IL CAMMINO DELLA SPERANZA – PIETRO GERMI (1950)

Il cammino della speranza

Si tratta di un film di più di cinquant'anni fa ma che, rivisto oggi, ci ricorda che anche gli italiani sono stati emigranti, e che quello che compiono oggi i disgraziati che arrivano in Italia con mezzi di fortuna (e di sfortuna), affidandosi a scafisti o mediatori cui consegnano tutti i loro averi è un altro "cammino della speranza" che troppo spesso si trasforma in un cammino di di-sperazione.

Il film racconta delle disgrazie e della povertà di un gruppo di minatori siciliani di una zolfara di Favara (provincia di Caltanissetta), del loro tragico esodo verso la Francia e rispecchia drammaticamente la realtà di molte famiglie dell'entroterra siciliano nell'immediato dopoguerra.

Questo film non è certo un capolavoro — va detto subito — ed ha molti difetti che risultano difficilmente perdonabili considerando che a firmare sceneggiatura e soggetto ci sono lo stesso Germi e nomi come Federico Fellini e Tullio Pinelli. Ma possiede anche una grande potenza espressiva e — specialmente all'inizio — alcune sequenze memorabili.
E poi. Questo film, che da quel che so, nelle intenzioni di Germi avrebbe dovuto intitolarsi Terroni serve per ricordare a tutti noi — e in questo momento penso soprattutto ai siciliani — che c'è sempre qualcuno più "a sud" di altri, o che deve soffrire per ottenere un posto dignitoso a questo mondo. E che fino a non molti anni fa, gli italiani (e i siciliani) erano tra questi.
Sarebbe bene non dimenticarcelo mai.

Il cammino della speranza
Le donne del paese aspettano i loro uomini durante l'occupazione della zolfara

La chiusura di una zolfara lascia senza lavoro tutti i minatori del piccolo paese. Il film inizia con le potentissime scene della lotta dei minatori che, disperati, occupano la miniera. Tra di loro c'è anche Saro Cammarata (Raf Vallone).

Raf Vallone
Saro Cammarata (Raf Vallone)

Ma tutto questo non serve a nulla. I minatori devono arrendersi. La miniera chiude gettando sul lastrico intere famiglie.

Il cammino della speranza
L'occupazione della miniera

Il cammino della speranza
Donne e bambini all'ingresso della miniera

Ma ecco che in paese arriva un tale, un certo Ciccio Ingaggiatore (Saro Urzì) che li esorta a partire, ad andare in Francia, dove il lavoro c'è per tutti — uomini, donne e bambini —, è ben pagato e dove volendo potranno anche diventare benestanti. La sua descrizione delle meraviglie che troveranno in Francia è come il Paese di Bengodi.

Saro Urzì
Ciccio Ingaggiatore (Saro Urzì)

La disperazione in paese è tale da indurre molti ad ascoltare la proposta di Ingaggiatore che promette – ovviamente dietro adeguato compenso – di farli emigrare clandestinamente. Certo, la paura è grande, sanno che dovranno nascondersi come delinquenti perchè saranno emigranti clandestini; c'è poi la paura dell'ignoto perchè nessuno prima di allora si è spinto fuori dal loro paese Favara. Per tutti l'Italia oltre lo stretto di Messina è il misterioso "continente" e la Calabria è già "l'estero".

Ma sentono di non avere alternative. E così, per poter racimolare i soldi richiesti da Ingaggiatore vendono tutte le loro povere cose, i mobili, i corredi di nozze, tutto. Si privano dei pochi, sacrificati risparmi e li consegnano a Ciccio, pronti a partire verso il nord con le famiglie.

Raf Vallone

" Tutto sarà meglio di quello che abbiamo adesso" dice Saro, dando voce al pensiero di tutti.
Prima in corriera e poi in treno comincia così il lungo e fortunoso viaggio del gruppo attraverso l'Italia.

Il cammino della speranza

Tra gli emigranti ci sono Saro che, vedovo, parte con i suoi tre bambini che non sa a chi lasciare e Barbara (Elena Varzi), legata al pregiudicato Vanni, il quale all'ultimo momento si unisce al gruppo. C'è anche un vecchio ragioniere (Saro Arcidiacono) con il suo cagnolino ("sono solo, che cosa ci faccio qui se tutti voi partite?"). Lavorava negli uffici della miniera. La sua chiusura ha rovinato anche lui.

Il cammino della speranza
Rosa (Liliana Lattanzi) e Luca (Giuseppe Priolo)

Ci sono Rosa (Liliana Lattanzi) e Luca (Giuseppe Priolo), giovani fidanzati che si sposano la sera prima di partire e trascorrono in treno la loro prima notte di nozze ("Me la immaginavo diversa, la nostra prima notte" dice amaramente Luca alla sua giovane moglie). Ci sono vecchi, donne anziane e bambini.

Il cammino della speranza

Durante una lunga sosta alla Stazione Termini di Roma Ingaggiatore si rivela per quello che è: un imbroglione che cerca di fuggire lasciando i poveri disoccupati in balia di se stessi, ma viene fermato da Vanni (Franco Navarro), il violento del gruppo. Ingaggiatore però riesce egualmente a sparire e gli emigranti, scoperti dalla polizia, vengono rispediti al loro paese in Sicilia con un foglio di via obbligatorio. La loro disperazione però è tale — hanno venduto tutto, non hanno più nulla e nulla ormai hanno da perdere che — Saro il primo — decidono di sfidare la legge e di continuare con ogni mezzo di fortuna il viaggio verso la Francia.

In Emilia vengono ingaggiati per il raccolto in una masseria. Il fattore è gentile con loro, la paga promessa è buona. Per la prima volta da quando sono partiti dalla Sicilia si sentono bene accolti, possono lavorare, far qualche soldo per poter continuare il viaggio per la Francia.

Non sanno però che è in corso uno sciopero generale, che il fattore ha assunto loro al posto degli scioperanti e quando i braccianti del luogo vengono a saperlo li aggrediscono urlando "crumiri!" e quando Saro cerca di spiegare che loro non sapevano nulla, che sono "forestieri",   zolfatari che vengono dalla Sicilia la gente li apostrofa con ancora maggiore veemenza

Il cammino della speranza

"Zolfatari, capite? In Sicilia, li vanno a prendere! Tornate al vostro paese! Tornatevene da dove siete venuti, andate in Sicilia!"

La situazione precipita, c'è un vero e proprio scontro che nemmeno la polizia riesce a sedare. Michelina, la figlia di Saro viene ferita alla testa da un sasso.

Insomma, uno degli innumerevoli esempi di guerra tra poveri.

Il cammino della speranza

Costretti a partire dal precipitare degli eventi, si allontanano lasciando Saro con la figlia inferma e con Barbara. Dopo una serie di traversie, il gruppo riesce a ricomporsi alla frontiera, dove però giunge anche Vanni che, geloso del legame nato tra Barbara e Saro, affronta il rivale in un duello rusticano sulla neve.

Il cammino della speranza

Il cammino della speranza

Scampati ad una terribile tempesta di neve gli emigranti riescono a superare la frontiera. Sono stremati, ma adesso la giornata è bellissima e il sole splende. E soprattutto… sono in Francia! Finalmente!

Qui però vengono fermati dai finanzieri francesi e dagli Alpini italiani.

Il cammino della speranza

In una lunga scena in cui tutti sono immobili ed in silenzio finanzieri ed emigranti si fronteggiano, ben consapevoli che da quel momento dipende il futuro di quegli uomini, donne, bambini e il vanificarsi di tutti i sacrifici, di tutte le sofferenze sopportate per arrivare fin lì.

Elena Varzi Raf Vallone
Barbara (Elena Varzi) e Saro (Raf Vallone)

E sono proprio i bambini, con la loro presenza ed i loro sguardi a determinare la svolta.

Il cammino della speranza

Elena Varzi

Il francese chiede: "da dove venite?" e quando Saro risponde "dalla Sicilia" il finanziere guarda di nuovo i bambini, sta ancora un attimo in silenzio e poi si rivolge ai suoi dicendo: "Allons…". Guardie francesi ed Alpini italiani se ne vanno scivolando via veloci sugli sci.

Il cammino della speranza

La scena finale tra la neve è davvero bella e gestita con grande abilità da Germi, nonostante il molto poco credibile comportamento delle guardie di confine. Poi purtroppo però Germi rovina tutto con l'inserimento di una voce fuori campo (la sua) sull'inquadratura finale dei personaggi che scendono verso il fondovalle perchè fa precipitare la conclusione in una intollerabile melassa moralistica. Questo "pistolotto" finale inserito da Germi nonostante il parere contrario di Fellini e Pinelli è un vero scivolone in una retorica che nel resto del film, invece, non è presente:

Lungo i confini troverete sempre i soldati, soldati dell'una e dell'altra parte, con diverse uniformi e diverso linguaggio, ma quassù, dove la solitudine è grande, gli uomini sono meno soli e certamente più vicini che nelle vie e nei caffè delle nostre città dove la gente si urta e si mescola senza guardarsi in faccia… Perché i confini sono tracciati sulle carte, ma sulla terra come Dio la fece, per quanto si percorrano i mari, per quanto si cerchi e si frughi lungo il corso dei fiumi e lungo il crinale delle montagne, non ci sono confini, su questa terra.

Orso d'argento a Berlino, Il cammino della speranza, odissea di un gruppo di disperati e dramma dell'emigrazione viene un anno dopo In nome della legge che era una storia di mafia e inizia da una miniera chiusa, da una presa di coscienza che induce ad abbandonare la terra natale per cercare di realizzare altrove il diritto al lavoro e alla dignità. Le note malinconiche di Vitti 'na crozza, che si ascoltano già mentre scorrono i titoli di testa e, suonate alla chitarra e cantate da uno degli emigranti in vari momenti della storia danno al film un tono di ballata popolare, di un racconto di conta-storie. C'è chi ha definito, tutto questo, neorealismo epico ed io sono abbastanza d'accordo.

Gli zolfatari tentano la dolorosa via dell'emigrazione perchè viene meno la speranza nella lotta (la chiusura della miniera nonostante tutti i giorni di occupazione) e perchè non vedono una possibilità di riscatto sociale attraverso l'impegno politico: Ciccio Ingaggiatore convince i minatori disoccupati a lasciare la propria terra mentre nella piazza del paese si svolge un comizio politico in cui l'oratore parla di fronte a poche persone perplesse. Miseria e rassegnazione, dunque, sono alla base della sofferta e disperata decisione.

Nel film ci sono molti elementi che ricordano la coralità della narrativa di Verga, per esempio il senso del fato incombente; il personaggio della donna perduta compagna del bandito, il duello rusticano tra Saro e Vanni sono motivi ricorrenti del repertorio dei conta-storie e della tradizione folcloristica così come le canzoni dialettali che gli emigranti cantano in treno e i balli collettivi sull'aia della masseria.

C'è un gusto figurativo di grande cura formale ed una fotografia magnifica soprattutto nella prima parte, nelle sequenze dell'occupazione della miniera e dei preparativi del viaggio.
Tutti i personaggi del gruppo di emigranti sono benissimo caratterizzati, hanno una loro precisa personalità, non hanno nulla di macchiettistico (pericolo in questi casi sempre in agguato) e i due protagonisti Elena Varzi ma soprattutto Raf Vallone perfettamente in ruolo.

Certo, tra le cose poco credibili del film c'è sicuramente il fatto che un minatore siciliano semianalfabeta come Saro si esprime sempre in un italiano perfetto e con una dizione impeccabile e questo fa un po' sorridere. Ma a Raf Vallone, attore che pur non essendo grandissimo ho sempre apprezzato molto glielo perdono, suvvia.
Per quanto mi riguarda trovo Il cammino della speranza un film eccellente nella prima metà (diciamo fino all'arrivo del treno alla Stazione Termini) e molto discontinuo nella seconda parte ma nonostante tutto è un film che riesce ad emozionarmi sempre anche nelle sue parti meno riuscite.

Raf Vallone


Il cammino della speranza, 1950, Regia di Pietro Germi, Soggetto Federico Fellini, Pietro Germi, Tullio Pinelli ispirato al romanzo di Nino di Maria "Cuori negli abissi", Sceneggiatura Federico Fellini e Tullio Pinelli
Con Raf Vallone (Saro Cammarata), Elena Varzi (Barbara Spadaro), Saro Urzì (Ciccio Ingaggiatore), Saro Arcidiacono (il ragioniere), Liliana Lattanzi (Rosa), Franco Navarra (Vanni), Mirella Ciotti (Lorenza), Paolo Reale (Brasi), Giuseppe Priolo (Luca) Fotografia Leonida Barboni e Salvatore d'Urso, Musiche di Carlo Rustichelli dirette da Armando Previtali, Scenografia Luigi Ricci
Produzione: Luigi Rovere per Lux Film; distribuzione: Lux; Italia, 1950, 107'.

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Informazioni su gabrilu

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13 risposte a IL CAMMINO DELLA SPERANZA – PIETRO GERMI (1950)

  1. giuba47 ha detto:

    Sono venuta a leggerti con un po’ di calma, perchè quello che proponi è sempre di grande interessse… Giulia

  2. cochina63 ha detto:

    un po’ di Sicilia, a tutti, farebbe bene!
    baci.

  3. oyrad ha detto:

    Anf… Anf… Gabrilù, come corri! Tra te e Solimano “in volata” non riesco più a starvi dietro 😉 Beh, un po’ è anche colpa mia… In questo periodo, poi, tra trasloco, imbiancature da fare, giardino da sfoltire, sono meno presente del solito… 😦 Torno indietro al post su Fouquet… Yum!

  4. gabrilu ha detto:

    Giulia
    Grazie, sei sempre molto gentile 🙂
    Cinzia/cochina
    Eh, ciao 🙂
    Credo di aver capito che intendi… 😉
    Oyrad
    Corro troppo, dici? Beh, mettiamola così: diciamo che accumulo anche per i momenti di magra… ^__^
    In quanto alla tua nuova attività di “coltivatore diretto”, ho letto, ho letto sul tuo blog 😉
    Però non sparire troppo, veh

  5. utente anonimo ha detto:

    da Giuliano:
    Ogni volta che vedo Elena Varzi rimango incantato. Non mi capita spesso, eppure di lei non se ne parla mai…
    Chissà che percorsi segue il divismo! Me lo chiedo sempre, anche perché la Varzi era un’ottima attrice.

  6. PrimoCasalini ha detto:

    Bel colpo, “Il cammino della speranza”!
    Sono stato addosso a Un maledetto imbroglio ed a Il ferroviere, ma ne sono stato ripagato, specie dal primo, ma sul secondo non mollerò.
    Così, di prima vista, mi si conferma che Germi aveva un dono naturale, ma accresciuto con assiduità, di uno sguardo grifagno, unico suo, specie nelle scene di gruppo. Una potenza rude, non rozza.
    Sto curando un terzo film, ma ce n’è un altro, che è quello che mi interessa di più, che in rete è quasi desaparecido, e ne parleremo fra qualche giorno. Perché il discorso è questo, ne sono sempre più convinto: non è che si vada in caccia del desaparecido per il gusto del desaparecido, è che ci sono film importanti (compresi cinque o sei di Germi) che sono stati scioccamente trascurati per decenni, etichettati come film vecchi sei mesi dopo la prima proiezione. Nel caso di Germi poi c’è stato anche un un uso distorto del politicamente corretto da parte di certi nipotini degeneri di Gramsci.

    grazie Gabrilu e saludos
    Solimano

  7. Moher66 ha detto:

    E’ tanto commovente per me ogni volta, riscoprire questo nostro passato di emigranti, poveri, clandestini, sradicati, disperati. Quello che è davvero inaccettabile è che in Italia non si fa niente per ricordarlo, dovrebbe essere automatico quando ci troviamo faccia a faccia con popoli in una situazione tanto simile, no direi identica. Molti giovani non ne sanno niente ed è inaccettabile. Chissà se vedere immagini come queste smuoverebbe qualche coscienza addormentata.
    Elena

  8. gabrilu ha detto:

    Giuliano
    Spiace molto anche a me che nonostante la sua bellezza e bravura Elena Varzi sia sempre rimasta un po’ in secondo piano. Peccato.
    Lo stesso Raf Vallone, nonostante ai tempi fosse molto famoso, e nonostante abbia interpretato ruoli diversi e sostenuto parti difficili sia di buono che di trucido (penso ad es. al suo ottimo Laurent del Therese Raquin accanto a Simone Signoret) oggi è un po’ caduto nel dimenticatoio. E poi, Raf Vallone a me piaceva molto come persona, mi è sempre sembrato quello che in genere si definisce — tanto per capirci — “una bella persona”.
    Solimano
    Sono a caccia di una decina di ottimi film (sia italiani che stranieri) che sembrano veramente sprofondati nel nulla, eppure sono film importanti. Pazzesco.
    E’ anche per questo che se e quando li trovo mi ci getto a capofitto.
    Elena
    Questo è un tipo di ricordo che gli interessati fanno di tutto per rimuovere. E’ triste ma non è affatto strano che chi si è trovato direttamente o attraverso i propri antenati in situazioni analoghe faccia di tutto per allontanarsi da coloro che ricordano il loro stesso passato e in qualche modo fanno loro da specchio. Uno specchio in cui non vogliono ri-vedersi.
    Chi è riuscito ad innalzarsi, la prima cosa che cerca di fare è di non guardare in basso.
    Ricordo ancora che molti anni fa, si era proprio agli inizi del fenomeno Lega, mi trovavo a Milano per lavoro e rimasi esterrefatta nel constatare che i più assatanati leghisti erano proprio immigrati o figli di immigrati meridionali.
    Ne I cani e i lupi di Irène Némirovsky gli ebrei che ce l’hanno fatta ad uscire dal ghetto e ad entrare nella “città alta” della ricca borghesia non ebrea non solo non muovono un dito per aiutare i loro parenti che sono rimasti “laggiù”, ma evitano persino di incontrarli e perfino di salutarli.
    E gli esempio potrebbero essere infiniti.
    E’ il rispecchiamento, che si vuole evitare.

  9. utente anonimo ha detto:

    da Giuliano:
    Cara Gabrilu, prepariamoci perché ormai manca poco: con la sanità autonoma, la scuola autonoma, la polizia locale, il federalismo fiscale, siamo quasi pronti.
    Tra un po’ faremo parte di due Stati diversi… (e poi si ricomincerà con la storia dell’emigrante).

  10. utente anonimo ha detto:

    Bel film!Ricorda le amarezze e le speranze di tutti noi emigranti!Bravi gli attori a cominciare da Raf Vallone eEd Elena Varzi

  11. gabrilu ha detto:

    anonimo #10
    Proprio l’altro ieri ho rivisto per l’ennesima volta lo splendido Furore di John Ford, del ’40, tratto dal romanzo di Steinbeck.
    A parte le innumerevoli considerazioni che si possono fare su quel capolavoro, sono rimasta molto impressionata dalle analogie che (ovviamente mutatis mutandis) ci sono con questo film di Germi.

  12. Marco Pizzi ha detto:

    Ho apprezzato la descrizione molto dettagliata, ma… se non è un capolavoro questo! Per me è un capolavoro dal primo all’ultimo fotogramma, anche nella seconda metà come ha ben rievocato lei (ricorderei anche il bellissimo squarcio lirico della “prima notte di nozze” sulle note di Casta diva cantata alla chitarra). In particolare non capisco perché si debba sempre riprendere quella critica di Fellini sul testo letto fuori campo nel finale. Fellini aveva una poetica del tutto differente, è comprensibile che lo critichi. Ma io lo trovo estremamente poetico, sia nel contenuto che nella forma. E’ la chiusura del cerchio del film, una storia così epica lo esigeva. E la caratteristica voce di Germi, per quanto enfatica, la trovo sincera e priva di retorica.

    • gabrilu ha detto:

      @Marco Prizzi
      A proposito della voce fuori campo nel finale.
      Qui è davvero questione di percezioni assolutamente soggettive.
      Capisco benissimo le argomentazioni di chi lo approva, e sono d’accordo.
      A me ha dato un po’ fastidio, e non perché “Fellini dixit”.
      Non so, personalmente trovavo che il finale era già splendido di suo, anche senza quello “spiegone”.
      Ma, ripeto, qui siamo nell’ambito della soggettività.

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