I GIORNALI – HENRY JAMES

Henry JAMES, I Giornali, (tit. orig. The Papers), a cura e traduz. di Donatella Izzo, p. 162, Liberilibri, ISBN 88-85140-03-3

Di Henry James il grande pubblico generalmente conosce, anche per le fortunate trasposizioni cinematografiche che ne sono state ricavate, i grandi romanzi come Ritratto di Signora, La coppa d’oro, Le bostoniane, lo straordinario racconto Il giro di vite. Ma James è uno scrittore che non finisce mai di stupirmi ed incantarmi, la sua produzione letteraria è uno vero scrigno di gioielli.

Daumier,1856
Questo I Giornali, per esempio. Un racconto lungo (o romanzo breve) scritto quando il suo autore aveva già prodotto la maggior parte dei suoi lavori più importanti e che a mio parere è testo da non trascurare.

Non solo perchè presenta un Henry James nelle vesti piuttosto insolite dell’analista della nascente comunicazione di massa piuttosto che in quelle che in genere più lo caratterizzano e cioè di acuto osservatore dell’impatto tra cultura americana — semplice ed ingenua — e cultura europea complessa e carica di secoli di esperienza ma perchè, a distanza di più di cento anni (il racconto fu pubblicato nel 1903) è ancora attualissimo nei contenuti e, per molti versi, addirittura profetico.

La maiuscola del titolo (The Papers) non è affatto casuale: indica infatti una identità collettiva, un vero e proprio istituto che sta a rappresentare una civiltà nascente, una realtà nuova dominata dalla comunicazione di massa.

Lo scenario del racconto è la Londra di inizio Novecento ed in particolare quella dello Strand e di Fleet Street, la Londra del giornalismo e degli affari.

Protagonisti due giovani reporter: Maud Blandey e Howard Bight, che in questo mondo spietato aspirano a fare carriera.

Non è la prima volta che James inserisce in una sua opera figure di giornalisti: lo aveva fatto in Ritratto di signora, ne Le ali della colomba, ne Il riflettore. E’ un tema, quello del giornalismo inteso a volte in parallelo e/o in contrapposizione con la letteratura “colta” che lo interessa parecchio. Gli stessi protagonisti di questo racconto hanno, in realtà, ambizioni letterarie.

Alla coppia di reporter fanno da contrappunto altri due personaggi: Sir A.B.C. Beadel-Muffet — personaggio pubblico di cui tutti i giornali parlano, uomo astuto ed arrivista — cui fa da contraltare l’educato, scialbo e timido commediografo Mortimer Marshal il quale, al contrario, non riesce ad ottenere che i giornali si occupino di lui benchè egli lo desideri ardentemente. Di questi quattro personaggi il lettore ne vede solo tre, perchè di Beadel-Muffet si parla sempre ma non compare mai.

Scrive Donatella Izzo nel suo ottimo saggio introduttivo: “Come in un gioco stilizzato dei quattro cantoni, i personaggi costruiranno l’intera dinamica dell’intreccio con il loro disporsi, lungo tutto il racconto, in ogni possibile rapporto di simmetria o d’opposizione, talvolta scambiandosi i ruoli, talvolta solo aspirandovi: “entrando” o “uscendo” dai giornali, salendo e scendendo nella carriera, trasformandosi da prede in cacciatori”

Nel meccanismo mediatico non è facile entrare (Marshal non vi riesce) ma è ancora più difficile uscirne e di questo fa esperienza Beadel-Muffet il quale, ad un certo punto, vorrebbe non si parlasse più di lui.

“La cosa diabolica è che non può essere aiutato. La sua unica idea di aiuto, dal giorno che ha aperto gli occhi, è stata di essere citato — maledetta parola! — col dovuto rilievo: è il solo tipo di aiuto che esista in rapporto a lui. E allora che cosa vuoi che si possa fare ora che si dà il caso che lui voglia che finisca […] Si deve forse citare il fatto che lui non vuole essere citato — mai, mai, per favore, mai più? Te lo immagini il successo di una cosa del genere […] No, deve morire così com’è vissuto — il Principale Personaggio Pubblico del suo tempo” (p.32)

I Giornali è un racconto tutto basato sulla parola e sul dialogo. L’azione è tutta verbale e le svolte drammatiche della vicenda (che pure ci sono) non avvengono sotto i nostri occhi di lettori ma sono “dette” dai personaggi e soprattutto dalla voce fuori campo degli strilloni delle edizioni straordinarie. Dunque l’azione c’è, ma si svolge interamente sul piano mentale.

La cifra stilistica del racconto è ardua, il tessuto verbale di straordinaria intensità; James utilizza massicciamente le figure metaforiche ed immagini molto elaborate. “Indirection è, insomma, la cifra di questa prosa: l’espressione indiretta, obliqua, mediata, programmaticamente tangenziale” scrive la Izzo (la quale ha curato anche la traduzione del testo) che aggiunge, a proposito della sintassi: “di tutti gli elementi, forse quello che in modo più decisivo contribuisce alla famosa “difficoltà” della prosa jamesiana; quello che più impone al lettore (e al traduttore) estenuanti ginnastiche mentali” .

Quello che emerge da questo lungo e denso racconto è un mondo del giornalismo rappresentato come un meccanismo sovrapersonale ed incontrollabile descritto a volte con immagini antropomorfiche come quando leggiamo che i Giornali “ruggivano e risuonavano più che mai per la carne nuova che veniva gettata loro in pasto” (p.130) ed un mestiere, quello del giornalista, in cui è necessario essere feroci (“Io non ho la tua ferocia”, dice ad un certo punto Maud ad Howard). Un mondo in cui i due giovani reporter passano continuamente da sentimenti di onnipotenza (“Noi possiamo — sorrise consapevole — dare la morte”) a sentimenti di frustrazione e di impotenza, perchè ci si accorge, ad un certo punto, che la comunicazione di massa è cieco ingranaggio che stritola, un organismo che ha una sua vita propria.

Maud e Howard, alla fine, tentano di uscire dalla spietata logica del mercato e rinunciano ai Giornali, ma è una rinuncia che, più che un una ribellione, somiglia ad una resa.

Perchè sanno perfettamente che comunque vadano le cose esisteranno sempre dei Marshal e dei Beadel-Muffet, esisterà “il piccolo desiderio di distinguersi nel mondo” e che:

“La gente […] quasi preferisce che si parli a vanvera di loro e se ne dica male, piuttosto che non se ne parli affatto […] Non è soltanto che se gli offri appena la punta della canna balzano ad afferrarla come pesci affamati; è che sono loro a saltare dritti fuori dall’acqua, a saltare a migliaia e a venire ondeggiando e frusciando, a bocca aperta e con gli occhi a palla, fin davanti alla tua porta”

post-itUna piccola notazione: purtroppo della gran mole delle opere di Henry James non c’è molto nei cataloghi italiani. Un romanzo importante come Europei non mi risulta essere stato neanche tradotto, Gli ambasciatori — considerato uno dei suoi capolavori e pubblicato in Italia nella collana di Frassinelli diretta da Aldo Busi — è di difficilissimo reperimento (io ci ho provato senza successo) e i racconti sono sparpagliati in volumi e volumetti. Posseggo il bel romanzo L’americano nella vecchia collana della Biblioteca Romantica Mondadori (quella con la copertina verde telata con la piccola rosa dorata e il nastrino segnalibro) e me lo tengo caro perchè è ormai introvabile. Come altrettanto cari  mi tengo La musa tragica e la stupenda raccolta Racconti di fantasmi nei Millenni Einaudi, anche questi spariti dalla circolazione.

Constatare che Henry James, e cioè uno dei massimi autori della letteratura occidentale, viene trattato in questo modo dalle case editrici mi fa ormai ahimè sospettare che se non ci fossero stati i film di successo oggi sarebbe difficile trovare in libreria anche Ritratto di signora, La coppa d’oro e Il giro di vite.

E questo  mi mette, scusate, un po’ di amarezza.

  • Henry James >>
  • Il libro >>

Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
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16 risposte a I GIORNALI – HENRY JAMES

  1. oyrad ha detto:

    Io ho avuto enormi difficoltà a trovare PERSINO “La coppa d’ oro”, anche dopo l’ uscita del (bel) film di Ivory… Fra i racconti sono un ammiratore di “In the cage”, “Nella gabbia”… di una modernità sconvolgente: ricordo specialmente l’ inizio come veramente “claustrofobico”… ma per leggerlo, l’ ho dovuto recuperare in biblioteca…

  2. SimonaC ha detto:

    Un’opera che viene citata spesso nel corso di storia del giornalismo…mi fa molto piacere ritrovarla qui 🙂

  3. gabrilu ha detto:

    Oyrad
    Sono d’accordo, “La gabbia” è bellissimo. D’altra parte non a caso è uno dei suoi racconti più famosi
    SimonaC
    Non sapevo che questo racconto fosse citato nei corsi di giornalismo, ne sono molto contenta. Grazie per l’informazione 🙂
    LilianaRosa
    Grazie per il francobollo e soprattutto per il pensiero che hai avuto di segnalarmelo 🙂
    (Però quanto l’hanno fatto brutto, P., in quel francobollo 😦

  4. SimonaC ha detto:

    Nel “nostro”, sì (la docente è una persona molto, ma molto in gamba e assai libridinosa!)

  5. amfortas ha detto:

    C’è la speranza che queste segnalazioni creino un passaparola, è già successo.
    Io sono ignorante, e di James conosco solo i best seller…
    Ciao!

  6. utente anonimo ha detto:

    Un libro che non ho letto, ma che dal tuo commento trovo estremamente interesante ed attuale, molto attuale. Giulia

  7. gabrilu ha detto:

    LilianaRosa
    Ah, grazie! Questo francobollino è molto, molto più bellino ^___^
    Amfortas
    I blog, per come li vedo io, servono anche a questo. Sapessi quante cose scopro ogni giorno andando in giro!
    Giulia
    Eh si, ci sono pagine che mentre le leggi ti si materializzano davanti agli occhi immagini di vallettopoli, corone di tutti i tipi, nani più o meno pelati etc. etc…. 😉
    E poi, hai letto cosa ci dice SimonaC, che questo racconto lo utilizzano nelle lezioni di storia di giornalismo e non credo solo come… pezzo di antiquariato 🙂

  8. annaritav ha detto:

    Sono d’accordo con te, Gabrilu. Girare per i blog è fonte di continue scoperte, tutte molto interessanti, dai libri alla musica, dall’arte al cinema. Ammetto di aver letto solo le opere più famose di James e tutte queste informazioni mi hanno assai incuriosita. Buona serata 😉

  9. PrimoCasalini ha detto:

    Con Henry James ho un buon rapporto. Lo trovo più vasto di Forster e più sottile di Conrad. Lo leggo con attenzione – non si può fare altrimenti – con forte ammirazione intellettuale da tanti punti di vista, non solo da quello letterario. Però non lo leggerei mai tutto, non ne avrei il tempo. Quindi mi fermo a Ritratto di Signora e a diversi racconti, che trovo sublimi, da restare a bocca aperta. Forse leggerò The Golden Bowl – il cinema serve, Gabrilu, quando è fatto bene. Però, e qui non sarete d’accordo, se dovessi scegliere fra Ritratto di signora e Chance di Conrad, che ha scritto di meglio, sceglierei Conrad.
    Un libro imperfetto, anche datato, con cadute di rozzezza persino nella scrittura. Con ossessioni irrisolte nel rapporto uomo-donna. Ma che non ha mai il sapore di meta-vita che sento di frequente in James (non nei racconti, però, tipo Aspern, in cui per nostra fortuna sta meno attento al suo autocontrollo).
    Con Proust è un’altra cosa, e ne parleremo in futuro. Qui dico solo che va affrontato per viste logiche, a mo’ di guerriglia non di guerra, e che credo – ne ho le prove ontologiche – all’esistenza di Madame Verdurin e di Gilberte, di Morel e di Aimé, che vivono di vita propria e si aggirano fra di noi, fate attenzione! Questa è arte somma.

    saludos
    Solimano

  10. gabrilu ha detto:

    Solimano
    Non riesco a paragonare (nè tanto meno a scegliere) tra Conrad e James. Mi piacciono enormemente entrambi, sono dei micidiali (nel senso di eccelsi) conoscitori dell’umana psiche — perchè Conrad è si uno scrittore di avventure, ma di avventure soprattutto della mente umana) che si muovono in ambiti diversi. Perciò non approvo ma non disapprovo la tua predilezione, semplicemente mi astengo.
    James ed i film (tanti) che sono stati tratti dalle sue opere: proprio in questi giorni sto rileggendo (ancora!) Ritratto di signora perchè proprio in questi giorni ho rivisto il bellissimo film di Jane Campion.
    Temo proprio che non riuscirò a resistere alla tentazione di scriverne, dopo ^___^

  11. melpunk66 ha detto:

    i taccuini di henry james sono iteressantissimi. non so se siano più pubblicati, io ho l’edizione prmai fantasma di theoria

  12. gabrilu ha detto:

    Melpunk
    Ho visto il post sul tuo blog e mi ero già rosa di invidia perchè io i Taccuini non ce li ho e non so dove potrei procacciarmeli.
    In compenso mi comprerò appena possibile questo e anche e questo ^___^
    Colgo l’occasione per dire che la raccolta Racconti di fantasmi, che pensavo fosse fuori catalogo invece non lo è, per fortuna , come si può vedere >> qui. E c’è pure l’introduzione di Virginia Woolf 🙂

  13. utente anonimo ha detto:

    “The Papers”; per come ne parli mi ricorda un po’ “Citizen Kane” (ovvero, come è stato malamente tradotto in italiano: “Quarto Potere”) del genio Orson Welles; anche se lì il mondo del giornalismo e dei mass-media è solo un pretesto per oltrepassare i limiti e perlustrare i segreti della mente umana (“No trespassing”, dice il cartello del castello del magnate americano nel prologo del film).
    Riguardo ai rapporti James-Conrad, non vorrei inserirmi in un dibattito che ci condurrebbe troppo lontano, ma a volte è bello scoprire che ci sono somiglianze o amicizie insospettabili: James ammirava moltissimo R.L. Stevenson. Le molte lettere che si scrivevano in vita (avranno continuato a scriversele anche in morte?) testimoniano di questa reciproca stima (il libro, “A Record of Friendship and Criticism”, London, 1948, ed. by Rupert Hart-Davis, è difficilmente reperibile perfino nelle biblioteche di Anglistica – e infatti io ce l’ho solo in fotocopia; ah! la tristezza delle fotocopie!). L’uno dotato di uno stile arzigogolato, un periodare complesso, che impone una ginnastica mentale (per dirla citando Izzo) notevole; l’altro dotato di uno stile piano, un periodare all’apparenza semplicissimo; entrambi abili nel costruire trame (lente il primo, veloci e ricche di colpi di scena il secondo).Mi fanno pensare alle stesse differenze/somiglianze tra Javier Marias e Arturo Pérez-Reverte: il primo essendo più simile a James; il secondo orgogliosissimo di essere cresciuto a pane e “L’isola del tesoro”. Entrambi amici da una vita.
    Rendl

  14. gabrilu ha detto:

    Rendl
    Citizen Kane era venuto in mente anche a me, in un primo momento, ma poi mi sono detta che no, non c’entrava molto, con HJ. In entrambi i casi si parla, è vero, di giornali, ma l’oggetto e la focalizzazione di interesse sono molto diversi, a me pare, in Orson Welles ed in Henry James.

    Io tendo piuttosto a credere che l’attenzione di HJ sia rivolta soprattutto a due cose: uno: il confronto tra la scrittura giornalistica (da lui considerata superficiale e di durata effimera) e la scrittura “letteraria” (che, se di buona qualità, tende a durare nel tempo ed è più profonda). Due (e forse soprattutto): la vera e propria ossessione che HJ aveva nei confronti del concetto di privacy, innanzitutto della propria. Ossessione che lo portò non solo a distruggere gran parte del proprio epistolario ma anche a distruggere la copia del diario di sua sorella Alice. Pur avendolo apprezzato molto e giudicato molto positivamente il talento letterario della sorella non si fece alcuno scrupolo a distruggere il suo diario perchè siccome Alice in molte pagine parlava ovviamente anche di lui, era terrorizzato che quelle pagine venissero lette da tutti. Questa vicenda è molto significativa, ne avevo parlato >> qui.
    Tornando ai romanzi: in Ritratto di signora, ad esempio, la giornalista Henrietta Stackpole , grande amica di Isabel Archer viene descritta si come una ragazza onesta e sincera, ma anche come una impertinente che, a causa del suo mestiere, tende a ficcar troppo il naso nella vita privata degli altri.

    La corrispondenza James- Stevenson: c’è un volumetto di un centinaio di pagine della Archinto (titolo: Amici rivali che però non ho letto e non so se si tratta di una selezione (immagino di si). Non è molto, ma meglio di niente 😉

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