E ADESSO, POVER’UOMO? – HANS FALLADA

Hans Fallada
Hans FALLADA, E adesso, pover’uomo? (tit. orig. Kleiner Mann, was nun?), a cura di Mario Rubino. Con testi di Ralph Dahrendorf e di Beniamino Placido, p.588, Sellerio, collana La Memoria, ISBN 9788838923388

La Sellerio ha mandato in libreria, proprio in questi giorni, la prima traduzione integrale italiana di un romanzo tedesco importante.
Che si tratti di un romanzo importante spero possa risultar chiaro, a chi ancora non l’avesse già chiaro di suo, da quel che segue.

E adesso, pover’uomo? di Hans Fallada è stato, un tempo, libro di grandissimo successo. Trasposto anche su grande e piccolo schermo, è stato poi ingiustamente un po’ dimenticato ed ultimamente non era facile reperirlo nemmeno nella vecchia e ridotta edizione Mondadori.

Si tratta dunque, questa di Sellerio, di operazione editoriale degna di nota perchè oltre tutto il romanzo di Fallada, letto oggi, si rivela — considerando tutto quello che sta succedendo a livello nazionale ed internazionale — di una inquietante attualità.

Hans Fallada (1893-1947) si chiamava in realtà Rudolf Ditzen, ma quando decise di fare lo scrittore si scelse uno pseudonimo, e lo fece mettendo insieme i nomi di due personaggi tratti dalle fiabe dei fratelli Grimm.
Hans Fallada
Fallada è una delle figure di quel neorealismo tedesco (la Neue Sachlihkeit) del Novecento di cui fanno parte anche due importanti autori come Alfred Döblin (Berlin Alexanderplatz) ed Heinrich Mann (L’angelo azzurro).

Dopo aver esercitato i mestieri più disparati — guardiano notturno, mercante di cereali, agente pubblicitario — Fallada si lancia nel 1929 nel giornalismo. Si dedica poi esclusivamente alla narrativa scrivendo opere con cui disegna un quadro molto fedele della società tedesca della sua epoca.

Questo Kleiner Mann, was nun? (del 1932) è il suo secondo romanzo. Acuminato profilo della società tedesca fra le due guerre, gli garantisce una grande notorietà anche al di fuori dei confini tedeschi.

Il romanzo, scritto in quattro mesi — dall’ottobre del 1931 al febbraio del 1932 — viene dapprima pubblicato a puntate sul feuilleton di un quotidiano berlinese e poi pubblicato in volume in coincidenza dell’uscita dell’ultima puntata. Ottiene immediatamente un successo straordinario in Germania ma non solo. Viene subito tradotto e pubblicato da almeno altre dieci case editrici straniere. In Italia il libro è pubblicato nel 1933 da Mondadori con il titolo E adesso, pover’uomo?.

La vicenda narrativa di E adesso, pover’uomo? si svolge nell’arco temporale di circa due anni (primavera 1930 – inverno 1932) e dunque per i lettori del quotidiano il testo di Fallada costituiva effettivamente una descrizione “in presa diretta” della realtà tedesca. Una realtà contrassegnata dal vertiginoso aumento del numero dei disoccupati, che erano passati dai tre milioni del 1930 ai sei milioni del 1932.

Le date, a proposito di questo libro, sono importanti. Ricordiamoci infatti che in Germania il 27 febbraio 1933 viene incendiato il Reichstadt e che il 23 marzo 1933 Hitler ottiene i pieni poteri.

Il libro narra le vicissitudini di un giovane contabile tedesco, Johannes Pinnenberg, rappresentante della piccola  borghesia onesta e laboriosa, che si ritrova avvinto nelle spirali della miseria a causa della grave crisi economica in cui versa il suo paese durante gli anni Venti e Trenta.

Il titolo è importante, perchè quello originale tedesco è Kleiner Mann e cioè letteralmente “piccolo uomo”, “uomo qualunque”, “uomo della strada”.

Come sottolinea Dahrendorf, il protagonista del romanzo è un tipico esponente del concetto tedesco del das Volk, il popolo tedesco. Un concetto interclassista che non a caso il nazismo includerà nel motto “Ein Volk, ein Reich, ein Führer”

Un accenno alla trama.
Johannes Pinnenberg ed Emma Mörschel (Lämmchen, che in tedesco vuol dire “agnellino” è il vezzeggiativo con la quale viene chiamata) sono due ventenni che scoprono di aspettare un bambino. Molto innamorati, ottimisti, pieni di speranza, fiduciosi nelle loro capacità, decidono di sposarsi senza coinvolgere i rispettivi genitori, e vanno a vivere a Ducherow, dove Pinnenberg lavora come contabile. Il padrone della ditta, che aveva sperato di far sposare Pinnenberg con la propria figlia Maria lo licenzia però in tronco non appena scopre il matrimonio del giovane.

I due giovani non hanno altra scelta che quella di trasferirsi a Berlino, a casa della madre di lui, una donna avida e dal mestiere a dir poco ambiguo (tenutaria di bordello?).

Grazie all’aiuto dell’amante di lei Hans riesce comunque a trovare un impiego come commesso in un grande magazzino di abbigliamento. La paga è misera.

Berlino, 1930
Berlino, 1930. Un negozio di abbigliamento

La competitività tra i commessi è spietata. La direzione dell’azienda ha infatti stabilito “quote” di vendita individuale che i commessi devono rispettare, pena il licenziamento. Si tratta della strategia aziendale che viene chiamata “obiettivi dei risultati”.

I mesi in attesa della nascita del bambino trascorrono tra mille difficoltà economiche. La minaccia di un licenziamento dovuto alle continue riduzioni di personale ed alla crisi economica che travolge la Germania è sempre presente.

Molto belle le pagine in cui Hans e Lämmchen passano ore ad arrovellarsi facendo conti interminabili per cercare di far quadrare i conti con il magro stipendio di Pinnenberg e poter arrivare in qualche modo alla fine del mese.

La consapevolezza della precarietà, l’incubo della disoccupazione non abbandona un istante la coppia, che adesso si trova anche con un bambino piccolo da nutrire ed allevare.

“Oh perchè, pensa Lämmchen, non abbiamo un pochettino di soldi in più! Da non dover sempre stare in ansia a contare il centesimo! Sarebbe tutto così semplice, tutta la vita sembrerebbe diversa…”

Si tira avanti. Finchè un brutto giorno, bruscamente, Pinnenberg viene licenziato in tronco, senza preavviso. Da quel momento la giovane coppia può contare solo su un misero sussidio di disoccupazione.

Ha inizio una lunga via crucis fatta di umiliazioni e di lotte in una Berlino sempre più ostile e nella quale i nazisti diventano sempre più numerosi e violenti.

Pabst
Dal film L’opera da tre soldi di Georg Wilhelm Pabst, Germania, 1931

E’ l’inizio insomma di una implacabile discesa nei gradini della scala sociale.

Mentre Lämmschen si arrabatta per portar qualche soldo a casa — adesso la famigliola si è ridotta ad abitare in una baracca a quaranta chilometri da Berlino — cavandosi gli occhi anche per dieci ore al giorno a rammendare e far piccoli lavori di cucito nelle case delle ricche signore berlinesi (perchè di ricchi, a Berlino, ce ne sono ancora, eh) Pinnenberg si rende conto, ad un certo momento, di non esser più un “colletto bianco”, ma di far parte di quella massa di sottoproletariato di cui in ogni momento è possibile calpestare impunemente la dignità.

“Con lui ognuno fa quel che vuole”.

“E adesso, pover’uomo?”. Come risponde a questa domanda il “piccolo uomo” Pinnenberg, l’apolitico Pinnenberg, che non ha mai saputo decidersi a stare esplicitamente nè dalla parte dei nazisti nè da quella dei comunisti, come risponde Pinnenberg il quale “no, lui non è un eroe, in nessun verso”?

Pinnenberg risponde con la fuga-rifugio nel privato.

“… che altro si può fare in una città che non vi riguarda, se non starsene a casa propria, con i propri affanni? Negozi in cui non si può comprare niente, cinema in cui non si può entrare, caffè per chi può pagare, musei per chi è vestito decentemente, alloggi per gli altri, istituzioni buone solo ad angariarvi — no, Pinnenberg preferisce restarsene a casa sua.”

Il tema del romanzo è molto duro, ma questa cronaca della vita quotidiana di un piccolo impiegato nella Germania al termine della Repubblica di Weimar che si deve confrontare con la disoccupazione e l’inesorabile degrado delle sue condizioni di vita è addolcita dall’amore che unisce la coppia e dal personaggio femminile di Emma (Lämmchen), la più forte e coraggiosa dei due. Lei non si dà mai per vinta ed è lei che, nonostante le prove che devono affrontare, non smette mai di sostenere il marito.

“Pinnenberg non è un duro, Pinnenberg è di pasta molle; se lo mettono sotto pressione, perde la sua forma, si disfa, diventa un niente, poltiglia”

Si, forse in alcuni momenti quest’amore appare troppo idealizzato, ma serve a fare da contraltare alle durissime condizioni del “fuori”, del contesto.

“Oh, Lämmchen, dice Pinnenberg, stringendola forte ” Oh, Lämmchen, mormora, C’è di che aver paura. E noi siamo così soli.
E Lämmchen annuisce lentamente con la testa e gli dice sottovoce: “Ma noi siamo insieme, noi due”.

Fallada descrive con realismo e precisione una coppia giovane, onesta, lavoratrice e perbene in caduta libera verso la povertà. A poco a poco, Hans ed Emma Pinnenberg si ritrovano ad aver sempre meno fiducia e speranze nei confronti di questa Germania degli anni ’30. La crisi economica li travolge nella sua spirale infernale senza più lasciar loro se non il loro amore reciproco.

Il romanzo descrive narrativamente il fenomeno della proletarizzazione dei ceti medi, descrive quel mondo degli impiegati analizzato con altri strumenti (quelli della saggistica) da Siegfried Krakauer che per primo, nel suo libro intitolato Gli impiegati pubblicato a Francoforte nel 1930 adopera il termine, poi divenuto celebre, di “colletti bianchi”.

Passando in mezzo agli operai disoccupati che oziano in un giardino pubblico, Pinnenberg pensa: “Solo questi sono i miei simili, questi qui. E’ vero che mi danno del bellimbusto e mi chiamano colletto duro, ma è roba passeggera. Lo so meglio di chiunque altro, quanto contino queste cose. Oggi, soltanto oggi, ho ancora una paga, ma domani, oh, domani mi toccherà il sussidio”

I lettori del feuilleton berlinese che leggevano avidamente le puntate di Kleiner Mann, was nun? si ritrovavano profondamente coinvolti e identificati in una narrazione che metteva insieme una commovente storia d’amore e un cupo dramma sul “fantasma della povertà”.

Non a caso Beniamino Placido conclude un suo articolo del 1977 su La Repubblica dedicato al romanzo di Fallada intitolato “Una coppia di agnellini o due nazisti?” scrivendo:

“Non ce la faranno ad arrivare alla fine del mese. E’ molto brutto dover fare i conti di casa entro limiti così soffocanti. Brutto e foriero di brutti pensieri. Quindi i nervosismi. Forse i nazismi”.

Dicevo, all’inizio, che il romanzo di Fallada mi sembra di un’attualità addirittura inquietante.

Da parte sua Mario Rubino, il curatore di questo volume Sellerio, conclude la sua postfazione ricordando un brano della presentazione del romanzo nella seconda di copertina dell’edizione del 1933 in cui c’era scritto:

“In un mondo nel quale si possono contare circa venti milioni di disoccupati e in un paese dove la gioventù che esce dalle scuole si vede sbarrata ogni via e ogni occupazione proficua, la storia di un disoccupato diventa quasi simbolica e ci interessa di per sé”.

Nel 1934 dal romanzo di Fallada venne tratto il film Little Man, What Now?. Il film, per la regia di Frank Borzage e con Margaret Sullavan e Douglas Montgomery attori protagonisti ebbe molto successo. (La scheda su imdb >>)

Frank Borzage
Margaret Sullavan (Lämmchen) e Douglas Montgomery (Hans Pinnenberg)

Margaret Sullavan

Margaret Sullavan ((Lämmchen)

In Italia, nel 1960, del romanzo venne realizzata per la Rai una versione dal titolo Tutto da rifare pover’uomo. La regia era di Eros Macchi, gli interpreti protagonisti Ferruccio De Ceresa e Carla Del Poggio. Nel cast, anche Laura Betti, Lando Buzzanca, Renzo Palmer, Paolo Poli (La scheda su imdb >> )

  • Hans Fallada >>
  • Il libro >>
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24 risposte a E ADESSO, POVER’UOMO? – HANS FALLADA

  1. fuoridaidenti ha detto:

    Tu guarda che mi vai a ricordare! Un romanzo letto da ragazzo, Mondadori medusa se non erro, una storia angosciante (non ricordo altro che questo, l’atmosfera angosciante, e leggere la tua recensione è stato come rivivere un po’ di quell’angoscia). C’è caso sia ancora lì, a casa dei miei, tra i vecchi Dall’oglio-Corbaccio e gli infiniti altri. Grazie

  2. gabrilu ha detto:

    fuoridaidenti
    Infatti venne pubblicato nella leggendaria Medusa come secondo titolo di catalogo.
    Però, se ci tieni a (ri)leggere questo romanzo, ti consiglio caldamente di farlo con questa edizione Sellerio.

    L’edizione Mondadori, infatti, proprio perchè il libro venne pubblicato nel fatidico anno 1933, e dunque in pieno fascismo, fu pesantemente tagliato per motivi sia moralistici (alcune pagine vennero giudicate troppo hard per gli standard del tempo) ma soprattutto per motivi politici.

    In particolare, come ricorda Mario Rubino nella postfazione, vennero eliminati di brutto ben tre capitoli: il IV (Pinnenberg attraverso il pccolo Tiergarten), il XVI (Pinnenberg fa una visita) e il XVII (Che ne pensa Pinnenberg del naturismo).

    La Mondadori insomma voleva pubblicare il romanzo perchè ne riconosceva la validità, ma in qualche modo si autocensurò per evitare il danno più grave che sarebbe derivato dalla prevedibilissima proibizione dell’intero libro una volta stampato e distribuito nelle librerie.

  3. EditDomjan ha detto:

    Lettura obbligatoria nella mia sezione liceale (la lingua tedesca era una delle materie fondamentali), questo romanzo di Fallada è uno dei più bei ricordi letterari della mia gioventù. Ho riportato la tua splendida recensione – citandone ovviaente l’autrice – sul sito Librarything; spero che farà venire voglia a molti altri di leggere quest’opera fondamentale della letteratura tedesca. Grazie ancora, grazie di nuovo!

  4. gabrilu ha detto:

    Andrea
    Hans Fallada è un autore da leggere, da riscoprire.
    C’è anche quell’altro suo bellissimo libro “Ognuno muore solo” (Einaudi), che non va dimenticato.

    Grazie per la citazione, questi sono libri da far circolare…Speriamo che i nostri sforzi servano a qualcosa 🙂

  5. utente anonimo ha detto:

    gabri, tu sei pericolosissima:
    uno (una) ha voglia di leggere un libro ma si dice: beh, prima o poi, dopo viene qui, legge e sente di non poter proprio aspettare;)
    grazie eh
    f.

  6. gabrilu ha detto:

    Fiamma cara, anche tu non scherzi mica, eh? Sei tu che mi hai inoculato il virus Nabokov… Infezione graditissima, debbo dire 🙂

  7. EditDomjan ha detto:

    Hai visto che la Repubblica di oggi dedica al libro un’intera pagina (la prefazione di Ralf Dahrendorf)? Che bello!

  8. gabrilu ha detto:

    Andrea
    Ho visto, e anche segnalato nel blog roll qui a destra. 🙂

  9. giuba47 ha detto:

    Io ho letto di questo autore Ognuno muore solo e l’avevo trovato bello davvero. Mi fa piacere che abbiano ristampato quest’altro. Da leggere sicuramente.

  10. utente anonimo ha detto:

    Guardate l’affidabilità dell’internet:
    la foto con la didascalia “Berlino, 1930. Un negozio di abbigliamento” fa sospettare che nella Berlino del 1930 i negozi avessero le insegne in svedese. Strano, vi pare?

  11. matisse ha detto:

    Ti ho dedicato l’ultimo post su chou, un bacio 🙂

  12. gabrilu ha detto:

    giuba47
    Sicuramente.
    Ciao Giulia 🙂

    dietmar
    No, a me non sembra molto strano che a Berlino negli anni ’20 – ’30 ci fosse (anche) un negozio di abbigliamento maschile con titolari svedesi.

    La foto che ho messo nel post appartiene all’ album privato di Siegbert Feldberg e proviene da questo sito del Boston College Magazine

    http://bcm.bc.edu/issues/winter_2003/features_painters.html

    Siegbert Feldberg era industriale tessile di Stettino (Germania) e, da quello che ho capito (naturalmente posso sbagliarmi) era anche collezionista d’arte e fotografo dilettante.

    Qualche ulteriore link su Feldberg:

    http://tinyurl.com/59zl6k

    http://www.kunstaspekte.de/index.php?tid=5206&action=termin

    Grazie per questa attenzione ai dettagli iconografici: sarà mia cura, d’ora in poi, provvedere, tutte le volte che mi sarà possibile, ad indicare anche esplicitamente la fonte delle immagini che inserisco nei miei post.

    matisse
    Viele danke, matisse.
    Sei monella, tu 😉

  13. alog ha detto:

    grazie per la recensione, gabrilu
    (vielen Dank)

  14. gabrilu ha detto:

    alog
    Ueh, che piacere vederti qui! 🙂

  15. utente anonimo ha detto:

    Ciao bella Gabrilu,
    hai visto che Sellerio ha pubblicato anche 'Ognuno muore da solo'? Non vedo l'ora di leggerlo. Come sempre, le tue pagine dedicate agli scrittori sono SPLENDIDE.
    Un bacio grande
    Giusi Meister

  16. utente anonimo ha detto:

    Accidenti, che grande autore mi sarei persa, non fosse stato per te…
    E dire che da un pezzo mi chiedevo se non ci fosse anche in Germania una letteratura di opposizione….
    Grazie grazie grazie di cuore, come sempre
    Dragoval

  17. strillino ha detto:

    Dragoeva! Io dostoieva.

  18. strillino ha detto:

    Ho capito male. Cancella Gabriella. Scusa. Pensavo Dragova fosser riferito a te. Dopo ho letto meglio Dragoval.

  19. utente anonimo ha detto:

    @ Strillino
    Poco male, l'equivoco… soprattutto per un' appassionata di Dostoevskij.
    Saluti
    Dragoval

  20. gabrilu ha detto:

    Giusi Meister
    Ho visto, ho visto.
    Tengo presente ma non mi sento di leggerlo adesso.
    Sono a circa pag. 600 di un tomone di 900 e passa pagine di assai emotivamente ardua lettura che mi sta piacendo e interessando molto, ma dopo il quale avrò bisogno di almeno tre o quattro libri che mi aiutino a riprendere i sensi e  Ciascuno muore solo non è certo il genere di  libro che possa funzionare da camera di decompressione… 

    Dragoval
    diciamo che ancora una volta dobbiamo ringraziare Sellerio che tira fuori un sacco di libri magari non  famosissimi e conosciutissimi ma sicuramente, per un verso o per l'altro, importanti.
    Ciao  🙂

  21. winckelmann ha detto:

    E’ passato qualche anno da questa recensione che condivido in pieno e nel frattempo Santa Sellerio ha pubblicato un altro Fallada, “Nel mio paese straniero”, che consiglio caldamente.
    Bel blog, ci metto un segnalibro 🙂

    • gabrilu ha detto:

      @winckelmann
      si, “Nel mio paese straniero” è uno dei tanti libri che ho in lista d’attesa. Il fatto è che non basta una vita per leggere tutto quello che si vorrebbe leggere…
      Per adesso sono su altre lunghezze d’onda, ma siccome la Germania, il periodo storico e Fallada mi interessano molto so benissimo che al momento giusto leggerò questo libro.
      Grazie per le parole di apprezzamento per il blog e per avermi dato l’occasione di conoscere il tuo, molto bello.
      Mi piace molto anche l’altro tuo blog, quello sull’opera lirica.
      Ciao e a rileggerci presto, spero 🙂

  22. Jonuzza ha detto:

    “ognuno muore solo” è il libro più triste che abbia mai letto

    • gabrilu ha detto:

      @Jonuzza
      lo so, E’ uno di quei libri che non ho letto ma che mi sembra di conoscere come se l’avessi letto. Forse è per questo che ho paura di leggerlo.

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