LA BUONA TERRA – PEARL S. BUCK

Copertina libro
Pearl S. BUCK, La buona terra (tit. orig. The good Earth), traduz. Andrea Damiano, p.325, Oscar Mondadori coll. Classici Moderni

Pearl Buck, scrittrice americana molto prolifica ed i cui romanzi sono quasi tutti ambientati nella Cina nella quale lei stessa trascorse tre quarti della sua esistenza appartiene a quella schiera di scrittrici (e di scrittori) che oggi in Italia a me sembrano ingiustamente sottovalutati ed in qualche modo persino snobbati.

Nel 1938 venne assegnato a Pearl Buck il Nobel per la Letteratura con questa motivazione: “Concedendo il premio di quest’anno a Pearl Buck per le opere notevoli che ha lasciato lungo il suo cammino che conduce verso la simpatia umana nei riguardi di popoli separati da noi da frontiere lontane, e per lo studio di ideali umani ai quali ella ha prestato la sua arte di descrivere così perfetta e viva, l’Accademia Svedese è cosciente di agire in armonia e d’accordo con i propositi che si era prefisso Alfred Nobel”.

Nel 1938, Pearl Buck era famosa ed i suoi romanzi molto amati. E’ stata indubbiamente una delle scrittrici più lette (molti suoi romanzi sono stati tradotti in trenta lingue) ma nonostante questo  poco apprezzata dalla critica che l’ha sempre relegata tra le figure di sfondo della letteratura americana.

Malcom Cowley — il biografo di Hemingway che Fernanda Pivano in Amici scrittori ha definito “il critico letterario più illuminato del suo tempo” — ha scritto che i critici non hanno mai perdonato a Pearl Buck di essere una scrittrice “scoperta dal pubblico, mentre i letterati guardavano da un’altra parte”. Eppure la maggior parte dei romanzi di Pearl Buck (come i bellissimi Stirpe di drago, La saggezza di Madama Wu, L’amore di Hai Huan, L’esilio) che tanti anni fa avevo comprato e letto nella mitica Medusa verde e bianca Mondadori sono oggi fuori catalogo ed irreperibili.

La buona terra, pubblicato nel 1931 e che le era valso il Premio Pulitzer, la laurea honoris causa dell’Università di Yale e la medaglia di riconoscimento dell’American Academy of Arts and Letters è il suo romanzo più famoso ed uno dei pochissimi ancora reperibili in italiano. Il romanzo è una vera e propria saga che abbraccia quattro generazioni di una famiglia di poverissimi contadini cinesi agli inizi del Novecento

I personaggi sono tanti, ma i protagonisti sono due: Wang Lung e sua moglie O-Lan i quali, lottando fianco fianco contro le carestie, la mala sorte, la miseria in nome della fedeltà alle tradizioni e alle proprie radici riescono a costruire la loro fortuna, a diventare una grande e potente famiglia ma, come sempre avviene nelle grandi saghe familiari, anche per la famiglia Wang arriva il momento in cui gli equilibri si spezzano, il momento della crisi e della dissoluzione.

“Quando si comincia a vendere la terra è la fine di una famiglia. Dalla terra siamo venuti e alla terra dobbiamo tornare”. Così Wang Lung, protagonista maschile de La buona terra, ammonisce tra le lacrime i due figli maggiori quando, ormai giunto alla fine della vita, intuisce che progettano di vendere le terre che egli ha faticosamente messo insieme e difeso durante tutta la sua esistenza per costituire la fortuna della famiglia.

Veramente potenti ed epiche le descrizioni che Pearl Buck fa di eventi terribili e catastrofici ma purtroppo ricorrenti come carestie, inondazioni, l’invasione delle cavallette e la distruzione dei raccolti e strazianti le descrizioni della condizione delle donne che in qualunque posizione si trovino (mogli, concubine, figlie) ed a qualunque livello della scala sociale sono sempre e soltanto puro oggetto alla mercè della volontà e dei capricci dell’uomo che su di esse esercita il potere assoluto. Pearl Buck descrive i parti, l’allevamento dei figli, i pesanti lavori cui sono costrette le donne con una pietas e una solidarietà femminile che scava in profondità nella condizione delle donne in una società che non concede loro nessun diritto, in cui il neonato — se risulta essere una femmina — viene chiamato semplicemente “la schiava” e non ha diritto nemmeno ad avere un nome.

La buona terra fu prima tradotto in versione teatrale da Owen Davis e nel 1937 venne realizzata la riduzione cinematografica da Irving Thalber e Sidney Franklin per la Metro Goldwyn Mayer.

Pearl Buck

“Un buon romanziere — almeno, questo mi hanno insegnato in Cina — dovrebbe essere innanzitutto tse ran, ovvero naturale, non affettato, tanto flessibile e variabile da essere sempre disponibile a ogni tipo di materiale che scorra attraverso le sue pagine […] In Cina il romanzo è più importante del romanziere”.

Questo scriveva Pearl Buck in The Chinese Novel, il discorso tenuto davanti all’Accademia Svedese in occasione dell’assegnazione del Nobel.

Una scena del film

Una scena del film con Paul Muni e Luise Rainer

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23 risposte a LA BUONA TERRA – PEARL S. BUCK

  1. contenebbia ha detto:

    Devo venire più spesso qui…

  2. PrimoCasalini ha detto:

    Eh, la Medusa Mondadori bianca e verde! Ne ho quattro: Il nocciolo dell questione, Il potere e la gloria, Il grande Maulnes, Diario di un curato di campagna. Due sono privi di copertina, quindi sono verdi con i titoli in oro. Credo di avere anche un Green ma si è nascosto da qualche parte, è uno scrittore timido, mentre Greene è sfacciato.
    Di Bernanos – che oggi nessuno legge, e fanno male a non leggerlo – ho l’edizione magnifica della Pleiade.
    Di Pearl S. Buck non ho letto mai nulla, lasciamo stare i motivi perché sennò vengo azzannato, ma una che dice che il romanzo è più importante del romanziere è una che capisce molto, e dovremmo sempre ricordarlo tutti. Anche il fim è più importante del regista. Naturalmente, vale per certi romanzi e per certi film, non quelli un tanto al chilo o un tanto al quintale. Ci sono anche quelli da un tanto all’etto, e in genere credono di essere il meglio, proprio per via dell’etto. Una polemica che risale a Callimaco ed Apollonio Rodio (meglio comunque le Argonautiche).

    saludos
    Solimano

  3. arden ha detto:

    Una delle prime letture di autori contemporanei fatta nell’adolescenza. Mi piacque moltissimo.
    M’impressionò anche moltissimo, per la miseria, la fatica e i dolori che descriveva. Mi impressionò anche grandemente la fine di O-Lan, che crede di essere ancora una volta incinta e invece ha un tumore.

  4. oyrad ha detto:

    Gabrilù, meno male che ci sei tu… e il tuo blog! Io non sapevo assolutamente nulla (NULLA DI NULLA) di questa scrittrice… e guarda un po’ cosa stavo per perdermi! Deve essere uno splendido libro, comincerò a prenderlo di mira la prossima volta che potrò andare a Milano… qui, per adesso, gli orari estivi dei mezzi sono ancora un inferno… Un saluto da Oyrad, da poco tornato dalle cime tempestose della Svizzera😉

  5. SENZAQUALITA ha detto:

    no, gabri, no – sono in desolato disaccordo:non si può r/l/eggere, oggi, la buch (lo so lo so, la mia opinione è irrilevante – ma tu, tu sii paziente!)

  6. LilianaRosa ha detto:

    Che pensi di Pasternak e Dr Zivago? Mi piacciono i russi.

  7. gabrilu ha detto:

    contenebbia
    caro contenebbia, che onore. Beh, io sono sempre (o quasi) qui e la porta è aperta 🙂
    Solimano
    Ovviamente mi hai incuriosito moltissimo con quel “di Pearl S. Buck non ho letto mai nulla, lasciamo stare i motivi perché sennò vengo azzannato” 🙂
    Bernanos: è vero, non lo legge più nessuno e fanno male. Ed anche Greene andrebbe recuperato. Io di questi tempi, come si sarà notato, mi sto dando ai ripescaggi. Forse lo faccio anche come forma più o meno consapevole di autodifesa personale per la mole di tutta la serie di capolavori annunciati che ci pioveranno addosso in autunno ed a proposito dei quali si avvertono già strombazzamenti e tamburi mica poi tanto lontani 😉
    arden
    La figura di O-Lan è bellissima, per me è il personaggio più riuscito del romanzo, anche più di quello di Wang Lung
    oyrad
    bentornato! Ci farai il raccontino delle tue vacanze tra mucche, prati e valli in fior? E sulle letture che hai fatto (se le hai fatte) visto che avevi detto che avevi la valigia stracarica? Lo sai che sono curiosa come un scimmia 🙂
    senzaqualita
    Per carità, Gabryella, hai tutto il diritto di dissentire dal mio parere, ci mancherebbe. Solo sarei curiosa di conoscere le argomentazioni di una presa di posizione così tranchant …

  8. gabrilu ha detto:

    LilianaRosa
    Pasternak l’ho letto veramente tantissimi anni fa, ne ho un eccellente ricordo ma non l’ho riletto recentemente.
    Con i russi ho uno strano rapporto: ci sono cose ed autori che mi piacciono moltissimo, altri — pur importanti e di cui riconosco il grande valore — che non riescono a coinvolgermi fino in fondo. Complessivamente non riesco mai a sentirli davvero vicini a me, sento che il loro mondo è troppo diverso dal mio.
    E poi — precisato cmq che non mi ritengo una conoscitrice di letteratura russa, tutt’altro — trovo che ci sia veramente una grandissima differenza tra la letteratura russa ante rivoluzione, quella del periodo sovietico e quella post sovietica. E poi c’è la letteratura russa degli esiliati, che forse è quella che alla fine sento più vicina, ma questo è un fatto molto personale che nulla ha a che vedere con un giudizio critico che mi guardo bene dal dare.
    Mi piacciono molto, per intenderci, le Berberova, i Makine, le Nemirovsky. I russi cosmpoliti, ibridati e “contaminati” (nel senso positivo del termine), insomma

  9. steppe ha detto:

    Che si parli di Nobel o di Cina nel tuo blog ritrovo spesso i miei russi. Nella mia più che non corretta parzialità ti ringrazio per questo sorso da fonti altre….

  10. PrimoCasalini ha detto:

    Rispondo alla curiosità di Gabrilu, so che sarò azzannato, ma credo di avere la pelle dura. Nell’età delle grandi letture non ho letto libri scritti da donne. Mi sembrava che fossero donne che scrivessero per donne. Più tardi ho scoperto Dickinson, Mansfield, Austen. Ma generalmente – non genericamente – alle donne scrittrici è successa la stessa cosa che ai grandi registi della commedia all’italiana: Monicelli, Risi, Comencini, che si sono autoridotti accettando le condizioni esterne in cui si trovavano ad operare, e non credendo fino in fondo al significato ed alla importanza del loro lavoro. Per cui, dei 45 film di Chabrol puoi stare sicuro che del buono lo trovi in tutti, con i nostri no. Facciamo il caso più grande, quello della Austen. Il suo mondo e i suoi interessi non sono comparabili con quelli di Swift, Fielding, Sterne (che hanno tutti scritto prima di lei). E’ un mondo più ristretto, ma è talmente grande come intelligenza, scavo e controllo emotivo da essere Jane Austen. Il campo è perfetto, ma cintato. I condizionamenti esterni di ogni tipo, che venivano interiorizzati e fatti propri, sono durati molto a lungo, spesso sono presenti ancora oggi. Un esempio deplorevole è il perdurare della storia delle donne come esseri al di fuori del gioco di potere. None, è una consolatoria favoletta nata in tempi duri: le donne, come gli uomini, ci sono dentro a piè pari e smettano di chiamarsi fuori. Due esempi di film, per spiegarmi: Lanterne rosse e Harem suarè, film molto intelligenti. Da una parte compare lo schiacciamento delle donne, ma poi, all’interno del gruppo schiacciato, si innescano meccanismi di competizione durissimi. Chi ha operato in aziende in cui la equal opportunity è stata intelligentemente cercata, sa benissimo che è così. Si tratta di lottare contro i vincoli esterni (che esistono ancora) senza interiorizzarli o peggio sublimarli: è difficile correre, se il freno a mano è tirato.

    saludos
    Solimano

  11. amfortas ha detto:

    Ho letto “La buona terra” tanti anni fa, e mi piacque molto. Mi ripromisi di approfondire la conoscenza con questa scrittrice ma poi, come spesso succede (o almeno succede a me), me ne scordai.
    Peraltro mi ritrovo abbastanza nelle considerazioni di Solimano, quando parla di cinema.
    Come sempre, prendo nota.
    Ciao🙂

  12. utente anonimo ha detto:

    non conosco questa scrittrice, ma comerò questa lacuna. La Cina è un paese che mi incuriosisce e di cui ho visto, invece, molti film. Grazie per essere passata, mi ha fatto un gran piacere, Giulia

  13. gabrilu ha detto:

    steppe
    che piacere, rivederti da queste parti! 🙂
    Sui russi sono stata molto superficiale e generica, mi rendo conto. Ma prima o poi ci sarà modo, spero, di tornarci sopra in modo un po’ più approfondito.
    Solimano
    Come vedi nessuno ti azzanna. Per quanto riguarda me personalmente, di quello che scrivi, dei tanti fili e dei tanti livelli di lettura possibili contenuti nel tuo commento mi limito ad “acchiapparne” in particolare solo alcuni:

    ** i condizionamenti esterni: ancora una volta, non si può e non si deve generalizzare. Esistono, sono esistiti, variano di pesantezza e (in)sostenibilità a seconda delle epoche storiche e della collocazione geografica e culturale (banalizzo ma — come dici tu: giochiamo a capirci): essere donna che vuole scrivere e pubblicare oggi non è la stessa cosa se questa donna sta in Occidente o in Oriente, a Parigi o a Teheran, a Istanbul o a Londra, io credo, e tanto per dirne una.

    ** l’interiorizzazione dei vincoli: anche qui, questione di gradazioni. D’altra parte, nessuno al mondo è completamente libero, tutti (uomini e donne) siamo in qualche modo, chi più e chi meno, condizionati. Il problema è riuscire ad individuare i vincoli che abbiamo interiorizzato (ed è meno facile di quanto possa apparire a primo acchitto), averne la consapevolezza e cmq non fare delle proprie interiorizzazioni un alibi contro il resto del mondo.

    ** sulla questione del potere e della competitività invece concordo totalmente con quello che scrivi. Una roba che personalmente mi fa imbufalire, ad esempio, è il tentativo (che trovo patetico, oltre che irritante) che troppo spesso viene portato avanti di esorcizzare la questione del potere e della competitività, mettendo la testa sotto la sabbia salvo poi, quando ci si accorge di non poter fare a meno di riconoscere che (com’è umano che sia) anche le donne lottano per il potere e sono competitive dire che… è perchè quelle donne hanno introiettato i modelli maschili e non sono “vere donne”.
    Non accorgendosi di fare così (ma al contrario) esattamente lo stesso perverso ragionamento che a proposito delle donne fanno tanti uomini quando sentenziano che la tale o la tal’altra è o non è una “vera donna”. Io preferirei parlare di “persone”, più che di uomini e donne. Ma se dico questo rischio di venir subito azzannata ed accusata di essere una povera succube vittima di quella che in un certo gergo viene definita la “tentazione del neutro” (questa definizione viene da uno dei testi sacri del femminismo storico, ma non mi dilungo).

    L’esempio di Lanterne Rosse che hai portato è perfetto (ne potremmo fare tanti altri, tratti sia dal cinema che dalla letteratura ma anche dalla storia) e sono d’accordo per quanto riguarda le dinamiche di potere e di competitività che si esprimono a tutti i livelli e non solo tra uomini ma tra uomini e donne e tra donne nelle aziende in cui un certo livello di pari opportunità è stato raggiunto.
    Ma chissà perchè quello del potere deve essere un argomento considerato tabù.

    Credo dipenda molto dal senso che ciascuno di noi dà (o vuole pervicacemente dare) alle parole, ed evidentemente oggi, e per molte persone, la parola “potere” ha una valenza soprattutto negativa. Ed anche su questo ci sarebbe da discutere non poco.

    … Vabbuò, mi rendo conto di essere stata sufficientemente prolissa e superficiale, e forse ho perso un’ottima occasione per tacere, chè dopo quello che ho appena scritto, chi rischia di venire azzannata adesso sono io, ohibò
    Amfortas
    Un maschietto al quale è piaciuto La buona terra?! Perbacco! Non ci posso credere!
    Scherzo, dai. Mi fa piacere, invece 🙂
    Giulia
    Non è mica detto che non conoscere Pearl Buck sia necessariamente una lacuna. Primo: perchè non si può leggere tutto. Secondo: perchè non è detto che quello che piace a me debba piacere anche ad altri. Terzo: perchè l’importante è sapere che certi libri, certi scrittori esistono. Poi leggere o non leggere i loro libri dipende dal caso, dalla voglia, dalle aspettative, dalle affinità che si presume di poter avere con loro….Insomma da mille variabili

  14. PrimoCasalini ha detto:

    Il tema dei nessi fra amore e potere è un grande tema nella letteratura. Esemplare è la conduzione della Austen: in Orgoglio e Pregiudizio Elizabeth fa pagare a Darcy per almeno cento pagine quella frasetta un po’ sprezzante che aveva sentito da lui (senza che lui se ne accorgesse) la prima volta che l’aveva incontrato. Darcy paga con interessi usurari.
    Però Jane era troppo intelligente per ignorare quello che accadeva fuori dal suo mondo, che difendeva comunque con le unghie e con i denti. Sempre in Orgoglio e Pregiudizio c’è Wickham, che all’inizio non dispiace ad Elizabeth, e in Mansfield Park ci sono i Crawford, fratello e sorella, e la gara si fa dura, perché Fanny Price, oltre al silenzio, non ha molti argomenti. Mary Crawford aveva ragione, perché sposare uno che sceglie di fare il pastore in chiesa quando può fare ben altro? Fanny Price doveva vincere, ma sotto sotto, Jane Austen avrebbe voluto essere Mary Crawford, non Fanny Price.
    Però, quella della Austen è una dissimulazione onesta, quella di Dickens molto meno. Bel tema, il potere e l’amore, perchè non ci apriamo un blog collettivo e ognuno racconta di sé? Naturalmente, con dissimulazione onesta

    buona domenica
    Solimano

  15. utente anonimo ha detto:

    La faccia e il corpo di O-lan ce l’ho ancora stampato davanti.
    Va detto della Buck però che tutti i suoi romanzi ambientati in America sono terribilmente stucchevoli (ma erano quelli che la mantenevano). Quelli che narrano la Cina invece sono da premio nobel.

  16. gabrilu ha detto:

    anonimo #15
    hai ragione. E infatti è dei suoi romanzi cinesi che mi piace parlare ed è per i suoi romanzi cinesi che le hanno dato il Nobel🙂

  17. strillino ha detto:

    L’ho scoperta per puro caso e facendo una ricerca in google ho ritrovato il tuo splendido blog.
    Ti regalo un suo frammento:

    “Esistono molti modi per spezzare un cuore. Le storie sono piene di cuori infranti per amore, ma ciò che spezza veramente un cuore è portargli via i suoi sogi, di qualsiasi genere siano”.
    Pearl Buck

  18. strillino ha detto:

    sogni, non sogi, scusa, non avevo riletto.

  19. gabrilu ha detto:

    Grazie per il frammento, strillino. Mi fa piacere ci sia qualcun altro oltre me che apprezza Pearl Buck…
    Ciao🙂

  20. Mariarosa ha detto:

    Reblogged this on LibriPensieri and commented:
    L’occasione della Giornata Mondiale della Terra mi fa ripensare ad un romanzo di Pearl Buck, La buona terra, che valse alla scrittrice americana, vissuta a lungo in Cina, il premio Pulitzer nel 1931. Vi lascio alla lettura di questo interessante post dal blog NonSoloProust,

  21. Mariarosa ha detto:

    ciao Gabrilu, mi sono permessa di postare sul blog del nostro gruppo di lettura il tuo interessante commento su La buona terra, che ho letto tanti anni fa e che, purtroppo, o già quasi dimenticato. Mi sembrava un buon titolo per celebrare la Giornata mondiale della terra.
    Ora mi guarderò con calma il tuo blog, che so già terrò d’occhio perché vedo che abbiamo molte cose in comune.
    Buona serata,
    Mariarosa

    • gabrilu ha detto:

      @Mariarosa
      permettiti, permettiti pure… che io non posso che ringraziarti🙂

      Pearl Buck, dicevamo.
      Ordunque.

      io mi ostino a ritenerla un’eccellente scrittrice. So bene che oggi non solo non è di moda ma che la maggior parte di “quelli che i libri” se chiedi loro di Pearl S. Buck ti rispondono: “ma chi cavolo è?”. Fa tanto far finta di non sapere chi sia e flautare un “Pearl Buck… chi?!?”

      Eppure, i suoi libri, anche se non sempre sono scritti (e per fortuna, dico io) con
      quell’orrendo “politically correct” le cui sillabe piastrellano tanti odierni inferni sono ancora oggi per chi sa leggerli senza pregiudizi e occhi foderati di prosciutto, molto utili per capire qualcosa della Cina d’antan.
      Certo, la sua è Cina vista da un occhio femminile ed occidentale, e quindi di parte.
      Ma chi mai al mondo riesce a guardar qualcosa con occhi che non siano i propri, e quindi di parte?

      P.S. Ci sarebbero anche i due seguiti di “La buona terra”.
      “Figli” e “Una famiglia dispersa”.
      Ma già m’hanno preso a bastonate per aver parlato del primo. Figuriamoci se parlo pure del secondo e del terzo 🙂

      • Mariarosa ha detto:

        Io di lei ho letto “Vento dell’est, vento dell’ovest”. Non sapevo ci fosse il seguito de La buona terra, me lo segno e chissà che un giorno non riesca a proporlo al gruppo di lettura.
        Grazie e buone letture!

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