I CONTEMPORANEI

Valloton, Liseuse, 1922
Le mie scelte di lettura si orientano in genere prevalentemente sui classici, per i motivi che così bene aveva  illustrato  Calvino e che avevo provato a riassumere >> qui.

E poi, dico sempre che preferisco leggere "autori", piuttosto che libri. Nel senso che se un autore mi interessa, mi piace, considero i suoi libri non singolarmente ma come  tasselli  della sua opera, del suo mondo. Ed è quel mondo che mi interessa esplorare, nella sua completezza. Proprio per questo, in un altro post mi ero definita, scherzosamente ma non troppo, più una lettrice "verticale" che "orizzontale".

Questi due orientamenti però (privilegiare i classici ed esplorare l’opera di un autore nel suo complesso) uniti al fatto che la narrativa contemporanea e quella italiana in particolare poco mi dice e troppo spesso mi annoia — tranne le eccezioni che sempre esistono — fanno si che di contemporanei io ne legga davvero pochi.

In questi giorni, rileggendo Casa Howard di Forster, sono andata a ripescare il breve saggio che su di lui scrisse Virginia Woolf, che lo conosceva di persona.

Metto da parte per il momento le considerazioni specifiche della Woolf sull’opera di Forster perchè mi interessa invece, adesso, riportare questo brano che si riferisce alla lettura dei contemporanei in genere e nel quale mi ritrovo totalmente.

"Ci sono molte ragioni che dovrebbero impedirci di criticare l’opera dei contemporanei. Oltre l’evidente disagio — la paura di offendere — c’è anche la difficoltà di essere giusti. Uscendo uno alla volta, i libri dei contemporanei sono simili a parti di un disegno che viene rivelato lentamente. La nostra comprensione può essere intensa, ma la nostra curiosità è anche maggiore. Il nuovo frammento aggiunge niente a quanto era passato prima? Conferma le nostre teorie sul talento dell’autore, o dobbiamo modificare le nostre predizioni?"

Virginia Woolf, I romanzi di E.M. Forster in La signora dell’angolo di fronte, Milano 1979, trad. di Masolino d’Amico

———————————

Félix Valloton, La liseuse, 1922

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17 risposte a I CONTEMPORANEI

  1. sabrinamanca ha detto:

    Il tempo è elemento necessario a separare l’attualità dalla storia e ciò vale anche in letteratura.

    Virginia Woolf mi sembra parlasse però di “criticare” che è azione più complessa rispetto al leggere, anche se leggere genera comunque un giudizio.

    Leggere l’opera credo sia importante per capire l’autore e la sua poetica se la cosa ci sta a cuore, ma ci sono libri, spesse volte uno solo basta, che sono classici senza che l’autore lo sia con essi.
    Frutto di un periodo illuminato mai più vissuto prima e dopo questo.

    ot: Courbet mi ha davvero stregato!

  2. amfortas ha detto:

    Io sono così selettivo con la Musica: mi piace molto approfondire, capire il contesto storico in cui è nata un’opera lirica.
    Per la letteratura sono un po’ meno esigente, però se una cosa m’annoia la lascio e non ci perdo tempo.
    Quindi sono orizzontale e verticale: più che un uomo una croce, come dice mia moglie.
    Ciao 🙂

  3. oyrad ha detto:

    Quindi è importante tenere conto della “prospettiva” tracciata e definita dall’ “insieme” delle opere di un autore prima di poter formulare un giudizio critico “chiaro” (o una semplice opinione) sull’ autore stesso.

    Spesso ho espresso pensieri simili in occasione di alcune presentazioni di mostre d’ arte contemporanea: nel senso che è difficile “prevedere” adesso il valore, il ruolo e la portata futuribile di molte opere realizzate oggi. Ci sono elementi che emergono subito, altri che solo nel tempo “ingranano” fra loro ed emergono dalle profondità abissali dei testi, dei dipinti, delle sculture, etc. realizzati nella contemporaneità. Spesso è proprio in questo che si gioca (e che si giocava anche nel passato) il ruolo del “genio incompreso”, proprio perchè la genialità di un’ opera d’ arte A VOLTE può emergere soltanto grazie al contesto giusto, e non sempre questo coincide “naturalmente” con l’ epoca in cui l’ artista l’ ha realizzata.

    … Yawn! Che noia questo mio commento 😦
    Vado a fare un pisolino… un saluto, Oy 😉

  4. oyrad ha detto:

    OT (ma non troppo)
    E’ da poco uscito un bel libretto (monografia/catalogo) di agile consultazione dedicato a Felix Valloton. Si intitola appunto “Valloton” ed è pubblicato dall’ editrice 5 Continents. Anche il prezzo è accessibile, rispetto ai soliti salassi che ci tocca subire per prendere i libri di storia dell’ arte: costa tra i 15 e i 16 Euro… non credo di più.

    Gabrilù, immagino che tu lo conosca già… ma lo segnalo comunque, nel caso ci sia qualche ospite incuriosito e/o interessato ^__^

  5. babilonia61 ha detto:

    Beh! anch’io nel mio piccolo cerco di leggere solo classici, i moderni, a parte qualcuno, non mi attirano: chissà perche?
    Raramente do giudizi su un autore se non ho letto buona parte delle sue opere; ho bisogno di saperne di più prima di palesarmi, anche perché solitamemente devo legggere almeno due volte ogni singolo libro.

    Felicità

    Rino, leggendo e rileggendo.

  6. gabrilu ha detto:

    sabrinamanca
    Ogni lettura implica una critica. Più o meno consapevole, più o meno esplicitata, più o meno argomentata, no? Lo dici tu stessa…
    In quanto ai libri “unici” hai ragione: mi è venuto subito in mente, ma si potrebbero fare tanti altri esempi, Les liasons dangereuses, tanto per dire.
    Si, la mostra di Courbet al Grand Palais è davvero splendida. Ci tornerei volentieri. I soldi dl biglietto li vale tutti e di più.
    Amfortas
    Credo che ciascuno di noi (parlo dei comuni mortali) pur apprezzando varie forme di espressione artistica si senta poi più in sintonia con un certo tipo di linguaggio piuttosto che con altri. Ne coglie meglio i codici comunicativi. Io adoro la musica e la pittura, ma credo di capire più il linguaggio di un testo scritto. E altrimenti può avvenire per altre persone. Dopo di che, siccome non si può essere tuttologi, e occorre anche ottimizzare il tempo della vita, ognuno di noi tende ad approfondire alcune cose piuttosto che altre.
    (E così ho detto la mia banalità quotidiana — smile)
    Salutami il comandante Ripley, che ha tutta la mia simpatia 🙂
    Oyrad
    Vedo che tu arrivi, nel campo delle arti figurative, alla stessa conclusione cui arrivo io per la letteratura, mi pare.
    Grazie per la segnalazione del libro su Valloton. Ogni segnalazione di questo tipo è sempre molto gradita, qui 🙂
    E non ti preoccupare per gli OT. Non ho questo problema 🙂
    babilonia61
    Allora sei anche tu un “lettore verticale”! Se mi permetti di continuare a giocar di metafora 🙂
    Sempre un piacere vederti qui, Rino

  7. PrimoCasalini ha detto:

    Consento e dissento. Consento perché scavare è necessario: per la musica, per la pittura, per la letteratura, per il cinema, anche. Si colgono nessi di ogni tipo, a livello della vita dell’autore, del periodo storico, della lotta per la sopravvivenza con gli altri autori (c’è, sempre), del modo stesso di organizzare una proposizione o di disporre i colori. Solo che l’obiettivo vero non è la maggiore conoscenza, ma la fruizione più piena di quell’opera lì, che stai leggendo, ascoltando, guardando. Alla fine, Anna Karenina prevale su Lev Nicolajevic e le Goyescas su Granados. Se non fosse così, ci sarebbe qualcosa che non va: si scaverebbe per che fare? Per dare un giudizio, magari, perché no, per fare delle classifiche. Si può fare benissimo, niun lo vieta, ma, da epicureo conseguente sostengo che molto prima viene la total immersion in quell’opera (opera, non autore) che t’acchiappa e che libro, musica, pittura, film (ognuno col modo suo) ottengono, certamente a livello più alto se hai ben scavato. Quando succede -e succede quasi ogni giorno- ne consegue la perdita del senso del tempo, mentre quando scaviamo, critichiamo, giudichiamo, l’orologio ce l’abbiamo sempre davanti agli occhi.
    La fatica di scavare sull’autore si fa perché il ventisette che ci fornirà l’opera sia più polputo: sacro egoismo.

    grazie Gabrilu e buon week end
    Solimano

  8. gabrilu ha detto:

    Solimano
    Francamente, caro Solimano, non riesco a vedere l’oggetto del contendere. Mi pare che quello che dici tu non vada in rotta di collisione con quello che dico io. Forse ho solo saltato un passaggio, dando per scontato che innanzitutto è l’opera che deve “acchiappare”. Se non “acchiappa” non si ha voglia di approfondire il pensiero dell’autore leggendo altre sue opere. Anche se ci sono autori ed opere che magari alla prima lettura ci lasciano freddini, ma di fronte i quali intuiamo che ad una lettura più attenta riveleranno tesori.
    Ricordavo, in un mio mio vecchio post , che nelle Lezioni su Stendhal Tomasi di Lampedusa parla della prima lettura di un romanzo come di un “fuoco” perchè, egli scrive “ogni prima lettura dev’esser fatta senza matita alla mano, tuffandosi nella fornace”.

  9. utente anonimo ha detto:

    …è un piacere vedere verbalizzate,
    semplicemente, le motivazioni per le quali si ama leggere i “classici”…

    ho, tuttavia, un personalissimo “ago” che mi fa misurare/stabilire chi classico è
    (o sarà!…ah…questi miei deliri di presunzione!) :
    se dopo la prima opera letta,
    sono spinta a leggere quanto più possibile di un determinato autore,
    quello per me è un “classico” !

    sin dal periodo giovanile nel quale ,
    -spesso “dall’alto”…scuola, genitori-
    ti vengono date indicazioni
    a leggere un classico,
    è stato bellissimo scoprire invece che l’autore “imposto” t’è piaciuto
    a tal punto da voler leggere altre
    sue opere, conoscerne la biografia, il periodo storico/artistico che ha respirato…è stato il caso di Voltaire, di Stendhal, di Flaubert, ;
    nel tempo, nonostante
    il passaparola fra amici, le autorevoli recensioni, i battage pubblicitari, ho avuto l’impressione di scegliere più liberamente…
    ma -sempre-
    passando dall’esperienza di tastare il polso alla mia voglia di continuare a leggere un autore dopo la prima “conoscenza” fatta…

    chiedo dunque a te,
    posso considerare classici
    -moderni-
    autori disparati come Lalla Romano, Carlo Castellaneta, Isabel Allende, Milan Kundera, Giorgio Montefoschi, Jonathan Coe…?

    intanto continuo a leggere
    ….”senza matita alla mano” !

    bisousdedécouverte!

  10. gabrilu ha detto:

    madeinfranca
    Da parte mia sono stata ben felice che ai tempi della scuola mi abbiano “imposto” alcune letture, anche perchè non avvertivo la cosa come imposizione, ma come un aiuto per la scoperta di cose belle . Se non me li avessero “imposti”, chissà se e quando e come avrei scoperto tanti classici italiani e stranieri…Specialmente quelli che, se pure considerati “di nicchia” e che nelle storie delle letterature occupano a ragione magari solo un paio di paragrafi sono però importanti per ricostruire lo spirito di un ‘epoca.
    Magari avessero fatto la stessa cosa con la musica, a scuola. La storia della musica e i musicisti più importanti me li sono dovuti scoprire da me… Ed anzi, io l’ho fatto, se pure in modo disordinato. Ho avuto la fortuna di avere appassionati di musica in famiglia, ed amici musicisti e musicologi. Altrimenti chissà…
    Autori moderni che si possono considerare già classici? Credo di si, anche se uno dei criteri secondo me è quello della sopravvivenza e durata nel tempo. Però alcuni autori tuttora per fortuna loro e nostra ancora ben vivi secondo me possono già considerarsi dei classici.

  11. alexandra3 ha detto:

    Mi riprometto di leggere anche autori contemporanei ma quando è il momento di scegliere, scelgo un classico o meglio un autore che conosco. Ci sono anche i libri unici. Per scoprirli solito mi affido all’intuizione, come mi succede anche al cinema. Ma se devo scegliere tra un film e un regsita, scelgo il regista.

  12. giuba47 ha detto:

    Io sono un po’ anarchica nelle letture, perchè a volte un libro mi incuriosisce e lo leggo. Se poi un autore mi piace allora devo leggere tutto… Il risultato è che leggo molto, ma finisco con l’essere molto dipersiva. Solo ora comincio a darmi qualche regola, ma non mi sarà facile perchè so che, quando entrerò in libreria, ci sarà qualche altra attrazione fatale… Questo periodo di forzato riposo un po’ mi è servito per fare un po’ di ordine. Ciao, Giulia

  13. utente anonimo ha detto:

    Quella delle relazione tra classici e contemporanei è “querelle” di vecchia data (forse esiste da quando è nata la letteratura). Gusti personali a parte, credo che il tempo sia davvero il fattore decisivo e ultimo che permetterà a un libro di farsi strada tra la massa (delle opere “meno dotate” e dei lettori) e di diventare un “classico” (ovvero, come diceva Calvino, un “libro che non ha finito di dire quel che aveva da dire” – cito “non verbatim”, e en passant). Noi che siamo contemporanei dei contemporanei possiamo solo “avvertire” o saggiare l’aura da classico che avrà un libro di oggi. E intanto, possiamo godere dei frutti del passato e che gli antenati ci hanno regalato (cfr. Ammiano Marcellino: le sue “Storie” raccontano fatti risalenti alla caduta dell’Impero Romano, ma l’aria di paura isterica e apocalittica che vi si respira potrebbe attagliarsi perfettamente alla nostra attuale società, globalizzata e liquida, come dice qualcuno).

  14. gabrilu ha detto:

    alexandra
    Questo lo faccio anch’io, di affidarmi all’intuito e comprare un libro di cui non so nulla. E sono abbastanza presuntuosa da dire che raramente ho preso delle bufale :-))
    Così ho scoperto, in epoca non sospetta, molto tempo prima del Nobel e quando in Italia non lo conosceva praticamente nessuno, Saramago, del quale comprai — ricordo ancora — alla stazione Termini di Roma Il memoriale del convento (Feltrinelli).
    Quello che ho descritto è un mio trend (come si usa dire oggi), ma per fortuna ogni tanto mi capita di esplorare altri mondi 🙂
    Giulia
    Ben vengano le attrazioni fatali, in letteratura! 🙂
    anonimo #13
    Sono d’accordo.
    E poi: tu citi Ammiano Marcellino e va bene. E perchè — aggiungo io — , Tacito, i tragici greci, Orazio e Tucidide non sono ancora attualissimi e non ci insegnano ancora un sacco di cose, sulla politica e sull’essere umano in generale? 🙂

  15. utente anonimo ha detto:

    la woolf ha sempre ragione!
    e con questo ho detto tutto.
    Certo è che nel suo caso, quel periodo era tale per cui una serie impressionante di capolavori, di geni letterari erano all’opera per cui è ovvio che la ponderazione riguardo al giudizio sull’opera di Joyce, piuttosto che di Mann ecc… sia ben altra cosa rispetto ai nostri contemporanei…
    adesso vado a cercare se hai pubblicato qualche post su questa scrittrice che io adoro.
    luca sposato

  16. gabrilu ha detto:

    luca sposato
    Bentornato 🙂
    Allora, sei un integralista fondamentalista woolfiano? (Scherzo, eh, tengo a precisare) ^__^
    In questo blog troverai citazioni e “spigolature”, ma non post dedicati in particolare a libri di Virginia Woolf. Questo per la semplice ragione che ho letto tutto — ma proprio tutto — quello che di suo è stato tradotto e pubblicato in Italia parecchi anni fa, e dunque molto prima di Internet e dei blog 🙂
    Fu un periodo di full immersion che durò parecchi mesi, non leggevo altro. Persino i tomoni Einaudi dell’epistolario, mi sono letta, pensa tu…
    Poi sono riemersa.
    Oggi ti devo dire che, risfogliando i suoi libri, apprezzo sempre di più i suoi saggi letterari, che trovo non solo attualissimi ma di una freschezza e di un acume eccezionali. I romanzi non so. Alcuni, che pure mi avevano entusiasmato, a suo tempo, oggi mi entusiasmano meno ma insomma parliamo sempre di una scrittura di altissimo livello, eh

  17. utente anonimo ha detto:

    cara gabrilù,
    vorrei scusarmi per la sciatta prosa che utilizzo in questo luogo dove abbondano le belle parole…
    è che il tempo che rubo al lavoro per scrivere non mi consente sempre di sintetizzare in modo corretto i concetti.
    Anche a me i suoi saggi piacciono moltissimo, anche se non posso dire di aver letto tutto. Ricordo però come una folgorazione al liceo la lettura di “A room of one’s own” e da allora la sua prosa “acquea” mi ha sempre attirato.
    E’ uscito credo quest’anno una biografia scritta da Nadia Fusini che mi ha trovato molto in sintonia con il giudizio che della woolf mi ero fatto, un po’ in contrasto con quella mesta e triste e distante figura che invece circola normalmente.
    luca sposato

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