GLI EMIGRATI – W. G. SEBALD

Sebald- Gli emigrati
W. G. SEBALD, Gli emigrati (tit. orig. Die Ausgewanderten), traduz. di Ada Vigliani, p.253, Adelphi Collana Fabula, ISBM 9788845921568

Il dottor Henry Selwyn, di origini lituane, laureato in Medicina a Cambridge, vive in una grande casa con parco nel Norfolk, affittata dall’autore nell’estate del 1970. Selwyn passa il tempo nel suo giardino, sdraiato sull’erba a guardare il cielo. Si suicida sparandosi con un fucile.

Il maestro elementare Paul Bereyter, del quale l’autore bambino fu alunno negli anni ’50, si suicida gettandosi sotto un treno.

Ambros Adelwarth era il prozio dell’autore. Si erano incontrati una sola volta nel 1951, quando egli era ancora un bambino e Adelwarth ormai anziano. Molti anni dopo Sebald ne ricostruisce la lunga e movimentata vita. Prima cameriere nei grandi alberghi d’Europa agli inizi de del Novecento e poi stabilitosi in America dove diventa maggiordomo dei Solomon, ricchissimi banchieri ebrei e amico del figlio, Cosmo, con cui viaggia frequentando  i tavoli da gioco e i casino europei ma che accompagna anche in lunghi viaggi a Gerusalemme e in Oriente. Dopo la morte di Cosmo, Ambros sprofonda sempre di più in accessi di malinconia, si fa ricoverare in una clinica psichiatrica e si sottopone volontariamente alla terribile terapia dell’elettroschok.

Il pittore Max Ferber vive a Manchester in un polveroso atelier. Negli anni e nel corso di lunghe conversazioni con l’autore, gli racconta a poco a poco la sua vita. Fuggito a quindici anni da Monaco nel 1939, il pittore, in ospedale ed ormai in punto di morte consegna al narratore un quaderno di appunti che la madre aveva scritto poco prima di venir deportata assieme al padre in un campo di sterminio.

Chi già conosce Austerlitz non può fare meno di vedere nella storia del piccolo ebreo tedesco Max, che i genitori riescono a mettere in salvo facendolo salire su un aereo diretto a Londra mentre loro, rimasti in Germania, verranno deportati, l’analogia con il destino del piccolo ebreo praghese Austerlitz, scampato allo sterminio perchè la madre riuscì a farlo salire uno dei “treni dei bambini” che portavano i piccoli ebrei in salvo in Inghilterra.

Che cosa dunque hanno in comune un chirurgo che vive appartato in una villa della campagna inglese, un maestro elementare che insegna in un villaggio della provincia tedesca, un maggiordomo al servizio di una famiglia di ricchi banchieri di New York, e infine un pittore in un atelier dell’ex quartiere industriale di Manchester?

Ne Gli Emigrati (Die Ausgewanderten, 1992) Sebald ripercorre il processo attraverso il quale sono state ricostruite quattro vite di uomini, tutti in qualche modo di origine ebraica, tutti emigrati dalle loro patrie per fame o per sfuggire alla persecuzione.

Il tedesco Sebald, non ebreo ma andato via dalla Germania perchè non sopportava il silenzio e la non volontà dei suoi compatrioti di affrontare il passato, si appassiona ai destini ebraici e racconta queste quattro vite, questi quattro incontri con figure che sono entrate nella sua vita di scrittore.

Lo fa nella sua maniera inconfondibile, con quello stile ammaliante ed ipnotico fatto di frasi lunghe ed evocative, intreccia finzione letteraria e ricerca storica, digressione personale e descrizone analitica, citazioni testuali. Lo fa inserendo nella narrazione fotografie e documenti, e disseminando suggestivi rimandi alla grande letteratura di ogni tempo. Non è certo un caso che un libro come Gli emigrati sia attraversato dalla figura di Vladimir Nabokov (il grande émigré) che torna costantemente.

I quattro racconti hanno sempre la voce narrante dell’autore che parla in prima persona e che fa da cornice ma anche commenta, riflette su ciò che altri narratori — il protagonista della storia o amici e parenti che ne sono stati testimoni in prima persona — gli dicono. A volte la seconda voce narrante è soltanto una (Madame Landau in Paul Bereyter), altre volte l’effetto è quello di una vera e propria serie di scatole cinesi, come ad esempio in Ambros Adelwarth, in cui le voci narranti sono ben tre (zia Fini, zio Kasimir, il dottor Abramsky) e, attraverso gli appunti contenuti in un’agendina, la voce dello stesso Adelwarth.

La stessa struttura la ritroveremo più tardi in Austerlitz, il romanzo che viene considerato il capolavoro di Sebald. Così come, ne Gli emigrati, sono già presenti tutti gli elementi ed i temi che, nella narrativa di Sebald, rappresentano una vera e propria costante.

Le foto – di cui Sebald dissemina le sue storie: sfocate, sgranate, in bianco/nero o seppia, dotate dell’impalpabile fascino dell’effimero che si fa eterno, dell’attimo sfuggito all’orologio. Gli album di fotografie, lettere ed appunti che provengono da persone morte da tanto tempo; la depressione e la malinconia. La botanica, il giardinaggio, l’entomologia.

I personaggi protagonisti di Sebald — che sono sempre uomini mentre alle donne è assegnato il ruolo di testimoni e di voci narranti — si muovono su uno scenario in cui sempre tutto è disfacimento e degrado: il campo da tennis ed il giardino in cui il dottor Selwyn trascorre le sue giornate sdraiato sull’erba o all’interno del rudere di una torre fatiscente; Deauville e il grande albergo Les Roches Noirs, Gerusalemme negli appunti trovati nell’agenda di Ambros Adelwarth, le case, le strade, il Midland Hotel di Manchester nella storia di Max Freber…

Ci sono i treni e le stazioni, simboli di spaesamento e di fuga, della eterna ricerca di un altrove, un altrove che, nel caso del maestro Paul Bereyter significa l’altrove della morte: “La ferrovia aveva per Paul un significato profondo. Probabilmente gli era sempre parso che conducesse alla morte” (p.71)

Sebald - Gli emigrati

“le rotaie […] poco lontano da S., là dove la strada ferrata sbuca con una curva dl boschetto di salici per correre in aperta campagna”

Stazioni ferroviarie descritte sempre in un modo che Pietro Citati nel capitolo di La malattia dell’infinito da lui dedicato ad Austerlitz ha — secondo me molto efficacemente — paragonato alle incisioni di Piranesi.

Ma come sempre, e sopra tutto, sono presenti i temi che sempre più mi appaiono come dominanti in assoluto, in Sebald: la Memoria e il Passato. Passato che viene di volta in volta negato, rimosso, ricercato ossessivamente.

Ci sono in particolare due passaggi che mi hanno particolarmente colpita. Sono entrambi contenuti nella storia di Ambros Adelwarth.

Sebald - Gli emigrati

“Del periodo da lui trascorso a Gerusalemme è rimasta […] una fotografia in costume arabo”

In uno, il medico che aveva avuto Ambros come paziente nella sua clinica psichiatrica dice, a proposito dell’arrendevolezza con cui Ambros si sottometteva all’elettroschock: “… tale arrendevolezza dipendeva in verità, e già allora avevo cominciato ad intuirlo, dallo struggente desiderio […] di veder distrutti in sé, nel modo più radicale e irrevocabile, il raziocinio e la memoria” (p.125)

Sempre nel racconto di Ambros Adelwarth, nell’ultimo appunto da lui scritto nell’agendina-diario leggiamo: “Ho spesso l’impressione che il ricordo sia una forma di stoltezza. Ci rende la testa pesante, ci dà le vertigini, come se non si stesse guardando all’indietro attraverso le fughe del tempo, bensì giù verso la terra da grandi altitudini, da una di quelle torri che si perdono nel cielo” (p.157)

Commentando il mio post su Austerlitz,   Rendl ha scritto, tra l’altro, una cosa che condivido molto e che riporto qui:

“a me pare che […] sia sì la memoria (e il Tempo), ma anche e soprattutto la meraviglia che causa la contemplazione degli effetti che il Tempo ha sui luoghi, sulle persone, sulle opere letterarie del passato. Sottolineo “meraviglia”; potrei usare anche un altro termine: “orrore” o “pietà” o “vertigine”; tutti sinonimi, per Sebald, dell’effetto che ha (o potrebbe avere) sull’uomo la contemplazione di quello che resta, che è sotterrato, che è stato tenuto (volutamente o meno) nascosto agli occhi dei vivi (quelli che, ahiloro, appartengono ancora al mondo del presente).”

Austerlitz è stato il primo libro di Sebald che ho letto. Mi era piaciuto talmente  che esitavo un poco a iniziarne un altro, temevo di rimanere delusa e che tutto, dopo Austerlitz, mi potesse sembrare non all’altezza delle aspettative.

Non solo questo non è avvenuto, ma mi sono resa conto che il mio percorso di approfondimento di questo autore che ormai si è decisamente conquistato un posto nel mio Pantheon personale è soltanto appena cominciato.

W. G. Sebald

 

Annunci

Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
Questa voce è stata pubblicata in Germania, Libri e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

15 risposte a GLI EMIGRATI – W. G. SEBALD

  1. giuba47 ha detto:

    Ho letto tutte e due i libri e entrambi mi sono piacuiuti molto. La tua recensione è come sempre molto bella e completa. Condivido molti dei tuoi gusti, per questo non smetto di seguirti. Sto leggendo la Oates (ne ho già letti 4) che ho conosciuto da te. Grazie per i tuoi consigli che seguo e non mi pento mai, cosa che non accade sempre… anzi. Giulia

  2. AnnaSetari ha detto:

    Mi è capitato di pensare, leggendo Sebald, Austerlitz specialmente, ma anche questo di cui parli, che il suo è un viaggiare dentro la morte .
    Un pensiero certamente suggerito anche dalla presenza delle fotografie, di per sé alludenti appunto alla morte.

    L’ho pensato e sentito tanto fortemente, che la sua morte prematura in un incidente stradale mi appare ancora come l’immagine d’una curva stradale, in bianco e nero sfocato, notturno, lungo un percorso di viaggio già iscritto nella sua scrittura.

  3. annaritav ha detto:

    Non mi sono ancora mai accostata a Sebald, ma con il tuo viatico letterario posso entrare nel suo mondo con fiducia, ad occhi chiusi. Metto in nota.
    Salutissimi, Annarita.

  4. annaritav ha detto:

    P.S. Nella fornitissima biblioteca del consorte ho trovato Gli anelli di Saturno e mi ci dedicherò appena tornata dal viaggio virtuale nel mito di Pietroburgo in compagnia di Ettore Lo Gatto.
    Replico i saluti 😉
    Annarita

  5. gabrilu ha detto:

    Ciao Giulia, e grazie 🙂

    Anna Setari
    Più leggo Sebald, più vorrei saperne di più della sua vita, ma forse soprattutto della sua morte.
    Quell’incidente stradale… quella macchina lanciata in scontro frontale con un’altra… Dalle poche notizie che ho trovato in giro pare che ebbe un infarto mentre guidava. Accanto gli sedeva la figlia, che dall’incidente uscì incolume.

    Annarita
    Credo proprio che Sebald non ti deluderebbe.
    Gli anelli di Saturno non l’ho letto, perciò non so dire se è il libro giusto dal quale cominciare l’avvicinamento.
    Chiaro che al punto di innamoramento in cui ormai mi trovo io, anche se mi dessero da leggere le sue liste della spesa troverei in esse spunti interessanti 😉

  6. PattyBruce ha detto:

    Accidenti, Gabrilu, mi dai così tante informazioni interessanti che quasi mi prende l’affanno, per l’ansia di voler leggere tutto quello di cui parli. A causa dei tuoi ultimi post, la mia lista dei libri da acquistare si è allungata parecchio.

  7. gabrilu ha detto:

    Ciao Patty.
    Tutti abbiamo una lista interminabile. Poi, sono i libri a scegliere noi e non noi a scegliere i libri… 🙂

  8. utente anonimo ha detto:

    Cara Gabrilù, devi sapere che dubitai parecchio, dopo aver scritto quel commento, ed ero arrivato persino a pensare di “chiederti” via email il permesso di occupare tanto spazio nella pagina dei commenti; poi mi son detto: “E che cavolo, siamo nell’era dei blog, sarebbe alquanto assurdo o anacronistico scrivere un commento, mandarlo al diretto interessato per email per poi aspettarne il consenso alla “pubblicazione”, ohilapeppa!”. E così lo misi lì dove sai.

    Aggiungo ora solo una noticina: io ho letto “Gli anelli di Saturno” (in inglese) per ultimo, ma devo dire che è una delle sue opere migliori, a me per certi versi è piaciuto anche più di “Austerlitz”, perché “Gli anelli” è davvero “sebaldiano”, sembra un libro venuto dallo spazio o da qualche pianeta sconosciuto (di sicuro ha sfiorato o è passato da Saturno, che appare giustamente nel titolo) ed è poi caduto sulla Terra per un qualche strano errore o scherzo del destino; parla di tutto e di niente, ti lascia sconcertato per lo stile (che tu descrivi nei giusti termini) e per i personaggi che lo popolano, e ti fa girare la testa perché, a ogni capitolo, non sai davvero mai dove Sebald voglia andare a parare, con le sue molteplici digressioni e salti temporali… Insomma, un vero “delirio” (nel senso buono del termine; e, se non ricordo male, è ne “Gli anelli” che si trova una delle pochissime foto di Sebald – ai piedi di una quercia enorme e millenaria – inserita dall’autore (narratore-protagonista) “par lui-même”, con lo zaino che si portava in spalla durante i suoi vagabondaggi volontari… Ed è ne “Gli anelli” che il gioco di contrasti e riflessi tra scrittura e fotografia assume le sfumature più variegate e “stuzzicanti”)… (per chi abbia voglia di notarle e seguirle)…Un saluto.
    Rendl

  9. gabrilu ha detto:

    Caro Rendl, considero i tuoi commenti-non-commenti sempre preziosi, e chi mi conosce almeno un po’ — anche soltanto virtualmente — sa bene che non mi spreco certo in complimenti e salamelecchi tanto per.

    Perciò vai e fai. Tranquillo 🙂

    Andiamo a noi:
    Oggi ho comperato Vertigini, ne ho letta qualche pagina e mi sono estasiata. Cercavo anche Gli anelli di Saturno ma da Feltrinelli non era momentaneamente disponibile. Perciò l’ho ordinato e aspetto che mi arrivi.

    Su tutto il resto dico nulla. Hai detto tu, e più che bene.

    Ciao e grazie davvero.

  10. sabrinamanca ha detto:

    Convinta. Comincio con gli anelli di saturno anche se forse dovrei approfittare del fatto che lavoro alla “gare d’austerlitz”…ma quando arriva la primavera? E tu?

  11. gabrilu ha detto:

    Sabrina, ormai sono convinta che da qualunque parte si cominci, con Sebald, non si sbaglia mai.
    Primavera? Qui dalle mie parti fino a due giorni fa c’era neve, pioggia, grandine e vento. Ma qui ci mette poco a diventar primavera e subito torrida estate…
    Ciao 🙂

  12. sabrinamanca ha detto:

    Alla fine ho cominciato con "Les émigrants" eh si', in francese, ma traduzione per traduzione tanto vale leggere nella lingua che mi ospita…Ho appena terminato con Henry Selwyn…e con un groppo alla gola e gli occhi che prudono che attacchero' Paul Béreitier.Grazie Gabri, davvero!C'è poi questa frase, proprio all'inizio:Et le reste n'est'ilPar le souvenir détruit?

  13. sabrinamanca ha detto:

    è con un groppo alla gola…

  14. gabrilu ha detto:

    Sabrina,la verità  è qualunque cosa  si prenda in mano di Sebald ci si ritrova con un piccolo grande gioiello.A me purtroppo  manca  Gli anelli di Saturno, che attualmente  mi risulta introvabile (in compenso però anneghiamo in montagne di copie di romanzacci di cui nel giro di pochi mesi nessuno si ricorda più).

  15. Pingback: La cognizione del dolore (nel segno di Wittgenstein).W.G. Sebald e Thomas Bernhard/1 | Asterismi letterari

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...