I CANI E I LUPI – IRENE NEMIROVSKY

irene Nemirovsky I Cani e i Lupi
Irène Némirovsky, I cani e i lupi (tit. orig. Les Chiens et les Loups), traduz. Marina Di Leo, Adelphi, Collana Biblioteca Adelphi n.521, p.260, 2008, EAN13 9788845922541

Sono convinta del fatto che quando prendo in mano un nuovo libro da leggere, avendone appena terminato un altro che mi ha molto impegnata, la scelta non avvenga mai in modo casuale. Anche quando può sembrare che lo sia.
Dopo la full immersion in Guerra e Pace non sapevo proprio su cosa dirigermi. La mia idea era di andar comunque su robine poco impegnative.
Poi, da Feltrinelli, ho visto l’ultimo romanzo della Némirovsky tradotto e pubblicato in Italia da Adelphi e l’ho preso. Senza nemmeno badare al risvolto di copertina. I libri della Némirovsky li compro, ormai, a scatola chiusa e a risvolti di copertina ignorati.
Mi sono ritrovata… guarda un pò… ma và…: di nuovo in Russia (per la precisione Ucraina) nella prima parte del romanzo ed a Parigi nella seconda parte. Ho passato perciò due giorni in compagnia di una scrittrice ebrea che però si convertì al cattolicesimo, di origini russe che però voleva essere francese che però aveva nostalgia della Russia.
Che scriveva in francese e che aveva fatto di tutto per ottenere la cittadinanza francese. Senza ottenerla. Un romanzo che si svolge per metà in Russia e per l’altra metà in Francia. Una situazione di confine, insomma, di difficile individuazione di identità e di appartenenze.
Posso dire dunque che il mio (temporaneo) rientro letterario in Europa è stato molto graduale e particolare.

Ma andiamo al romanzo.

Dopo l’enorme e meritatissimo successo postumo di Suite francese e della ripubblicazione di David Golder, in Francia Gallimard sta ristampando tutto lo stampabile e Adelphi, in Italia, mi pare stia facendo lo stesso.  Questo I cani e i lupi è del 1940. La Némirovsky aveva trentasette  anni.

La scena iniziale è la Kiev dell’epoca dello Zar Nicola II, negli anni che precedono la Rivoluzione d’Ottobre. Nell’incipit del romanzo sono già presenti, nella descrizione della città, tutti gli elementi simbolici che accompagneranno e determineranno le vicende dei singoli personaggi e dei loro rapporti.

“Agli occhi degli ebrei che vi abitavano, la città ucraina, culla della famiglia Sinner, era divisa in tre aree distinte, come certi quadri antichi: in basso, i dannati, fra le tenebre e le fiamme dell’inferno; al centro della tela i comuni mortali, rischiarati da una luce pallida e quieta; in alto il regno degli eletti”.

Gli ebrei che ce l’hanno fatta, che sono riusciti ad arrivare nella città alta, vivono nella costante paura di essere ricacciati giù: ciascuno di essi è come “un cagnolino, ben nutrito e curato, che sente nella foresta l’ululato famelico dei lupi, i suoi fratelli selvaggi”. Non solo non c’è alcuna solidarietà tra loro (“i cani”) e i miserabili abitanti del ghetto (“i lupi”): li temono e li scacciano perchè “rappresenta[vano]no per i ricchi ebrei un eterno monito, il ricordo atroce e vergognoso di ciò che erano stati e di ciò che sarebbero potuti essere. O anche — ma nessuno questo osava ammetterlo neppure a se stesso — di ciò che sarebbero potuti tornare ad essere” (p.67).

Il personaggio principale del romanzo è l’ebrea Ada Sinner, che vediamo per la prima volta a cinque anni in giro con il padre nel ghetto di Kiev, in quella città bassa, vicina al fiume dove “viveva la marmaglia — ebrei infrequentabili, piccoli artigiani e commercianti in squallide botteghe a pigione, vagabondi, frotte di bambini che si rotolavano nel fango e parlavano solo yddish, vestiti di stracci, con enormi berretti sui colli esili e sui lunghi boccoli neri”.

Vediamo poi Ada crescere e diventare donna, la seguiamo quando emigra a Parigi, assistiamo allo sviluppo del suo talento di pittrice, al matrimonio con il cugino Ben, che non ama ma con il quale ha condiviso gli anni di Kiev, i pogrom e i giochi infantili. Ada è un personaggio toccante e molto ben delineato. La sua è una personalità insieme forte e vulnerabile, triste e solitaria, pudica ma anche selvaggia. Fin dall’infanzia nutre una passione segreta e incrollabile per Harry Sinner, giovane ebreo, suo parente ma inavvicinabile perchè mentre lei appartiene al ramo povero della famiglia, quello i cui componenti convivono eternamente con il terrore dei pogrom, dell’espulsione, del disprezzo, della precarietà, Harry è nato e cresciuto nella parte della città considerata “il regno degli eletti”. E’ figlio e nipote di ricchissimi banchieri (dietro la descrizione degli zii Isaac e Salomon Sinner, delle loro immense ricchezze e del funzionamento della loro banca non è difficile intravedere la stirpe dei Rothschild), abituato al lusso, al potere e ad ogni raffinatezza.

Eppure, nonostante la vita grama di Ada ed il suo amore apparentemente senza speranza, il sentimento che suscita non è di compassione nè di pietà ma di stima per la sua dirittura morale e per la grande dignità che riesce a mantenere in ogni circostanza.

Ma ecco che un giorno, come avviene nelle favole, le due esistenze di Ada ed Harry, tanto sideralmente lontane, si incontrano, i due giovani si conoscono e si riconoscono. Si amano. Ma a differenza di quanto avviene nelle favole, la loro storia non è di quelle da cui ci si può aspettare un “…e vissero felici e contenti”. Anche questa volta, però, Ada non perderà la sua forza e la sua dignità ed il libro si chiude con una nota di ottimismo e di speranza.

Molto presenti sono in tutto il romanzo i temi dell’ascesa (il desiderio di ri-uscire, di innalzarsi al di sopra del ghetto, di arrivare) e della discesa (il terrore di essere ricacciati indietro, di venire espulsi, di ripiombare “in basso, [tra] i dannati, fra le tenebre e le fiamme dell’inferno”). La struttura del libro è impostata su un codice binario: due patrie (l’Ucraina, la patria d’origine) e la Francia (la patria d’elezione), due rami di una stessa famiglia, due coppie (Ada e il cugino-marito Ben, Harry e la moglie francese Lauren), povertà e ricchezza, il famelico coraggio dei lupi e la tranquilla, accomodante remissività dei cani. Su tutto, la labilità e la precarietà dei confini dei due mondi contrapposti. Chi è in basso può sempre sperare di salire in alto, di cambiare identità. Chi sta in alto non è mai definitivamente al sicuro, è sempre consapevole della precarietaà del suo status.

“Tra gli ebrei tutto avveniva in modo brusco e improvviso. Fortuna e disgrazia, prosperità e miseria si abbattevano su di loro come un fulmine sul gregge. E questo li rendeva perpetuamente inquieti e inguaribilmente speranzosi” (p.68)

Carico di malinconia, I Cani e i Lupi è tante cose: un toccante racconto sull’infanzia e l’innocenza perduta, la storia di un grande amore, l’espressione della nostalgia e del sordo dolore dell’esilio.

Anche questo, come la maggior parte dei romanzi di Irène Némirovsky, non è estraneo al destino personale della sua autrice e numerosi sono gli elementi autobiografici che vi si possono riscontrare. Proveniente dall’alta borghesia russa, la Némirovsky fuggì infatti con la famiglia da Kiev e dalla Rivoluzione d’Ottobre per trovare infine rifugio in Francia dove visse a Parigi e nei dintorni fino al giorno in cui venne deportata ad Auschwitz, dove morì di tifo.

Sullo straordinario talento narrativo di questa scrittrice, sul suo stile terso, acuto e musicale al tempo stesso non ho granchè da aggiungere a quanto avevo già scritto a proposito di David Golder e Suite francese. Se Irène Némirovsky avesse deciso di riscrivere l’elenco telefonico, sarebbe riuscita a renderlo un testo appassionante.

Quello che, personalmente, in questo romanzo della Némirovsky mi ha colpito sopra ogni cosa è però la rappresentazione che essa ci dà degli ebrei, del loro mondo, e della enorme ambivalenza che lei, ebrea essa stessa, manifesta nei loro confronti.

Già in David Golder la Némirovsky non era stata certo molto tenera, con gli ebrei: basti pensare a com’erano rappresentate le figure del banchiere Golder, di sua moglie e di sua figlia.

Ne I Cani e i Lupi, però, sono rimasta veramente impressionata dalla quantità di volte in cui — parlando di ebrei — vengono utilizzati (in modo spregiativo) la parola “razza”, il continuo esplicito riferimento al “tipo ebraico”, il ricorrere costante, nelle descrizioni fisiche dei personaggi (tutti ebrei, tranne la francese Lauren, moglie di Harry) alle caratteristiche somatiche che secondo la Némirovsky sarebbero proprie, appunto del “tipo ebraico” e che in genere si trova nella letteratura e vignettistica dichiaratamente antisemita.
Il “tipo ebraico” è “malaticcio, intelligente e triste” (p.96), non c’è personaggio di cui non viene descritto il naso. Che è sempre “adunco”, “aquilino”. Le dita dei vecchi ebrei (il padre e gli zii di Harry, i mercanti del ghetto) sono “come artigli”, le dita “lunghe e sottili, con le unghie ingiallite, adunche, dure come l’avorio” (p.65). E non va certo meglio quando si tratta di descrivere caratteristiche morali o caratteriali: “Siamo una razza avida, affamata da così tanto tempo che la realtà non basta a saziarci” (p.97)

Irene Nemirovsky

I personaggi ebrei di Irène Némirovsky sono il più delle volte — inutile nasconderselo — caricaturali, oltraggiosi, spesso abbietti; i suoi cosmopoliti che trascorrono la loro vita mondana a Biarritz (in David Golder) sono spesso immorali parvenus votati al culto del Dio Denaro. “Io li vedo così” si giustificava lei a chi glielo faceva notare.

Se gli ebrei ricchi si comportano tutti come rapaci, quelli di modeste condizioni sono miserabili, ripugnanti, macchiettistici, sinistri, privi di cuore e di anima.

La Némirovsky scrisse e pubblicò spesso ma sotto pseudonimo sui giornali francesi dell’estrema destra ed apertamente antisemiti (Gringoire, Candide). Il suo romanzo breve La moglie di Don Giovanni, ad esempio, venne pubblicato nel 1938 su Candide, ma pubblicò anche — e persino durante l’Occupazione — su giornali di sinistra come Marianne diretto da Emmanuel Berl.
Per Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt, autori di una recente corposa biografia della Némirovsky, l’opinione politica dei giornali su cui scrisse a partire dal 1932 è un fatto trascurabile. In realtà, secondo i suoi biografi, la Némirovsky non si preoccupava delle tendenze politiche dei giornali su cui scriveva: aveva solo bisogno di guadagnare e lei stessa, inoltre, non si occupava di politica.
Benchè in realtà fosse agnostica e i turbamenti religiosi le fossero completamente estranei, alla vigilia della guerra si convertì al cattolicesimo (lo fece fare anche al marito ed alle figlie) nella speranza di sottrarsi così alla catastrofe che sentiva avvicinarsi.

Ci sono due passaggi ne I Cani e i Lupi che possono forse aiutarci a comprendere.

Uno è quello in cui Harry capisce che la giovane pittrice della quale ha acquistato due dipinti che l’hanno immediatamente conquistato per la loro bellezza è sua cugina Ada, la bambinetta del ghetto di Kiev e vorrebbe fuggirla perchè:

“Come tutti gli ebrei, Harry nutriva per i tipici difetti della sua razza un’avversione più profonda, più sentita di quella che potevano suscitare in un cristiano. Quella tenace determinazione, quel sogno quasi selvaggio di realizzare i proprio desideri, quel cieco disprezzo delle opinioni altrui erano tutte classificabili, nella sua mente, sotto una stessa etichetta: insolenza giudea.
Non aveva alcuna voglia di incontrare quell’Ada Sinner”
(p.135)

L’altro è quando Ben, cercando di convincere Ada a rimanere con lui e a smetterla di amare Harry, le dice: “Ada, perchè preferisci lui? Guarda bene! Guardaci meglio! Io e lui, lui ed io, siamo della stessa stoffa! Siamo fratelli!
Harry si nascose il viso tra le mani:
No, no! Non è vero!”

E Ben allora dice, sprezzante: “Non ha il coraggio di fissarmi negli occhi! Ha paura del suo riflesso!” (p.169)

Da tutti gli scritti della Némirovsky sembra emergere potentissima  se non la negazione della parte ebraica della propria identità certamente il rapporto travagliato che aveva con essa.

Tragica ironia della sorte, questa ebrea russa convertitasi al cattolicesimo, che scriveva cose terribili degli ebrei e spesso anche delle donne, che aveva studiato alla Sorbona, che scriveva in francese, che amava enormemente la Francia ma che non riusciva a dimenticare la Russia finì — nonostante le sue influenti relazioni negli ambienti di destra — deportata ad Auschwitz  dai  nazisti per i quali non era che una donna russa ed ebrea.

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18 risposte a I CANI E I LUPI – IRENE NEMIROVSKY

  1. oyrad ha detto:

    Perdindirindina! Un altro bel libro della Nemirowsky! ^__^ Ho letto solo qua e là il post, in attesa di leggere questo “I cani e i lupi”, per assaporare al meglio la lettura.

    In verità, in questi ultimi mesi, ho messo un po’ da parte la Nemirowsky proprio per gustarmi “nel tempo” i suoi libri: infatti il “David Golder” non l’ ho ancora neppure acquistato, ma so che è un gran libro, e voglio leggerlo con la “serenità” giusta – che in questo momento un po’ “difficile” non possiedo.

    Anche l’ ultimo racconto Adelphi non l’ ho preso. Insomma, ho preferito andare con calma: mi sono infatti fermato al piccolo e amarissimo “Un bambino prodigio” pubblicato da Giuntina, peraltro davvero molto bello.

    Proprio qualche settimana fa ho visto una signora che leggeva “Suite francese” sul metrò. Prima di scendere alla mia fermata mi sono avvicinato e ho declamato quasi palpitante “Questo libro è una cosa… è una cosa…” La signora, che lo aveva appena richiuso, mi ha risposto sorridente “L’ ho finito proprio adesso… è bellissimo!” 🙂

  2. giuba47 ha detto:

    Di questa autrice ho letto solo “Suite francese2 che ho trovato bellissimo, ma ho già comprato gli altri, meno quello recensito da te oggi che però comprerò. Giulia

  3. habanera2 ha detto:

    Un post appassionante su una scrittrice che amo particolarmente: Irène Némirovsky. Il libro di cui parli non lo conosco ma già so che lo leggerò, come leggerò Jezabel che mi aspetta pazientemente sul comodino. Interessante l’analisi della complessa personalità di questa scrittrice che non finisce mai di sorprenderci e di farci innamorare di sè.

    Grazie, Gabrilu. Leggerti è sempre piacevolissimo e stimolante.
    Bisous
    H.

  4. Moher66 ha detto:

    In continuo e coraggioso conflitto con sè stessa e la sua storia, mi incuriosisce molto
    Ho Suite Francese sul comodino
    Ciao :-))
    Elena

  5. annaritav ha detto:

    Mi sono interessata a Irène Némirovsky grazie a te e continuerò a farlo. Mi ha colpita molto questa sua scrittura così crudele nei confronti degli ebrei, una specie di odio-amore che ha radici profonde.
    Post affascinante, come sempre, del resto. Ci stai viziando terribilmente, lo sai? 😉
    Annarita

  6. gabrilu ha detto:

    Oyrad
    solo tu sei capace di commentare con tanta classe ed eleganza un libro e un post che dichiari di non aver letto ^__^
    Giulia
    Si, è un ottimo romanzo, che merita di esser letto. E i motivi di interesse sono più di uno.
    Habanera, Elena, Annarita
    Si, la N. è stata una grande scrittrice e una donna, come dite voi, dalla “personalità molto complessa” (Habanera), “in continuo e coraggioso conflitto con se stessa” (Elena), con un “odio-amore dalle radici profonde” nei confronti degli ebrei (Annarita).
    E’ quello che ho cercato di esprimere anch’io nel mio post.

  7. PattyBruce ha detto:

    Salta agli occhi, ancora una volta, che se i personaggi ebrei e russi della N. sono spesso avidi, sanguigni, travolti dalle loro passioni e ambizioni, d’altra parte i francesi (e gli europei in genere) risultano sbiaditi, scialbi e un po irrigiditi dalle loro convenzioni sociali, quasi senza alcuna passione.

  8. gabrilu ha detto:

    Patty
    Probabilmente perchè era la parte più profonda di se che sapeva russa ed ebrea a crearle problemi, e, per dirla molto banalmente, “la lingua batte dove il dente duole”.
    Ciao e bentornata da queste parti 🙂

  9. utente anonimo ha detto:

    Non conoscevo questa scrittrice ma ora andrò di corsa in libreria a comprare “I cani e i lupi” e tutto quello che troverò. Mi intriga, come tutto quello che scrivono gli Ebrei.
    Annamaria

  10. utente anonimo ha detto:

    A-Ah sei stata citata da Farenheit su RadioTre!!!
    A-Ah!!!

  11. utente anonimo ha detto:

    L’ho dovuto leggere per scuola e mi è piaciuto molto!!!

  12. utente anonimo ha detto:

    Della Nemirovksy ho letto tutto, in questi giorni sto leggendo l’ultimo romanzo pubblicato da Adelphi (I doni della vita).
    E’ una scrittrice che non ha scritto niente di irrilevante, tutti i suoi libri sono pezzi di bravura.
    Suite francese è il suo capolavoro,
    il libro in cui riesce a sollevarsi da certe contrapposizioni tra classi, status, ebraismi che rendono alcuni suoi personaggi splendidi ma troppo calcati, come hai ricordato anche tu.
    Dopo Suite francese ci metterei
    il racconto lungo “Il calore del sangue”, e a seguire “I cani e i lupi”.

    Nel bell’articolo su I cani e i lupi, c’è un piccolo errorino; nel 1940 la Nemirovsky aveva 37 anni e non 33.

    Buona giornata e grazie.

    Domenico Fina

  13. gabrilu ha detto:

    anonimo #11
    Come hai visto, non è detto che un libro letto “per dovere” non possa esser letto anche “con piacere”
    Ciao 🙂
    Domenico Fina
    Hai ragione: la N. è nata nel 1903 e I cani e lupi è del 1940, perciò aveva 37 anni.
    Grazie per la visita e per avermi permesso di correggere l’errore
    Ciao 🙂

  14. Moher66 ha detto:

    Sapere che in qualche scuola suggeriscono letture come quelle della Nemirovsky è una boccata d’ossigeno. Spero che le mie figlie saranno altrettanto fortunate.

  15. Adriano ha detto:

    Ciao Gabriella, non ho mai letto niente di Irène Nemirovsky e vorrei avere un suggerimento su quale romanzo sia migliore per cominciare.

    Grazie!

    • gabrilu ha detto:

      Adriano Io non faccio molto testo, perchè di Nemirovsky mi piace tutto. Il suo capolavoro però (anche se purtroppo incompiuto perchè lei fu deportata dai nazisti) è Suite francese, di cui ebbe il tempo di scrivere solo due parti sulle tre che aveva progettato. Lì mi sento di dire che c’è veramente il meglio di Nemirovsky. Gli altri romanzi sono tutti molto belli, anche i romanzi brevi (o racconti lunghi).
      Ciao e buona lettura! 🙂

  16. librini ha detto:

    Lo sto leggendo ora. Ottima recensione!

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