LA PAURA MANGIA L’ANIMA – RAINER WERNER FASSBINDER (1973)

Fassbinder La paura mangia l'anima
Brigitte Mira (Emmi) ed El Hedi Ben Salem (Ali’)

Siamo a Monaco nei primi anni settanta del secolo scorso.
Emmi è una donna non più giovane, poco attraente, dall’aspetto timido e dimesso. Sapremo poi che lavora come donna delle pulizie, che è vedova di un immigrato polacco e che ha figli già grandi e sposati. Scopriremo anche che la sua timidezza è solo gentilezza e che ha un carattere molto forte.

Il film comincia la sera in cui Emmi entra in un bar. Si siede e chiede una coca cola.

Fassbinder La paura mangia l'anima

Fuori piove, Emmi non sa nemmeno lei perché è entrata (in fondo, abita a due passi) ma dice come scusandosi “Passo qui davanti tutte le sere e sento sempre suonare la musica…” e poi chiede “Ma che lingua parlano in queste canzoni?” Arabo, le risponde la ragazza del bar “Abbiamo anche tante canzoni tedesche e americane, nel juke box, ma sa, loro preferiscono ascoltare questa musica”. Il bar infatti è frequentato da “loro”, gli immigrati, gli operai arabi che la sera, appena staccano dal lavoro, si ritrovano per bere insieme una birra.

Fassbinder La paura mangia l'anima
Fassbinder La paura mangia l'anima

La padrona è tedesca, una donna bionda, belloccia ma un po’ volgare. Con lei un’altra ragazza L’arrivo di una come Emmi rappresenta una novità. Strana. Diverte e incuriosisce.

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Una delle ragazze spinge uno degli arabi che si trovano al bancone ad invitare a ballare la sessantenne. Per divertirsi un po’ alle sue spalle, naturalmente. L’arabo invita Emmi, che si stupisce ma accetta “Non ballo da tanti anni” dice “non so se ne sono ancora capace”. Nelle sue parole non si avverte alcuna civetteria. Dice solo quello che davvero sta pensando.

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Lui si chiama Ali, è un giovane ed aitante operaio marocchino che come molti si è trasferito in Germania per lavoro. La sera, dopo una dura giornata di officina, si ritrova in questo bar con alcuni colleghi.

La storia prende una piega inaspettata e che stupisce tutti. Emmi e Alì infatti iniziano a vedersi spinti da una comune solitudine, e prende corpo così un rapporto che va al di là della semplice amicizia. In seguito a una serie di circostanze si sposano. Stanno molto bene insieme. Sono felici e si vede.

Fassbinder La paura mangia l'anima

Ma l’opposizione della famiglia e dell’ambiente in cui vivono non rendono semplice la loro convivenza. Una donna bianca e tedesca (anche se vedova di un immigrato polacco) sposarsi con un immigrato africano e per giunta… di più di vent’anni più giovane di lei?!?

Certo la coppia è piuttosto insolita, e lo è ancora di più in un paese che sino a trent’anni prima in nome della purezza della razza aveva massacrato milioni di persone. Buona parte del film vede lottare Emmi ed Alì perchè la loro felicità non venga distrutta da fattori esterni – pregiudizi, maldicenze: fino a che punto il loro amore potrà resistere all’offensiva dell’opinione pubblica, all’isolamento ed all’emarginazione di cui a poco a poco ma inesorabilmente i due vengono fatti oggetto?

I condomini (soprattutto le donne) del palazzo in cui cui abita Emmi (Alì è andato ad alloggiare a casa sua) tirano fuori squallidi pretesti per chiamare la polizia (che trova però tutto a posto e lascia le pettegole vicine con un palmo di naso),

Fassbinder La paura mangia l'anima

Protestano con il padrone di casa. Che però quando le arpie gli dicono “non si può far niente, contro questo scandalo?” non fa una piega e risponde: “Perchè? Mi sembrano due persone molto felici”.

Fassbinder La paura mangia l'anima

Le colleghe di Emmi la disprezzano, la evitano, non le parlano.

Fassbinder La paura mangia l'anima

Il fruttivendolo si rifiuta di servire l’uomo di colore (“prima impara a parlare bene tedesco, e poi presentati qui” gli urla) e poi mette alla porta persino Emmi, sua cliente da anni.

Fassbinder La paura mangia l'anima

Per non parlare di come la notizia del matrimonio viene accolta dai figli di Emmi e dal genero alcoolizzato (che, tra parentesi, è interpretato dallo stesso Fassbinder). Uno dei figli le spacca a calci il televisore, un altro le urla “puttana”.

Fassbinder La paura mangia l'anima
Rainer Werner Fassbinder (Eugen), Brigitte Mira (Emmi), Irm Hermann (Krista)
Fassbinder La paura mangia l'anima
Fassbinder La paura mangia l'anima

E poi: le ragazze del bar e le vicine di casa sono rose d’invidia. Come avrà fatto una donna non bella e così avanti negli anni come Emmi a conquistare quest’uomo il quale va bene che è un immigrato e pure di colore ma è comunque giovane e prestante?

La situazione è davvero pesante, e la bravura di Fassbinder sta nel riuscire a rendere la tensione quasi intollerabile senza mai ricorrere a scene plateali o di violenza. Il calcio al televisore è l’unico gesto di rabbia esplicita. La violenza è tutta fatta di silenzi, di espressione dei volti, di parole dette a mezza voce, di allusioni.

Certo, l’amore non ha età, si dice. Certo, l’amore è cieco ma… “la paura mangia l’anima”, dice ad un certo punto Alì. Qualcosa, all’interno, finisce per spezzarsi. Emmi è sul punto di venire sopraffatta dal pregiudizio che in ogni modo è andata combattendo ed Alì, da parte sua, pur cercando di integrarsi con le abitudini e la cultura tedesche sente la mancanza del non poter parlare la sua lingua, il richiamo della cucina del suo paese d’origine. Sente, da una parte, di non essere un vero tedesco e, dall’altra, di perdere sempre più i contatti con la sua cultura di origine.

Fassbinder La paura mangia l'anima

Ma ad un certo punto le cose sembrano cambiare. La gente pare accettare la coppia, anche se non per sincera comprensione ma per meri interessi concreti.

E’ talmente vero infatti che “nessuno può vivere senza gli altri” (come aveva detto ad Emmi una sua collega mettendola malignamente in guardia contro il pericolo dell’ostracismo), che questo vale non solo per Emmi ma per tutti, anche per coloro che hanno disprezzato la coppia.

Così ecco che, dopo un po’ di tempo, succede che una delle condomine-carogne si rende conto di aver bisogno della cantina di Emmi ed è costretta a rivolgersi a lei ed al marito gentilmente. E succede che il figlio di Emmi, quello che aveva spaccato la TV a calci alla notizia del matrimonio ed aveva gratificato la madre dell’ appellativo di “puttana”, si presenti a lei con la coda tra le gambe (e un assegno per la TV) perché sua moglie deve andare a lavorare, non sanno dove mettere il figlio ed hanno bisogno che nonna Emmi faccia da baby sitter al pargoletto. Succede anche che il droghiere si renda conto che i clienti è bene non perderli, e che una vertenza salariale contro l’impresa di pulizie renda necessaria la presenza di tutte le lavoratrici dunque anche di Emmi e perciò le sue compagne di lavoro la pregano di essere solidale con loro.

Ma un danno è stato ormai fatto. Emmi ed Alì dovranno faticare per chiudere la crepa che “gli altri” hanno causato nel loro rapporto. Ci riusciranno? Non voglio rivelare il finale.

La paura mangia l’anima (so che il film è stato distribuito anche con titolo alternativo più soft Tutti lo chiamano Alì) è un film molto dolce e nello stesso tempo molto amaro e rappresenta a mio parere un qualcosa di particolare nella produzione di Fassbinder.

Fassbinder ci racconta una bella e tenera storia d’amore, Emmi e Alì si comprendono, si rispettano reciprocamente, riescono anche a perdonarsi. Ma questo loro amore deve fare i conti con il tessuto etico di una società in cui le unioni di appartenenti ad etnie diverse e le unioni in cui la donna sia di tanto più anziana del marito non sono cose accettate e risultano incomprensibili. Vicini e parenti riescono a dare un senso a questa unione soltanto bollando lei come “puttana” e ” bagascia” e lui come “animale” e “mantenuto”. Anche se tutti conoscono la vita integerrima di Emmi e sanno benissimo che Alì lavora, guadagna e contribuisce alla pari a tutte le spese di casa.

Ma Fassbinder non sarebbe il Fassbinder che amo e detesto se a un certo punto, per pareggiare i conti, non scombinasse tutte le carte mettendo in scena, in una sequenza breve ma intensissima e fulminante, l’altra faccia dell’emarginzione.

Perchè ad un certo punto Emmi va a trovare Alì al lavoro nella sua officina ed allora anche lei, Emmi, prova sulla propria carne viva una situazione di discriminazione oggettiva e totalmente indipendente dalla sua volontà: “E chi è quella, Alì, la tua nonna del Marocco? “ la sbeffeggiano i colleghi di officina di Alì e tutti (lui incluso) ridono dell’età di Emmi. Esattamente come si riderebbe del colore della pelle.

Fassbinder La paura mangia l'anima

Il cerchio si chiude, i conti sono pari e il film potrebbe anche finire lì.

Eppure, è a quel punto che Alì e Emmi imboccano la strada per diventare una normale coppia di tedeschi.

La paura mangia l’anima è un film sin dall’inizio molto angosciante, perchè la trama fondamentalmente semplice viene utilizzata per mettere in rilievo un background sociale cupo, moralista, razzista. Come quasi tutti i film di Fassbinder, anche questo è girato tutto in interni, la struttura è molto teatrale, i dialoghi importantissimi e fondamentale l’utilizzo di un cromatismo dai colori violenti e decisi. E poi ci sono gli sguardi, che dicono molto più di tante parole.

E’ un film che si presta a svariati livelli di lettura. A Fassbinder interessano i sentimenti che legano i due, ma forse soprattutto è interessato ad esplorare come questi sentimenti si inseriscono in un contesto sociale pesantemente avverso e come interagiscono con questo. E’ interessante notare che le difficoltà interne della coppia iniziano proprio quando c’è un miglioramento nei rapporti esterni ed Alì va via di casa quando si accorge di non avere poi molto in comune con gli amici e i parenti di Emmi.

Angst essen seele auf è il remake di un film americano del 1955 intitolato Secondo amore (All that Heaven Allows) con Rock Hudson, Agnes Moorehead, Charles Drake, Jane Wyman, Virginia Grey del regista Douglas Sirk, molto ammirato da Fassbinder.

Ho rivisto il film in questi giorni. Mi è ancora sembrato molto bello e (purtroppo?) tremendamente attuale.

Fassbinder La paura mangia l'anima

Angst essen seele auf, Regia: Rainer Werner Fassbinder,Soggetto e Sceneggiatura: R. W. Fassbinder
Interpreti principali: Brigitte Mira (Emmi), El Hedi Ben Salem (Ali’), Barbara Valentin (Barbara, la barista), Irm Hermann (Krista), Gusti Kreissl (Paula), Margit Symo (Hedwig), Marquard Bohm (Gruber), Rudolf Waldemar (Brem), Rainer Werner Fassbinder (Eugen), Peter Gauhe (Bruno), Karl Scheydt (Albert) Montaggio: Thea Eymesz Direttore della fotografia: Jürgen Jurges Scenografia: Rainer Werner Fassbinder,Produzione: Tango Film Production – Filmverlag Der Autoren,Origine: Germania, 1973,Durata: 93 minuti.

Rainer Werner Fassbinder
Rainer Werner Fassbinder nel ruolo di Eugen, il genero di Emmi
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5 risposte a LA PAURA MANGIA L’ANIMA – RAINER WERNER FASSBINDER (1973)

  1. utente anonimo ha detto:

    da Giuliano:
    Quello che manca oggi è la capacità di affrontare soggetti come questo, di prenderci tutti contropelo e dar fastidio. Qualcuno c’è che ci prova, ma senza grandi risultati; e, soprattutto, ad affrontare un soggetto così, oggi, si rischia il linciaggio.
    Non ho mai amato Fassbinder, ma era uno che ci voleva. Non possiamo continuare a leggere, vedere, ascoltare, solo quello che ci piace…

  2. utente anonimo ha detto:

    ecco il film di fassbinder che forse amo di più- perché è sgradevole, fastidioso, squallido e allo stesso tempo tenero, attuale e tristissimo.
    bel post:)
    (finalmente sono riuscita a commentare! è da qualche giorno che splinder mi è negato)

  3. gabrilu ha detto:

    Giuliano
    Abbiamo già parlato di Fassbinder a proposito di Le lacrime amare di Petra von Kant . Era un autore certamente scomodo, a volte intollerabile (almeno per me) ma anche quello che io chiamo “un geniaccio”.
    Fiamma
    Hai trovato aggettivi che sintetizzano perfettamente le impressioni che ho ricavato da questo film.
    Ciao 🙂

  4. malraed ha detto:

    è un film splendido e delicato nella sua ruvidezza, vero

  5. gabrilu ha detto:

    malraed
    E poi è un film, ahimè, ancora terribilmente attuale…
    Ciao e grazie

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