LA LINGUA DELL’ESILIO

Sergej Dovlatov
Sergej Dovlatov

In questi giorni ho letto Il libro invisibile di uno scrittore del quale avevo sentito parlare ma di cui non avevo letto ancora nulla: Sergej Dovlatov, nato nell’ex URSS nel 1941 e morto negli Stati Uniti nel 1990.

Dovlatov fu scrittore il cui stile scanzonato, il pensiero anarcoide, irriverente gli procurarono ripetuti linceziamenti per indisciplina da varie testate giornalistiche Lettoni e Russe. E’ il primo libro che leggo di quest’autore, e mi è piaciuto tanto da farmi venir voglia di approfondire la conoscenza della sua opera. Per ora posso solo dire che in questo Il libro invisibile Dovlatov racconta dei suoi tentativi fallimentari di essere pubblicato in un ambiente, quello degli ultimi anni dell’ ex Unione Sovietica, nel periodo cioè in cui il regime era divenuto soprattutto “il regno della stupidità”. Le peripezie di Dovlatov e del suo “libro invisibile” sono raccontate con grande umorismo, ma naturalmente si tratta di un riso amaro o, come giustamente scrive Laura Salmon che ha curato la pubblicazione per la casa editrice Sellerio “Dovlatov possedeva in modo sublime ciò che Pirandello considera il vero umorismo, cioè “il sentimento del contrario”. Un “riso tra le lacrime”.

Quando, alla fine degli anni ’70, Dovlatov ritenne che la situazione in URSS era per lui diventata insostenibile fece di tutto per andarsene e ci riuscì: nel 1978 lasciò l’URSS per gli Stati Uniti, prima della caduta del Muro di Berlino.

Laura Salmon descrive ed analizza molto bene — nella sua lunga ed interessantissima postfazione di questo volumetto Sellerio — la grande rinuncia che questo distacco significò per Dovlatov.
La rinuncia al suo mondo, un mondo dove, soprattutto, “era l”unico dove tutti usassero quella lingua russa che lui amava fino all’idolatria. Questa separazione, per di più, in quell’epoca era irreversibile. Coloro che […] emigravano dalla Russia con un visto di espatrio […] non avrebbero mai più potuto tornare “a casa”, riabbracciare i propri cari o, semplicemente, parlare in russo all’ufficio postale.
E’ dunque particolarmente importante comprendere quanto si profilasse doloroso l’esito dell’ “invisibilità” letteraria, la soluzione estrema, il fantasma dell’espatrio
.
(Laura Salmon, La vita è bella, postfazione a Il libro invisibile di Sergej Dovlatov, Sellerio, p.164)

Queste notazioni della Salmon mi hanno fatto tornare in mente altre pagine, molto belle, di un altro grande scrittore che nel 1948 prende la dolorosa decisione di abbandonare per sempre la sua Patria, l’Ungheria, in cui sotto il regime sovietico vivere è diventato un mero sopravvivere e nel quale non gli è consentito di scrivere  ma nemmeno di tacere, perchè i governanti vorrebbero fare di lui uno degli  scrittori di propaganda del regime. Lo scrittore è Sándor Márai, che nei suoi due splendidi volumi autobiografici (Confessioni di un borghese e Terra, Terra!…) dedica moltissime pagine alla questione di ciò che significa per uno scrittore — e soprattutto per uno scrittore la cui lingua madre è conosciuta solo nella propria terra — abbandonare per sempre la patria.

Sandor Marai, foto
Sándor Márai

“Lo scrittore che ha deciso di prendere il bastone del viandante pensa […] di quel popolo che sta lasciando resterò debitore in eterno, perchè egli è scrittore solo nella lingua che questo popolo parla. Se passa la frontiera diventerà storpio e si trascinerà con l’aiuto di moncherini — magari ottime protesi, ma pur sempre moncherini — da un continente all’altro. Uno scrittore inglese o francese, italiano o tedesco non può capire cosa significhi essere scrittori nella lingua di un popolo solitario, senza compagni. Dovevo tener conto anche di questo (Sándor Márai, Terra, Terra! )

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12 risposte a LA LINGUA DELL’ESILIO

  1. utente anonimo ha detto:

    “osservai la valigia vuota. sul fondo marx. in cima brodskij. e tra loro la mia unica, inestimabile, irripetibile esperienza. la chiusi. all’interno rimbalzarono sonore le palline di naftalina. il mucchio variopinto del suo contenuto giaceva sul tavolo della cucina. era tutto ciò che avevo messo insieme in trentasei anni, durante tutta la mia vita in russia. pensai: ma davvero è tutto qui? e risposi: sì, è tutto qui”

    (sergej dovlatov- la valigia)

  2. utente anonimo ha detto:

    Parli di autori che amo molto, Dovlatov, Marai. E se ci penso, amo moltissimi scrittori dell’esilio, i russi in particolare, la letteratura yiddish che è ha nell’esilio il suo fondamento. Trovo nelle parole degli scrittori dell’esilio quel senso di estraniamento, quella capacità di vedere oltre, prima, quella lente di poesia con cui mettono a fuoco i ricordi, la patria lontana, e le cose a portata di mano. Una condizione di sofferenza che ha partorito un numero enorme di artisti e di opere d’arte. Spesso mi chiedo se una Cvetaeva, un Brodskij, un Singer, sarebbero stati gli stessi, senza l’esilio.

    Bartleboom

  3. gabrilu ha detto:

    Fiamma
    i prossimi che voglio leggere sono (nell’ordine) Regime speciale e Il parco di Puskin. E poi, certo, anche La valigia
    Ciao 🙂
    Bartleboom
    Sono d’accordo con quello che dici a proposito degli scrittori dell’esilio, e tornerò su questo argomento. In un certo senso hanno, come si suol dire “una marcia in più”. Pagata però a carissimo prezzo.
    La lista degli scrittori dell’esilio è molto lunga, e il rapporto di ciascuno di essi con la propria lingua madre e con quella dei paesi in cui migra è molto diversificato.
    P.S. Ho visto sul tuo blog il post su La danza di Natasha: Sono molto contenta che ti stia piacendo 🙂

  4. utente anonimo ha detto:

    Davvero bellissimo. Per il momento ho preso una copia in biblioteca (mia moglie è bibliotecaria, sono avvantaggiato 🙂 e me la gusto con calma, pezzo per pezzo, rileggo più volte alcuni passaggi, prendo note. Poi appena posso vado a comprarlo. E’ stato un consiglio preziosissimo!
    Bartleboom

  5. utente anonimo ha detto:

    Quante imprecisioni… Dovlatov lavorava a Tallinn, che non si può dire certo che si trovi in Lettonia, bensì in Estonia (entrambe a quei tempi erano comunque Unione Sovietica).
    E poi “sovietico” è strettamente ciò che riguarda l’Unione sovietica: per l’Ungheria si può parlare di repubbica socialista (poi anche filosovietica).

    Personalmente, e non sono l’unico, trovo le traduzioni (ma soprattutto le lunghe interminabili ed estremamente narcisistiche pre- e postfazioni) di Salmon inadeguate allo stile e ai temi di Dovlatov. Autore che secondo me le è capitato addosso per puro caso e che le ha fatto fare fortuna (cfr. le stesse teoria sulla traduzione della stessa…). Leggo il “Solo na undervude” (che lei ha inserito arbitrariamente a stralci nel Libro invisibile, se non sbaglio) ed è tutta un’altra cosa.

    Alex

  6. gabrilu ha detto:

    Alex
    Sui puntigliosi riferimenti geografici di quello che scrivi ( —> = la Lettonia sta lì, l’Estonia sta là, ma lui non stava là ma stava lì) non mi pronuncio e non ho alcuna difficoltà a pensare ed a scrivere che tu possa anche avere ragione.
    Di geografia politica evidentemente ne sai più di me.

    Ho invece qualche difficoltà a comprendere la fondamentale importanza del distinguo che tu fai tra Lettonia ed Estonia ***in rapporto a Dovlatov***.

    Considera infatti, ti prego, che Il buon Dovlatov alla fine si trovò nella condizione di voler/dover dare un calcio ad entrambe le repubbliche (Lettonia ed Estonia) e pensò bene di scappare a gambe levate sia dalla prima che dalla seconda ed anche (ohibò!) dalla Grande URSS. Insomma mollò non una, non due ma ***tutte*** le Repubbliche Socialiste Sovietiche.

    E questo ci avrà un suo perchè. O no? Tu che ne pensi?

    Ma vabbè.

    …Quello che non mi piace (te lo dico francamente) è il tono.

    Se tu amassi/apprezzassi davvero Dovlatov saresti interessato, più che a polemizzare sterilmente per la serie “…. ma quanto sono bravo io e quanto è scema questa” a fornire indicazioni pertinenti, riferimenti bibliografici precisi e saresti molto interessato a correggere il tiro delle cretinaggini (perchè questo mi pare pensi di quello che ho scritto io, eh?) che ti sei dovuto sciroppare in questo post.

    Se si ama un autore si fa di tutto perchè quest’autore venga conosciuto, non equivocato. Si cerca di chiarire, non di sputtanare chi vuole farlo conoscere.

  7. utente anonimo ha detto:

    Bon, ci vuol davvero poco a fare scattare i nervi ai blogger.

    Dunque, io ho precisato un paio di cose che mi sembrava giusto precisare: la differenza tra Estonia e Lettonia, tra l’altro, è grande, sottolinearlo fa anche un po’ parte di quei riferimenti bibliografici che tanto ricerchi.

    Per il resto, ti sei offesa e hai creduto che mi sia sciroppato il tuo post e l’abbia considerato un mucchio di cretinate su Dovlatov (che, credimi, conosco abbastanza bene). Ho letto e riletto il mio commento, e mi dispiace, ma non riesco a identificare il punto in cui si può percepire quello che tu hai percepito. Ripeto, ho fatto due precisazioni non geopolitiche, ma generali, essenziali. Sono le inesattezze che fanno perdere l’interesse nelle cose, a mio avviso. Vuoi parlare di un autore, di un suo libro o della situazione degli scrittori dell’Esteuropa socialista? Per ciascuno di questi argomenti esiste una terminologia e un sistema culturale specifici: non usarli o usarli male non fa bene a nessuno.

    Poi, per quanto mi riguarda, sono una persona che si occupa di letteratura russa (non mi permetto di difinirmi studioso), e un mio commento – seppur breve – sul libro in particolare (era questo che ti premeva, mi pare) l’ho fatto.

    Perché se non si dicono cose come: “che bel post!”, “grazie della seganalzione, sei bravissima!” etc. etc., se si fanno notare gli errori, ci si accansice in questo modo e si diventa improvvisamente aggressivi? Chi vuoi che li legga i tuoi post, solo i tuoi ammiratori? Ma non volevi diffondere e “far conoscere”? Ok, sta bene, allora aspettati anche dei commenti come i miei, per nulla offensivi e strafottenti.

  8. utente anonimo ha detto:

    Geopolitica? Puntigliosità? Maddai… non siamo ridicoli… questa è geografia elementare! Neanche le capitali sappiamo? Fatti due risate e ammetti l’errore! Perché risentirsi tanto?

    Per quanto riguarda questa Salmon anche a me non piace la spocchia delle sue introduzioni, ti faccio notare Alex però che il fatto che Dovlatov le sia “capitato addosso” è un fatto che racconta lei stessa non so più dove, quindi è, diciamo, reoconfessa.

    Per quanto riguarda le sue teorie della traduzione (ti riferisci al volumetto Avallardi?) mi sembra solo un riassunto banale delle varia teorie, presentato come neutrale me sfacciatamente di parte, uno strisciare davanti al mainstream filosofico analitico. Insomma tutto il contrario dello spirito davlatoviano, ironico, mai arrogante e sempre controcorrente.

    Comunque secondo me si tratta di un personaggio di nessun valore, di cui non si dovrebbe neanche parlare. Dovlatov avrebbe bisogno di un altro traduttore, uno che condivida almeno un po’ quello spirito.

    Giuliano (leggevo Dovlatov quando ancora non lo conosceva nessuno…)

  9. utente anonimo ha detto:

    La Salmon è una mia professoressa..bravissima..forse la migliore che abbia finora avuto..non esiste un solo momento durante le sue lezioni che mi disconcentri o sbadigli..ti prende troppo quella donna!Wow!Forza Salmon!:-)

  10. utente anonimo ha detto:

    Se ti firmi magari ti dà pure la lode…

    Io lei non la conosco e potrà pure essere una brava insegnante, la giudico solo da ciò che leggo sui libri: dice (leggo dal curriculum sul web) che traduce a partire dalle sue teorie. Io le sue teorie le ho lette: caca allegramente su Derrida e Benjamin per sostenere approcci “scientifici” alla traduzione. Beh, mi spiace ma i risultati sono scarsi, l’ironia non passa e le battute in italiano non fanno più ridere.

    Credo che il limite sia proprio nella “teoria” (o nella pretesa che questa non sia dedotta dalla pratica ma calata da chissà dove) che mi pare una sviolinata sotto al balcone dell’ultima filosofia alla moda.
    Tra i tanti libri sulla teoria della traduzione quello Avallardi della Salmon è odioso più che altro perché si presenta come compendio neutrale mentre invece espone un ben preciso punto di vista, insomma, è un po’ disonesto in questo senso.

    Giuliano

  11. utente anonimo ha detto:

    Sulla lingua e sulle radici profonde ciò che diceva I.B.Singer era << … non considero una sfortuna essere un Dybbuk, uno spettro>>, componeva in jiddish, aiutava egli stesso i traduttori a riprodurre in inglese i suoi scritti e lo faceva negli Stati Uniti, per non essere un randagio un esule, per non venir meno alla propria autentica esistenza.

    Paolo

  12. gabrilu ha detto:

    Paolo hai ragione a ricordare anche Singer.
     Sul tema  la  "lingua dell’esilio" ci sarebbe  da  metter su un intero blog.

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