CASA HOWARD – EDWARD M. FORSTER

Rooksnest

Ho ripreso in mano in questi giorni questo romanzo di Edward M. Forster, che avevo letto una decina di anni fa e del quale avevo un buon ricordo.

Forster pubblica Casa Howard (titolo originale Howards End) nel 1910; l’opera si colloca dunque dopo — per citare solo i suoi romanzi più famosi — Camera con vista (A Room with a View, 1908) e prima di Passaggio in India (A passage to India, 1924). Maurice, centrato su una relazione omosessuale, tema all’epoca considerato scandaloso, è del 1914 ma, per espressa volontà del suo autore, verrà pubblicato soltanto postumo, nel 1971.

La trama di Casa Howard è relativamente semplice: la storia descrive l’incontro-scontro fra tre famiglie nell’Inghilterra del 1910, in piena epoca edoardiana. Da una parte abbiamo Margaret ed Helen Schlegel — le cui figure furono originariamente ispirate, cosa che forse non tutti sanno, dalle sorelle Virginia Woolf e Vanessa Bell — ed  il  loro fratello Tibby. Gli Schlegel sono colti, progressisti, idealisti; i loro genitori erano tedeschi trapiantati in inghilterra. Dall’altra parte abbiamo i Wilcox, conservatori, sprezzanti ed anche un pò ignoranti. Nel mezzo c’è la coppia dei Bast, piccola borghesia con forti caratteristiche proletarie. Lui, Leonard, è un povero impiegatuccio orgoglioso ma assetato di cultura. E poi c’è lei, Casa Howard, abitazione di campagna dei Wilcox, immensamente amata dalla signora Wilcox che l’ha ereditata dalla sua famiglia di origine e l’ha portata in dote quando si è sposata con Henry Wilcox.

Le vicende legate all’uso ed alla destinazione della casa fanno parte integrante delle vicende personali dei personaggi. Oggetto di desiderio, di mediazione, di conflitto, Casa Howard è simbolo e presenza costante lungo tutto lo svolgimento del racconto anche quando la scena materiale degli eventi narrati è Londra oppure una residenza dei Wilcox collocata in una regione che si trova in tutt’altra parte dell’Inghilterra.
“Per loro, Casa Howard era una casa, non potevano sapere che per lei era stata uno spirito, per il quale aveva cercato un erede spirituale”, scrive Forster a proposito della signora Wilcox la quale vorrebbe, alla sua morte, lasciare Casa Howard non ai suoi familiari ma a Margaret, che conosce solo da poco tempo ma nella quale è convinta di avere individuato una persona che saprà amare la casa quanto l’ha amata lei .

Passare, come ho fatto io, dalla recente lettura del Barnaby Rudge di Dickens a Casa Howard di Forster ha voluto dire, pur rimanendo nella grande letteratura inglese, cambiare radicalmente concezione del romanzo, stile di scrittura; ha significato entrare in un altro mondo.

Per Forster infatti, a differenza di Dickens, l’arte in genere ed il romanzo in particolare devono assolvere ad una funzione non solo rappresentativa ma soprattutto ad un funzione conoscitiva. E dunque, da questo punto di vista, Forster mi sembra molto più vicino a Sterne, Virginia Woolf, Joyce, Henry James — al quale lo legano sorprendenti affinità ed analogie — che ai pur grandissimi Fielding, Jane Austen, Dickens o Thackeray.

Proprio perchè la trama di Casa Howard è relativamente semplice, se si rimane in superficie è quasi inevitabile che a volte i personaggi appaiano girare un po’ a vuoto, o che ci si infastidisca delle tantissime chiacchiere e che il tutto possa risultare di una lentezza quasi esasperante. Da qui, probabilmente, la sensazione di pesantezza che scoraggia alcuni lettori.

Eppure la chiave per andare oltre la superficie del romanzo c’è, ed è lo stesso Forster a fornircela, quando pone come sottotitolo del libro la frase — rigorosamente virgolettata –: “Solo connettere…”.

Il romanzo è infatti costituito, in realtà, da una serie numerosa di dicotomie e di coppie di opposti che, come avviene nella vita, rappresentano mondi antitetici che devono cercare un punto di contatto, una “connessione” per poter giungere ad una composizione armonica.

Dietro il prendersi e lasciarsi di Helen e Paul, Margaret ed Henry, o le aspirazioni e le frustrazioni di Leonard Bast c’è tutta una dialettica in continuo movimento tra verità e non verità, essere ed apparire, sincerità e raffinatezza. C’è l’incontro-scontro tra due culture: quella tedesca che si ritrova ancora nella famiglia Schlegel, inglesi di prima generazione e quella profondamente inglese dei Wilcox, la città e la campagna, la cultura della stabilità (non si abbandona la casa in cui siamo nati e cresciuti) e la cultura del nomadismo e dei traslochi che Forster ad un certo punto chiama: “la civiltà del bagaglio”.

Se da una parte ci sono la sensibilità artistica e letteraria delle sorelle Schlegel, dall’altra abbiamo l’efficienza pratica dei Wilcox e cioè le due anime della borghesia: la concretezza dell’affarista Wilcox “che fa andare avanti l’Inghilterra” e quella forse un po’ fuori dal mondo delle Schlegel.

Un ponte che connetta questi due mondi, sembra dica Forster, è indispensabile per fare sì che l’uno non diventi troppo cinico e spietato e l’altro troppo astratto.

Il matrimonio di Margaret Schlegel ed Henry Wilcox sembra proprio la metafora della conciliazione e della composizione degli opposti. Ma è a questo punto che la terza componente, quel Leonard Bast che rappresenta la piccola boghesia più vicina al proletariato provoca un rimescolamento di tutte le carte e, rompendo gli equilibri raggiunti, costringe a ridefinire tutti i rapporti.

Per Forster, autore tra l’altro di saggi critici nei quali esplicita le sue teorie letterarie, al centro del romanzo deve esservi la ricerca, nella vita, della verità che sta dietro le apparenze e l’oggetto principale della narrazione devono essere l’esperienza interiore, la coscienza morale.

In che misura questo obiettivo risulta centrato, con Casa Howard? Da parte mia, ho riletto il romanzo con gusto e senza annoiarmi, ma non ho potuto fare a meno di rilevare quello che mi è sembrato un eccesso di costruzione e di artificio a volte un po’ fastidioso. Troppo spesso mi è sembrato infatti di trovarmi davanti all’esposizione di un teorema e della sua dimostrazione.

Virginia Woolf, che conosceva personalmente Forster, scrisse sulla sua opera un breve saggio intitolato I romanzi di E. M. Forster e, a proposito in particolare di Casa Howard lo definisce un libro “elaborato e assai abile”, del suo autore dice che ha una “immensa perizia tecnica”, “saggezza”, “penetrazione” e “bellezza”, ma conclude anche la sua analisi scrivendo che ” si tratta di un’opera importante anche se insoddisfacente, che può preludere a qualcosa di altrettanto grande ma di meno angoscioso”

post-it Esistono parecchie trasposizioni cinematografiche dei romanzi di Forster: il primo fu Passaggio in India di David Lean (1984). In seguito, James Ivory di film ne ha firmati ben tre: Camera con vista (1986), Maurice (1987) e Casa Howard nel 1992.

Il film di Ivory, interpretato da un eccellente cast composto da Anthony Hopkins (Henry Wilcox), Emma Thompson (Margaret Schlegel), Helena Bonham Carter (Helen Schlegel) e Vanessa Redgrave (la signora Wilcox) avendo decisamente come filo conduttore il simbolo della casa non solo non banalizza ma rende evidenti i contenuti più profondi del testo di Forster.
Ho rivisto il film appena terminata la rilettura del libro e l’ho apprezzato quanto e forse anche più del romanzo.

film Ivory

——————————————–
In alto, la casa in cui Forster trascorse gli anni dell’infanzia (1883-1893) a Rooksnest, Stevenage, Inghilterra e che fece da modello a Casa Howard

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10 risposte a CASA HOWARD – EDWARD M. FORSTER

  1. utente anonimo ha detto:

    “…solo connettere…”
    Quanto ho amato questo libro: la tua recensione mi ha fatto tornare a quei giorni di una decina di anni fa in cui lo leggevo. Penso che prima o poi seguirò il tuo esempio e lo rileggerò! Complimenti per la recensione!

    Emi

  2. PrimoCasalini ha detto:

    Il film lo trovo eccellente, molto più profondo e ricco di contenuti dell’elegantissimo Camera con vista. Paragonabile a Quel che resta del giorno ed a Calore e polvere, gli altri due film che più apprezzo di Ivory.
    Il libro l’ho trovato molto datato, anche perché, fra i Wilcox e gli Schlegel, quelli che avevano ragione erano i Bast, snobbati e perseguitati, e credo che Forster non pensasse così, al massimo verso i Bast faceva del poverinismo tardo-dickensiano.
    Mentre nella acculturazione vera di quella classe c’erano i germi del futuro, non nella predacità dei Wilcox e nella ripetitività fine degli Schlegel. Poteva essere un grande romanzo, ma a Forster mancava la comprensione vera delle ragioni di Leonard Bast e di sua moglie, che è un altro personaggio importante. Il film lo rivedo sempre volentieri, il romanzo non desidero di rileggerlo, credo fra l’altro che Conrad e James siano su un altro piano. Va detto che evidentemente Forster, come inventore di storie funziona, si capisce qualcosa stando attenti alle scelte dei registi, che hanno strutturalmente molto naso. Un altro caso, forse oggi sottovalutato, è quello di Graham Greene. Quanti film ne hanno tratto, spesso buoni!

    saludos
    Solimano

  3. habanera2 ha detto:

    Gabrilu, il libro l’ho letto molti anni fa e ripensandoci ricordo più sbadigli che entusiasmo. Forse rileggendolo, chissà, potrei anche trovare la chiave per andare oltre la superficie del romanzo … solo che al momento non mi sembra di averne molta voglia. Potrei invece vedere il film dal momento che Ivory difficilmente mi delude e che due raffinati intenditori, quali siete tu e Solimano, lo consigliate. Non è da escludere che poi mi torni anche la voglia di rileggere il libro…

    Un abbraccio
    H.

  4. gabrilu ha detto:

    Emi
    Grazie 🙂
    Che io l’abbia amato, questo libro, non posso dirlo. L’ho apprezzato ma come ho detto nel post ne vedo troppo l’artificiosità e la razionalità per potermi lasciare coinvolgere sino in fondo. Però sicuramente si tratta di un libro non banale, che merita d’esser letto almeno una volta.
    Solimano
    Avrei voluto dire tante cose, sul film di Ivory, ma mi sono autocensurata non solo perchè il post era già troppo lungo così, ma perchè immagino che prima o poi ne parlerà la premiata ditta Abbracci e Pop Corn 🙂
    Cmq una cosa voglio dirla: pur restando fedele complessivamente al romanzo, Ivory ha dato una immagine di Leonard Bast molto più complessa e di spessore di quella che Howard ne dà nel romanzo rendendolo anche più simpatico (nel libro è insopportabile, almeno per me) e questo dà a tutta la storia un senso di triangolazione delle classi molto più interessante della bipolarità Schlegel-Wilcox (Bast = soltanto un “rumore” a volte ache fastidioso) che viene fuori dalle pagine di Forster.
    habanera
    Ma non è mica obbligatorio, rileggerselo! 🙂
    Il film invece se ancora non lo hai visto mi permetto di consigliarlo, penso che ti piacerà.

  5. utente anonimo ha detto:

    Ciao!!
    Il tuo blog è bellissimo!
    Passa a trovarci!!

    Siciliae

  6. LilianaRosa ha detto:

    “i buoni lettori sono cigni anche più tenebrosi e rari che i buoni autori” (Conversazioni, Borges).

    felices fiestas Gabry!

  7. gabrilu ha detto:

    Siciliae
    Grazie, verrò certamente 🙂
    LilianaRosa
    Eh, il famoso cigno nero di Borges! Magari gli somigliassi almeno un po’…
    Grazie e ricambio gli auguri 🙂

  8. amfortas ha detto:

    Anch’io ho un ricordo, piuttosto vago, di questo libro.
    Il film invece lo ricordo bene, forse è davvero come dice Primo Casalini.
    Ciao!

  9. utente anonimo ha detto:

    Anche Maurice è punteggiato di dicotomie: la principale è quella tra i “normali”e gli “omosessuali”. La “ricomposizione armonica” tentata da Forster nel lontano 1914 era in assoluto anticipo sui tempi, addirittura è “nuova” ancora oggi, nel 2007: Maurice è il primo romanzo a parlare di un amore omosessuale prima di tutto come di un amore senza aggettivi, amore e basta, e poi a fare del protagonista un individuo come tanti. Fino a quell’epoca l’omosessuale in letteratura era come minimo un malato, più spesso un criminale, e finiva comunque i suoi giorni con un colpo in testa, una corda o una fiala di veleno. Il romanzo di Forster, invece, ha il lieto fine: Maurice e Alec vivranno felici insieme (e nel romanzo c’è anche l’esempio di una “ricomposizione” sbagliata: quella di Clive, che soffoca le sue tendenze omosessuali e il suo amore per Maurice, rifugiandosi in un canonico matrimonio con una donna della sua stessa condizione sociale). Sì, forse anche questo è un romanzo “teorema”, ma sicuramente interessante.
    Un saluto
    Ghismunda

  10. gabrilu ha detto:

    Amfortas
    Ciao te 🙂
    Ghismunda
    Hai proprio ragione, a proposito di Maurice, sono d’accordo. E ti dirò, anche in quel caso, tutto sommato il film di Ivory mi è piaciuto più del romanzo. Paradossalmente, mi sembra che Ivory riesca a dare alle pagine di Forster, nei suoi film, quell’emotività che Forster non sempre riesce a trasmettere nei suoi libri.

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