STRAVAGANZE

Edith Wharton
Edith Newbold Jones — più nota come la scrittrice Edith Wharton — era un’americana dell’alta società di New York.

Dopo avere chiesto e ottenuto nel 1902 il divorzio dal banchiere di Boston Edward Wharton — cosa, questa, che nell’ambiente elitario dell’aristocrazia del denaro cui Edith apparteneva era considerata assolutamente riprovevole e da condannare socialmente — nel 1910 decise di trasferirsi definitivamente in Europa (a Parigi). E in Europa rimase fino alla morte (1937).

Tema principale dei suoi romanzi, il rapporto fra il singolo e il gruppo sociale di appartenenza, la rottura delle convenzioni sociali e gli effetti che ne possono derivare. Fu anche lei, come il suo grande amico Henry James, acuta osservatrice delle diversità culturali esistenti tra americani ed europei.

Il quadro dell’alta società finanziaria di New York che Edith Wharton delinea ne L’età dell’innocenza, il suo romanzo più celebre, è spietato.

Il romanzo, scritto nel 1919 dopo la morte di James, ottenne nel 1921 il Premio Pulitzer ed Edith Wharton fu la prima donna ad ottenere questo premio prestigioso dalla data della sua istituzione.

Il romanzo della Wharton dipinge a tinte cupe un mondo gretto e conservatore, governato da codici di comportamento sociali ferrei e crudeli mediante i quali qualsiasi “stravaganza” (come il divorzio della contessa Ellen Olenska e l’amore di Newland Archer per lei) viene soavemente, raffinatamente, squisitamente, implacabilmente condannata e giustiziata.

Non ci si lasci ingannare dall’abbondanza di descrizioni di belle case, belle toilettes, belle cene, bei balli. Nel romanzo di Edith Wharton c’è la rappresentazione di una New York che più che ad una metropoli sembra assomigliare ad una necropoli.

In questa New York che parla con “la voce farisaica di una società preoccupata soltanto di barricarsi contro le realtà spiacevoli della vita”, in cui i giudizi vengono dati “con criteri belli e fatti” ed in cui al protagonista Newland Archer pare ad un certo punto, con sgomento, “di esser già sepolto vivo sotto il proprio futuro”, anche temi apparentemente frivoli come la moda femminile e l’ossessiva preoccupazione, per una signora elegante, di non venir mai etichettata come “stravagante” tendono a sottolineare l’ipocrisia e il perbenismo di facciata che secondo Edith Wharton costituivano la differenza fondamentale tra europei ed americani.

Dal film
Dal film L’età dell’innocenza di Martin Scorsese (1993)

“La stravaganza nel vestire, ad esempio… ” […] sospirò la signora Archer come se non fosse un destino invidiabile vivere in un’epoca in cui si cominciavano a vedere signore che facevano sfoggio dei loro vestiti di Parigi appena erano usciti dalla dogana, invece di lasciarli “maturare” sotto chiave come solevano fare le coetanee della signora Archer.

“Quando ero giovane io” Sophy riprese, era considerato volgare vestire all’ultima moda, e Amy Sillerton mi ha sempre detto che a Boston si usava metter via per due anni i vestiti che si ricevevano da Parigi. La vecchia signora Pennilow, che faceva tutto con molta grandiosità, ne ordinava di solito dodici all’anno: due di velluto, due di satin, due di seta e gli altri sei di popeline e di cachemire finissimo. Aveva dato ordine permanente in questo senso alla sartoria e poichè, quando morì, era malata da due anni, gli eredi trovarono quarantotto vestiti di Worth ancora avvolti in carta velina; così quando le ragazze smisero il lutto, fecero ancora in tempo a portare i primi dodici vestiti ai concerti sinfonici senza sembrare in anticipo sulla moda”

“Eh, certo Boston è una città più conservatrice di New York, ma io penso che un signora fa sempre bene a metter da pare i vestiti francesi almeno per una stagione” concesse la signora Archer”

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20 risposte a STRAVAGANZE

  1. SimonaC ha detto:

    Sai già che è uno dei libri che più amo!
    Grazie 🙂

  2. utente anonimo ha detto:

    io consiglio anche “La casa della gioia” – da cui è stato tratto un altro splendido film diverso, ma al livello di quello di Scorsese – ed anche il terribile “L’usanza del paese”.
    Evidentemente la Wharton ha colto qualcosa di profondo nella cultura americana, perché metre da noi una persona distinta -distinguished ?- è un apprezzamento, da loro quella paura di essere estrosi ha condotto ad un conformismo nell’abbigliamento che avrà senz’altro qualche legame con il concetto di moda massificata.
    Spero di non esser andato fuori tema…
    luca sposato

  3. oyrad ha detto:

    E lunedì mi scaglierò a Milano con la mia portantina per comprarlo, e se in libreria non lo trovo, sfiderò a duello il primo commesso che mi capita, schiaffeggiandolo con la mia parrucca bianca a boccoli posticci! 😉

    Deve essere una ottima lettura… ma per adesso sono nelle pagine de “La donna giusta” di Marai… la prima parte potrebbe anche essere un libro “a sè”, ed esser pure un capolavoro… 🙂

    Grazie Gabrilù, buona serata, e a presto.

  4. gabrilu ha detto:

    Simona
    beh, merita!
    Luca
    Li ho letti tutti, i libri della Wharton, e prima o poi ci tornerò sopra.
    No, non sei affatto OT, ma credo che tu abbia sintetizzato sin troppo il tuo pensiero, che quindi probabilmente non ho colto sino in fondo.
    In ogni caso, è chiaro che la mia scelta di quel brano sulla moda era solo un esempio dei più… “leggeri”. C’è ben altro, nel romanzo della W., come ben sai 🙂
    Oyrad
    ehm… portantine?! Boccoli e parrucche?! Ho l’impressione che tu stia facendo un po’ di confusione con i secoli… guarda che qui siamo alla fine dell’800, mica nel ‘700 ^__^
    Ti sta piacendo La donna giusta? Spero proprio di si, quando lo avrai finito ci dirai le tue impressioni?

  5. oyrad ha detto:

    Eh, eh… Gabrilù, lo so che nel romanzo della Wharton siamo alla fine dell’ 800… sono IO che sto precipitando verso mode e modi da cicisbeo settecentesco… adesso vado a incipriarmi… e per quanto riguarda Marai, sicuramente ti farò avere mie notizie… 😉 Ciao, a presto, Oy

  6. utente anonimo ha detto:

    Un libro molto bello, e come sempre bella la tua presentazione, Ciao Giulia

  7. gabrilu ha detto:

    Oyrad
    Allor l’è d’uopo, Messere, fiondarsi sullle Memorie del Cavaliere di Seingault ^___^
    Giulia
    sei sempre molto gentile…

  8. annaritav ha detto:

    Ho letto quasi tutti i libri della Wharton, ma è tempo di rispolverarli, risalgono al periodo onnivoro dell’adolescenza. “L’età dell’innocenza” è orai indelebilmente ancorato al bel film di Scorsese. Buona giornata. Annarita 😉

  9. gabrilu ha detto:

    Annarita
    Il film di Scorsese a me piace moltissimo.
    Però mi irrita molto, in generale, che molte case editrici ultimamente sbandierino copertine con la foto dell’attore o dell’attrice che ha interpretato il film e fascette che strillano: “Da questo romanzo è stato tratto il film.. . etc. etc.”.
    Come se Henry James (“Ritratto di signora”), Conrad (“Cuore di tenebra”), Charlotte Bronte (“Jane Eyre”), la stessa Wharton e tantissimi altri non avessero un valore in se ma solo perchè dai loro libri è stato tratto un film…
    Il massimo a me pare sia stato raggiunto con la “Pamela” di Richardson reclamizzato con “da questo libro è stato tratto “Elisa di Rivombrosa”…

  10. alexandra3 ha detto:

    A me è piaciuto molto anche il film. A volte sono rimasta delusa dalla trasposizione sullo schermodi un romanzo. Ma non in questo caso. Il regista è uno dei miei preferiti.

  11. gabrilu ha detto:

    Alexandra
    A me è successo di vedere prima il film e solo dopo qualche mese ho letto il libro (stranamente, della Whrton conoscevo gli altri romanzi ma non questo, che in fondo è il più famoso). Mi sono piaciuti molto sia il film che il libro, ma questo credo si sia già capito 😉

  12. PrimoCasalini ha detto:

    Gabrilu, dici il vero, riguardo a pubblicizzare i libri con i film, ancor più se l’abbinamento è Pamela-elisadirivombrosa(come mi ha insegnato a scrivere Giuliano).
    Però bisogna vedere le cose da tutti i punti di vista: metti una persona appassionata che si è registrata tutte le elisedirivombrosa su 100 VHS o DVD, così nottetempo se le rivede.
    una ad una.
    Viene il giorno che casualmente vede una copertina da cui si trae che la sua bibbia dei sentimenti (100 VHS elisedirivombrosa) è tratta dal libro Pamela di un certo Richardson. Che fa? Se lo compra, e magari è il primo libro che entra nella sua onesta magione. Pensa alla sua sofferente fatica nel leggere le 672 pagine (dato IBS) di un romanzo epistolare del Settecento. Perché le leggerà tutte, ad una ad una, ha speso dei soldi e vuole il ritorno dell’investimento. Un po’ di pietà suvvia, sono casi umani.

    saludos
    Solimano
    P.S. E comunque il film di Scorsese è molto pregevole e ne scriverò, se Giuliano (o Gabrilu) non me lo soffiano.

  13. utente anonimo ha detto:

    gentili appassionati del film di scorsese (a mio avviso uno dei più bei film della storia del cinema…ogni tanto mi ritornano in mente le scene al MET con le carrellate velocissime e sfuocate), mi permetto di consigliare anche il meraviglioso film tratto da “La casa della felicità” con attori di una bravura incomparabile.
    luca sposato

  14. oyrad ha detto:

    Il film di Scorsese è uno fra i più bei film che abbia mai visto… e ho apprezzato molto Michelle Pfeiffer nel ruolo di Ellen Olenska. Il libro l’ ho preso proprio l’ altro giorno in libreria, e ho preso anche “Le cascate” di Joyce Carol Oates, una novità Mondadori… Ciao Gabrilù, ti farò sapere, Oy

  15. gabrilu ha detto:

    Solimano
    con me sfondi una porta aperta. Se da giovinottissima ebbi la fortuna di scoprire e mettermi a leggere Eliot, Bronte, Cechov, Pirandello, “Le sorelle Materassi” et similia è stato merito, molto merito, degli sceneggiati di Sandro Bolchi e di tutte quelle robine lì, percio’ non è questo il problema.
    Tutte le strade son buone per portare alle Vette. Compresi i viottoli e le mulattiere.
    Però rimane il fatto che mettere in copertina la foto dell’attore e la fascetta sbandierante l’anzidetto assegna al messaggio, in termini di comunicazione, un significato ben preciso e cioè il seguente: “se questo libro lo manteniamo in catalogo e vi invitiamo a leggerlo è perchè il film ha sbancato ai botteghini. Sennò stavate freschi”.
    E questa cosa continua a non piacermi.
    Augh, ho detto.

    Luca sposato
    Eh, no, non era ancora il MET… il MET non c’era ancora. Però non ha importanza, son dettagli.
    E le riprese dall’alto della scena del gran ballo in casa Beaufort? E le riprese dall’alto della grande cena etc,? E le riprese nella casa di vacanza a Newport? Ah che meraviglia…. E poi… onore al merito di Gabriella Pescucci, la meravigliosa costumista italiana ^___^
    (Che guarda caso, è stata anche, tra l’altro, la costumista di Ruiz per Le Temps retrouvè 🙂

    Il film “La casa della gioia” ahime invece non sono ancora riuscita a vederlo, perciò devo crederti sulla parola

    Oyrad
    Le cascate della Oates lo tengo in caldo per quando vorrò bearmi di un altro bel romanzone da stravaccamento in orizzontale sul comodo divano del salotto. Per ora mi ritrovo di nuovo risucchiata nel vortice di Henry James (pericolosissimissimo autore: un altro che quando ti acchiappa devi poi violentarti per convincerti ad uscirne. Provoca dipendenza).

  16. utente anonimo ha detto:

    è vero…avevo dimenticato che i costumi fossero della pescucci!
    erano tutti così belli ed eleganti.
    riguardo the METROPOLITAN Opera, sì certo la sede non era quella, ma sei sicura che non esistesse già l’ente? Magari con un nome diverso…
    Fammi sapere, visto che grande è la tua conoscenza!
    luca sposato

  17. gabrilu ha detto:

    Luca sposato
    The Metropolitan Opera Association of New York City è stato fondato nell’aprile del 1880 (non è che io sappia tante cose, ho solo controllato velocemente su Wikipedia 😉
    Quindi esisteva all’epoca in cui la Wharton scrisse il romanzo.

    Invece, per il teatro che compare ne L’età dell’innocenza basta rileggere l’incipit del romanzo:

    “Una sera di gennaio, verso l’anno 1870, Cristina Nilsson cantava del Faust all’Accademia musicale di New York.
    A quell’epoca si cominciava già a parlare della costruzione, sempre in città ma in una zona lontana, oltre la Quarantovesima Strada, di un nuovo Teatro dell’Opera, che avrebbe gareggiato con quello delle grandi capitali europee per il suo costo e splendore….”
    (etc.)

  18. utente anonimo ha detto:

    ….che bello averti trovata!
    io purtroppo appena leggo un libro, vedo un film ne dimentico immediatamente i particolari, subendo di contro un’ “impressione” – tipo formina -delle sensazioni provate.
    Ed infatti ricordavo, imprecisamente, proprio l’incipit con la suggestione del nuovo teatro che io avevo ingiustamente incollato alla Metropolitan Opera House.
    Saluti
    luca sposato

  19. gabrilu ha detto:

    Luca sposato
    anche a me alla prima lettura piace “tuffarmi nella fornace”. Poi però, se il libro mi è piaciuto, mi piace fare come dice lui

  20. Dragoval ha detto:

    Finito oggi, amato immensamente.
    Accostamenti per associazioni di idee: Newland Archer che ripensa al passato mi ha fatto pensare a Emilo brentani nel finale di Senilità; Ellen Olenska, invece, sia pur con tutte le differenze del caso, ad Anna Karenina.
    May Welland, invece,sembra anticipare incredibilmente le mogli lobotomizzate tutte zucchero, muffin e gonne anni Cinquanta del film La donna perfetta di Frank Oz con Nicole Kidman e la bravissima Bette Midler.
    Del resto,quel furfante di Beaufort, che ne capiva di donne, l’aveva detto: Perbacco», Archer udì dire da Lawrence Lefferts, «nessuno tiene l’arco come lei»; e Beaufort ribatté: «Sì, ma questo è l’unico tipo di bersaglio che mai colpirà.»

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