SEBALD e VAN VALKENBORCH

Lucas van Valkenborch

Lucas van Valkenborch (1530-1597)

Veduta di Anversa con la Schelda gelata

Städelsches Kunstinstitut, Frankfurt

“Austerlitz riprese le sue considerazioni il giorno successivo, per il quale ci eravamo dati appuntamento con l’intenzione di passeggiare sulla terrazza prospiciente la Schelda. Indicò la grande massa d’acqua baluginante nel sole del mattino e raccontò di un quadro, dipinto da Lucas van Valckenborch verso la metà del XVI secolo al tempo della cosiddetta piccola glaciazione, nel quale si poteva vedere   la Schelda gelata dalla sponda opposta e, dietro di essa, molto scura, la città di Anversa e un striscia di campagna piatta digradante verso la costa. Dal cielo cupo sopra il campanile della cattedrale di Nostra Signora scende una fitta nevicata, e laggiù sul fiume, che noi adesso a trecento anni di distanza, stiamo guardando, disse Austerlitz, gli abitanti di Anversa si divertono sul ghiaccio, il popolo minuto in casacche color terra, i signori con mantelli neri e gorgiere di pizzo bianco. In primo piano verso il margine destro del quadro, è caduta una dama. Indossa un abito giallo canarino, mentre il cavaliere che si china preoccupato su di lei porta dei calzoni rossi, molto appariscenti in quella luce scialba.

Se adesso guardo laggiù e penso a quel dipinto e alle sue minuscole figure, ho come la sensazione che il momento raffigurato da Lucas van Valkenborch non sia mai trascorso, che la dama giallo canarino sia caduta o abbia perso i sensi in questo istante, che la cuffia di velluto nero le sia scivolata giù di lato solo un attimo fa, come se quel piccolo incidente, che certo la maggioranza degli osservatori non notano, continuasse a ripetersi, come se non smettesse mai, e nulla e nessuno potesse porvi rimedio.”

(da Austerlitz di W.G. Sebald)

Da sempre, quando incontro in un testo di narrativa descrizioni di opere d’arti figurative, mi viene la curiosità/voglia di visualizzarle. Prima dell’avvento di Internet era un problema, perchè bisognava andare in cerca di volumi o riviste d’arte e non sempre mi era facile procurarmi le riproduzioni specialmente quando si trattava di artisti non popolarissimi.

Ricordo di aver letto per la prima volta Alla ricerca del tempo perduto con la frustrazione di non conoscere un buon 50% se non di più delle opere d’arte di cui Proust parla nel romanzo (e che sono davvero tante, eh).

Adesso con Internet tutto è diventato più semplice, oggi mi posso consentire il lusso di andar subito a cercare in rete l’immagine delle opere d’arte di cui leggo in un libro di narrativa.

Spesso questo mi consente di scoprire quadri, architetture, statue che non conoscevo (e dunque di imparare cose nuove) e di riflettere, di volta in volta, sull’uso che i narratori fanno di tali opere nei loro romanzi o racconti. Questo van Valkenborch, ad esempio, non l’avevo mai neppure sentito nominare. Adesso grazie al romanzo di Sebald l’ho cercato, l’ho trovato, ho visto altri suoi dipinti, mi sono fatta qualche idea.

Sempre tenendo a mente quello che ha scritto Virginia Woolf e di cui ho già parlato >>> qui.

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7 risposte a SEBALD e VAN VALKENBORCH

  1. utente anonimo ha detto:

    A me capita che durante la lettura mi appaia per similitudine l’immagine di certi quadri. Che so, mentre leggevo “La ballata del caffè triste” della McCullers ecco comparire “Nighthawks” di Edward Hopper. Oppure “La sofferenza del Belgio” di Claus mi ha ricordato i quadri di Pieter Bruegel. E poi il povero Mastronardi che va a suicidarsi su un ponte del Ticino mi ha sempre fatto pensare all’omino delll’Urlo” di Munch.

    MisterSil

  2. gabrilu ha detto:

    MisterSil
    Azzardo un’ipotesi: credo che in molti di coloro che amano l’arte figurativa ma non sono particolarmente esperti/competenti (parlo di me, sia chiaro) scatti questo meccanismo associativo: un ritratto ci ricorda il volto di amico o di un conoscente, un paesaggio o una natura morta un romanzo (e viceversa).

    Proust — che pure di arte ne sapeva certo molto — andava al Louvre e si divertiva ad associare i volti che vedeva dipinti con persone reali ben vive e vegete di sua conoscenza…
    Ciao, grazie e benvenuto da queste parti 🙂

  3. LilianaRosa ha detto:

    non ho resistito, uuyyy e l’ho messo su wikipedia!!,
    anche nella pagina di Pisanello ho aggiunto una nota, anche in spagnolo, appena un accenno, ma doveva esserci!!
    espero che qualcuno bravo li completi,
    sono malata di Sebaldite acuta e aspetto con ansia “Del natural” -tradotto “Secondo natura”-
    e “gli anelli di Saturno”

    un bacio :-))

  4. LilianaRosa ha detto:

    a proposito di di questo

    http://www.wgsebald.de/frameLEX.html

    Proust merita uno così, o già esiste??

    se lo fai tu sarà stupendo!!

  5. gabrilu ha detto:

    LilianaRosa

    Hai ragione.
    Sebald è un miniera anche per gli accostamenti e le associazioni iconografiche presenti nei suoi testi.

    E brava tu, che riesci a metter ‘ste cose su Wikipedia.

    Io ogni tanto ci penso, a metter cose su Wikipedia, ma sono troppo pigra e non l’ho mai fatto perchè prima dovrei imparare come si fa (che fatica).

    …Sei “malata di sebaldite acuta”, dici?
    Beh, figurati se non ti capisco.

    A me piacerebbe molto conoscere — anche solo telematicamente — persone che Sebald l’hanno conosciuto di persona.

    Perchè Sebald me lo immagino come un uomo — in questo sono d’accordo con Piperno — già vecchio senza avere avuto modo di essere giovane.

    Ovviamente non è stato così, e Piperno ed io ci sbagliamo di grosso.

    E’ proprio per questo che mi piacerebbe conoscere Sebald (anche) attraverso i racconti dei suoi studenti, di gente normale che l’ha in qualche modo incrociato in vita.

    …Intanto, Sebald mi ha aiutata a capire perchè io, che detesto viaggiare in treno, amo follemente le stazioni ferroviarie.

    Per me non è poco.

    “Gli anelli di Saturno” è regolarmente tradotto e pubblicato in italiano e lo si può acquistare per esempio qui

    http://tinyurl.com/l34peq

    Di “Der natural” invece non so proprio nulla, sorry :-/

  6. LilianaRosa ha detto:

    secondo me non capì e non accetò mai i silenzi, i non ricordo dei suoi genitori e insieme a loro di tutta la Germania, non accetò mai che non ricordare può fare parte delle nostre autodifese. Infatti si c’è una parola che lo sintetizza essa è memoria.

  7. gabrilu ha detto:

    LilianaRosa
    Si, certo. Che il problema princeps di Sebald fosse questo è chiaro.

    E’ anche chiaro però che non tutti reagiscono allo stesso modo agli stessi stimoli. Sebald reagì scrivendo quei libri meravigliosi e tremendi.

    Però a volte i silenzi sono necessari, almeno per un certo tempo.
    Quando le cose sono enormi, non è strano (a me pare) che per un certo tempo si avverta il bisogno di rimuovere ed esorcizzare.
    Sebald questo non lo capiva, e di questo soffrì.
    Di questo sono pieni i sui libri.

    Ci sono cose così **ENORMI*** e cosi’ cariche di implicazioni di tanti generi che a me sembra normale che debbano passare più generazioni perchè arrivi il momento in cui si sia in grado di affrontarle.

    Purchè, prima o poi, queste cose vengano affrontate e che chi ne parla non sia tacciato di revisionismo “tout court”.

    E’ soltanto adesso, dopo più di trecento anni, che finalmente si osa dire che non tutto della Rivoluzione Francese è stato una meraviglia, che Marie Antoinette non era il mostro a tutto tondo che per secoli era piaciuto a molti trasmetterci e che forse non tutto quello che successe in quei dì fu cosa giusta e buona.

    Quando Rohmer ci ha provato nel 2001 a dirlo cinematograficamente, con quello splendido film che era “La nobildonna e il duca”… a Cannes venne fischiato come sporco revisionista.
    S’era ancora ai tempi in cui la RF era un intoccabile tabu.

    (I francesi però hanno anche una gran capacità di “rivedere” la storia: ad es.: la figura di Marie Antoinette è stata negli ultimi anni studiata, rivista, (ri) criticata, e non mancano saggi, romanzi e libri di ogni genere che rivoltano la RF come un calzino. Grandi, i francesi!)

    E’ soltanto da poco che si parla di foibe, che qualcuno comincia a dire che pure i partigiani non è che … eh… fossero … eh … stinchi di santo… che si comincia a mormorare che forse i selvaggi bombardamenti anglo-americani sulla Germania non erano poi così necessari, visto che poi la guerra fu vinta non dall’aria ma dalla terra, che per vincere la guerra ed il Giappone forse la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki non era proprio cosi’ indispensabile.

    Ma ancora forse è ancora presto, non siamo ancora del tutto pronti a questo tipo di ragionamenti e forse è giusto che sia così.

    Ma questo è il ragionamento mio, non di un ragazzino nato in Baviera, cui genitori e amici e vicini non vogliono dir nulla e spiegar nulla di tutto quello che, bambino, vede attorno a sè e che gli risulta incomprensibile.

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