VERTIGINI – G. W. SEBALD

Sebald - Vertigini
Winfried George SEBALD, Vertigini, (tit. orig. Schwindel. Gefühle), traduz. di Ada Vigliani, p.229, Adelphi, Collana Fabula, 2003, ISBN: 8845918211, ISBN-13: 9788845918216

Non è mai facile cercare di riassumere il contenuto dei libri di quest’autore tedesco emigrato volontariamente in Inghilterra dove visse e lavorò per molti anni; non è facile nemmeno classificare i suoi testi come “romanzi” o “racconti”, perchè essi sfuggono a qualsiasi tentativo di incasellamento o di etichettatura.

Certo, Vertigini si potrebbe definire come una raccolta di racconti. Ma solo per comodità e convenzione.
Quattro “racconti” che hanno per tema centrale il viaggio.

In essi, due (il secondo e il quarto) riguardano viaggi compiuti dallo stesso Sebald e dei quali egli narra in prima persona; due (il primo e il terzo) hanno per protagonisti due grandi scrittori del passato: Stendhal (che però Sebald chiama sempre, e non a caso, con il suo vero nome di Henry Beyle e non con lo pseudonimo che lo scrittore francese aveva assunto) e Franz Kafka (che Sebald indica sempre e soltanto con l’iniziale K.).

I quattro racconti sono molto diversi tra loro, ma hanno anche parecchio in comune: l’apparente concretezza e realismo dei loro incipit, per esempio.

Tutte le storie iniziano con indicazioni molto precise di data, luogo e motivi del viaggio.

Così la storia di Beyle comincia: “Verso la metà di maggio dell’anno 1800 Napoleone valicò con trentaseimila uomini il Gran San Bernardo…”.

La seconda storia inizia: “A quel tempo — si era nell’ottobre del 1980 — avevo lasciato l’Inghilterra … ed ero partito per Vienna, nella speranza che … sarei riuscito a superare un periodo piuttosto difficile della mia vita”.

La terza: “Il sabato 6 settembre del 1913 il vicesegretario della Compagnia praghese di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro, dottor K., è in viaggio per Vienna, dove parteciperà a un congresso sul tema “Igiene e protezione antinfortunistica”.

La quarta: “Un pomeriggio di novembre del 1987 […] decisi che sarei tornato in Inghilterra”.

Come sono rassicuranti, reali, questi incipit! Il lettore si mette comodo in poltrona e pregusta un tranquillo percorso di lettura.

La concretezza tanto promettente si rivela però ben presto ingannevole, chè bastano pochi paragrafi perchè tutto diventi inafferrabile, sfuggente, tanto da far piombare chi legge in una “vertigine” speculare a quella dell’autore del testo.

Infatti, il fil rouge che soprattutto unisce i racconti è costituito dal fatto che in tutti e quattro assistiamo a fenomeni di temporanea perdita del senso del tempo e dello spazio, momenti in cui i personaggi sembrano precipitare in una sorta di “buco nero” del Tempo e della Memoria.

Momenti di “vertigine”, insomma.

Nel primo racconto dedicato a Stendhal Beyle o lo strano fenomeno dell’amore i momenti di “vertigine” sono due: la prima ci viene descritta al momento in cui Henry Beyle, che era stato al seguito di Bonaparte nella campagna d’Italia e con il suo esercito aveva valicato le Alpi, anni dopo torna a rivedere la radura dove si era svolta la mitica battaglia di Marengo.

Ma mentre il giovane Beyle, appena diciassettenne, aveva seguito Bonaparte ed il suo esercito con gioia ed entusiamo, adesso, in età più matura, egli si ritrova a contemplare con smarrimento, nello stesso luogo della battaglia, una distesa  di ossa sbiancate di cadaveri a perdita d’occhio:

“[…] adesso stava abbracciando con lo sguardo la spianata, e vide rizzarsi qua e là alberi morti, vide, in parte già completamente sbiadite e scintillanti nella rugiada notturna, le ossa di sedicimila uomini e le carcasse di quattromila cavalli, che lì avevano perduto la vita, sparpagliate a grande distanza tra loro. Il divario fra le immagini della battaglia, che gli erano rimaste in mente, e ciò che vedeva ora dispiegarsi davanti a sé a testimoniare la realtà dello scontro avvenuto, suscitò in lui un vertigionoso senso di confusione, mai provato in precedenza”.

Qualche anno dopo, l’autore di De l’Amour proverà un’altra vertigine della condizione umana nella forma di una disperata rassegnazione all’impossibilità di trovare “una donna in sintonia con il suo mondo interiore”:

“D’un tratto intorno a lui tutto era precipitato e, dietro Matilde, in una tenebra profonda, egli aveva visto schiudersi, come attraverso spirali di fumo, un deserto rosso.”

Nel secondo racconto (All’estero) Sebald ci racconta del viaggio che nel 1980 lo portò da Vienna a Venezia a Verona per delle ricerche sul Pisanello, “la ragione per cui avevo deciso di raggiungere Verona”.

I giorni trascorsi a Vienna prima ed a Venezia poi sono caratterizzati dall’inquietudine e da vertigini.

A Vienna, per esempio, Sebald se ne va in giro a lungo e senza meta, e “… una vaga inquietudine, che si traduceva in sensazioni di nausea e di vertigine. I contorni delle immagini, se cercavo di fissarle, si dissolvevano, e i pensieri si disgregavano ancora prima che fossi riuscito davvero a concepirli.”

L’immagine che ci trasmette del suo soggiorno a Venezia è quella di una città grigia e labirintica, ipnotica e quasi onirica, una città che sembra popolata di fantasmi del passato.

Difficile per me, mentre leggevo, non sentire anche l’eco, in queste pagine, delle peregrinazioni del Narratore di Proust che si perde nel labirinto delle calli veneziane ed il grigiore dell’amata Venezia invernale descritta da Iosif Brodskji nello splendido Fondamenta degli Incurabili

Sebald è affascinato dalle segrete dei Piombi, ed ecco balzare dal passato Giacomo Casanova con la rievocazione dettagliata della sua rocambolesca e leggendaria fuga dalle terribili segrete della Serenissima.
Chi ha letto Austerlitz sa bene quanto i testi di Sebald siano costellati di carceri, fortezze, segrete, labirinti.

Sebald arriva finalmente a Verona dove nella chiesa di Sant’Anastasia in cui “Della luce del giorno, forse nemmeno un raggio penetra nella navata laterale […]. Persino nel più luminoso dei pomeriggi vi regna una penombra fittissima. Perciò, sopra l’arco del portone di quella che fu un tempo la cappella, la pittura del Pisanello è poco più di una sagoma scura”.

In questa penombra interrotta di tanto in tanto e per un breve lasso di tempo (“che a volte sembra molto lungo, a volte molto breve”) dall’illuminazione che si può ottenere “introducendo monete da cento lire in una cassetta di metallo” rimane a lungo in contemplazione di quel che rimane del  quattrocentesco affresco del Pisanello su San Giorgio e la Principessa.

Pisanello
Pisanello
Affresco di San Giorgio e la Principessa
Verona, Chiesa di Santa Anastasia

“Davanti alla pittura del Pisanello già anni prima mi ero detto pronto a rinunciare a tutto, fuorchè alla vista. Ciò che mi affascina in lui non è solo la sua arte realistica, eccezionalmente sviluppata per quell’epoca, ma anche il modo in cui gli riesce di far germogliare quest’arte su una superficie di fatto inconciliabile con il realismo pittorico e nella quale viene accordato a ogni cosa — ai protagonisti e alle comparse, agli uccelli in cielo, all’inquieto bosco verdeggiante e a ciascuna singola foglia — il medesimo diritto all’esistenza, da nulla sminuito.”

Sul pulman diretto al lago di Garda Sebald fa un incontro che ha del “vertiginoso” perchè sulla vettura sale “un ragazzo di una quindicina d’anni dalla somiglianza quanto mai inquietante con le fotografie che mostrano Kafka adolescente. E come se ciò non bastasse, aveva anche un fratello gemello che — per quanto mi fu dato di appurare nel mio sconcerto — gli assomigliava come una goccia d’acqua”.

Il viaggio in Italia prosegue (Milano, Limone, di nuovo Verona) costellato sempre da strani incontri, strane atmosfere, in un crescendo di rarefazione in cui sogno, realtà, incubi e rêveries si intrecciano continuamente.

Quale di queste storie è la più fantastica?

Forse quella del terzo racconto Il dottor K. in viaggio alle terme di Riva in cui Sebald rievoca il viaggio che nel 1913 Franz Kafka fece a Riva del Garda ed in cui lo scrittore praghese aveva provato un’unica gioia: “quella che nessuno al momento immaginasse dove egli si trovava”.

Kafka come K., il nome dei protagonisti del Processo e del Castello. Ma non esattamente. In realtà Sebald lo presenta anche come il “vicesegretario della Compagnia praghese di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro, dottor K.”, mettendo così assieme la vita “professionale” di Kafka come assicuratore e la sua creazione fittizia, e richiamando l’attenzione del lettore al problema della vera “identità” dell’uomo che sta fra queste due.

Così come aveva fatto con Beyle-Stendhal.

O forse la storia più fascinosa è quella del quarto racconto (Il ritorno in patria) in cui Sebald partendo da Verona torna prima in Germania, al villaggio di W. della sua infanzia nelle Alpi bavaresi, dove si svolge quasi tutto il racconto, e alla fine in Inghilterra, dove Sebald conduceva la sua esistenza “professionale” di docente universitario.

Il finale del racconto (e del libro), che non voglio rivelare, è l’apoteosi del fantastico e dell’onirico espressa con quello stile ipnotico (mi rendo conto che “ipnotico” è l’aggettivo che sempre mi viene naturale ripetere, a proposito della scrittura di Sebald) che è la cifra inimitabile di questo grande autore.

Vertigini è un libro interamente percorso da continue interne corrispondenze, muti rimandi, rispecchiamenti. Un testo che oscilla tra letteratura e vita, sogno e realtà, aneddoti reali ed immagini metaforiche.

I temi sono quelli di sempre, tipici di Sebald: il Tempo, la Memoria, il Passato, il viaggio. Viaggio nello spazio e nel tempo.

Vertigini è il quarto libro di Sebald che leggo, e mi sono accorta di essere andata, nella lettura, nell’ordine inverso rispetto a quello in cui i libri da me letti sono stati scritti.

Questo è infatti del 1990, mentre Gli emigrati è del 1994, le conferenze di Storia naturale della distruzione del 1997 ed Austerlitz del 2001.
L’ordine delle mie letture è stato ovviamente anche molto condizionato dalla successione con cui Adelphi ha pubblicato le opere di Sebald.

Alla fine però non mi dispiace che il caso abbia deciso in questo modo, perchè ciò mi ha consentito di individuare temi, leit-motiv, tòpoi delle opere successive: carrozze di treno e fotografie, locande e taccuini di appunti, paesaggi alpini e classici della letteratura, strade cittadine e biblioteche. Casuali compagni di viaggio che sembrano reincarnazioni di personaggi storici del passato, estenuanti peregrinazioni con lo zaino in spalla (lo zaino di Austerlitz, che a sua volta rimanda allo zaino di Wittgenstein). Rêveries ed incubi, vivi e morti. Apocalittici incendi e fitte piogge di cenere.

Ci si accorge, alla fine, che più che una raccolta di “racconti di viaggio”, Vertigini è un testo in cui il viaggio non è che la struttura narrativa che tiene insieme frammenti saggistici, brani autobiografici, trasfigurazioni immaginative del reale.

Impossibile descrivere il flusso di sensazioni ed emozioni che Vertigini suscita nel lettore: una sorta di errare da dentro un mondo complesso e ricchissimo, che sembra nascondere tesori profondissimi.

“Se si fossero ricalcate sulla cartina le strade da me percorse allora, l’impressione sarebbe stata che lì, su una superficie prestabilita, qualcuno avesse cercato sempre nuove traverse e nuove svolte per spingersi di continuo al limite estremo del proprio raziocinio, della propria immaginazione o volontà, prima di essere costretto a tornare sui suoi passi. Quel girare alla cieca per la città, che spesso durava ore e ore, era circoscritto entro limiti evidenti, senza che mai mi risultasse chiaro in che cosa consistesse l’incomprensibilità della mia condotta: se nell’inscendere quelle linee di demarcazione invisibili e – come ancor oggi devo supporre – affatto arbitrarie”.

Pisanello
Pisanello
Affresco di San Giorgio e la Principessa (particolare)
Verona, Chiesa di Santa Anastasia

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8 risposte a VERTIGINI – G. W. SEBALD

  1. erremme ha detto:

    capolavoro.
    r.m.

  2. gabrilu ha detto:

    erremme
    Caro Roberto, sempre un piacere leggerti.
    Sono contenta che anche tu abbia apprezzato Vertigini. Tutti i libri di Sebald sono affascinanti, per me. E’ uno scrittore che mi ha colpita al cuore, ed in profondità.
    Ciao e grazie 🙂

  3. gabrilu ha detto:

    @gloriagaetano
    grazie! 🙂

  4. dragoval ha detto:

    @gabrilu e @Renza
    Già che ci sono, a proposito di libri e di traduzioni, di richiami e di rimandi, voglio abusare ancora della cortesia della padrona di casa, che benevolmente ci perdonerà della libertà eccessiva che ci stiamo prendendo,(ormai sbracate sul divano e con i piedi sul tavolo!:-) ),segnalando questa piccola chicca: lo smarrimento del narratore nella contemplazione del panorama di Waterloo deriva, per così dire,da una “doppia” vertigine letteraria; l’analogo spaesamento di Fabrizio Del Dongo nel terzo capitolo de La Certosa di Parma , e il seguente passo, di Danubio di Claudio Magris, sottolineato da Sebald nella sua copia in traduzione tedesca :
    “Lo stesso è vero in letteratura per Fabrizio Del Dongo a proposito della battaglia di Waterloo: mentre lui la combatte, essa non esiste.Nel puro presente, l’unica dimensione, comunque, in cui noi viviamo, non c’è storia”.(Danubio,
    pag, 153 dell’edizione inglese, traduzione di Patrick Creagh; chiedo scusa se il testo di Magris non è esatto, ma è una ri-traduzione dall’inglese, non avendo io al momento la disponibilità del testo originale).
    Fonte: http://tinyurl.com/zmd6cyb

  5. gabrilu ha detto:

    dragoval e Renza
    Solo per dire che me la sto godendo un mondo, a leggere i vostri scambi su questi autori da me tanto amati.
    Non ci provo nemmeno, ad entrare nella vostra discussione. Mi basta leggervi (e ringraziarvi). :
    🙂

  6. dragoval ha detto:

    Riporto, ora che posso, il testo originale della citazione tratta Danubio e contenuta nell’ultimo paragrafo del capitolo 8 della prima parte del libro, capitolo significativamente intitolato I binari del tempo ,sperando di fare così ammenda per la precedente mostruosità filologica (il grassetto nel testo è mio):
    La storia acquista la sua realtà appena più tardi, quando essa è già passata, e le connessioni generali, istituite e scritte anni dopo negli annali, conferiscono a un evento la sua portata e il suo ruolo. Ricordando la disfatta bulgara, evento decisivo per l’esito della prima guerra mondiale e dunque per la fine di una civiltà, il conte Károlyi scrive che, mentre lo aveva vissuto, non aveva percepito la sua importanza, perché «in quel momento, “quel momento” non era ancora diventato “quel momento”». Anche per Fabrizio del Dongo la battaglia di Waterloo, mentre egli la sta combattendo, non esiste ancora. Nel puro presente, la sola dimensione in cui peraltro si vive, non c’è storia ; in nessun istante c’è il fascismo o la rivoluzione d’ottobre, perché in quella frazione minimale c’è solo la bocca che inghiotte saliva, un gesto della mano, uno sguardo che si posa sulla finestra. Come Zenone negava il movimento di una freccia scagliata dall’arco, perché in ogni istante essa era ferma in un punto dello spazio e la successione di istanti immobili non poteva essere movimento, così si dovrebbe dire che non la successione di quegli attimi senza storia crea storia, bensì le correlazioni e le aggiunte apportate dalla storiografia. La vita, diceva Kierkegaard, può essere compresa solo guardando indietro, anche se dev’essere vissuta guardando avanti – ossia verso qualcosa che non esiste..

  7. Pingback: I treni del Tempo. W.G. Sebald e Claudio Magris | Asterismi letterari

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