LIBERAZIONE – SÁNDOR MÁRAI

Sandor Marai Liberazione
Sándor Márai, Liberazione (tit. orig. Szabadulás), traduz. Laura Sgarioto, p.150, Adelphi, EAN13 9788845922831

Tradotto da Laura Sgarioto, Liberazione racconta le terribili settimane dell’assedio di Budapest fino alla liberazione da parte delle truppe sovietiche.
Come sempre nei romanzi di Márai, la trama è semplicissima. Nel Dicembre del 1944 la disfatta dei nazisti che occupano Budapest è ormai prossima. L’Armata Rossa, che già dall’inizio di novembre è arrivata alla periferia della capitale ungherese, sta per completare l’accerchiamento della città. L’antivigilia di Natale una ragazza di venticinque anni, Erzsébet, che già da mesi vive braccata, sotto falsa identità, riesce a trovare un estremo nascondiglio per il padre: il vecchio, un celebre scienziato a cui gli squadroni fascisti delle Croci Frecciate danno la caccia viene murato, insieme ad altre cinque persone, in una cantina grande quanto una dispensa. Guardando il padre, un astronomo, strisciare ventre a terra per infilarsi dentro lo stretto pertugio che dovrà poi essere nuovamente murato Erzsébet pensa che “per tutta la vita suo padre aveva guardato le stelle e adesso affondava la faccia nel terreno fangoso e argilloso di quello scantinato…”

Erzsébet, invece, scende nello scantinato del palazzo dove vive, insieme a tutti gli abitanti di quello e di altri palazzi dei dintorni. In questa cantina rimarrà, assieme ad altre centoquaranta persone, per quattro settimane, quanto durerà il terribile assedio dei russi, mentre sopra le loro teste infuriano i combattimenti. “Ormai sapevano che quella vita — centoquaranta persone […] sdraiate su materassi e letti pieghevoli accanto a fornelli comuni, sedute su bagagli che difendevano con i loro corpi, contro gli altri ma anche contro il pericolo imminente, lontano ma ritenuto ormai certo –, che quella vita da topi, piena di chiacchiere e talvolta di striduli battibecchi, non sarebbe stata una breve fase di transizione bensì la realtà alla quale si erano preparati”.

In quel mondo sotterraneo maleodorante e caotico, sporco e privo di servizi igienici, dove già dal terzo giorno le provviste d’acqua sono esaurite e a turno, di notte, gli uomini escono dal rifugio con brocche e recipienti per andare al pozzo vicino rischiando la vita, in una “promiscuità da porcile”, mentre fra la gente ammassata si scatenano tensioni sempre più acute, Erzsébet non si lamenta, sa che suo padre sta peggio di lei. Pensa a quello che accade nel palazzo di fronte “dove vivono sei persone, in uno spazio grande quanto una dispensa, senza aria, senza luce, senza servizi igienici, senza potersi sdraiare…”.

E poi, Erzsébet aspetta “qualcosa” – qualcosa che si riassume in una parola: liberazione. Tra poco i russi saranno qui, pensa, e tutto cambierà. Questo pensiero l’aiuta a sopportare quest’atmosfera torbida, sempre più insopportabile, tra angoscia e sudiciume, confessioni a ruota libera, tradimenti e aggressività crescente.
Lei deve solo — pensa — cercare di sopravvivere sino al momento dell’arrivo dei russi. “Perchè quel che è ‘cominciato’ avrà anche una fine, una volta che si sarà compiuto il suo tempo, e allora tutto sarà terminato: il compito è semplicemente quello di sopravvivere”.

Nell’attesa, Erzsébet fantastica su come saranno i russi, come saranno vestiti, che aspetto avranno. Nè lei nè le persone che la circondano ne hanno mai visto uno. E che cosa succederà, al loro arrivo? La guerra finirà, le cose cambieranno, questo è certo. “Ora le cose cambieranno, tra poco i russi saranno qui” dice al vecchio matematico paralitico cui è stata accanto per tutto il periodo dell’assedio ma questi risponde con tono enigmatico: “è probabile che molte cose saranno diverse”.

Budapest 1945
Budapest, 1945. Soldati sovietici dell’Armata Rossa entrati dopo l’assedio

Finalmente, nella notte fra il 18 e il 19 gennaio la ragazza vedrà la sagoma del primo russo stagliarsi sotto la porta. Ma quell’incontro sarà ben diverso da come se l’era immaginato.
E quando finalmente Erzsébet può riemergere dallo scantinato per correre all’edificio dove il padre è stato murato ripete a se stessa “A quanto pare sono libera”. Lo ripete a voce alta, quasi per convincere se stessa. Perchè il suo sentimento, adesso, è ben diverso da quello che l’aveva sorretta per tutte le lunghissime quattro settimane trascorse nello scantinato. Il suo primo incontro con un russo le ha fatto capire che se qualcosa è certamente finito, non altrettanto certo è cosa stia incominciando. Quando aveva visto il soldato russo entrare nella cantina aveva pensato: “Bene, ci siamo […]. Il grande caos, la guerra che mi ha pervaso finora è finita. Adesso comincia un’altra guerra: così pensa. Perchè sa che questa “fine” non significa la fine in assoluto della guerra; al massimo che è cessato un tipo di guerra e che ne comincia una diversa. Non la pace, no”

Szabadulás (Liberazione) fu scritto nell’estate del 1945  in meno di tre mesi  ed è rimasto inedito fino al 2001.

Márai descrisse le terribili condizioni di quei giorni di Budapest con cognizione di causa, perchè lui stesso le aveva vissute in prima persona. Per cinque mesi aveva assistito con i suoi occhi all’orrore della sua città assediata dai sovietici, bombardata dagli Alleati e terrorizzata fino all’ultimo minuto dai rabbiosi rastrellamenti dei nazisti e dei fascisti sconfitti. Quando scrisse questo libro era già convinto che l’orrore non sarebbe finito.

Chi ha letto il secondo volume di memorie Terra…!Terra! in cui Márai dedica pagine e pagine alla sua esperienza di quei giorni a Budapest sa perfettamente che le parole che fa pronunciare a Erzsébet sono dettate da una sinistra ironia.
Quando scriveva il libro Sándor Márai — come fa giustamente notare il risvolto di copertina del volume Adelphi — “non si faceva troppe illusioni né su quello che chiamava l’ homo sovieticus, né sul regime che l’Armata Rossa era venuta a instaurare nel suo Paese”.

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9 risposte a LIBERAZIONE – SÁNDOR MÁRAI

  1. utente anonimo ha detto:

    Speravo che riuscissi a scrivere di “Liberazione” prima della mia partenza. Sto giusto scegliendo i libri da infilare in valigia, e questo viene sicuramente con me 🙂

    Considerata quella che mi è parsa l’abilità di Marai nel rendere con estrema intensità le più scomode e sofferte sensazioni, immagino già quanto possano essere “pesantemente coinvolgenti” le pagine in cui narra del sotterraneo…

    Un saluto! Sere

  2. gabrilu ha detto:

    Serena
    Non è che sia un libro allegro, eh, non è molto “da vacanza”… Ma questo tu lo sai già e allora non posso che augurarti buona vacanza e buona lettura 🙂

  3. utente anonimo ha detto:

    pensavo che marai avesse azzeccato un solo libro e invece questo sembra notevole. ottimo suggerimento, al solito:)

  4. gabrilu ha detto:

    Fiamma
    innanzitutto lasciami dire che sono molto contenta di rivederti. Temevo che la mia risposta un po’ — come dire — brusca a proposito del prezzo del tomone Adelphi dei racconti di Nabokov ti avesse convinta a non approdare più a questi lidi.

    Su Marai: non so cosa tu intenda per “azzeccare un libro”. Marai è uno degli scrittori da me più amati. Credo di aver letto tutto quelo che in italiano è stato pubblicato sinora, e continuerò, su questo non ho dubbi.
    Posso capire però che non sempre e non tutto di lui possa piacere e persino il perche.

    Che dirti dunque su Liberazione ? Marai è sempre Marai. Perciò meglio affidarti al tuo fiuto e al tuo istinto

  5. utente anonimo ha detto:

    Oltre all’inevitabile “Le braci” (straordinario) a me è piaciuto moltissimo anche “L’eredità di Eszter” e “Divorzio a Buda”. Libri con impianti in qualche modo simili, questi tempi dilatati nell’attesa di un evento irreparabile, oppure nel ricordo dello stesso.
    Bartleboom

  6. gabrilu ha detto:

    Bartleboom
    Hai proprio ragione sul discorso dei “tempi dilatati”. E poi, ci sono altre costanti tipicamente “maraiane”: la struttura a monologhi, il fatto che spesso almeno uno dei personaggi principali non compare in scena direttamente ma attraverso il monologo di un altro…

  7. utente anonimo ha detto:

    a me invece fu proprio eszter che non andò né su né giù- probabilmente, se l’avessi letto prima delle braci non mi sarebbe dispiaciuto. ho regalato a un’amica che me l’aveva chiesto “divorzio a buda” e il giudizio è stato pessimo… insomma, mi sono disinteressata a marai.
    ora mi torna la voglia di leggerlo:)

  8. gabrilu ha detto:

    Fiamma
    Ho letto L’eredità di Eszter quando già ero innamorata di Marai. L’ho trovato uno dei suoi non migliori, ma come sempre succede quando ormai sei entrata dentro il mondo, il modo di pensare di un autore che ami, ami anche le sue cose non migliori. Già il solo fatto di riconoscere piccoli tic, temi ricorrenti, ti fanno dire: “ah, si, è proprio lui!…Ah, si, lo riconosco proprio!” E paradossalmente, in qualche modo gli vuoi ancora più bene.
    Se qualcosa di simile è successa qualche volta anche a te, con qualche autore (o autrice) che ti piace, puoi capire quello che intendo.

    In quei momenti soprattutto sono felice di non aver fatto della letteratura (e della critica letteraria) qualcosa di professionale. In questo modo mi sento libera di amare un autore anche nei suoi momenti di debolezza. Vero è che la maggior parte delle cosiddette recensioni che leggo (in rete o su carta) si limitano a parafrasare più o meno goffamente i risvolti di copertina dei libri che il se-dicente recensore sostiene di aver letto, ma questa è altra storia. Di cui, francamente, tutto sommato mi infischio.

    I miei libri preferiti di Marai sono (l’ho detto tante volte, ma lo ripeto) soprattutto i due volumi autobiografici (Confessioni di un borghese e Terra!…Terra! e, tra i romanzi, La donna giusta.
    Però, ancora una volta: ognuno poi nei libri che legge (o nei film che vede) ci mette molto di se.
    E se un autore non piace non piace. E non deve mica farselo piacere per forza. Come il coraggio di Don Abbondio: se non ce l’ha di suo… nessuno glielo può dare.

  9. utente anonimo ha detto:

    il problema per me è un altro: quando leggo un libro che mi appartiene e mi tocca e mi entra nel cuore (com’è stato per le braci), vorrei che tutto il resto fosse dello stesso livello:)
    poi succede che uno si *perda* un autore, se lo dimentichi nel marasma delle cose da leggere et voilà. ci si torna pian pianino e si (ri)scoprono tante cose.
    (sulle recensioni caliamo un velo pietoso- ogni volta che ne leggo una, mi arrabbio)

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