I DONI DELLA VITA – IRÈNE NÉMIROVSKY

I doni della vita
Irène NÉMIROVSKY, I doni della vita (tit. orig. Les Biens de ce monde), traduz. Laura Frausin Guarino, p. 232, Adelphi, Collana Biblioteca Adelphi, 2009, ISBN 9788845923616

Per me, che i libri di Irène Némirovsky li leggo oggi, è difficile se non impossibile non tener conto, durante la lettura, del momento storico in cui essi furono scritti e del tragico destino personale dell’autrice.

Questo I doni della vita, ad esempio, venne scritto negli anni della seconda guerra mondiale quando la furia antisemita era al suo culmine e la Némirovsky, ebrea che viveva in Francia sin da bambina ma cui la Francia non aveva mai concesso la cittadinanza dovette accettare di pubblicare il suo scritto sul giornale di destra Gringoire, dove uscì a puntate tra aprile e giugno del 1941.

Irène ed il marito (anche lui ebreo), con due bambine piccole da mantenere, avevano un disperato bisogno di soldi.

Irène Némirovsky non poteva più firmare con il suo nome, perciò il romanzo venne pubblicato con la dicitura “romanzo inedito di una giovane donna” e solo nel 1947, cinque anni dopo la deportazione di Irène ad Auschwitz dove, già malata di asma, era morta di tifo, venne pubblicato in volume.

I doni della vita è una saga famigliare strutturata in trenta capitoli nei quali, attraverso la storia di tre generazioni di Hardelot — ricchi borghesi di provincia e proprietari delle omonime Cartiere — vengono ripercorsi trent’anni di storia di Francia, dagli inizi del Novecento a quelli della seconda guerra mondiale che vedono l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi. L’ultima parte del libro è scritta dunque mentre gli eventi narrati si stanno svolgendo.

Gli Hardelot vivono a Saint-Elme, sono molto ligi alle regole di classe, molto attenti a mantenere la loro indiscussa rispettabilità ed il prestigio di cui godono da parte di tutta la cittadina.

Nell’universo familiare degli Hardelot, dominato dalla figura del vecchio patriarca Julien, i valori dominanti sono quelli della solidità, della rispettabilità, del denaro in quanto strumento indispensabile per consentire che tutto, di generazione in generazione, si tramandi di padre in figlio. I matrimoni vengono combinati privilegiando l’appartenenza alla stessa classe sociale e la consistenza della dote che la futura moglie potrà portare per mantenere e possibilmente aumentare il patrimonio della famiglia.

La filosofia è quella del mantenimento dello status quo ante, ogni cambiamento o deroga dai valori e principi considerati sacri ed immutabili non viene preso in considerazione nemmeno come possibilità.

Tutto questo pensa soddisfatto il vecchio Hardelot — il patriarca — durante un pranzo di famiglia:

“… un profondo senso di stabilità e di sicurezza gli colmava l’animo. Era sicuro di sè e di tutto ciò che lo circondava: la casa era solida, ben costruita, ben salda sulle fondamenta; l’impresa prosperava; la famiglia gli obbediva, il denaro era investito in titoli di Stato. […] sapeva quello che pensavano, quello che facevano i contadini, gli operai, i figli. Sapeva quello che avrebbero fatto, quello che avrebbero pensato in futuro. In lui e attorno a lui tutto era tranquillo, indistruttibile”

Ma ecco che in questo universo familiare così placido avviene la prima rottura: Pierre, figlio unico ed unico erede del patrimonio familiare all’ultimo momento si rifiuta di sposare la donna a lui destinata da nonno e genitori e si sposa per amore.

La storia di Pierre ed Agnés è quella di un amore che attraversa tutto il romanzo — dall’estate del 1910 sino alla seconda guerra mondiale — superando ogni sorta di drammi privati e pubblici.

Ma a stravolgere il mondo degli Hardelot non c’è solo il gesto il Pierre: la guerra, i bombardamenti che radono al suolo l’intera cittadina di Saint-Elme e la casa di famiglia, l’esodo di massa per fuggire all’invasione dei tedeschi… sono tanti, e drammatici, gli stravolgimenti che si susseguono con un ritmo sempre più incalzante.

Charles Hardelot, il padre di Pierre, si guarda attorno mentre durante la prima guerra mondiale fugge con la famiglia da Saint-Elme bombardata dai tedeschi e non si riconosce più nel mondo in cui vive:

“Da che mondo è mondo, a difendere la sua incolumità, la sua libertà, i suoi beni, c’erano sempre state le leggi, le convenzioni sociali, le abitudini. E lui non poteva credere che adesso, di punto in bianco, queste leggi, queste convenzioni non valessero più, fossero state abolite”

Questo tema del cambiamento è, io credo, il leit motiv principale del romanzo, una sorta di “basso continuo” che accompagna le vicende dei protagonisti.

“Alla fine — rifletteva riprendendo il filo dei pensieri — che tutto resti uguale per me o per gli altri che importanza ha? L’essenziale è che esista in sé” pensa Pierre.

Ma, sembra voler dire la Némirovsky raccontandoci la storia degli Hardelot, la classe media francese è solida, non si lascia destabilizzare, riesce comunque a reagire.

Pierre ed Agnés (ed il loro figlio Guy) riescono persino ad assumere e metabolizzare la necessità del cambiamento, a dimostrarsi adattabili riuscendo a non farsi travolgere

“Pianificavano il futuro senza fretta, con cautela, a suon di piccole frasi reticenti, prudenti, come un bambino costruisce un castello di carte trattenendo il respiro. Ma il bambino sa che il castello è fragile; loro, invece, da bravi borghesi, erano sicuri del loro domani. Nonostante le spaventose crisi che imperversavano in Europa, nonostante i disordini sociali, le guerre, il retaggio della sicurezza loro ce l’avevano nel sangue.”

Per Charles Hardelot i doni della vita erano “Tante responsabilità, tante angosce, tante prove”

Suo figlio Pierre e la moglie Agnés riescono però, con la forza del loro sentimento, a difenderli, questi ” doni della vita” perchè, pensa Agnés “i doni della vita lei li aveva riposti nel granaio, e tutto l’amaro e il dolce della terra avevano dato i loro frutti”.

Questo romanzo, che forse non è tra gli “imprescindibili” della Némirovsky presenta però (a parte l’altissima qualità della scrittura su cui ormai credo sia proprio superfluo dilungarsi ancora) alcune particolarità che vorrei sottolineare.

E’ il primo testo tra quelli da me letti  di questa autrice in cui non compare nemmeno una volta la parola “ebreo” ed in cui il tema dell’ebraismo e dell’antisemitismo non viene  nemmeno accennato.

Narrando la storia di tre generazioni di una francesissima ricca famiglia della borghesia di provincia la Némirovsky dà prova, come sempre, di una acutissima capacità di analisi sociale e psicologica ma descrivendo, come si suol dire, “vizi e virtù” degli Hardelot e pur non facendo ai suoi personaggi alcuno sconto e sottolineandone debolezze e meschinità a me è sembrato di cogliere nella descrizione di questo spaccato di borghesia una sostanziale ammirazione per la tenacia, il pacato coraggio con cui vengono affrontate e superate avversità di ogni genere.

Ammirazione, in altre parole, per la sostanziale “solidità” di queste persone.
E forse anche  —  chissà  — un pizzico di  (affettuosa)  invidia.

Infine il romanzo si può leggere anche — come d’altra parte è stato notato da più parti — come una sorta di “prova generale” del capolavoro incompiuto che è Suite francese (la cui stesura sembra che la Némirovsky portasse avanti in parallelo) e questo in particolare per quanto riguarda le due scene di esodo presenti nel romanzo.

Nella prima gli Hardelot fuggono da Saint-Elme durante la prima guerra mondiale, nella seconda assistiamo all’esodo dei parigini che abbandonano la capitale davanti all’avanzata nazista durante la seconda guerra mondiale — “Quel giorno, i più prudenti lasciarono Parigi fin dal mattino. Pioveva a dirotto.”, è l’incipit del capitolo.

Questo esodo  costituirà, come sappiamo,  il tema principale di tutta la prima parte di Suite francese.

Tornando a quanto ho già detto all’inizio: se penso che Irène Némirovsky scriveva delle tragedie della guerra e dell’occupazione nazista della Francia in tempo reale e “in presa diretta” mi è impossibile leggere questo romanzo senza farmi condizionare da emozioni e riflessioni che vanno ben oltre la qualità letteraria del testo.

I doni della vita, scritto in un momento così drammatico per la vita della Francia e dell’autrice, una donna apolide braccata dalla furia antisemita e alla quale la sua amata Francia non aveva dato alcun aiuto, nemmeno concedendole il pur esile filo di speranza che avrebbe potuto rappresentare la concessione della cittadinanza, è tuttavia — ed incredibilmente — un romanzo sostanzialmente ottimista. Ha persino un lieto fine.

Mi ha sempre profondamente impressionata, nei libri della Némirovsky scritti ed ambientati durante la guerra, la totale assenza di odio.
Nelle sue pagine troviamo amarezza, delusione,  scoramento.

Mai,  però, una sola parola di odio.

Voglio chiudere il post con un passaggio in cui Irène, “voce fuori campo” riflette sulla guerra e sulla morte:

“La gente aspettava la guerra come l’uomo aspetta la morte: sa che non le sfuggirà, gli sia concessa soltanto una proroga. “D’accordo, verrai, ma aspetta un po’, aspetta che abbia costruito questa casa, piantato quest’albero, fatto sposare mio figlio, aspetta che non abbia più voglia di vivere” (p.150)

Ad Irène Némirovsky, che di voglia di vivere ne aveva tanta, la guerra e la morte non concessero alcuna proroga.

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9 risposte a I DONI DELLA VITA – IRÈNE NÉMIROVSKY

  1. utente anonimo ha detto:

    Come sempre precisa e puntuale Gabrilù; e come sempre grazie dei tuoi “ragguagli” letterari. Ho letto tempo fa ” Il calore del sangue”: ho avuto l’impressione di un romanzo “minore”, rispetto ad altri letti di questa autrice ( e naturalmente in primis Suite francese). La tenuta stilistica ed espressiva è sempre ineccepibile, una buona lettura comunque. Mi piacerebbe leggere ” Vin de solitude”: ne sai qualcosa? A presto.
    Paola

  2. notterrante ha detto:

    della Némirovsky ho letto “un bambino prodigio” e l’ho trovato sublime, con una forte componente ebraica, ricco di poesia, pieno di contrasti (un giorno mi deciderò a fare un post).
    ho ordinato Suite française, scritto in lingua originale (trovo che le particolarità stilistiche si possano approfondire solo nei testi in lingua originale. Basti pensare agli orrori nelle traduzioni di Proust e Flaubert, poi il testo, nel complesso, passa sempre). guarderò anche il film…

  3. gabrilu ha detto:

    Paola
    No, non ho letto Vin de solitude, e non ho letto nemmeno Chaleur du sang
    Immagino siano ottimi, come lo sono tutti i libri della N. (poi, certo, ci sono quelli più buoni e quelli meno buoni, quelli che ciascuno di noi sente più vicini e quelli meno vicini, come è normale che sia).

    notterrante
    Lo leggerò molto volentieri, il tuo post su questo “bambino prodigio”

    Sul leggere i libri in lingua originale: ovviamente hai ragione, ma non sempre si conosce la lingua in cui essi sono stati scritti, ed allora che fare? Rinunciare del tutto oppure affidarsi ad una (buona, si spera) traduzione?
    Io a volte mi affido, a volte rinuncio. La decisione dipende da tanti fattori…

    La componente ebraica presente nei libri della N., dici.
    Bell’argomento.
    Anzi: bellissimo.
    Dirò di più: ***spinosissimo***.
    Su cui glissa la maggior parte dei lettori e delle lettrici che si profondono in grandi sviolinate sui suoi libri.
    Glissano perchè il rapporto della N. con l’ebraismo — uno dei temi principali della sua opera — è molto travagliato, ambivalente, sofferto e dunque è argomento spinoso assai, difficile da affrontare.

    D’altra parte, succede così anche con Proust: tutti a sdilinquirsi sui biancospini e sulle toilettes di Madame Swann ed a glissare alla grande sui lati oscuri ed infernali della sua vita e della sua opera. Dimenticando che sono proprio quei lati oscuri che costituiscono il motore profondo del suo capolavoro letterario.
    Ma sto divagando…

    Film, dici? Di che film parli? Stanno facendo un film su un libro della N.?
    Non ne so nulla. Illuminami, ti prego.
    Ciao e grazie 🙂

  4. utente anonimo ha detto:

    “un bambino prodigio” è stato pubblicato dalla casa editrice Giuntina, che si occupa di libri riguardanti la religione ebraica. Non ho letto altri testi della Némirovsky, però ho avvertito nel racconto che ho letto un rapporto ambiguo con l’ebraismo. è come se accettandolo lo rifiutasse. non dico che l’archetipo della religione possa spiegare un testo, però contribuisce a renderlo più oscuro. perché Ismaele si è suicidato? la religione ebraica, come il cristianesimo, eccetto il buddhismo, condanna tale gesto. Ismaele si suicida dopo il discorso (altrettanto ambiguo) del barin, che considera il “genio” un dono di Dio. Inoltre Baruch, cognome di Ismaele, è il participio passato maschile presente del verbo Barach, che vuol dire benedire. C’è forse un legame? Non ci hanno insegnato che i grandi scrittori non scelgono a caso nome e cognome dei loro eroi? Sono solo domande… Comunque la sua scrittura di luci e ombre mi ha affascinata.

    Considero le traduzioni un mezzo per avvicinare le culture. Sarebbe bello leggere tutti i libri in lingua originale, ma è impossibile. Mi accontento del francese…

    Dai romanzi della Némirovsky sono stati tratti due film: Le bal (Wilhelm Thiele) e David Golder (Julien Duvivier).

    Per quanto riguarda Proust, e tanti come lui, credo che i brani più famosi siano anche quelli più accessibili. La diversità risiede nel farli propri.

    Grazie a te per questi post…
    Buona serata

  5. utente anonimo ha detto:

    ops…non ero loggata…

    notterrante

  6. oyrad ha detto:

    Anche io ho letto “Un bambino prodigio”: è un piccolo gioiello. Tra l’altro l’ho dovuto leggere chiuso fuori dalla porta di casa, seduto sull’orlo di una fioriera, in attesa che tornassero i miei con le chiavi per entrare 😦

  7. annaritav ha detto:

    Ultimamente l’ho un po’ trascurata, tutta presa da un’altra donna, assolutamente diversa, ma per altri versi affascinante: Elizabeth von Arnim. La lettura del tuo post mi ricondurrà sulla buona strada verso la Némirovsky. Grazie e a presto, Annarita.

  8. gabrilu ha detto:

    notterrante
    Concordo in pieno su quello che dici a proposito del rapporto tra la N. e l’ebraismo.

    I film: hai ragione, quello di Duvivier (David Golder) lo conoscevo, tant’è che ne avevo pure accennato nel post in cui parlavo del libro.
    Ignoravo invece che anche da “Il ballo” fosse stato tratto un film.
    Grazie 🙂
    Oyrad
    che bello, il quadretto di te che leggi “seduto sull’orlo di una fioriera” 🙂
    Ciao!
    Annarita
    Elizabeth von Armin è sicuramente una donna che merita attenzione. Sia come scrittrice che come persona. Hai ragione

    Roberto
    Ti ringrazio moltissimo per la segnalazione del vostro post su Magris, l’ho immediatamente inserito nel blog roll e spero siano in molti ad andarlo a leggere.
    Ciao 🙂

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