LA MESSA DELL’UOMO DISARMATO – LUISITO BIANCHI

Copertina libro
Luisito BIANCHI, La messa dell’uomo disarmato. Un romanzo sulla Resistenza, Editore Sironi, Collana Indicativo Presente, p. 864, ISBN: 8851800243, ISBN-13: 9788851800246
Luisito Bianchi è nato nel 1927 a Vescovato, in provincia di Cremona, ed è sacerdote dal 1950. Di origini contadine, è stato insegnante e traduttore, prete-operaio e inserviente d’ospedale. Cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone (Milano), è autore di molti libri, tra cui Come un atomo sulla bilancia (1972) in cui fa riferimento alla sua esperienza di prete operaio.

Pubblicato dall’editore Sironi nel 2003, questo La messa dell’uomo disarmato è stato subito un vero e proprio caso letterario, apprezzato sia dalla stampa cattolica che da quella laica. Ma la storia stessa del romanzo è già di per se interessante, perchè il libro era circolato in edizione autoprodotta ed autofinanziata tra il 1989 ed il 1995 ed era diventato già in qualche modo un best seller al di fuori dei tradizionali canali editoriali grazie al passaparola di tanti lettori entusiasti. La pubblicazione del libro da parte della Sironi ha consentito di fare conoscere anche al grande pubblico questo bellissimo, commovente romanzo.

La messa dell’uomo disarmato è — recita il sottotitolo — un lungo e intenso romanzo sulla Resistenza,

Almeno un accenno alla trama: siamo nella primavera del 1940 in un piccolo paese che, se pure mai nominato, si capisce trovarsi nella pianura padana. Franco lascia il monastero benedettino in cui era novizio e torna alla cascina dei genitori, La Campanella. Ha deciso: farà il contadino. L’Italia entra in guerra e Piero, suo fratello, è inviato come ufficiale medico in Grecia. Rientrerà pochi mesi dopo con i piedi semicongelati mentre altri giovani partiranno per la campagna di Russia.

L’8 settembre 1943 segna un drammatico momento di svolta nella vita di tutti: l’occupazione nazista spinge a compiere delle scelte, per alcuni radicali.

Comincia la parte più densa e drammatica del romanzo: il racconto della lotta di Resistenza, sulle montagne, di diverse bande partigiane: ci sono gli autonomi, le Brigate Garibaldi, le bande di Giustizia e Libertà. Gli uomini che le compongono sono prima chiamati ” ribelli”, a poco a poco diventano “partigiani” e “quelli della Resistenza”. Siamo di fronte ad una folla di personaggi le cui storie, tutte diverse l’una dalle altre si intrecciano e convergono nel comune obiettivo di resistere all’occupazione nazista e liberare finalmente l’Italia. I combattenti partigiani trovano sostegno pratico e spirituale nei monaci del monastero benedettino in cui Franco è stato novizio: uno dei monaci, Dom Benedetto, segue in montagna le bande, disarmato, abitato da dubbi laceranti ma ancor più da un urgente sentimento di fraternità; l’Abate mette a repentaglio la vita per proteggere i partigiani che gli si sono affidati. Dal canto loro, quelli che invece sono rimasti alla Campanella e nel paese fanno anch’essi la loro parte: assistendo e nascondendo i partigiani feriti, cercando in ogni modo di rifornire i combattenti che, sulle montagne, devono affrontare la fame ed il freddo, di viveri, vestiario e, se possibile, armi. I rastrellamenti dei tedeschi si fanno sempre più frequenti e disperati man mano che gli Alleati si avvicinano e che avvertono prossimo il momento della sconfitta definitiva. Alla fine della narrazione, la Grande Storia torna dov’era iniziata. Nella “piccola storia” della famiglia della Campanella e in paese.

La Resistenza o meglio “Il Grande Avvenimento”, come dice Luisito Bianchi, è da lui rappresentata come un parametro fondamentale di assunzione di responsabilità civili, etiche ed anche religiose. Prova di questo il malessere ed il senso di colpa nel quale Franco — che anche se non per sua volontà è rimasto alla Campanella e non è andato in montagna con il fratello Piero e gli altri — si macera per anni, o la scelta decisa da parte dell’abate del convento e dei monaci benedettini di aiutare concretamente i combattenti partigiani pur nella consapevolezza di esporsi così a orrende rappresaglie da parte di fascisti e nazisti. La messa dell’uomo disarmato, che contiene molti elementi autobiografici, è sì un romanzo storico ma, anche se la Resistenza occupa uno spazio predominante nella sua struttura, in questo libro c’è molto altro.

E’ sicuramente un romanzo religioso, ma di una religione che evoca soprattutto il senso della responsabilità che ogni essere umano ha di fronte alla Parola (la voce di Dio) che lo interroga: “obsculta fili” è incipit del libro e frase che spesso risuona nel corso delle ottocento e passa pagine e che invita a sentire la Parola negli avvenimenti.

Responsabilità e scelte drammatiche che un prete più di chiunque altro si trova di fronte in certe situazioni e la cui problematica troviamo condensata nelle domande che Dom Benedetto, il monaco che — disarmato — è andato in montagna con le bande partigiane si pone in alcune delle pagine più toccanti del romanzo : “Qual’è la funzione del prete in una situazione di guerra? Ha senso dire messa mentre si spara e si uccide?”, “Dove trovare la pace se non si passa per la guerra? Ma questo non è il messaggio di Cristo. E’ possibile acquietare la contraddizione?” scrive Dom Benedetto nel suo diario. E ancora: “Anche la funzione del prete è tutta da individuare” (p.585)

E’ un vero e proprio inno alla terra. Luisito Bianchi parla addirittura di “ciclo liturgico della terra” (p.142) e di “Frumento, sangue dell’uomo, e terra da cui questo sangue prende sapore” (p.796). La terra e le attività ad esse collegate è scenario, realtà concreta ma anche metafora e parabola: “— Giusto — intervenne Toni — Rastrellamento, eh? Guarda nell’aia il granoturco […] io ci passo il rastrello, ai denti ci si attacca un po’ di barba ma nemmeno un grano. I partigiani sono il granoturco e la barba è il pugno di mosche che si portano indietro i fascisti” (p.615)

E’ una grande saga familiare. Della famiglia della Campanella Luisito Bianchi racconta la storia privata descrivendone i mutamenti determinati dai grandi avvenimenti che, dagli anni ’40 al ’68 percorrono la storia d’Italia.

E’ un libro sulla memoria individuale e collettiva, sulla necessità ma anche sulla difficoltà di tramandarla. Un libro fatto anche di dubbi, e di interrogativi sul cosa significa essere credenti: “Tu credi in Dio?” è una domanda che ricorre spesso, e altrettanto spesso la risposta è “non lo so”.
La struttura del libro è in tre sezioni che Luisito Bianchi chiama non “capitoli” ma “tempi”. Io ho letto in questa parola “tempo” non soltanto il tempo dei cicli della terra e dei lavori contadini così ben evocati e descritti soprattutto nella prima parte: la semina, la trebbiatura, l’allevamento dei bachi, la vendemmia, la spannocchiatura… ma anche “tempo” nell’accezione musicale del termine. Tempo, ritmo.

La musica infatti è molto presente, in questo libro. Franco, il monaco Dom Placido, in seguito Luca suonano l’organo o il pianoforte, ci sono molti bei passaggi su Bach e sui canti gregoriani. Ma la musica è molto presente nell’andamento stesso e nello stile di scrittura del romanzo, che muta nelle tre sezioni a seconda degli eventi narrati: lento e quasi elegiaco nel primo tempo (le prime duecento pagine circa), incalzante e serrato nella lunga parte centrale, di nuovo lento ma molto malinconico nell’ultima parte, quella dell’epilogo.

Franco è voce narrante della prima e dell’ultima parte, mentre quella centrale è affidata alla terza persona. Il libro — che ha l’impianto e la maestosità della grande narrativa ottocentesca (non a caso, io credo, i richiami a Manzoni sono parecchi, nel romanzo) — è popolato da personaggi che è difficile dimenticare: Lupo e Stalino, il Capitano e Sbrinz, Piero e Dom Benedetto, l’Abate, l’Arciprete. Toni e la Cecina. Ma indimenticabili soprattutto — almeno per me — rimangono Rondine (che “ascolta i morti”) ed il giovanissimo Balilla (che mi ha ricordato tanto il Gavroche de I Miserabili di Hugo). Ma, tornando al tema della Resistenza, La messa dell’uomo disarmato non può non far pensare a Il partigiano Johnny di Fenoglio, di cui credo si possa dire rappresenti il complemento.

Leggendo in giro recensioni e commenti su La messa dell’uomo disarmato si incontra spessissimo la definizione di “capolavoro”. Certamente è un libro di grande spessore e decisamente di altissimo livello.

Una perplessità, però, mi ha accompagnato durante tutta la lettura. Una sola ma molto “ingombrante”. Non sono riuscita infatti a scacciare la sensazione che la rappresentazione che Luisito Bianchi ci dà dei partigiani, della Resistenza, della storia di quegli anni drammatici ma anche della famiglia e del mondo contadino sia molto idealizzata. Ne La messa dell’uomo disarmato, a parte fascisti e nazisti che comunque rimangono solo sullo sfondo e mai in primo piano, di fatto non ci sono cattivi, tutti vanno bene o male d’accordo con tutti, il segretario del Fascio e la guardia municipale sono poveri disgraziati che hanno la tessera fascista non per convinzione ma perchè “tengono famiglia”, non esiste alcuna dialettica sia pur lontanamente conflittuale tra i membri della famiglia, tutti si stimano, si supportano e sopportano, sono solidali l’uno con l’altro al punto tale da farmela apparire, questa rappresentazione, sin troppo edificante e più sul registro del “come vorrei che fosse stato” piuttosto che su quello del “come è realmente stato”.

Ma La messa dell’uomo disarmato non è un saggio di storia. E’ un romanzo, e il romanziere — anche se Luisito Bianchi in una intervista dichiara di non voler definirsi tale — non ha il dovere dell’obiettività e dell’imparzialità. Un romanziere ha tutto il diritto di costruire il migliore dei mondi possibili, se è questo che sente di fare.

Don Luisito Bianchi
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13 risposte a LA MESSA DELL’UOMO DISARMATO – LUISITO BIANCHI

  1. bobregular ha detto:

    il titolo è un riferimento “rovesciato” alla Messa “L’homme armée” di J. Desprez. Ciò la dice lunga sulla quantità di musica – accuratamente da te recensita – di cui il libro si imbeve.

    Mi hai incuriosito. In wishlist!! 🙂

  2. gabrilu ha detto:

    bobgregular
    Interessantissimo quello che dici. Non ci avevo proprio pensato e questo riferimento non l’ho trovato da nessuna altra parte. Vero è che
    Josquin Desprez non credo sia conosciuto molto, ad di fuori dell’ambito dei musicologi.
    Sono andata a rinfrescarmi la memoria, e razzolando sul sito della Fnac, ecco cosa ho trovato su le due Messes de l’Homme Armée (evidenzio in grassetto alcune interessanti analogie con i fatti narrati nel romanzo di Luisito Bianchi):

    les deux messes dites de l’Homme Armé, A Sei Voci clôt le cycle consacré aux oeuvres sacrées de Josquin Desprez. […] sur les routes de Bourgogne dans le sillage des chevaliers de la Toison d’Or . Dans ce moment sacré et grave où, revêtant leur armure, ils partaient à la guerre accompagnés par la chanson de l’Homme Armé, dont la tradition était ancrée aussi bien dans la chanson polyphonique que dans la liturgie du XVème siècle. Ecrites dans les premières lueurs de la Renaissance, la Missa “Sexti toni” et la Missa “Super voces musicales” sont composées sur cantus firmus dans une tessiture grave, avec des jeux d’écritures sensiblement différents.

    Questo tuo preziosissimo commento mi conferma non solo nell’idea della grande importanza della musica in questo romanzo ma soprattutto il ribaltamento del titolo delle Messe di Desprez illumina di ancora più profondi significati l’intero libro. Ti ringrazio davvero molto.

  3. bobregular ha detto:

    non c’è di che :), grazie a te per l’overrating di “musicologo”. In realtà forse a Firenze siamo enciclopedicamente agevolati dalla esistenza di un omonimo ensemble di ottimo livello (attivo anche nella contemporanea, io li ho ascoltati in Laborintus II)…

  4. bobregular ha detto:

    volevo anche dirti – oggi ti stresso – che l’anno scorso è uscito un altro importante romanzo sulla resistenza, si tratta de L’ombra del cerro di Silvia Di Natale. Io l’ho letto e il mio giudizio è intermedio, magari se lo hai letto anche tu (o lo farai) potrai comparare le due prove…

  5. giuba47 ha detto:

    La tua presentazione come sempre mi invita al libro. Sono d’accordo con te quando dici che un romanzo non ha il dovere dell’obittività storica, che se mai ci aiuta a capire che ogni uomo può vivere in modo tanto diverso la stessa realtà. Un caro saluto, Giulia

  6. utente anonimo ha detto:

    Grazie per la segnalazione, che quanto prima entrerà nelle mie letture. Esprimo solo una perplessità, che potrò risolvere solo a lettura compiuta: se è vero quello che scrivi sulla visione troppo idealizzata e alla fine edificante delle vicende resistenziali, allora il libro non può essere accostato a “Il partigiano Johnny”. Fenoglio, insieme al Meneghello de “I piccoli maestri” e a pochi altri, è rappresentante di quel filone narrativo che registra l’esperienza collettiva e personale della Resistenza e della guerra civile in chiave decisamente (e spesso pungentemente) anti-retorica e anti-eroica. Ma ti ripeto: il confronto è da verificare e il tuo giudizio è uno stimolo in più alla lettura.
    Un saluto
    Ghismunda

  7. gabrilu ha detto:

    bobregular
    non sarai un musicologo, ma musicomane si, però, e da quel che mi pare, anche molto agguerrito 🙂
    Il romanzo della Di Natale non lo conoscevo, sono andata a vedere la scheda su Ibs e mi è sembrata interessante in particolare la centratura sui tre personaggi femminili. Poi però sono andata a vedere anche le tue note su Anobii e certo non è che incoraggino molto a leggerlo 🙂
    giuba47
    appunto…
    Ghismunda
    Infatti a proposito dell’accostamento con Fenoglio ho scritto “complementare”. Il contesto storico è quello, ma visto in modi diversi. Sono due modi di interpretare, (ri)vivere quel periodo.
    Una precisazione però ci tengo a farla: non ho trovato retorica nel romanzo di Luisito Bianchi, se ce l’avessi trovata, il libro non mi sarebbe piaciuto. Ho trovato molta umanità, poesia, lirismo in particolare quando parla della terra, del succedersi dei cicli delle stagioni, dei lavori contadini etc.

    (Tra parentesi e piccola digressione: quando LB parla della terra mi ha richiamato alla mente La buona terra di Pearl Buck che avevo recentemente riletto e del quale ho anche parlato qui nel blog. Può sembrare singolare, considerato che l’ambientazione ed i contesti dei due romanzi sono tanto diversi…).

    La mia perplessità deriva invece dal fatto che la sua visione del mondo… non so come spiegarmi… mi è sembrata un po’ troppo ottimista e benevola sulla natura degli esseri umani, ma questo non escludo derivi dal suo essere sacerdote, e sacerdote di un certo tipo. E poi, forse sono io che, al contrario, sono troppo pessimista, sugli esseri umani…
    Se e quando leggerai il libro mi farà molto piacere sapere che cosa ne pensi e confrontare le nostre impressioni.

  8. oyrad ha detto:

    Ho sentito parlare molto di questo romanzo di Luisito Bianchi, ma qui, in queste tue note di lettura, ho trovato tutto quello che mi serviva per poter chiarirmi, una volta per tutte, le idee su questo autore.

    Proprio in questi giorni sto leggendo “Alla cieca” di Claudio Magris: anche in questo romanzo c’è la Resistenza… ma collocata in un contesto spazio-temporale vastissimo, accanto ad altri eventi storici, o addirittura mitici… all’ interno di una cronologia di fatti (e di altre “resistenze”) che vanno dagli Argonauti del mito fino ai cyber-nauti di oggi. “Alla cieca” e’ davvero un romanzo affascinante e bellissimo. Avevi (come al solito) ragione: con Magris si va a colpo sicuro! 🙂

    Buon pomeriggio. Oyrad

    OT: hai visto che la Mondadori ha ripubblicato una selezione di titoli della gloriosa collana MEDUSA?

  9. gabrilu ha detto:

    Oyrad
    Ovviamente ti ringrazio per la fiducia, ma quando scrivi in queste tue note di lettura, ho trovato tutto quello che mi serviva per poter chiarirmi, una volta per tutte, le idee su questo autore… beh, questo no, per piacere. Non solo perchè la mia è solo “una” delle tante letture possibili di un testo (di un qualsiasi testo, non solo di questo in particolare) ma anche perchè mi fai sentire gravata di troppa responsabilità.

    Dovrò leggere al più presto questo Alla cieca di Magris. Queste tue considerazioni mi fanno molto piacere. Io, come si sa, ho una immensa ammirazione per Magris.

    Si, si, proprio stamattina da Feltrinelli ho visto sciorinate sui banchi le Meduse “rivisited” ^__^

  10. SimonaCWords ha detto:

    Complimenti! La tua è una recensione ben fatta, come sempre, ma soprattutto equilibrata.

  11. gabrilu ha detto:

    Simona
    So che hai letto anche tu, questo libro, tempo fa. Ne hai scritto qualcosa sul tuo blog? Ho cercato ma non sono riuscita a trovar nulla. Mi farebbe piacere conoscere le tue impressioni.

  12. SimonaCWords ha detto:

    No, in effetti non ne ho parlato, l’ho letto qualche anno fa. Ne riparleremo 🙂

  13. gabrilu ha detto:

    Simona
    Ah ecco, volevo esser sicura di non aver cercato male

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