FUOCO PALLIDO – VLADIMIR NABOKOV

Fuoco pallido
Vladimir NABOKOV, Fuoco pallido (tit. orig. Pale Fire), traduz. di Andrea Molesini e Franca Pece, p.321, Adelphi, ISBN 9788845917325

Nel maggio del 1961 Vladimir e Véra Nabokov, che si trovavano in Europa, si imbarcavano sulla Queen Elizabeth per andare ad assistere alla prima cinematografica di Lolita diretto da Stanley Kubrick. Nabokov era ormai uno scrittore celebre in tutto il mondo. Benchè avesse scritto e pubblicato già parecchi libri, per il grande pubblico era “l’autore di Lolita“.

A marzo, aveva scritto da Nizza all’Esquire, a proposito della sua ultima opera ancora inedita Fuoco pallido:

“E’ un poema narrativo di novecentonovantanove versi in quattro canti che si immagina scritto da un poeta americano, uno dei personaggi del mio nuovo romanzo, dove sarà riprodotto e annotato da un pazzo”.

La struttura del libro è particolarissima. Troviamo, nell’ordine:

  • Una prefazione di un certo Charles Kinbote ad un lungo poema di 999 versi intitolato Fuoco pallido il cui autore è John Shade;
  • L’intero poema di John Shade (“di gran lunga il più sublime dei poeti inventati”, dice Nabokov in un’intervista del 1965);
  • Il commento al poema, che viene ripreso da Kinbote verso per verso per spiegarne il significato;
  • Le note al commento, una sorta di lessico.

.
Dunque, riepilogando: abbiamo un poema poi un commento al poema e le note al commento sul poema.

Rebus sic stantibus come possiamo definire questo libro? Possiamo chiamarlo “romanzo”? Vediamo di saperne qualcosa di più.

Il poema Fuoco pallido è stato scritto da John Shade, un oscuro (ed immaginario) poeta e professore all’Università di New Wy, deceduto in circostanze misteriose. Siccome i nomi, nell’opera di Nabokov, sono sempre importanti, non è superfluo sottolineare che Shade in inglese significa “ombra”.

Shade parla della sua vita, del suo ambiente, di sua moglie e di sua figlia, morta annegata. Il suo collega Charles Kinbote — uno strano e sgradevole personaggio professore di lingua e letteratura zembliana, misogino, vegetariano ed affascinato da Shade che è anche suo vicino di casa — si è assunto il compito di pubblicare l’opera del suo amico aggiungendo un commentario esplicativo. Ma ci accorgiamo subito che Kinbote è un commentatore a dir poco bizzarro…

Pretende di essere stato lui l’ispiratore del poema, è convinto che il poema sia una costante allusione alle discussioni che ci sono state tra lui e Shade a proposito di uno stato nord europeo di cui Kimbote è originario, lo Zembla, del suo re, costretto a fuggire a seguito di una rivoluzione e di un misterioso assassino che gli zembliani hanno lanciato sulle sue tracce.
Kinbote non solo è persuaso di avere fornito a Shade la materia prima del suo poema ma è convinto che la moglie del poeta, rosa dalla gelosia nei suoi confronti, abbia costretto il marito a tagliare parti significative del testo per sopprimere tutte le tracce dell’influenza di Charles Kinbote, tracce che ovviamente il paranoico ed ossessivo Kinbote è ben deciso a reinserire nelle note della sua edizione riveduta e corretta di Fuoco pallido.

Insomma, chi è questo Kinbote? Il re di Zembla? Un pazzo?

Fuoco pallido non è un libro semplice, da leggere.

Non c’è “una storia” ma tante storie che si rivelano pagina dopo pagina. La forma che Nabokov ha dato al suo libro può forse respingere ma superato il primo stordimento e se non ci si lascia intimidire dalla complessità della struttura a scatole cinesi il libro non lo si molla più. La scrittura di Nabokov, il suo stile, sono una delizia da gustare riga per riga.

A cominciare dal poema di Shade/Nabokov.
L’argomento centrale dei 999 versi di Fuoco pallido è il tragico suicidio di Hazel, la figlia del poeta, ma molti altri temi e riflessioni trovano posto nella composizione: l’infanzia, l’amore per la moglie, la scrittura, l’aldilà. In altre parole, la vita e la morte. Ci troviamo l’interrogazione filosofica ma anche la raffigurazione della semplice realtà quotidiana.
John Shade, e Nabokov con lui, realizza l’aspirazione suprema dell’arte, l’illusione di comprendere la realtà rappresentandola in un disegno ordinato, “sulla sensazione di una vita riccamente rimata / Fantasticamente pianificata. / Sento di capire / L’esistenza, o almeno una minima parte / Della mia esistenza, solo attraverso l’arte mia, / In termini di piacere combinativo; / E se il mio universo privato scandisce bene / Così fa il verso delle divine galassie / Che, io sospetto, è un metro giambico.”

(Per inciso: grande merito ai traduttori italiani, il cui compito suppongo sia stato niente facile).

Sono proprio il poema e l’apparato critico di Kimbote che costituiscono il romanzo, arricchito dall’intrigo poliziesco molto abilmente mescolato alla satira ed alla parodia. Abbiamo un immaginario re di un immaginario paese (lo Zembla) detronizzato dai rivoluzionari, un killer pagato per ucciderlo, l’assassinio del poeta (ammazzato per sbaglio al posto del re?).

Chi, se non Nabokov, era in grado di portare alle più alte vette letterarie un divertissement del genere? La sua conoscenza degli ambienti universitari americani, la sua vastissima erudizione, il suo gusto per la linguistica, la botanica, la zoologia, l’entomologia, la sua vena satirica, gli scacchi, le sue abilità mimetiche… tutto viene sapientemente amalgamato e il risultato è un’opera che non è classificabile, originalissima.

Il virtuosismo di Nabokov costringe il lettore ad un continuo altalenare tra il testo del poema e il tendenzioso commento delle note di Kinbote. L’esito finale presenta un assetto formale sofisticatissimo — e spassoso al tempo stesso — in cui coesistono differenti generi e stili letterari.

Torniamo ad esempio al poema di Shade: è suddiviso in quattro canti della medesima lunghezza, è costituito da 999 versi che nel testo originale inglese sono in rima baciata, con l’ultimo che si riallaccia al primo per formare una struttura circolare, tendendo così al raggiungimento di una forma perfetta.

“Solo questo: non il testo, [ma] l’ordito; non il sogno / Ma una coincidenza confusa, / Non debole non-senso, ma un ordito di senso. / Bastava che nella vita potessi trovare / Una sorta di fasullo legame, una sorta / Di correlato disegno del gioco, / Duttile arte, e almeno una parte dello stesso / Piacere che chi lo giocava trovava in esso.”

Eppure Nabokov, sornione, sta probabilmente giocando anche con il poema. C’è infatti chi ha creduto di individuare in John Shade e nel suo poema un autore ed un’opera pochissimo apprezzati da Nabokov, e cioè T.S. Eliot ed i cinque canti di Terra desolata con il loro interminabile apparato di note…
Non sono così esperta di Eliot da potere esprimere un parere in proposito, ma da Nabokov mi aspetto questo ed altro e se le cose stessero così non mi sorprenderei affatto.
Nel personaggio di Charles Kinbote troviamo anche (come nel Mr. Goodman di La vera vita di Sebastian Knight) la satira feroce di Nabokov verso i critici, i glossatori e i commentatori che con la loro presunzione arrivano al punto di ritenersi più importanti dello stesso autore, lo prevaricano e lo violentano con ogni genere di interpretazioni pretestuose e spesso campate per aria.
Ma Nabokov non era soltanto spietatamente ironico. Era anche autoironico e non è escluso che dietro John Shade e Charles Kinbote Nabokov si riferisse anche, autoironicamente, alla traduzione in inglese che lui stesso aveva fatto dell’Eugene Oneghin dell’amatissimo Puskin e che aveva corredato di un apparato monumentale di note e commenti critici. Una fatica che gli era costata la bellezza di dodici anni di lavoro.

Quando Fuoco pallido uscì, nel 1961, ottenne recensioni buone ma non entusiaste. Il critico del Sunday lo trovò piacevole, ma dichiarò di avere il sospetto che fosse stato più divertente scriverlo di quanto non fosse leggerlo.

Mary McCarthy (la scrittrice moglie del critico Edmund Wilson e che nel 1963 pubblicherà Il gruppo) fu una delle ammiratrici più esplicite del romanzo di Nabokov tanto da scrivere:

“In ogni caso, questa opera- centauro di Nabokov, metà poesia, metà prosa, questo tritone delle acque profonde, è una creazione di perfetta bellezza, simmetria, stranezza, originalità e verità morale. Fingendo di essere una curiosità non può nascondere il fatto che è una delle grandi pagine d’arte di questo secolo, il romanzo moderno che tutti credevamo morto e che stava solo giocando a nascondino”. Ed ancora: “Fuoco pallido è una scatola a sorpresa, una pietra metamorfizzata da Fabergè, un gioco meccanico, un problema di scacchi, una macchina infernale, una trappola per i critici, il gioco del gatto ed il topo, un romanzo per lettori bricoleurs”

Dirà poi Nabokov in un’intervista pubblicata nel 1967: “Mary McCarthy è stata gentilissima con me […] anche se penso che abbia aggiunto una buona dose delle sue essenze aromatiche al fuoco pallido del pudding di Kinbote”.

Brian Boyd , il massimo esperto dell’opera di Nabokov nonchè autore di una sua sterminata biografia, ha definito Fuoco pallido “il romanzo più perfetto di Nabokov”.

Voglio chiudere con un piccolo assaggio di ciò che aspetta il potenziale lettore del libro di Nabokov: ecco quindi un estratto dalla prefazione di Charles Kimbote al poema di John Shade:

“Mi sia consentito dichiarare che senza queste note il testo di Shade semplicemente non possiede alcuna umana realtà, perchè la realtà umana di un poema siffatto (troppo ombroso e reticente per essere un’opera autobiografica), con l’omissione di molti versi vigorosi che egli ha avventatamente scartato, deve basarsi per intero sulla realtà del suo autore, del suo ambiente, dei suoi affetti e così via, realtà che soltanto le mie note possono fornire. E’ probabile che il mio caro poeta non avrebbe condiviso quest’affermazione, ma nel bene come nel male, è il commentatore ad avere l’ultima parola”.

Vladimir Nabokov
Vladimir Nabokov con la prima edizione di Fuoco pallido, nel 1962

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8 risposte a FUOCO PALLIDO – VLADIMIR NABOKOV

  1. utente anonimo ha detto:

    Come potenziale lettore di Fuoco pallido, non posso che ringraziarti, come sempre, delle tue recensioni, così stimolanti e appassionate. Io continuo, con studiata lentezza, a succhiare i racconti di Bellezza russa. E mi convinco sempre di più che N è uno scrittore unico.

    Bartleboom

  2. gabrilu ha detto:

    Guarda, non lo dire a me.
    Io in questo periodo sul comodino ho tre libri: La Divina Commedia (Inferno) — vabbè, quello ci sta sempre, ormai è inchiodato — , un paio di Proust, e poi Intransigenze e Una bellezza russa.
    Devo aggiungere altro?

  3. utente anonimo ha detto:

    Ecco, alla fine l’ho trovata, la tua recensione. Leggerò assolutamente il libro della Sebregodi e della Porfiri (Marcos y Marcos), in particolare per il saggio della McCarthy su quest’opera che trovo una creazione letteraria originalissima. Grazie per l’ottimo materiale messo a disposizione da te.

  4. gabrilu ha detto:

    Andrea RényiEh, beh, se ti conosco appena un pò (almeno virtualmente), capisco  bene che  Fuoco  Pallido non poteva non piacerti   Ciao e grazie  

  5. Pingback: L’inconoscibile Gatz | ...et alia

  6. Alessandra ha detto:

    Grande, grande merito ai traduttori per un’opera di così difficile assimilazione, figuriamoci tradurla! Sono a metà libro; superati gli scogli iniziali ho cominciato a godermela, ma alla fine sarà d’obbligo una rilettura, magari a breve distanza di tempo. La tua analisi è di una chiarezza sorprendente; hai reso benissimo contenuti, contesto e varie sotto-letture, che non sono per nulla facili da cogliere.

  7. Pingback: Chiacchiere letterarie | LIBRI NELLA MENTE

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