HOTEL LUTETIA – PIERRE ASSOULINE

Pierre Assouline - Lutetia

Pierre ASSOULINE, Lutetia, Gallimard, Collection Folio, p. 462, ISBN 2070320979

Questo è il secondo libro di Pierre Assouline che leggo. Il primo è stato, anni fa, Le dernier des Camondo, un libro molto bello sulla storia della dinastia dei grandi banchieri e collezionisti d’arte ebrei Camondo i cui ultimi esponenti vennero deportati e morirono nei campi di concentramento nazisti.

Romanzo storico pubblicato da Gallimard nel 2005, questo Lutetia si svolge durante la seconda guerra mondiale e racconta la vita di un grande albergo parigino (realmente esistente) requisito dai Nazisti durante l’occupazione, e requisito poi, dopo la Liberazione, dal Governo francese per destinarlo a centro di accoglienza e di raccolta dei deportati scampati ai campi di concentramento.

Il libro è nettamente diviso in tre sezioni: nella prima parte, vediamo lo svolgersi della vita del Lutetia negli anni immediatamente precedenti la guerra: un grande albergo di lusso di cui apprendiamo nei dettagli il funzionamento, l’organizzazione interna, ruoli e gerarchie del personale, un albergo frequentato da una clientela cosmopolita e composita di cui ci viene illustrata la tipologia ed in cui incontriamo aristocratici, intellettuali, artisti non soltanto europei come Heinrich Mann, Matisse, Gide, Joyce, il Nobel per la Letteratura Martin Roger Du Gard. Conti e Ambasciatori e appartenenti alle alte sfere delle gerarchie militari (fa una breve comparsa anche De Gaulle).

Nella seconda parte anche il Lutetia — assieme a tutti i grandi alberghi parigini come il Ritz, il Crillon, il Meurice, il Plaza Athénée, il Majestic e tanti altri viene requisito dai Nazisti (lo Scribe diventa — tanto per dire — sede della Gestapo). Così dal Lutetia viene bandito ogni tipo di clientela “normale” e l’albergo diventa la sede decisionale ed operativa dell’ Abwehr, e cioè dei servizi di spionaggio e controspionaggio tedeschi a capo dei quali c’è l’Ammiraglio Canaris. Anche qui, i tedeschi non sono tutti uguali. Ci sono i fanatici ma anche quelli che con il procedere degli avvenimenti diventano sempre più critici nei confronti di Hitler e del Reich. Come Canaris che, sconvolto dallo sviluppo della situazione e dalle atrocità commesse dai nazisti parteciperà al complotto contro Hitler del luglio del 1944 e, dopo essere stato arrestato e torturato dalla Gestapo verrà portato nudo al patibolo e strangolato.

Nella terza parte vediamo il Lutetia, requisito dai governi francese e alleati, diventare il centro di accoglienza, raccolta e smistamento dei prigionieri non solo francesi scampati ai campi tedeschi. Ogni giorno al Lutetia arrivano centinaia e centinaia di ex deportati. Ogni giorno l’albergo viene assediato da una folla di persone che, in silenzio, aspettano l’arrivo dei convogli che scaricano gli ex deportati sperando di trovare fra gli scampati mogli, figli, amici, fratelli.

Hotel Lutetia

Vengono descritte minuziosamente tutte le procedure organizzative e di assistenza sanitaria e psicologica allestite per accogliere gli ex prigionieri. Le informazioni sui campi sono ancora molto vaghe, nessuno è realmente preparato all’orrore cui ci si troverà di fronte. Si impara però presto a capire che i rimpatriati non sono tutti uguali: i prigionieri di guerra e coloro che erano stati avviati ai lavori forzati sono individui ancora — tutto sommato — in buona salute. Esseri umani. Persone. Gli altri, i deportati sono invece veri e propri “morti viventi”. Il timbro che viene apposto sulle carte ufficiali che vengono consegnate ai rimpatriati e che servono per ridare loro un’identità ed uno status civile sono due, e ben distinti: ci sono i “DP” (Deportati per motivi Politici) e i “DR” (Deportati per motivi Razziali). I primi “avvolti dal prestigio della Resistenza, gli altri marchiati dalla sofferenza […] Dei combattenti e delle vittime”

E poi bisogna anche smascherare gli infiltrati. Che non sono pochi. Sono tutti i kapò, i collaborazionisti, i delatori, le Waffen SS che cercano di salvarsi spacciandosi per deportati. Individuarli non è facile. Non solo si sono tatuati sul braccio il famigerato numero di matricola, ma devono essere interrogati con molta circospezione perchè se da una parte il rischio è di lasciare libero un criminale di guerra, dall’altro c’è quello di infliggere ulteriori sofferenze a chi già ne ha subite di atroci e al di là di ogni immaginazione.

Protagonista del romanzo ed osservatore privilegiato di tutto ciò che avviene al Lutetia prima, durante e dopo la guerra è Edouard Kiefer, un ex poliziotto di origini alsaziane (che dunque parla perfettamente il tedesco) diventato detective dell’hotel ed incaricato della sicurezza e della sorveglianza dei clienti. Il racconto si svolge tutto in prima persona, e noi assistiamo allo svolgersi degli avvenimenti attraverso gli occhi di Kiefer e partecipando alle sue emozioni.

Kiefer lavora metodicamente, con umanità, buon senso e discernimento. Osserva e redige schede informative che in genere tiene solo per se. Il direttore dell’albergo, che lo apprezza, gli rimprovera però, anche se bonariamente, di essere troppo portato all’introspezione.

Abituato a non allontanarsi mai dall’albergo, questo è diventato ormai per lui qualcosa di più che la sua casa: è “La famiglia del Lutetia. La mia famiglia” (p.109).

“Si parla spesso del genio dei luoghi. Dopo una diecina d’anni trascorsi ad ascoltare il loro respiro ignoro ancora dove si nasconda. Ma a forza di essere nella carne dell’albergo ne conosco, forse, l’anima. Anche se c’è una certa follia ad essere così abitati dal luogo in cui si vive”

Attraverso Kiefer e il racconto di decine di aneddoti noi lettori scopriamo dapprima la vita quotidiana di questo luogo d’eccezione che accoglie una ricca clientela dai gusti e comportamenti spesso stravaganti, habitués che in qualche modo si legano al detective e che ricompaiono lungo tutto il racconto.

Quando poi, durante l’Occupazione, i clienti vengono rimpiazzati dagli ufficiali tedeschi, Kiefer constata: “Una mattina, ispezionando i piani, fui colpito dalla foresta di stivali posati fuori dalle porte, in attesa di venire lustrati…”

Kiefer ama profondamente la sua Francia, detesta i tedeschi, ha orrore di quello che vede e intuisce, sente bruciare l’umiliazione di dovere obbedire ai tedeschi installati nel “suo” albergo. Ma non è un eroe. Benchè sollecitato, non entra a far parte attiva della Resistenza anche se più volte compie, per aiutare i suoi componenti, atti che potrebbero farlo finir dritto nelle mani della Gestapo.

C’è un interrogativo che Kiefer si pone incessantemente e che, con parole diverse, risuona più volte nel corso del romanzo:

“Fino a che punto un uomo può spingersi senza perdere la propria dignità?”.

Kiefer è ossessionato da questa “piccola frase primaria che contiene tutta la complessità del mondo”. Perchè, costretto a mantenersi in un equilibrio rischioso, precario, riconosce che “Mi avevano insegnato l’obbedienza a scuola, nell’esercito e nella polizia, ma nessuno mai mi aveva insegnato a disobbedire” (p.269)

Lutetia è un romanzo molto bello e coinvolgente. In particolare la terza ed ultima parte, quella in cui Assouline parla del rientro degli scampati ai lager nazisti mi ha molto interessata e commossa. Interessante perchè il momento-cerniera del difficilissimo “ritorno in vita” di quelle migliaia di “morti viventi” non è, in genere, molto trattato (almeno, per quel che mi risulta) dalla letteratura. Commovente perchè Assouline riesce a renderci partecipi dei sentimenti e delle emozioni di Kiefer che assiste e partecipa a questo enorme dramma collettivo ricorrendo a sfumature, senza mai indulgere a “scene madri”. Non riuscivo a staccarmi dal libro e, per finirlo, l’altra notte ho spento la luce alle tre e mezza.

Voglio fare una piccola notazione a margine su un particolare che mi colpita.

Nel primo capitolo, in un scena in cui Kiefer descrive la folla degli amici e parenti che assistono all’arrivo al Lutetia degli ex deportati ci sono anche due sorelle “un’adolescente e una bambina” che ogni giorno vengono davanti al Lutetia ad aspettare e sperare nel ritorno della madre, deportata. Tengono in mano un cartello su cui è scritto a caratteri cubitali il cognome della madre: “EPSTEIN”.

Le due sorelle, giorno dopo giorno, stanno li ed aspettano in silenzio. A un suo collaboratore che gli chiede se sappia chi siano, Kiefer risponde:

“Le piccole? Ho parlato con loro una volta o due. Vengono ogni giorno a consultare le liste. Dicono che la loro madre è una scrittrice celebre. Sono convinte che se lei non torna, è perchè si trova in stato di amnesia in un ospedale, da qualche parte in Russia o altrove […] Ma non hanno alcuna possibilità di rivederla. Alcuna.

Deportata nel 1942? E per di più asmatica? Non bisogna sognare. La maggiore comincia a capire che se i reduci sono in questo stato… Quando sarà loro evidente che la loro madre non tornerà, esse non verranno più.

Da quel giorno, le figlie della scrittrice non si videro più”.

Un omaggio affettuoso e garbato che Assouline rende, senza nominarla, a Irène Némirovsky. Il cui cognome da sposata era Epstein. Che quando venne deportata, nel 1942 era già un scrittrice celebre. Che soffriva d’asma. Che aveva due figlie che riuscirono a scampare ai rastrellamenti e che per molti giorni, quando cominciarono a rientrare gli ex deportati, si presentavano sperando di trovare, fra questi, anche la loro madre Irène.

Profondamente interessato alle vicende della seconda guerra mondiale, Assouline ha condotto ricerche molto approfondite per realizzare questo appassionante racconto.

Nell’appendice troviamo un dettagliato elenco delle fonti bibliografiche alle quali Assouline è ricorso per la citazione di frasi e brani di conversazione dei personaggi celebri che compaiono nel romanzo. Perchè Lutetia è, come specifica il suo autore “un romanzo, opera di finzione ispirato dalla Storia”.

Un’opera in cui “persone reali compaiono con il loro vero nome pronunciando le loro vere parole così come sono state riportate da libri e articoli”.

L’elenco minuzioso delle fonti di riferimento serve — scrive Assouline — a “permettere ai lettori che lo desiderassero di collocare meglio il limite tra i fatti storici e l’immaginazione romanzesca”.

Pierre Assouline

Pierre Assouline

Foto © Jacques Sassier, Gallimard

Pierre Assouline è nato a Casablanca nel 1953. E’ un giornalista che ha scritto innumerevoli articoli, ha partecipato a moltissime trasmissioni radiofoniche. Per ventanni ha osservato la vita letteraria alla popolare rivista letteraria Lire di cui è stato Redattore Capo e poi da Monde 2 (il supplemento letterario di Le Monde) e critico per Le Nouvel Observateur.

Come scrittore ha pubblicato una ventina di libri, molti dei quali biografie (Gaston Gallimard, Simenon, Hergè, la famiglia Camondo …) ed anche romanzi.

Il suo blog è frequentatissimo, vivace e lui lo cura con molta attenzione e costanza.

A me piace molto, lo leggo ogni giorno e da tempo l’ho messo in elenco nella colonna qui a destra. Mi piace perchè è una vera miniera di spunti di riflessione, di informazioni e lo considero un bellissimo esempio di come un giornalista e scrittore possa risultare interessante senza parlare continuamente ed ossessivamente del proprio ombelico.

P.S. Lutetia non è (ancora?) stato pubblicato in italiano. Le citazioni che ho inserito nel post sono una mia traduzione dal testo originale francese. Ho cercato di tradurre nel modo più letterale possibile.

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