INVITO A UNA DECAPITAZIONE – VLADIMIR NABOKOV

Invito a una decapitazione
Vladimir NABOKOV, Invito a una decapitazione, (tit. orig. Invitation to a Beheading), traduz. Margherita Crepax, Cura editoriale di Anna Raffetto, p. 222, Adelphi, Collana Biblioteca Adelphi n.460, ISBN 9788845918476

Anche Invito a una decapitazione ha, come molti romanzi di Nabokov, una genesi ed una storia che merita di essere ricordata.

La prima stesura del romanzo avvenne a Berlino in piena ascesa di Hitler e del nazismo. Nabokov scrisse il libro di getto, in sole due settimane e in russo, subito dopo il ritorno di sua moglie Véra dalla clinica dove aveva dato alla luce il loro figlio Dmitri. Poi, come sempre, Véra lo battè a macchina sotto dettatura di Vladimir.

Scrive Stacy Schiff che “Nabokov ricordava che dall’esterno dell’appartamento al terzo piano “sentivamo la voce di Hitler che veniva dall’altoparlante sul tetto”. All’interno la macchina da scrivere ticchettava…”Il romanzo venne pubblicato in russo nel 1935.

Venticinque anni dopo, quando già Nabokov si trovava ormai da  molto tempo  in America, il romanzo venne tradotto in inglese con il titolo di Invitation to a Beheading. La traduzione venne realizzata dal figlio Dmitri in collaborazione con lo stesso Autore. Nabokov colse questa occasione per rivedere il tutto, constatando però con piacere che il romanzo non aveva bisogno, a suo giudizio, di particolari aggiustamenti o modifiche.

Per la versione italiana che oggi noi possiamo leggere in questo volume di Adelphi Anna Raffetto, curatice editoriale dell’opera, ci avverte che “con l’approvazione di Dmitri Nabokov si è […] privilegiato, come testo di riferimento, […] Invitation to a Beheading apparso a New York nel 1959”.

La trama di Invito a una decapitazione è, in sé,  molto semplice: Cincinnatus C. è condannato a morte per un crimine orribile quanto misterioso: egli è infatti “impenetrabile ai raggi altrui e pertanto […] produceva una strana impressione, come di un solitario, oscuro ostacolo in quel mondo di anime reciprocamente trasparenti […] Cincinnatus era […] opaco”. Questa peculiarità di Cincinnatus rappresenta, per il regime di questo paese immaginario e senza nome in cui si svolge la sua storia, una “turpitudine”, un delitto che viene punito con la morte. In un universo totalitario, il mantenere delle zone oscure che sfuggono al controllo è un delitto imperdonabile.

Incontriamo Cincinnatus già in cella, prigioniero nella fortezza che costituisce la sua prigione e Nabokov descrive gli ultimi giorni della sua prigionia mettendo in scena anche una serie di personaggi che lo accompagnano in questo terribile lasso di tempo che lo separa dall’esecuzione capitale: il direttore del carcere, il secondino, un bizzarro vicino di cella che si chiama M’sieur Pierre, la moglie Marthe, la bambina Emmie, figlia del direttore.
Se però è certo che Cincinnatus verrà giustiziato, per nulla certo è il “quando”: nessuno vuol rispondere alla sua pressante domanda “quando avverrà?”. E’ questa l’angoscia più grande che accompagna lui e noi fino ad un originalissimo gran finale che mi guardo bene dal rivelare.

Durante tutto questo tempo i suoi carcerieri sembrano giocare con lui un gioco sadico: oltre che il rifiuto di comunicargli la data dell’esecuzione gli viene promessa una visita della moglie che alla fine non arriva, gli si fa balenare l’illusione di una possibile evasione… Cincinnatus ricorda molti eventi importanti della propria vita mentre vive l’attesa angosciosa della morte.

E’ davvero difficile riassumere questo romanzo e commentarlo.

Lo stile di Nabokov è, come al solito, meraviglioso anche se forse può non incontrare il gusto di tutti. E’ uno stile basato soprattutto sulla costruzione di immagini, è una di quelle sue opere che puntano più sull’onirico e il fantastico, a trasmettere sensazioni. Le sue frasi — limpide e bellissime — danno vita a un universo denso, che sembra possedere un’esistenza ed una logica (spesso una logica capovolta) tutta propria.

Il lettore si trova spesso spiazzato, perduto, non trova i suoi riferimenti logici abituali, si trova spesso a chiedersi quale sia veramente il senso di quello che sta leggendo. Per esempio, quando Cincinnatus comprende finalmente che non gli diranno quando verrà giustiziato, dice che in fondo questo è ciò che succede a tutti gli uomini liberi e sani: tutti sanno che dovranno morire, ma nessuno sa quando.

Si può  arrivare al punto, in alcuni momenti, a chiedersi se veramente Cincinnatus morirà, se per caso Nabokov non ci sta menando per il naso, se tutto questo non è altro che un gioco o un sogno. Invito a una decapitazione è un libro davvero molto, molto strano, e richiede a mio avviso una grande disponibilità e cooperazione da parte di chi legge. Sicuramente non è uno di quei romanzi che si possono leggere distrattamente, in treno o qualche pagina la sera prima di addormentarsi. E’ un libro bello ma molto faticoso.

Credo però che la fatica che può richiedere  questo tipo  di lettura valga la pena d’esser sostenuta, se si amano gli scrittori capaci di creare un universo completamente personale e di grande intensità.

Nella breve e gustosissima Prefazione al romanzo, scritta nel giugno del 1959 in Arizona, Nabokov dà una definizione del romanzo che io trovo splendida. Dice che è “un violino nel vuoto”.

“Invito a una decapitazione […] è un violino nel vuoto. La gente di mondo lo riterrà uno scherzo. Le persone anziane gli volteranno frettolosamente le spalle preferendogli romanzi rosa di ambientazione regionale e biografie dei personaggi in vista. Nessuna frequentatrice di circoli femminili fremerà d’entusiasmo. I malpensanti vedranno nella piccola Emmie una sorella della piccola Lolita, e i discepoli dello stregone viennese se la rideranno sotto i baffi nel loro grottesco mondo di sensi di colpa collettivi […] Ma […] conosco (je connais) alcuni (quelques) lettori che faranno un balzo, scompigliandosi i capelli”.

Parlando di Invito a una decapitazione non è possibile — checchè ne pensi Nabokov — non evocare immediatamente Kafka e in particolare i suoi due grandi romanzi Il Processo e Il Castello. Il Cincinnatus condannato non per quello che fa ma per “quello che è”, il labirintico mondo senza senso in cui si muove, l’atmosfera di incertezza, di angoscia ma anche di (involontario?) umorismo di certe situazioni, l’impossibilità di mantenere uno spazio privato in un mondo dominato dal controllo totale non possono non far venire in mente i K. e le atmosfere dei due romanzi kafkiani.

Eppure Nabokov, sempre nella Prefazione, è molto puntiglioso su questo (secondo me inevitabile) accostamento e con la pignoleria che lo contraddistingue scrive testualmente “I critici émigrés, disorientati da un libro che pure apprezzavano, credettero di cogliervi una vena “kafkiana” senza sapere che non conoscevo il tedesco, ignoravo del tutto la letteratura tedesca moderna, e non avevo ancora letto traduzioni, francesi o inglesi, delle opere di Kafka. Senza dubbio esistono legami stilistici tra questo libro e, per esempio, le mie narrazioni precedenti […] ma non ne esistono affatto con Il Castello o Il Processo. Le affinità spirituali non trovano posto nella mia concezione di critica letteraria, ma se poprio dovessi indicare uno spirito affine la scelta di certo cadrebbe su quel grande artista”.

Una curiosità che personalmente mi ha molto divertita: l’immagine di copertina che Adelphi ha scelto per questo testo di Nabokov è la Tavola di Alexandre Alexeieff realizzata per I fratelli Karamazov di Dostoevskij, Éditions de la Pléiade, J. Schiffrin, Paris, 1929

Ora, sapendo quanto poco Nabokov stimasse Dostoevskij come scrittore, non so quanto avrebbe apprezzato questo accostamento 😉

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13 risposte a INVITO A UNA DECAPITAZIONE – VLADIMIR NABOKOV

  1. utente anonimo ha detto:

    se non conoscessi la storia del libro e leggessi solo la trama- penserei: è kafka! (a proposito di somiglianze e dosto: a n non piaceva eppure ha scritto un romanzo *dostojevskijano*;)
    comunque, invito ancora mi manca e non vedo l’ora di colmare la lacuna!
    f.

  2. utente anonimo ha detto:

    PS il romanzo *dostojevskijano* è “disperazione”. uff, come sono distratta.

  3. amfortas ha detto:

    Io, leggendo la tua presentazione, al solito piacevole e dettagliata, ci trovo anche un po’ di Orwell, oltre al già segnalato Kafka.
    Mi sbaglio?
    Ciao!

  4. elisnelpaese ha detto:

    Imparo a conoscere Nabokov da te: è un vero peccato che nell’epifania comune, Nabokov venga associato solo e sempre a Lolita.
    Mi sono accostata poco a questo scrittore, ma quando tu dici
    “Lo stile di Nabokov è, come al solito, meraviglioso… basato soprattutto sulla costruzione di immagini, è una di quelle sue opere che puntano più sull’onirico e il fantastico, a trasmettere sensazioni.”
    mi porti verso una delle forme da me preferite di scrittura.
    E allora, Viva Nabokov.

  5. gabrilu ha detto:

    Fiamma
    A me invece manca ancora Disperazione. Ma verrà anche il suo momento 😉
    La mia prossima lettura nabokoviana dovrebbe essere Pnin, l’ho ordinato e sono in attesa che arrivi.

    Amfortas
    Capisco quello che intendi dire e in parte posso concordare.
    Però il romanzo di Orwell ha completamente un altro taglio, nel senso che manca completamente la vena umoristica e ironica che in Nabokov è sempre presente anche quando parla di tragedie.
    E la vena comica non manca nemmeno in Kafka, come ormai concordano quasi tutti.

    elisnelpaese
    Secondo me N. è uno dei più grandi Autori del Novecento e, comunque, decisamente un autore da conoscere. Poi ciascuno lo apprezzerà più o meno a seconda anche delle proprie risonanze interne, ma è un autore del quale è impossibile negare il valore.
    Sono molto contenta che con i miei post stia riuscendo in qualche modo a sollecitare qualche curiosità ed interesse all’approfondimento.

  6. gabrilu ha detto:

    honeyboy
    Grazie…

  7. Carlo Pasquini ha detto:

    Complimenti per la bella recensione e per tutte quelle su Nabokov che amo tantissimo. Sono un regista e qualche anno fa ho messo in scena a Monticchiello (SI) Invito a una decapitazione intitolandolo “Il favoloso Cincinnato”. Ne seguì, tra l’altro, una bella recensione di Nico Garrone su Repubblica. Qualche anno dopo fu la volta di L’invenzione di Valzer (“Valzer Valzer” per noi) – una delle poche commedie di VN. Credo di essere tra i pochissimi ad avere messo in scena il nostro.

    • gabrilu ha detto:

      @Carlo Pasquini
      grazie per il commento e…si, avevo letto di questo allestimento teatrale. Certo, ci vuole coraggio a mettere in scena questo romanzo di Nabokov! Impresa affascinante, immagino 🙂
      Non conosco invece “L’invenzione di Valzer”, e l’ultimo Nabokov pubblicato da Adelphi “Un mondo sinistro”, che ho sul trampolino di lancio per una prossima lettura.

  8. gabrilu ha detto:

    @Carlo Pasquini
    ho trovato questa pagina di cui voglio riportare il link perché possano visitarla anche tutti coloro che frequentano il blog

    http://www.teatropovero.it/licei_teatri/licei_teatri.html

    Con l’occasione mi sono fatta un giro per il sito e trovo che siano davvero iniziative molto belle ed utilissime soprattutto in in questo momento storico in cui in italia ci sarebbe uno smodato bisogno di “far cultura”…
    In bocca al lupo a tutti voi! 🙂

  9. Pingback: citazioni accidentali #15: invito a una decapitazione | wellentheorie

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