sfumature — non è che uno degli aspetti della vita con i quali Philip deve misurarsi. Di pari passo con la descrizione della tetra passione del protagonista per Mildred, Maugham mostra tutto il suo spirito analitico e critico verso le istituzioni sociali ed ideologiche proprie della cultura vittoriana fino allora egemone in Inghilterra ed alla quale egli apparteneva, e forse è proprio per ammorbidire ed ammortizzare la vena corrosiva e dissacratoria che pervade tutto il libro e che si esprime in tutto il comportamento di Philip che si giustifica un lieto fine che altrimenti apparirebbe un po’ troppo appiccicato, artificioso ed oleografico.

L’elenco delle opere di Maugham è lunghissimo ed in esso, accanto alle opere di narrativa, notevole è la produzione teatrale e non mancano testi di saggistica e di memorialistica.

Davanti a questo autore, che è stato tra i più letti del Novecento e che continua a esserlo, viene spontaneo chiedersi come mai sia stato, specialmente in passato, abbastanza snobbato dalla critica letteraria e dal mondo accademico.
Da parte mia avanzo l’ipotesi che molto abbia contato, in questa profonda contraddizione tra grande successo di pubblico e freddezza della critica, il fatto che negli anni in cui Maugham scrisse e pubblicò, il romanzo europeo stava attraversando grandi cambiamenti, nuove strade venivano esplorate, molto diverse da quelle — stilisticamente ancora abbastanza ottocentesche e tradizionali — utilizzate da Maugham. Maugham scriveva i suoi romanzi narrando storie che avevano uno sviluppo sequenziale, in cui l’Io narrante era ancora quello del grande romanzo dell’Ottocento, in cui il tempo era ancora il tempo lineare e questo in un’epoca in cui altri scrittori se pure in modo a volte estremamente diverso l’uno dall’altro mettevano in discussione e sconvolgevano questi canoni consolidati. Maugham, a mio parere eccellente narratore, non aveva la tempra e forse nemmeno la voglia di rivoluzionare l’arte del romanzo.

William Somerset Maugham

William S. Maugham negli anni ’30

Maugham stesso era ben consapevole, d’altra parte, delle caratteristiche della sua arte narrativa. Nei suoi libri di ricordi è perfettamente esplicito in alcuni passi circa la natura del proprio talento creativo. Ammette, per esempio, di non appartenere a quella categoria di letterati dallo spirito penetrante, adatto a sentir vibrare i movimenti nascosti della vita oltre il velo delle apparenze, capaci insomma, come egli stesso dice, di “vedere attraverso un muro di mattoni”. Riconosce invece a se stesso il gusto e la qualità della piacevolezza e la istintiva tendenza a suscitare una trama o un motivo scenico dal ricordo di qualunque persona, luogo o situazione con la quale gli sia accaduto di venire a contatto.

Scrive ancora, sempre nella prefazione a Of Human Bondage: “Dopo che ero diventato uno scrittore di professione, impiegai molto tempo ad apprendere come scrivere e mi assoggettai ad un faticoso tirocinio per migliorare il mio stile […] ciò che mi interessava ora era la semplicità […] capii che non potevo certo sprecare parole e stabilii perciò di usare solo quelle a rendere chiaro ciò che intendevo dire”

A conferma del grande successo di pubblico di Maugham, ci sono i film tratti dai suoi romanzi. La trasposizione sullo schermo di Of Human Bondage più riuscita e tutt’ora, a mio parere, insuperata è quella del 1934 con Bette Davis e Leslie Howard. Gli altri due film tratti dal libro sono del 1946 (P. Henreid ed Eleanor Parker) e del 1963 (Laurence Harvey e Kim Novak)

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19 risposte a SCHIAVO D’AMORE – WILLIAM SOMERSET MAUGHAM

  1. utente anonimo ha detto:

    Come sempre interessante e stimolante, ho molto da imparare da te. Ciao Giulia

  2. SimonaC ha detto:

    Sono affascinata dalla sobria completezza di questo post.

    Anche per quanto mi riguarda si tratta di un Autore da (ri)valutare.

    Grazie!

  3. oyrad ha detto:

    Maugham si conferma dunque uno degli autori più cari ad Adelphi… però mi sembra bella anche l’ edizione N&C. La distanza fra i due titoli è davvero evidente: “Schiavo d’ amore” è forse più “romanzesco”… ma, se vogliamo, anche più “soap”.
    Grazie, Gabrilù, anche da parte mia per questo tuo post. Buona giornata, Oyrad

    (Bette Davis è veramente straordinaria!)

  4. gabrilu ha detto:

    Giulia e Simona
    da un po’ di tempo a questa parte mi è venuta voglia di ripescaggi. E mi fa piacere vedere che vengono apprezzati

    Oyrad
    Non sono stata in libreria recentemente e non ho toccato con mano nè potuto sfogliare il volume Adelphi. Ti dico però che questa edizione N&C ha come merito quello di essere, fino a poco tempo fa l’unica versione integrale del romanzo e va benissimo. Però la traduzione, benchè buona, è un po’ “datata”… ma va bene lo stesso.
    Sul titolo: io dico che “Schiavo d’amore” è riduttivo perchè è come se il libro parlasse solo della storia d’amore con Mildred, mentre non è così. D’altra parte anche i film sono tutti centrati su questo, ma in un film la cosa è più comprensibile e perdonabile. Nella titolazione del libro no, io credo.

    Si, la Davis è veramente straordinariamente turpe, una Mildred eccezionale. Ho visto anche il film con Kim Novak. Laurence Harvey è un buon Philip, ma la Novak non ci riesce proprio, ad essere Mildred

  5. LilianaRosa ha detto:

    E’ sempre un piacere leggerti.
    Mi piace Maugham.

  6. annaritav ha detto:

    Post imperdibile, come il solito. “Schiavo d’amore” è stato una lettura dei tempi della scuola, oramai lontani, ma ricordo con precisione l’avvincente senso di degrado che trascina il lettore nel gorgo insieme con il protagonista. Mi hai fatto venire voglia di rileggerlo. Ammetto di non averne mai visto la versione cinematografica, e si che Bette Davis mi piace tanto. Maugham è sempre una lettura importante, grazie. Buona giornata 😉

  7. amfortas ha detto:

    Hai ragione, la Novak non era nel personaggio, come si direbbe nella Lirica.
    Sto leggendo la Szabò, lòettura impegantiva ma molto gradita.
    Ciao 🙂

  8. gabrilu ha detto:

    LilianaRosa
    sei sempre molto gentile, ti ringrazio 🙂

    Annarita
    Vedi? Tu avevi letto il libro e non hai visto il film (te lo consiglio, se ti capita l’occasione). Io invece avevo visto due dei tre film (forse anche il terzo con Eleanor Parker ma non mi ricordo) e non avevo letto il libro…
    Tornando a Maugham: ce ne sono tanti, autori ed autrici che pur non essendo capi-scuola o pilastri di cemento armato della letteratura sono però eccellenti narratori che non meritano di essere snobbati

    Anfortas
    Intanto congratulations per il tuo primo anno di OperaClic ^___^
    e poi… sono interessata alle tue impressioni finali sulla Szabo (a proposito, quale dei suoi romanzi stai leggendo?). Per ora mi par di capire che cmq ti sta piacendo 🙂

  9. utente anonimo ha detto:

    Io avevo pensato di comprare il libro, ho letto anche qualcosa su wikipedia, ma poi la trama mi ha letteralmente “atterrita”, ho avuto paura di tanta autodistruzione.

    Dello stesso autore ho letto invece “the painted veil”, con molto interesse.
    Parlando di altri autori che piacciono in questo blog (scusate la digressione), ho terminato “L’isola” di Marai, mi piacerebbe conoscere l’impressione di qualche altro lettore.
    Ancora, il nuovo della Némirovsky edito da Adelphi, non ricorda un po “La femme de Don Juan”, almeno nella trama?

    Grazie a tutti
    lilly

  10. gabrilu ha detto:

    Lilly
    E’ la prima volta che ti vedo, non è vero? Benvenuta 🙂
    Puoi leggere tranquillamente Schiavo d’amore. In letteratura (e nella vita) ci sono storie di autodistruzione ben peggiori di quelle di Philip, che ad un certo punto (come si vede anche nella scena del film con Bette Davis/Mildred) finalmente si stufa di Mildred e le dice: “You disgust me!” (e a quel punto noi lettori/spettatori siamo tentati di balzare in piedi e di esplodere in una catartica standing ovation 😉

    L’isola di Marai non l’ho ancora letto, ma certo lo farò. I libri degli autori che mi piacciono non li leggo tutti di fila, li compero e li conservo e me li centellino a poco a poco.

    Némirovskj: sulla figura della donna “femme fatale” quasi sempre presente nei suoi libri si è detto tanto, collegandola alla madre di Iréne.

  11. amfortas ha detto:

    Sto leggendo La ballata di Iza, ma lo sto facendo malissimo, perchè sono incasinato da morire col lavoro.
    Quindi, l’ho messo da parte, per il momento, non è romanzo da leggere distrattamente.
    Ciao.

  12. PrimoCasalini ha detto:

    Non ho letto mai una rga di Maugham, ma il tema dell’amore cattivo, dell’amore possessione mi interessa eccome.
    Così ragiona Emilio Brentani all’inizio di Senilità:
    “Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: – T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti. – La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: – Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia”.
    Vuole essere lui a possedere, profittando del vantaggio economico e culturale, ma sarà sconfitto, e finirà posseduto.
    Angiolina Zarri è ignorante e indotta, ma gli istinti funzionano, e sa quando darsi e quando sottrarsi.
    Così Odette, Rachel, Albertine.
    Gli istinti sono au pair, è questo che non vogliono accettare Brentani, Swann e Saint-Loup. Anzi, proprio l’ignoranza permette agli istinti di agire con maggiore efficacia, come si vede nel Disprezzo di Moravia-Godard.
    Il problema non è Carmen, che vuole soltanto essere lasciata in pace, c’est fini, è José, se ne tornasse da Micaela e da maman, che è il posto suo!
    Conclusione: in amore è sempre in gioco una forte pulsione di dominanza, se è moderata l’amore può essere bellino, se è squilibrata può essere triste o cattivo, se è forte e congruente può essere bellissimo. Ma bisogna vederla, la propria pulsione, non raccontarsi storie. Dixi.

    buona pulsione a tutte ed a tutti
    Solimano

  13. gabrilu ha detto:

    PrimoCasalini
    Sai una cosa? Molte pagine della relazione tra Philip e Mildred fanno ricordare alcuni passaggi fondamentali della relazione tra Swann e Odette. Ma l’analogia che più mi era presente, mentre leggevo Maugham, era che a Philip all’inizio Mildred non piace affatto, la trova brutta, non è “il suo tipo”. Se la fa in qualche modo piacere per forza e rimane intrappolato, il disgraziato (fa pure rima, seppure involontaria). Nemmeno Odette all’inizio piace a Swann, che la trova brutta. Ed anche lui, illudendosi di guidare il gioco, viene poi giocato…
    E come non pensare, alla fine di entrambe le storie, alla celeberrima frase di Swann “E dire che ho perduto tanti anni della mia vita, che ho voluto morire, che ho avuto il mio più grande amore, per una donna che non mi piaceva, che non era il mio tipo!”

  14. PrimoCasalini ha detto:

    Riflettevo oggi sul film Senso di Visconti, e sul rapporto fra Livia e Franz. E’ come fra Emilio e Angiolina, fra Swann e Odette, fra Philip e Mildred, ma a sessi scambiati. Livia: nobile, colta, ricca. Franz: ufficialetto per bisogno, che sarà mai, farsi per amante un bell’ufficialetto con la divisa bianca? Solo che lui, fatto opportunista dalla vita, alla fine gliele canta chiare, le parti in commedia, e lei lo fa ammazzare. Una pulsione di dominanza che si credeva tranquilla ma che infine si scontra con la realtà: l’altra persona, meno colta, meno ricca, meno potente, a stare sotto non ci sta, e gioca la sua partita istintuale, opportunistica, ma in fondo più onesta. Proprio una brava personcina, la contessa Serpieri! Da austriacante, mi schiero col povero Franz.

    good afternoon
    Solimano

  15. gabrilu ha detto:

    Solimano
    Questa volta, caro Solimano, mi permetto di dissentire. Livia Serpieri si innamora veramente di Franz anche se — ed in questo hai ragione — sottovaluta alla grande il tipo di casino nel quale si caccia “cedendo” (giusto per mantenere un linguaggio consono all’epoca) alla sua passione. Lo sottovaluta perchè la sua educazione (e questa non è colpa sua ma dell’ epoca) non le permette nemmeno di supporre che la propria bellezza e la propria collocazione sociale possano non essere considerate, da un giovane che, per quanto bello e fascinoso, non è altro che un tenentino squattrinato, il massimo delle aspirazioni. E’ questa la sua vera tragedia. Non tanto il vedersi tradita come donna e come amante, ma constatare che bellezza e status non le garantiscono l’immunità da una storia di squallore simile a quella di una qualunque servetta. La sua è una tragedia di classe.
    Ma forse, ora che ci penso, stiamo dicendo la stessa cosa. Solo che io escludo il dolo, che invece tu, mi par di capire, ci vedi, nel comportamento della contessa Serpieri.

  16. Harion ha detto:

    …Ebbene, l’ho appena cominciato ^^
    Ciao Gabriella, è tanto che non passavo di qui (veramente non è vero, ti lasciai un commento un paio di settimane ma non è mai apparso! Mi chiedevo se conoscessi il film russo “Stalker” di Tarkovskj, se non sbaglio…)
    Ad ogni modo, parlando di Maugham ti posso oolo dire che trovo questa traduzione (a cura della Grillo per la Newton) davvero raccapricciante! Ci sono degli errori verbali, e non solo, davvero orrendi…
    Al di là di questo, mi sta piacendo moltissimo.

    Visto che citi Hardy, volevo dirti che mi sono completamente, pazzamente, malamente innamorata di “Tess of the D’Urbevilles”…
    Ma gravemente ammalata, l’ho finito più di due settimane fa e ancora sospiro…
    Sarò normale?!?
    Arianna

  17. gabrilu ha detto:

    Harion
    Sempre un piacere rivederti.
    Come ho scritto nel post, quando ho comperato l’edizione Newton al momento era l’unica integrale e non sapevo che di li a poco sarebbe uscita quella dell’Adelphi che avrei sicuramente privilegiato.
    Stalker di Tarkovskj l’ho visto secoli fa e lo ricordo poco, ma se vuoi approfondire T. vai sul blog di Abbracci e pop corn: lì c’è Giuliano che di Tarkovskj e su Tarkovskj ne sa una più del diavolo.

    Eh, si, Hardy e il suo Wessex catturano, catturano… Anche gli altri romanzi sono molto belli, anche se tutti molto tristi. Ti capisco 🙂

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