L’ACQUA SPORCA DELLA MUSICA

Edvard Munch, L'urlo Non sopporto la musica come sottofondo, mi irrita la musica in macchina, riesco a farmi detestare da qualunque guidatore tutto fiero del suo impianto ad Alta Fedelta perchè appena accende i suoi gioielli io strillo subito: “spegni quella roba”. Che si tratti di Mozart o di Miles Davis, di Bach o John Coltrane, di Sanremo (eventualità   molto improbabile che io m’accompagni ad un Sanremofan, ma  insomma è bello metterci pure Sanremo, giusto per arricchire la casistica esemplificativa) io urlo “spegni”. Detesto chiacchierare se sto ascoltando musica. Se la chiacchierata mi interessa mi affretto a spegnere la musica. Se entro in un ristorante e c’è la musica scappo. Se non posso scappare divento intrattabile.

Gli amici che mi conoscono da anni e sanno quanto io ami la musica continuano a non capire e a dirmi: “ma percheeeè?!?!” Qualcuno —  forse un po’ meno amico  — è arrivato a ringhiarmi — tra l’umiliato e l’offeso — un: “Non hai un cervello multimediale”. Non ha aggiunto il supremo insulto del “Tu non sei una multitasking” ma giuro che poco c’è mancato, e comunque ho provveduto ad integrar  io mentalmente

Eppure, la spiegazione del mio comportamento è molto semplice: per me ascoltare musica è un’attività fine a se stessa; la musica un linguaggio e come tutti i linguaggi richiede — per esser compreso — che gli si presti l’attenzione dovuta. Non è però il mio un atteggiamento che deriva da una teorizzazione, ma il contrario: è un atteggiamento istintivo che ho poi elaborato e razionalizzato.

Ed ecco che proprio in questi giorni mi sono imbattuta in una pagina de L’ignoranza di Kundera nella quale ho trovato espresso, cento volte meglio di quanto avrei mai potuto fare io, questo concetto.

Milan Kundera, che come tutti i suoi lettori sanno bene è un grande conoscitore di musica e musicista egli stesso, riflettendo su un passo di Schömberg a proposito della “musica come rumore” scrive (i grassetti sono miei):

“Se un tempo ascoltavamo la musica per amore della musica, oggi essa urla ovunque e sempre […] urla negli altoparlanti, nelle auto, nei ristoranti, negli ascensori, nelle strade, nelle sale d’attesa, nelle palestre, nelle orecchie tappate dai walkman, musica riscritta, ristrumentata, accorciata, dilaniata, frammenti di rock, di jazz, di opera, flusso in cui tutto si mescola, al punto che non sappiamo chi sia il compositore (la musica diventata rumore è anonima), che non distinguiamo l’inizio dalla fine (la musica diventata rumore non ha forma): l’acqua sporca della musica dove la musica muore

Il libro di Kundera è del 2000: agli strumenti tecnologici che lui elenca se ne è aggiunto oggi un altro, vero strumento di tortura: la suoneria dei cellulari.

Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
Questa voce è stata pubblicata in Cose varie, Libri, Musica e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

23 risposte a L’ACQUA SPORCA DELLA MUSICA

  1. arden ha detto:

    Ora non si sfugge all’acqua sporca anche negli spazi aperti, sedendosi ai tavolini dei bar – qui sotto casa mia, per esempio.

  2. utente anonimo ha detto:

    Un mese fa leggevo su Repubblica (pagine milanesi) un servizio sui concerti pop che si tengono allo stadio di San Siro. Gli abitanti della zona, esasperati, avevano chiesto che almeno si abbassasse un po’ la potenza dell’amplificazione. Era divertente la classifica stilata da una signora: il peggiore era Vasco Rossi, che ad ogni ritorno a Milano fa tremare non solo i vetri ma anche i piatti e le tazzine negli armadi; la migliore era Laura Pausini, che si sente sempre tutto “ma come in un sussurro”. Dal Comune qualcuno aveva cercato di provvedere con un’ordinanza, ma gli artisti erano sdegnati, soprattutto Zucchero secondo il quale senza la potenza dell’amplificazione non c’è musica. Il conduttore della rubrica lettere milanese, tale Alessandro Dalai, stava dalla parte di Zucchero e contrapponeva tra “il popolo della notte” che vuole divertirsi, e “il popolo in ciabatte” che glielo vorrebbe impedire.
    Mi dispiace di non aver conservato l’articolo, che certo a Palermo non è arrivato, perché era a suo modo divertente. Io mi limito a due considerazioni: che ognuno dovrebbe poter ascoltare (o non ascoltare) ciò che vuole, e che auguro a Alessandro Dalai (sicuramente un figlio di papà ) di trovarsi presto in una delle seguenti situazioni: 1) andare a lavorare in fabbrica dovendosi alzare alle cinque del mattino; 2) avere in casa un malato o un bambino piccolo che fa fatica a dormire 3) essere rinchiuso in una cella imbottita per una notte intera con la musica che non sopporta, sparata ad almeno diecimila watt proprio nelle sue orecchie. (La maledizione si estende a chi gli ha pubblicato quel commento).
    saluti da Giuliano

  3. PrimoCasalini ha detto:

    Con la musica ho un mio sistema, diverso da quello di Gabrilu. Il mio problema è la musica che ancora non conosco, specie addentrandomi nel Novecento, e al primo ascolto può essere molto difficile da apprezzare. Faccio cose per casa e metto su quel brano. Praticamente l’ascolto e non l’ascolto, procedo nelle faccende. Alla terza volta (non di seguito!) sono pronto all’ascolto diretto, e qui concordo con Gabrilu. Ma il bello viene dopo. Io non conosco le note, ma finisce che la musica parla una lingua che intendo benissimo, la sento dentro il momento prima che si faccia. Non solo, finisce che anche l’esecutore ci mette del suo, non con quei confronti è meglio Tizio è meglio Caio, ma desso signor Brendel o Arrau o Perlman che quel brano diviene così di Schubert-Brendel, anzi, per dirla tutta, di Schubert-Brendel-Solimano, e la felicità, quelle volte, è di questa terra. E credo proprio che non succeda solo a me, ma a tutti noi: ci mettiamo del nostro anche noi.

    buona musica a tutti
    Solimano

  4. oyrad ha detto:

    La mia fruizione della musica è disordinata è caotica: anche da un punto di vista “concreto”. Infatti mi capita spesso di usare i cd anche come segnalibro, e li lascio sparpagliati in giro per la stanza😦

    Riguardo alle suonerie, mi son spesso chiesto se “usare” musiche di Mozart, di Beethoven, di Chopin, etc… ridotte ai toni sintetici di un cellulare sia segno di “distinzione culturale” rispetto a chi utilizza banali “drin” o ritornelli vari… oppure non sia, in verità, un sacrilego gesto di molestia nei confronti di capolavori compositivi dei classici…

    E per di più, a volte, sull’ autobus, per strada, in giro, ci “tocca sentire” conversazioni sparate ad alta voce che sono ancor più fastidiose delle pur odiose suonerie… sigh!

  5. dalloway66 ha detto:

    Non potete immaginare cosa significhi avere una vicina colta da crisi mistica, che ascolta radio maria a tutto volume, in giardino!!!

  6. joncur ha detto:

    Bello questo concetto della musica concepita solo fine a se stessa.

    Mi ritrovo. Ascoltare musica è impegnativo, non è robetta che si può sotterrare dentro un libro, figuriamoci in una discussione. Non sia mai, sacrilegio, quasi come quando parlano sull’assolo dei Led Zeppelin nell’ultima radio rock di quartiere.

    Multi-tasking? Roba vecchia. Buttiamo via tutto e impariamo a fare una cosa, mono-tasking, ma che rasenti la perfezione.

    Sapremmo meno, ma meglio.

    A presto!

  7. gabrilu ha detto:

    Il rumore inteso come livello di decibel è una cosa, e la tolleranza nei suoi confronti viene in genere spacciata come banalissima questione di abitudine e allenamento (salvo poi scoprire improvvisamente che, guarda un po’, si è diventati sordi e ci si chiede pure perche’ , ma come mai)

    Qui cmq si parla di un diverso tipo di “rumore”: il rumore della comunicazione. Che è legato, sostanzialmente, all’ascolto della musica ***come scelta*** o come ***imposizione dall’esterno***. Ed è la seconda che ho detto, che in me provoca furori omicidi.
    E poi, il discorso di Schomberg e Kundera si riferisce anche al rischio di overdose che deriva dalla sovrabbondanza di musica disponibile. E che la sovrabbondanza porti con se il rischio dell’assuefazione e dunque della difficoltà di comprensione e discernimento se non addirittura al rigetto mi pare questione non banale.

    Arden e Giuliano ecco, appunto. Quando si verificano casi tipo quelli che voi descrivete, io vengo colta da furori omicidi

    Solimano
    Quello che dici è interessante, ma ha più a che fare con il tipo di approccio che ognuno di noi ha con la musica. In particolare con la nuova musica. Non mancherà certo occasione di tornarci sopra ^___^

    Oyrad
    Qui non si parla di cosa debba o possa intendersi per “culturalmente distinto” o meno, ma semplicemente di chi ti impone di ascoltare cose anche quando tu non ne hai voglia.
    Detto questo, ti informo che il mio cellulare squilla con il banalissimo “drin” della suoneria di default con cui l’ho acquistato. Che — paradossalmente — risulta ormai molto originale e chic, visto che il drin normale non ce l’ha più nessuno, occupati tutti come sono ad inserire Marce dell’Aida o Danze delle Ore o altre robe “molto distinte” ^___^

    Alla suoneria del mio cell io chiedo solo che mi avverta se qualcuno mi sta telefonando. Se voglio sentire musica, ho altre situazioni ed altri strumenti.
    Mi infastidirebbe non poco se il mio cellulare mi facesse il caffè. A ciascuno il suo (mestiere).

    Dalloway
    Credo che il problema, prima che Radio Maria o la patetica di Ciaikovsky stia nel fatto che qualcuno cerchi di imporne l’ascolto.

    joncour
    Ecco, appunto ^___^
    Certo, sulla perfezione non posso garantire, almeno per quanto mi riguarda 😦

  8. biancas ha detto:

    l’acqua sporca della musica che provoca livelli elevati di inquinamento acustico.

    io, però sono più tollerante decibel permettendo, perchè tanto o ascolto la musica o ascolto il mio interlocutore non riesco a integrare le due cose…limiti umani!
    ciao

  9. PrimoCasalini ha detto:

    Joncour, la musica è fine in sé, proprio come la matematica, di cui è sorella. La matematica può essere asservita ad un borsellino e la musica ad un cellulare, ma alzano sempre la testa, da Serve Padrone. Lo dico da riduzionista, senza nessun tiramento olistico, vedendo Giulini dirigere con una grande orchestra la prima di Brahms ho pensato: “Che meraviglia che è l’evoluzione, che senza progetto ci ha portato a questo!”

    saludos
    Solimano

  10. oyrad ha detto:

    Gabrilù, ti propongo un pezzetto di Gillo Dorfles tratto dal suo “L’ intervallo perduto”, da poco ri-pubblicato da Skira.
    E’ un po’ lunghetto, ma ho preferito non tagliarlo. Per molti versi si aggancia e avvicina alle questioni di fruizione musicale che hai proposto nel post. Per altri se ne allontana collocando il problema nell’ ambito della “accettazione” della musica atonale da parte del grande pubblico. (il maiuscolo è mio)

    “Spesso ci accade di dover fare uno sforzo d’ attenzione per sincerarci se attorno a noi – non solo in città, ma in montagna, al mare, in aereo – ci sia o meno una “sorgente musicale” in atto. Nessun confronto possibile con i canti delle lavandaie o delle mondine, dei muratori o dei pescatori ottocenteschi, o con le canzoni alpine dei cronici avvinazzati montagnardi. Allora il canto costituiva, se non sempre un’ espressione di gioia, almeno un mezzo di sollievo alla durezza del lavoro, di contrappunto alla fatica, di creazione autonoma, sia pur modestamente artistica, di fronte ad impegni esclusivamente materiali. Oggi le musichette di cui sopra sono soltanto un artificio meccanico inventato per attutire la nostra sensibilità e non per stimolarla, per addormentare la nostra attenzione vigile; per narcotizzare il lavoratore che compie un lavoro stressante; per riempire il vuoto di chi è già interamente vuoto di sentimenti e di pensieri. A RIGORE NOI POTREMMO TRASCORRERE OGNI MINUTO DELLA NOSTRA GIORNATA E NOTTATA AVVOLTI IN QUESTO LIMBO SONORO. E quel che è peggio è il genere di musica che viene trasmessa: quasi sempre dozzinale, banale e “tonale”. Il nostro orecchio viene ad essere talmente condizionato da questi suoni e non potrebbe non esserlo. E questo fatto costituisce un grave ostacolo per l’ accettazione da parte del pubblico anche di certa parte di musica “seria”: atonale, modale o comunque lontana dalle viete melodie tradizionali che vengono trasmesse a getto continuo.”

  11. gabrilu ha detto:

    Biancas
    E’ vero, tu sei più tollerante di me però mi pare che nel merito reagisci più o meno allo stesso modo, se non mi sbaglio 🙂

    Oyrad
    Mi spiace ma per una volta dissento vigorosamente da quello che scrive Dorfles nell’ultima parte del testo che hai riportato.
    La divisione netta che lui mi pare faccia in questo scritto tra una musica atonale che sarebbe “seria” e musica tonale (tutta, a questo punto, perchè non mi pare faccia gran distinguo tra Papaveri e Papere e Mozart) che per contrapposizione sarebbe “non seria” mi sembra — scusami, eh — così vecchia, ma così vecchia, ma così vecchia e ammuffita che l’ho riletta almeno quattro volte.
    Cioè, fatemi capire se ho capito male. Secondo Dorfles dovremmo buttare a mare tutta la musica tonale? Nemmeno Adorno — il teorizzatore princeps e l’alfiere massimo della musica dodecafonica e atonale — s’è mai sognato di dire una roba del genere. 🙂
    Io certo non sono un’esperta e non ho il linguaggio tecnico per disquisire più di tanto, però so che tutte le volte in cui la musica se ne è fregata di mantenere almeno alcuni elementari canali e codici di comunicazione con chi musicista e tecnico non è si è condannata alla autoreferenzialità e si è autoesclusa da se stessa medesima, autorelegandosi a sale da concerto semideserte in cui i musicisti/officianti si ostinano a non capire che “la vita è altrove”.

    La musica, come le arti figurative, come la letteratura, devono essere capaci di trasmettere anche emozioni e non solo teorizzazioni. Se non vogliono o non ci riescono, la gente si rivolge altrove. E secondo me è sacrosantamente giusto che questo avvenga. Credo che anche Schomberg ce l’avesse chiaro, tant’è che pur nel suo braccio di ferro durato tutta la vita con Stravinskj non ha fatto che cercare di sostituire un sistema musicale ben strutturato ad un altro altrettanto strutturato. E ha scritto opere che ancora oggi emozionano “il pubblico”, che non si chiede, quando ascolta i GurreLieder o l’ “Erwartung” quale delle due composizioni appartenga alla vecchia e alla nuova maniera.

    Vabbè, mi fermo qui perchè il discorso è grande quanto una casa.
    Però se vi va di dire la vostra, io sarò ben lieta di leggervi 🙂

  12. gabrilu ha detto:

    Oyrad
    Ho riletto il mio commento precedente e ci tengo a precisare che il mio tono un po’… ehm… polemico non era rivolto a te, che anzi ringrazio molto per aver postato uno scritto così stimolante.
    Ce l’avevo soltanto con Dorfles.
    Ora che ho precisato posso andare a nanna. Sono più tranquilla ^____^

  13. oyrad ha detto:

    Capisco Gabrilù. Le tue osservazioni nei confronti di quel che dice Dorfles sono giuste e condivisibili in pieno.

    Ma allo stesso tempo, penso che la posizione di Dorfles sia da “contestualizzare”, da ricondurre all’ interno della sua strenua difesa della musica atonale: posizione, la sua, forse anche esasperata dal contesto ( e dal gusto) musicale che circondava Dorfles stesso. Penso al suo matrimonio con la figlia del direttore del Conservatorio di Milano, grande amico di Toscanini. Emergono, in alcuni scritti dorflesiani, gli attacchi di Toscanini stesso – attacchi a volte anche furiosi – nei confronti della dodecafonia, e che dovevano molto infastidire (o forse addolorare, dal momento che venivano da un grande come Toscanini) Dorfles stesso, che li doveva accettare e “subire” in famiglia e “tra amici”.
    Credo di non sbagliare nel collocare quel che qui dice Dorfles nella scia di questa difesa (anche esasperata, fino ad una eventuale “miopia”) della musica atonale. Non mancano anche in certe pagine dorflesiane dedicate all’ arte figurativa posizioni che possono sembrare aspre o “di chiusura”, ma sono comunque da collocare nelle esperienze degli anni “militanti”, in cui era urgente “attaccare” per poter difendere e promuovere le nuove forme dell’ arte astratta italiana nel mondo, e, viceversa, dell’ arte astratta internazionale in Italia.

    Dopo tutta questa mia contestualizzazione, comunque, questo non significa che Dorfles abbia sempre detto cose necessariamente giuste, o condivisibili o giustificabili “in toto”. Anche Dorfles stesso a volte dice delle “cavolate”…😉

  14. joncur ha detto:

    @Solimano. La matematica fine a sè stessa è oggetto sopraffino, solo per veri intenditori.

    Nella storia della matematica c’è un mondo sconosciuto ai più.

    Mi permetto di consigliare un libro: “Da zero a infinito. La grande storia del nulla” di John D. Barrow.

  15. amfortas ha detto:

    Insomma, io ascolto volentieri la mia musica anche in automobile, se sono solo.
    E qualche volta mi spiace scendere ed andare a casa, alla stessa maniera che mi spiace finire di leggere un libro (di quelli che mi hai consigliato tu, per esempio).
    Ciao!

  16. utente anonimo ha detto:

    Molto bello il sito su proust
    By Sanremofan

  17. melpunk66 ha detto:

    ti capisco
    io di solito mi spengo, se non posso spegnere la musica. così non sento

  18. gabrilu ha detto:

    Oyrad
    veramente interessanti queste riflessioni di contestualizzazione. Aiutano — se non a condividere, almeno per quanto mi riguarda — almeno a capire il testo di Dorfles. Aiutare a capire non è affatto roba di poco conto. Ti ringrazio.

    Posso dire come in Casablanca … “suonala ancora, Sam”?
    Insomma voglio dire: quando e se ti va, manda dell’altro, manda, manda ^___^

    joncour
    mi guardo bene dall’intromettermi nel duetto matematico tra te e solimano. Voglio solo dirti (smile) che alla prima occhiata distratta del tuo commento avevo letto Brown invece di Barrow. E m’era preso un coccolone che non ti dico, a veder citato il famigerato Dan Brown. Ma per fortuna ero io che avevo letto fischi per fiaschi (ari-smile)

    Amfortas
    Hai tutta la mia solidarietà

    Sanremofan
    Ti ringrazio. Proust avrebbe apprezzato molto Sanremo. E guarda che non lo dico nè con ironia nè tanto meno con sarcasmo.
    Avrebbe apprezzato, ci si sarebbe divertito, poi ci avrebbe rimuginato sopra e il risultato sarebbe stato che noi oggi ci troveremmo con un’altra quintalata di preziose paperolles

    Ma… (sospiro) … non per nulla lui è lui e io sono solo una che quando c’è Sanremo si guarda bene dall’accendere l’elettrodomestico che un tempo si chiamava TV

  19. PrimoCasalini ha detto:

    Jancur, fra il mio esser prolisso e il tuo esser criptico non ho capito se riguardo la matematica siamo fraterni amici o nemici acerrimi. Ma una cosa l’ho capita: pensiamo entrambi un gran bene di Barrow! Sono proprio persone di quel tipo che mancano in Italia.

    saludos
    Solimano

  20. barbara34 ha detto:

    gabrilù, pensa che per gli arabi è normale parlare anche nel mezzo del più magnifico concerto, parlano anche al cellulare!! perché storicamente per loro la musica, anche quella colta, non è mai stata incompatibile con la tertulia. ovviamente io frinisco, ma cercodi farci l’abitudine (a dire la verità però è un po’ che non mi capita…)

  21. EnzoRasi ha detto:

    La musica è un oceano pieno di correnti: io non credo che essa debba essere trattata sempre e comunque conla stessa attenzione. Magari inizialmente sì ma poi ti accorgi subito di qunato vale e ti comporti di conseguenza. Diverso è il discorso del “rumore” musicale cui si è obbligati ormai in quasi tutti i luoghi pubblici. Ma anche lì un conto e bersi un Te con sottofondo di un piano che suona Gershwin o farlo con una cassa acustica che spara tecno a tutto volume. Personalmente proibirei il superamento di certi decibel nei locali pubblici perchè lo ritengo un insulto alla privacy del cittadino.
    Però tu esordisci col discorso della musica in auto: concordo. Se stiamo chiaccherando io voglio sentire la tua voce e i tuoi argomenti, il tuo intercalare e spiare come ammicchi…ma mi è capitato di avere interlocutori che era meglio far scendere dall’auto! E riaccendere lo stereo.
    Ascolto musica da bambino, ho un’archivio musicale da far paura che passa dal rock anni 60 alla musica elettronica sperimentale, dai grandi cantautori al sinfonismo europeo etc etc. Ascolto musica in macchina perchè viaggio spesso da solo ed è l’unica occasione ormai di star solo con i miei pensieri e con le note che mi accompagnano da sempre. A Barbara mi permetto di osservare che l’islam considera la musica minus quam… un frutto diabolico, quindi perchè meravigliarsi di certi atteggiamenti durante la sua esecuzione?
    E’ la prima volta che leggo un tuo post non letterario in senso specifico ma i commenti sono per certi versi ancora più elitari: a volte penso che viviamo fuori dal mondo. Sarà un bene? Buona giornata signora Alù.

    • gabrilu ha detto:

      Enzo Rasi non intendevo certo proporre un modello di comportamento nè teorizzare alcunchè. Ho solo parlato del mio modo di ascoltar musica e del piacere che ho provato quando ho letto che qualcuno molto più autorevole di me come Kundera (per non parlar di Schoemberg) pensava più o meno le stesse cose e le teorizzava pure 🙂
      Per il resto… non è certo la prima volta che scrivo post “non letterari”… di questo genere di post ce ne sono molti altri, nel blog.
      Se poi viviamo fuori dal mondo… non so proprio rispondere. A volte (anzi sempre più spesso, specialmente di questi tempi) penso che forse forse si.
      Ma confesso che, anche fosse, non mi dispiace più di tanto.
      Grazie per il contributo e a rileggerci presto, spero 🙂

  22. Pietro ha detto:

    Mi identifico molto in quel che scrivi; anche io detesto la musica riempitiva, la muzak dei ristoranti e dei negozi, in generale qualsiasi suono che penetra nel mio cervello non invitata o richiesta. Credo che l’imposizione dei suoni – visto che sarebbe assai difficile uscire in società coi tappi alle orecchie – sia una delle violenze più sottili e malsane.
    Ti riporto un’altra citazione di Kundera, presa però da Il libro del riso e dell’oblio, che ho letto poco tempo fa e mi colpì questo passaggio proprio perché riflette la mia visione e dà forma ai miei pensieri meglio di quanto possa fare io stesso:

    “Se è vero che la storia della musica è finita, che cosa è rimasto della musica? Il silenzio?
    Macché, di musica ce n’è sempre di più, decine, centinaia di volte di più rispetto alle sue epoche più gloriose. Esce dagli altoparlanti appesi alle pareti delle case, dalle terrificanti macchine sonore installate negli appartamenti e nei ristoranti, dalle radioline che la gente si porta per la strada.
    Schönberg è morto, Ellington è morto, ma la chitarra è eterna. L’armonia stereotipa, la melodia banale, il ritmo tanto più insistente quanto più monotono, ecco cosa è rimasto della musica, ecco l’eternità della musica. Su queste semplici combinazioni di note tutti possono sentirsi uniti, perché è l’essere stesso a gridare in loro il suo giubilante Io ci sono! Non c’è comunione più fragorosa e più unanime della semplice comunione con l’essere. Qui gli arabi s’ncontrano con gli ebrei e i cechi con i russi. I corpi si muovono al ritmo delle note, ebbri della coscienza di esistere. Per questo nessuna opera di Beethoven è stata vissuta con la stessa grande passione collettiva dei colpi uniformemente ripetuti sulle chitarre.
    Circa un anno prima della morte di mio padre, facevo con lui la nostra solita passeggiata intorno all’isolato e da ogni parte si udivano canzoni. Più le persone erano tristi, più gli altoparlanti suonavano per loro. Invitavano il paese occupato a dimenticare l’amarezza della storia e ad abbandonarsi alla gioia di vivere. Mio padre si fermò, alzò gli occhi verso l’apparecchio da cui giungeva il rumore e io capii che voleva comunicarmi qualcosa di molto importante. Fece un grosso sforzo per concentrarsi, per riuscire a esprimere quello che aveva in mente, poi, lentamente e con fatica, disse: “La stupidità della musica!”.
    Che cosa voleva dire mio padre con queste parole? Voleva forse insultare la musica, che era la passione della sua vita? No. Io credo che volesse dirmi che esiste uno stadio originario della musica, uno stadio anteriore alla sua storia, anteriore al primo interrogarsi, anteriore alla prima riflessione, anteriore all’inizio del gioco con un motivo e con un tema. In questo stadio rudimentale della musica (la musica senza il pensiero) si riflette la stupidità connaturata all’essere umano. Perché la musica si elevasse al di sopra di questa stupidità primitiva, c’è voluto un immenso sforzo della mente e del cuore, e questa è stata una curva splendida, che ha dominato dall’alto secoli di storia europea e si è estinta al punto massimo della traiettoria, come il razzo di un fuoco d’artificio.
    La storia della musica è mortale, ma la stupidità delle chitarre è eterna. Oggi la musica è tornata al suo stadio originario. E’ lo stadio dopo l’ultima domanda e dopo l’ultima riflessione, lo stadio dopo la storia.”

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...