EASTER PARADE – RICHARD YATES

Easter Parade
Richard YATES, Easter Parade (tit. orig. The Easter Parade), prefazione di Nick Laird, traduz. dall’inglese di Andreina Lombardi Bom, p. 288, Minimum Fax, 2008, ISBN 978-88-7521-183-7

Il film di Sam Mendes Revolutionary road tratto dall’omonimo romanzo di Richard Yates, in questo periodo sugli schermi italiani, ha tra gli altri meriti quello di contribuire a far (ri)scoprire l’opera letteraria di questo scrittore americano che la rivista Esquire definì — come ricorda Nick Laird“uno dei grandi scrittori meno famosi d’America”

Di Richard Yates, Minimum Fax sta gradualmente pubblicando l’opera, di cui fa parte questo bellissimo e struggente Easter Parade del 1976 tradotto e pubblicato oggi per la prima volta in Italia.

Easter Parade racconta la storia di una famiglia americana, quella dei Grimes.

Ma non si tratta di una saga familiare come tante altre:  qui non c’è spazio alcuno per la felicità, la speranza.
Qui tutti i personaggi sono dei perdenti la cui modalità di relazionarsi è caratterizzata dal silenzio, dalla superficialità dei rapporti affettivi.
Una saga familiare in cui dominano lo squallore e la sostanziale mediocrità.

L’incipit del romanzo è fulminante, e contiene, in poche righe, il presente, il passato e il futuro di Sarah ed Emily, le due sorelle che sono anche i personaggi principali della storia e che ci vengono presentate come in qualche modo “marchiate” dal divorzio dei loro genitori e dal destino di nascita:

“Né l’una né l’altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto una vita felice, e a ripensarci si aveva sempre l’impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori”.

Sarah ed Emily, che conosciamo ancora bambine, sono costrette da una madre un po’ sciocca a continui traslochi alla ricerca della casa perfetta (“Trovava che i ricchi fossero più fini del ceto medio, e perciò nel crescere le sue figlie mirava agli atteggiamenti ed ai manierismi della classe più abbiente. Cercava sempre di andare ad abitare in posti “carini”, che potesse permetterselo o no”) hanno un padre — un mediocre correttore di bozze — che le ha abbandonate da piccole ma che ogni tanto vedono e che muore prematuramente.

Sarah ed Emily (più giovane di quattro anni) prenderanno strade diverse, alla ricerca di una “felicità” difficile da identificare e che comunque non otterranno.

Sarah bella, solare e piuttosto convenzionale, si sposa presto con un coetaneo del piano di sopra, con il quale si trasferisce a vivere in campagna e con il quale ha tre figli. Ma quest’uomo, un inglese apparentemente gentile ed affabile, bello e somigliante a Laurence Olivier si rivelerà un marito violento che la picchierà per vent’anni senza che Emily venga a saperne mai nulla.

Emily, più chiusa e indipendente, invece non si sposa. Ottiene una borsa di studio, frequenta il college e poi dopo la laurea lavora con un discreto successo in una società di comunicazioni.

Rimasta single per scelta, passa da un uomo all’altro nell’illusoria speranza di una autonomia che si rivela però solo esteriore. Per un serie di circostanze si ritroverà a cinquant’anni sola, senza lavoro, senza soldi e senza nessun amico: “Ho quasi cinquant’anni e non ho mai capito niente in tutta la mia vita”.

Il romanzo, benchè ricco di personaggi, è centrato prevalentemente sul rapporto che negli anni (la narrazione copre quasi mezzo secolo) intercorre tra queste due sorelle dal carattere tanto diverso ma che sono sempre unite da un legame profondo e superficiale al tempo stesso, fatto di complicità ma anche di invidia e rivalità.

Easter Parade è — detto brutalmente — la storia di due fallimenti.

Non esiste riscatto, non esiste lieto fine, non esiste messaggio, o retorica.

Modelli narrativi per Yates erano Hemingway e soprattutto Il Grande Gatsby che ritenne sempre, insieme a Madame Bovary, il libro chiave della tecnica narrativa (“Se non ci fosse stato un Fitzgerald non credo che sarei mai diventato uno scrittore”).

E in effetti, lo stile di scrittura di Yates è una lama tagliente in cui nessun aggettivo, nessun verbo, nessun avverbio è mai di troppo. Una scrittura lucida, cristallina, realistica ed al tempo stesso evocativa.

Yates, che qualcuno ha definito “maestro del cinismo e delle contraddizioni” ritrae la quotidianità della famiglia Grimes senza alcuna indulgenza e senza pietà.
Mette in scena con franchezza, con ostinazione, senza alcun cedimento a sentimentalismi e romanticherie tutto lo squallore di vite mediocri.

Lo sguardo di Yates mette ancora una volta (come aveva già fatto superbamente nel 1960 con Revolutionary Road) in evidenza difficoltà relazionali, grigiore e spesso sostanziale anaffettività che si nascondono dietro l’apparente normalità di molti nuclei familiari.

Easter Parade è un libro che trasmette anche rabbia perchè le vite delle due sorelle vengono, in qualche modo, spezzate da loro stesse perchè, come scrive ancora Laird citanto Philip Larkin “I personaggi yatesiani non riescono mai […] ad affrancarsi da inizi sbagliati. S’intrappolano da soli”.

Il continuo riferimento/accostamento a Revolutionary Road è, per chi legge questo libro bellissimo e crudele, inevitabile.

Anche qui ci viene presentato uno spaccato di vita di una famiglia della media borghesia americana rappresentata da una coppia infelice: marito e moglie (Frank ed April Wheeler)  in  Revolutionary Road, una coppia di sorelle con due destini femminili diversi ma egualmente infelici in Eastern Parade.

In entrambi i romanzi, la famiglia viene rappresentata come un incubo claustrofobico, in cui domina la banalità del quotidiano, famiglie con relazioni piatte e senza sentimenti reali, in cui i personaggi non hanno progetti di vita ma solo slanci velleitari. In cui il lavoro non è mai inteso come possibilità di autorealizzazione ma solo come qualcosa che si deve fare per disporre dei soldi che servono per mantenere un certo tenore di vita ma in cui non ci si deve impegnare più di tanto.

Il tutto scandito dal rito dell’ora dell’aperitivo, fiumi di birra e di Martini cocktail in cui le persone cercano di annegare la loro solitudine.

Eppure più che spietato o crudele lo sguardo di Yates è impietoso e le cose che mostra lo riguardano e ci riguardano e ci costringono a guardarci dentro.

Il volume Minimum Fax è corredato da una interessante ed utile prefazione di Nick Laird che fornisce molte informazioni sui riferimenti autobiografici presenti nel romanzo.

Particolarmente felice mi è sembrata la scelta della copertina, che non soltanto è molto gradevole esteticamente, ma che ha un senso ed un riferimento preciso con il testo del romanzo.

“Quando aveva nove o dieci anni, Sarah era, tra le due sorelle, di gran lunga quella più fantasiosa. Era capace di prendere uno di quei fascicoli di bambole di carta che vendevano nei negozi “tutto a dieci centesimi”, ritagliare le bambole e i loro vestiti con le linguette senza mai andare fuori dai margini, e attribuire a ciascuna bambola vestita una personalità tutta sua. Decideva quale di loro fosse la più carina e benvoluta (e se aveva l’impressione che il suo vestito non fosse abbastanza bello gliene faceva un altro ideato da lei, con i pastelli o gli acquerelli)”

Richard Yates
Richard Yates
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20 risposte a EASTER PARADE – RICHARD YATES

  1. arden ha detto:

    Mi fa un po’ tremare la possibilità di leggere questo libro. Anch’io ho una sorella sola. Ecc.

  2. utente anonimo ha detto:

    Yates nei suoi libri era spietato e non faceva sconti a nessuno. E’ il suo grande pregio, ma anche la sua condanna a non essere uno scrittore amato dal grande pubblico.

    MisterSil

  3. gabrilu ha detto:

    Arden
    La visione della famiglia che aveva Yates era, come spiega molto bene Nick Laird, profondamente segnata dalla sua propria storia familiare. Anche i genitori di Yates divorziarono quando lui e suo fratello erano molto piccoli, e nel personaggio di Pookie, la madre di Sarah ed Emily è ritratta la madre di Yates, che si chiamava Dookie.

    Pare che a chi si stupisse di come potesse aver dipinto tanto bene la psicologia delle due sorelle, Yates rispondesse “perchè una delle due sono io”.

    Tra la visione di Tolstoj sulla famiglia enunciata nell’incipit di Anna Karenina (“tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”) e la visione di Yates secondo la quale tutte le famiglie sono infelici c’è un baratro, e il baratro è determinato — elementare, Watson! — dalla differenza delle storie familiari personali.

    MisterSil
    Certo, non è che la lettura di un romanzo di Yates renda allegri, eh.
    Io per es. ne sconsiglierei la lettura a chi fosse già fosse depresso di suo…
    Però si finisce di leggere un suo libro con un incredibile misto di angoscia e di felicità. Almeno, è quello che succede a me.
    Angoscia per quello che racconta, felicità per “come” lo racconta. E questo, a mio parere, rende Yates grande scrittore.
    Personalmente non condivido sino in fondo la sua visione così totalmente pessimistica dell’esistenza, ma trovo straordinaria la qualità della sua scrittura che riesce a rendere credibili e plausibili anche le forzature (che a volte ci sono) nella rappresentazione di una situazione e che spesso derivano dal voler a tutti i costi dimostrare una tesi.

  4. Moher66 ha detto:

    Come mi ritrovo in questa tua risposta a MisterSil, Gabrilu.
    Non bisogna per forza condividere il punto di vista di uno scrittore. Leggere una situazione o l’esistenza da una prospettiva non completamente condivisa, quando la scrittura è vera scrittura, può essere addirittura più appagante. E alla chiusura del libro lasciarti quella sensazione di arricchimento che solo certi scrittori sanno lasciare.
    Ah, che bella la letteratura
    🙂
    Elena

  5. bamborino ha detto:

    Innanzitutto ringrazio per il commento di oggi alla mia cosa su OBLIO, e prometto che cercherò di dar retta. Poi su questo libro, una cosa. Il titolo originale è THE EASTER PARADE. Ci voleva tanto a tradurlo LA PARATA DI PASQUA, visto che poi nel testo si parla appunto di questa parata, e se ne parla in italiano? Altre considerazioni su questo capolavoro assoluto, secondo me tra i più grandi romanzi del Novecento, li metteremo nel blog. Un saluto.

  6. gabrilu ha detto:

    bamborino
    Giusto.
    La Parata di Pasqua (The Easter Parade) è importante, perchè è il giorno in cui Sarah e il futuro marito si fanno fotografare nel pieno della loro giovinezza e delle loro speranze di felicità.
    La foto viene incorniciata e incombe poi su tutto il romanzo come un memento che non ci mette molto a diventare una sorta di cupo memento mori (e te pareva? Siamo in un romanzo di Yates, ohibo’) ^__^

    Titoli originali o titoli tradotti?

    Sai bene che in questo momento pare si preferisca (lo si vede anche per quanto riguarda i film) conservare il titolo originale delle opere.

    Meglio così? Peggio così? Non so.

    Francamente, siccome spesso vedo titoli italiani che stravolgono totalmente il senso degli originali, alla fine preferisco avere un “corpo a corpo” con il titolo originale e via, ma mi rendo conto che la faccenda è questione di gusti e di sensibilità personali.
    Francamente non mi sentirei di far di questo una crociata.

    Quanto poi alle “altre considerazioni [che] metteremo sul blog”, se sarai così gentile da farmi conoscere il dove e il quando l’evento avrà luogo, sarò ben lieta di segnalarlo.

    Yates non è mica una mia proprietà privata, neh ^__^ ed io sono sempre ben lieta di segnalare letture interessanti.

    Facci sapere.

    Ciao bamborino e grazie 🙂

  7. amfortas ha detto:

    Lascio un bel (?) commento fuori tema.
    Non conosco il libro di cui parli, ma vorrei spezzare una lancia in favore degli scrittori menagrami, passami il termine.
    A questo proposito, cito Philip Roth ultima maniera, perché ho avuto di recente una discussione con un’amica su questo (per me) genio assoluto.
    I suoi libri da qualche tempo non sono certo fonte di ottimismo, ma la scrittura (pur nei limiti della traduzione) è scabra, essenziale, asciutta.
    Gli argomenti sono forti, le riflessioni spesso destabilizzanti, ma si sente che non è certo una posa, un ostentare.
    È un uomo che ci parla, senza troppi fronzoli, della sua esperienza di vita mentre invecchia.
    Ora, se è vero che la lettura dovrebbe assolvere il compito di sospensione della realtà, al pari di altre discipline artistiche, è anche vero che ci si può distrarre pensando e anche soffermandosi sui lati meno gioiosi della vita.
    Ben vengano quindi gli scrittori pessimisti, io preferisco chiamarli realisti e concreti.
    Ti è piaciuto ‘sto pistolotto?
    Ciao!

  8. talpastizzosa ha detto:

    cara gabrilu, come già sai, ho scoperto da poco Yates ma mi incuriosisce molto anzi moltissimo. E leggerò questo libro… volevo informarti che tra 100 pagine finisco “Una storia d’amore… “di Amos Oz… è troppo se lo chiamo capolavoro?

  9. woodstock74 ha detto:

    Non so se lo leggerò.
    Ho avuto la stessa impressione di quando ho sfogliato Revolutionary Road: leggendo qualche riga qua e qualche frase la’ sono rimasta impressionata dalla tecnica narrativa.
    Tuttavia l’amarezza trasudava da ogni pagina e un uccellino mi aveva avvisato che non c’era lieto fine.
    Allora mi sono chiesta: ma se almeno nella finzione non c’è un po’ di speranza, dove devo cercarla?
    Che la vita quotidiana è micidiale lo so già, se impiego tre ore a leggere un libro di narrativa è perchè cerco un respiro diverso. O no?

  10. gabrilu ha detto:

    Amfortas
    Ritengo Philip Roth un eccellente autore ma sicuramente non un genio della letteratura (…odo minacciosi rumoreggiamenti in sala).

    L’Opera Omnia di Roth può piacere in toto (a me non piace in toto) oppure in parte (a me piacciono moltissimo alcune cose sue ma non tutte le cose che ha scritto).

    Roth ha scritto cose eccelse ma anche cose meno buone.
    Niente di male, eh, mica le ciambelle devono riuscire tutte con il buco.

    …Ma insomma non è questo il punto.

    Il punto è che non condivido l’idea che basti “parlare senza troppi fronzoli della propria esperienza di vita” per fare buona letteratura.

    Naaaa.

    Purtroppo questo è il nefasto equivoco in cui cadono tanti scrittori mezze calzette, che pensano che basti riversare sulla carta tutto quello che passa loro per la capa per scrivere libri di qualità.
    Così non è.

    talpa
    Amos Oz in Una storia d’amore e di tenebra è stato capace di raccontare cose molto profonde e molto, molto intime di sé stesso facendo letteratura.

    E’ riuscito a far questo non per aver “scodellato” sic et simpliciter i contenuti del suo apparato gastro-intestinale o utilizzando turpiloqui che tanto oggi vanno di moda (avesse fatto questo avrebbe scritto un libro mediocre come uno di quelli — sono centinaia — in cui inciampiamo ogni giorno, nelle librerie) ma per aver “filtrato”, selezionato gli eventi significativi della sua vita e della sua crescita interiore.

    Non so se quel libro possa definirsi o meno un capolavoro. Per me cmq è un grandissimo libro.
    Ciao 🙂

    woodstock74
    Sai bene che non può esserci risposta alla tua domanda, Barbara.
    Tutto dipende dalla funzione che ciascuno di noi assegna alla letteratura nella propria vita (ma lo stesso vale per la musica).

    Mero intrattenimento? Approfondimento? Vedere le cose da un punto di vista diverso?
    Per quanto mi riguarda, dipende dai momenti, dai periodi.

    E’ anche vero che quando il gusto si affina, si pretende sempre di più anche dalla lettura (o dall’ascolto musicale) di mero intrattenimento e ci si accontenta sempre meno facilmente.

    A volte una storia con un “lieto fine” può essere più deprimente di un romanzo dal finale tragico ed un’allegra canzonetta risultare molto più noiosa e sbadigliosa di una sinfonia o di un quartetto di musica da camera…

    Hai mai provato a leggere un “Harmony”? Beh, io si, ci ho provato almeno un tre volte. Era proprio uno di quei momenti in cui uno/a dice “… mo’ voglio proprio leggermi un libro che mi distrae”.

    Soporifera fu l’ esperienza e di essa porto ancora i segni 😦
    Mai più, mai più, giurai a me stessa.

    In quanto a Yates… c’è chi lo ha definito (mi pare, se non ricordo male, proprio Nick Laird) scrittore non del “lieto fine” ma del “tetro fine”.

    Sto ancora ridendo, tanto la definizione m’è parsa azzeccata ^__^

    Ecco, vedi, anche questo è la mia idea di “de-vertere”.

    Ciao 🙂

  11. amfortas ha detto:

    Beh, neanch’io credo sia sufficiente parlare senza fronzoli ecc, però Roth lo fa con uno stile che mi piace e con riflessioni profonde, anche quando affronta argomenti che sembrano banali.
    Ovviamente secondo me, tutto questo.
    Poi, che ci sia un sacco di porcheria in giro, con fronzoli o senza, concordo ampiamente.
    Ciao 🙂

  12. utente anonimo ha detto:

    @ bamborino e Gabrilu (e a chi altro si fosse eventualmente posto il problema del titolo in inglese):

    ciao, sono la traduttrice di Easter Parade.
    quando ho consegnato la traduzione il direttore editoriale di minimum fax mi ha chiesto un parere su quello che poteva essere a mio avviso il titolo italiano del libro. ci abbiamo pensato un po’, anzi un bel po’, insieme anche alla responsabile marketing ─ saprete, immagino, che in un certo periodo della loro vita (diciamo dalla scelta della copertina alla cassa della libreria) i libri sono né più né meno che prodotti, devono attirare in qualche modo il lettore che poi (si spera) li amerà per il resto della sua vita non per la copertina o il titolo, ma per quello che c’è dentro. solo allora il libro potrà permettersi di tornare libro, così com’è uscito dalle mani dello scrittore; ma in quell’arco di tempo relativamente breve deve essere un prodotto, o rischia di spegnersi sullo scaffale della libreria, non sfogliato e non amato.

    ne abbiamo parlato, dunque, traduttrice, direttore editoriale e responsabile marketing. Parata di Pasqua? a parte il suono di fanfara che un titolo del genere evoca immancabilmente in italiano, e che al limite fa anche un po’ ridere, pensate un attimo a cosa vi aspettate di trovare dietro un titolo del genere.

    pensateci un attimo. non conoscete Yates, non sapete niente di Revolutionary Road, e vedete sullo scaffale quel libro, magari con quella copertina, e il titolo Parata di Pasqua. come ve lo immaginate, quel libro?
    vi viene voglia di prenderlo in mano, di sfogliarlo? o l’occhio vi scorre oltre, alla ricerca di titoli più interessanti?

    Andreina

    p.s.: vorrei ringraziare Gabrilu per la bella recensione; non che pensi il libro come “mio”, ma l’ho amato molto mentre lo traducevo (lo amo tuttora), e fa piacere scoprire che ci sono altri a condividere questo tipo di amore.

  13. bamborino ha detto:

    Ringraziando Andreina per la risposta, mi rendo conto che il problema del marketing sostanzialmente si rigira su sé stesso. Non so se mi spiego. Anzi so che non mi spiego. Ma sarebbe bello che ogni tanto qualcuno provasse a fermare la macchinetta. Come tutto sommato faceva Yates. Quanto al resto, cioè le considerazioni su EASTER PARADE, volevo solo dire che appena me la sento scrivo anch’io qualcosa sul libro.

  14. utente anonimo ha detto:

    bamborino, ti rispondo con una frase di Yates stesso: «I don’t want money, I just want readers».

    quando hanno deciso di pubblicare Yates, a minimum fax sapevano benissimo che i suoi libri non sarebbero mai arrivati in cima alla classifica dei best seller. però sapevano anche che Yates è un autore che merita lettori. perciò forse, almeno in questo caso, non tutto il marketing viene per nuocere… 😉

  15. gabrilu ha detto:

    Andreina
    grazie per il commento e la precisazione a proposito del titolo.

    Si vede subito che il volume Minimum Fax di Easter Parade così come quello di Revolutionary Road è molto curato e “pensato”, e non ho creduto nemmeno per un attimo che la decisione di lasciare il titolo originale non fosse il frutto di una scelta meditata e discussa. Che alcuni possono anche non condividere — questo è legittimo — ma che in ogni caso non è certo frutto di pressapochismo.

    Le tue (mi permetto di darti del tu) precisazioni ci danno l’opportunità — e di questo io ma sono sicura non soltanto io ti ringrazio — di conoscere anche il tipo di ragionamento che è stato fatto.
    Grazie ancora.
    Io ho scoperto Yates solo adesso e per merito di Minimum Fax. Come vedi, almeno una lettrice l’avete conquistata ^__^ ma ovviamente mi/vi auguro che ne conquistiate tanti di più.

    Bamborino
    Benissimo. Più siamo, a leggere e a scriverne, meglio è, ti pare?
    Ciao 🙂

  16. bamborino ha detto:

    Ancora per Andreina Lombardi Bom, alla fine della fiera l’unica cosa da dire è che minimum fax ci ha fatto leggere della roba bellissima, per dirne solo una ha rimesso fuori Sillitoe che erano anni che non si trovava più niente, e allora si può solo dir grazie, ma grazie davvero, e continuate a fare come vi pare che comunque va solo bene.

  17. matisse ha detto:

    Mi piace molto, gabrilù, rileggere le tue recensioni a lettura ultimata. Vi trovo spesso dettagli che avevo perso, passaggi che avevo percorso troppo rapidamente. Tu sei “Les illuminations” delle mie veloci letture.
    Ora però, dopo Revolutionary road e Easter Parade, sono così triste (il funerale della sorella e quello della madre sembrano gli avvenimenti meno dolorosi di tutta la narrazione) che vorrei mi suggerissi qualcosa di rilassante (la camomilla la prendo già! 🙂 inizio Vera?… Un bacione

  18. gabrilu ha detto:

    bamborino
    e come potere non esser d’accordo con te?

    matisse, matisse, MA-TIS-SE

    Ebbene si, il “matisse” l’ho scritto tre volte, chè m’è venuto un colpo [leggi= un semi infarto] vedere che matisse (matisse!) ma vi rendete conto?! lascia un commento sul mio blogghino.

    Tu lo sai, è vero, matisssina, che sei un mio mito, eh?
    Anche se se commento a spizzichi e bocconi e poi sembra che sparisco (ma è solo perchè cavolo, tu sei troppo, per me, e spesso non so cosa caspita dire).

    …. Ma veniamo a noi e bando alle ciance e facciamo le persone serie:
    non so proprio cosa cosa consigliarti, di letture (e poi dai, non prendermi in giro, tu sai già bene cosa ti va di leggere e cosa no, eh, Perchè lo chiedi a me??

    Gli ultimi tre o quattro libri che ho letto sono stati bellissimi e per me im-por-tan-tis-si-mi.

    Temo però che non sian proprio del tipo “ed adesso rilassiamoci”.
    Ed infatti sono molto indecisa se parlarne qui oppure no.
    (Lo farò, lo farò, però con il mio tempo).
    Se però vuoi consigli su letture che possano condurti subito a tubi del gas io qui sono. A disposizione ^__^

    :-/

  19. matisse ha detto:

    Tubi del gas?!… No, no! Temo qualunque cosa mi conduca verso la cucina! 🙂

    Grazie, gabrilù, anch’io ti stimo davvero tanto (e ora speriamo di non incontrarci, rischiamo il: “Prego, prima lei!” “No, lei!” “Insisto!” “Ci mancherebbe!”… 🙂

  20. gabrilu ha detto:

    matisse
    In genere, in situazioni come quella che descrivi si finisce poi per cercare di passare insieme, si dà una gran capocciata e viene un gran mal di testa 😉
    Così si impara a non far tanti complimenti ^__^

    P.S. Mi sono divertita moltissimo, ultimamente, con la lettura di “Disperazione” di Nabokov. E’ un libro che, alla faccia del titolo, contiene pagine davvero spassose.
    Mai fidarsi di Nabokov: nemmeno dei suoi titoli 😉

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