UNA FAMIGLIA AMERICANA – JOYCE CAROL OATES

Copertina libro
Joyce Carol OATES, Una famiglia americana (tit. orig. We were the Mulvaneys), traduz. Vittorio Curtoni, NET/Saggiatore-Collana Narrativa n.271, p.512, 2006, ISBN 88-515-2312-6

“Eravamo i Mulvaney, vi ricordate di noi?
[…]
Per parecchio tempo ci avete invidiato, poi ci avete compianto.
Per parecchio tempo ci avete ammirato, poi avete pensato: Bene! E’ quello che si meritano”

Una famiglia americana è la traduzione piuttosto grezza del titolo originale We were the Mulvaneys, romanzo del 1996 di Joyce Carol Oates, scrittrice americana dalla sterminata bibliografia, docente a Princeton, direttrice della prestigiosissima Ontario Rewiew e da anni, insieme a Philip Roth, candidata USA per il Nobel per la letteratura.

Si tratta di un romanzo di largo respiro, una bellissima ed avvincente saga familiare ambientata in una ricca fattoria piena di animali di ogni tipo nel nord dello Stato di New York nel periodo tra gli anni ’60 ed ’80.

La famiglia Mulvaney è composta da Michael (il padre), Corinne (la madre) e quattro figli dei quali tre maschi (Michael jr., Patrick, Judd) e un’unica femmina, Marianne. E’ una famiglia felice, chiassosa ed allegra, in cui regna la concordia, con un lessico familiare molto articolato e complice, in cui tutti i membri fanno al meglio quello che ci aspetta da loro: lavorare, studiare. I Mulvaney stanno bene con gli altri e stanno bene tra loro.

Fino a quando, il giorno di S.Valentino del 1976, l’unica figlia femmina, la beniamina del padre, la diciassettenne e dolcissima Marianne, cheerleader del suo liceo, studentessa modello, ammirata da tutti, viene violentata da un compagno di classe e lei, nonostante le pressioni di tutta la famiglia e soprattutto di suo padre, si rifiuta di denunciarlo.

Da quel momento tutto comincia a disgregarsi ed a precipitare: il padre non sopporta più nemmeno la vista di Marianne, che viene allontanata da casa dalla madre Corinne, solidale con il marito. Mike jr. e Patrick, i due figli più grandi, si allontanano da casa covando risentimento per i genitori, desiderio di vendetta nei confronti dello stupratore di Marianne ma anche, in parte, un malcelato disprezzo per la sua codardia nel non volerlo denunciare. Nessuno riesce a gestire la situazione, il padre Michael perde sempre di più l’autocontrollo e si comporta in modo tale che la società, che in primo tempo li aveva compianti per quello che era successo a Marianne a poco a poco li emargina.

Solo a distanza di anni la famiglia riuscirà a ritrovarsi e a ricostituirsi.

Il romanzo, nonostante la sua lunghezza, i tanti personaggi, uno stile di scrittura articolato ma sostanzialmente molto classico (la voce narrante è dell’autrice, ma in alcuni capitoli gli eventi sono visti e narrati in prima persona dal figlio minore Judd) è in realtà molto strutturato in tre parti più o meno di eguale lunghezza.

Nella prima ci viene descritta questa famiglia invidiabile, ideale e felice

Nella seconda parte assistiamo alla progressiva ed inesorabile distruzione di questa felicità che avviene certo per cause esterne (lo stupro e l’atteggiamento dei concittadini dei Mulvaney) ma soprattutto per cause interne perchè i maschi della famiglia, ciascuno con le proprie motivazioni e modalità non reggono e, mentre apparentemente ed anche in buona fede non hanno altro desiderio che punire lo stupratore e vendicare Marianne, in realtà è lei che colpevolizzano e sono proprio loro i primi a non comprenderla e ad  emarginarla.
Trovo che questo sia uno degli elementi più interessanti del romanzo della Oates, e mi interessa sottolinearlo. Perchè a circa metà del libro mi sono resa perfettamente conto che i maggiori artefici della tragedia di Marianne sono, di fatto il padre e i fratelli i quali, invece di accoglierla, proteggerla, curarne le ferite, in realtà pensano a lei come a qualcosa di insozzato ed alla punizione dello stupratore più come alla vendetta del proprio onore maschile ferito. Così facendo, spingono sempre di più Marianne a disprezzare se stessa, a non autostimarsi. E la madre, Corinne,  che pure vuole molto bene a Marianne, sta fino alla fine — di fatto —  dalla parte dei maschi della famiglia.

Nella terza fase c’è il percorso individuale che ciascuno fa per ritrovare innanzitutto se stesso e quindi per ritrovare l’unità familiare perduta. Alcuni ce la fanno, qualcuno no e viene travolto.

Nella quarta di copertina di questa edizione leggo che Una famiglia americana è stato definito “Un Buddenbrook americano”. Non sono affatto d’accordo. Romanzi che hanno come tema una saga familiare ce ne sono tanti, ma non basta questo per renderli simili. I Buddenbrook e i Mulvaney sono diversissimi e non solo per il contesto e l’epoca storica in cui le loro storie si svolgono, ma per le dinamiche e la tipologia degli eventi che intervengono a determinare la rottura degli equilibri interni e la crisi della famiglia.

Piuttosto, a me sono venute subito in mente altre due famiglie, entrambe americane: per la verità, non tanto la famiglia Lambert di Le Correzioni di Jonathan Franzen quanto  piuttosto la famiglia di Seymour Levov, “lo svedese” di Pastorale americana di Roth, la cui famiglia viene letteralmente frantumata da una bomba. Una bomba reale. La bomba che l’amatissima figlia adolescente (anche qui  il motore dell’intreccio narrativo è un’amatissima figlia adolescente) utilizza per far saltare un emporio e un ufficio postale. Ed anche qui un padre che non si dà pace.

Marianne Mulvaney è una vittima passiva. Merry, la figlia dello “svedese” è una vittima attiva. Entrambe vittime, però.

Joyce Carol Oates
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18 risposte a UNA FAMIGLIA AMERICANA – JOYCE CAROL OATES

  1. SimonaC ha detto:

    Penso proprio che mi piacerà!
    Grazie 🙂

  2. fuoridaidenti ha detto:

    mi fai pungere dalla voglia di leggerlo. Della Oates ho letto tante di quelle cose che m’ero ripromesso adesso basta!
    E comunque tra lei e P.Roth, via, c’è un abisso

  3. SimonaC ha detto:

    Sono attratta anche da “Storie americane”.
    PS: conosci Flannery o’ Connor?

  4. utente anonimo ha detto:

    Ti leggo ormai da qualche mese e volevo dirti che con ogni recensione fai venire voglia di leggere il libro di cui parli. Questo sito è una miniera. Grazie.
    A.

  5. gabrilu ha detto:

    SimonaC
    Avendo la presunzione di conoscere ormai almeno un po’ i tuoi gusti, si, credo proprio che questo romanzo ti piacerà 🙂
    Flannery O’Connor ce l’ho in lista d’attesa, ma ancora non mi ci sono avvicinata
    (ehi, ma non dovevi essere in vacanza? Che ci fai attaccata al computer? ^____^

    fuoridaidenti
    Credo che della Oates leggerò ancora Le cascate ma di altro non so.
    Sul paragone con Roth: credo di capire quello che intendi e anche se della Oates ho finora letto solo questo romanzo penso di poter condividere. Mi viene in mente un altro paragone che può sembrar peregrino ma non lo è: I Vicere di De Roberto e Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Il primo è un eccellente romanzo, un grande affresco storico. Bell’inreccio, personaggi interessanti. Entrambi descrivono la crisi di una famiglia dell’aristocrazia siciliana dell’Ottocento.
    Però il romanzo di De Roberto rimane un eccellente romanzo e non va oltre. Non ha quel “colpo d’ala” che fa de Il gattopardo un capolavoro e lo fa entrare nell’empireo dei classici. A mio parere, si intende.
    Ecco, la Oates ha scritto un bellissimo romanzo. Ma Pastorale americana ha quello che io chiamo “il colpo d’ala”…

    anonimo/a A.
    Grazie a te.
    Io non intendo consigliare o sconsigliare nessuno. Scrivo semplicemente le mie impressioni sui libri che vado leggendo…
    Se poi qualcuno riesce a cavare qualcosa dalle mie disquisizioni, ben venga 🙂

  6. SimonaC ha detto:

    Puoi presumere liberamente, lo sai che mi fido del tuo gusto!!!

    (Sono andata e tornata dalla Provenza… rientrata in ufficio, ma oggi è davvero l’ULTIMO giorno! Poi si riparte per la Valle d’Aosta).

  7. barbara34 ha detto:

    le quarte di copertina sono desolanti, ma chi cavolo le scrive? e spesso le recensioni sui giornali non sono tanto meglio.

  8. brianzolitudine ha detto:

    Vittorio Curtoni lo ricordo direttore di Robot e scrittore di SF. Fa piacere sapere che gironzola ancora per carta stampata.

  9. utente anonimo ha detto:

    Sono perfettamente d’accordo con quanto dici riguardo a Roth e al colpo d’ala. Della Oates ho letto un mucchio di cose (ma quanto scrive eh?). Forse il libro che più mi è rimasto impresso è stato “La ballata di John Reddy Heart”, ma francamente non so quanto il mio giudizio sia inquinato dal fatto che avessi proprio voglia di leggere qualcosa che mi riportasse ai favolosi anni 70. Molto pertinente il paragone tra “I Vicerè” e “Il gattopardo”.

  10. gabrilu ha detto:

    Barbara34
    beh, dai, non sono sempre così approssimative, le quarte di copertina. Non mi sento di generalizzare.
    Per quanto riguarda le critiche dei giornali… ma, sai, altro è scrivere se e quando si vuole e di cosa si vuole, come faccio io, altro è dover scrivere anche quando non se ne ha voglia e magari di un libro che non si aveva voglia nemmeno di leggere. Cambia tutto, cambia.
    Non finisco mai di congratularmi con me stessa per non aver mai voluto far della mia passione per la letteratura un qualsivoglia di professionale.

    Brian
    per quel poco che ne posso capire, questa traduzione mi è sembrata molto buona
    (mi piace chiamarti brian, anche se suona più anglofono e chissa perche cinematografico che brianzolo 🙂
    Mi scuserai, spero :-I

    fuoridaidenti
    La ballata di John Reddy Heat, dici? Terrò presente. Vedremo.

  11. oyrad ha detto:

    Visto che son fresco di “Pastorale americana”, non scorderò di dar priorità a questo romanzo. E poi non sapevo assolutamente nulla di questa autrice: io, figurati, nella mia totale ignoranza, pensavo che fosse “un lui”, quando per caso -guardando gli scaffali “a volo d’ uccello” – mi sono imbattuto nel suo nome sul dorso dei suoi libri 😦 Approfitterò dunque di questa altra tua proposta di lettura… e, ovviamente, grazie! 🙂 Oy

  12. gabrilu ha detto:

    Oyrad
    Sarà bene tenerla d’occhio, la signora, considerato che anche lei è candidata per il Nobel… 😉

  13. PrimoCasalini ha detto:

    Il tempo ha fatto giustizia di tutte le discussioni che seguirono la pubblicazione del Gattopardo. Perché fu criticato in tutti i modi e furono fatti dei confronti a suo sfavore con romanzi italiani che oggi giustamente nessuno legge più.
    Sarebbe molto utile che qualcuno pubblicasse gli scritti di quegli stroncatori a prescindere, perché è giusto che chi sbaglia paghi (spesso non c’era neppure l’attenuante della buona fede). Ma non succederà, come non succede per la storia dell’arte. Mi permetto di consigliarvi la lettura di alcuni libri minori di Federico Zeri, come Confesso che ho sbagliato. Non ci si meraviglierebbe più del fatto che a Firenze volevano fare la mostra sul Parmigianino in concorrenza con Parma, a prescindere dal fatto che tutti gli affreschi sono a Parma…
    La regola non scritta del “chi sbaglia paghi” dovrebbe valere ancor più in cultura che negli affari, ma chi glielo fa fare, al poveretto che scrive la quarta di copertina, di parlarne?
    Conclusione: noi, amatori disinteressati – alla pagnotta abbiamo provveduto altrimenti – prendiamocelo l’utile lusso di dirle, certe cose, anche per chi non le può dire, poveretto. Non credo di esagerare, è un serio problema di igiene.

    saluti accaldatissimi
    Solimano

  14. fuoridaidenti ha detto:

    Gagrie’ non potrei mai ossimorare. Anobiizzo onestamente, credi a me.
    Intanto beccati i miei J.C.Oates. Quelli nel carniere, dico, li ho anobiizzati pe’ te. 😉

  15. gabrilu ha detto:

    Solimano
    Su Il gattopardo avrei tanto, ma proprio tanto da dire. Chissà, magari un giorno o l’altro…

    fuoridaidenti
    Ti ho trovato, su Anobii. Ti ho uncinato e da adesso ti tengo sotto controllo 🙂
    Però mettere almeno le stelline no, eh? Come faccio io a sapere quali libri ti sono piaciuti e quanto? :-/

  16. SimonaC ha detto:

    Una famiglia americana[..] Dato che di questo bel romanzo potete leggere il bellissimo approfondimento di Gabrilu, io mi limito a lasciare qui, per confronto e diletto, le mie impressioni sparse. Bello, un gran bel romanzo. Approvo totalmente l’accostamento a "", anch [..]

  17. utente anonimo ha detto:

    E' un bel libro, anche se effettivamente poteva essere meno lungo. Comunque lo consiglio, soprattutto come lettura estiva

  18. gabrilu ha detto:

    Anonimo #17Trovo che purtroppo la Oates negli ultimi tempi   sia  molto peggiorata, dal punto di vista della logorrea… Dopo   "Una famiglia americana" e "Le cascate" (che complessivamente  mi sono piaciuti  molto)  ho letto altri suoi due romanzi, ma la prolissità sfiora ormai l'incontinenza…Come ho scritto da qualche altra parte (su aNobii, mi pare) la Oates dovrebbe scrivere meno e (ri)cominciare a scrivere bene, badare  cioè più alla qualità che alla quantità.

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