L’ULTIMO DONO – SÁNDOR MÁRAI

Sandor Marai
Sándor MÁRAI, L’ultimo dono. Diari 1984-1989 (tit. orig. Napló 1984-1989), a cura di Marinella D’Alessandro, p.236, Adelphi, Collana Biblioteca Adelphi, 2009, 9788845923913

San Diego, California. Il 21 febbraio 1989 Sándor Márai si spara un colpo di pistola. Ha 89 anni.

Nato nel 1900 a Kassa, una piccola cittadina dell’ Alta Ungheria che oggi appartiene alla Slovacchia, nel 1948 aveva definitivamente scelto la via dell’esilio ed aveva abbandonato la sua amata Ungheria per non sottostare al regime filosovietico e dopo una breve permanenza in Europa si era trasferito negli Stati Uniti dove aveva vissuto per circa trentanni in California.

Questo libro è il diario che dal 1984 al 1989 raccoglie i pensieri degli ultimi anni della vita di questo grandissimo scrittore ungherese. “Corre l’anno al quale è intitolato il romanzaccio di Orwell”, è la prima annotazione che leggiamo, data 7 gennaio 1984.

Gli ultimi anni di Márai sono costellati di lutti.

Il 4 gennaio 1986 muore l’adorata moglie Lola, la sua compagna di vita, diventata tutt’uno con lui nei 62 anni del loro matrimonio.

Márai, mezzo cieco ed anche lui con gravi problemi di salute assiste la moglie nella sua lunga malattia (“Ma quanto ci metto a morire?” sono le parole che lei ripete incessantemente durante la lunga agonia), e non si stacca dal suo capezzale.

Durante i terribili mesi della malattia Márai scrive poco sul diario. Le annotazioni sono scarse, ma tutte dedicate a Lola.

Sono annotazioni commoventi e strazianti.

L’autore di Le Braci, de L’eredità di Eszter, il creatore di tanti indimenticabili personaggi femminili scrive di Lola oramai quasi cieca e devastata dalla malattia:

“È altrettanto bella, a ottantasette anni, di quanto lo era da giovane – in modo diverso, ma è bella. Non so fino a quando reggeranno le mie forze, ma vorrei rimanere con lei, aiutarla, curarla fino all’ultimo istante”

“Questa bellissima donna, di una bellezza che la vecchiaia ha nobilitato, fisicamente è ancora di una integrità stupenda. Ma dentro di lei è saltata la corrente” e subito dopo, ricordando e citando una frase del suo romanzo Le braci, scritto tanti anni prima:

“Che la vita imiti la letteratura certe volte corrisponde al vero. Per esempio ‘Del fuoco non sono rimaste ormai che le braci”

L’ultimo dono che avrebbe voluto sarebbe stato di andarsene con lei:

“Siamo coetanei, abbiamo vissuto una vita completa (ottantasei anni), se il destino avrà pietà di noi, ce ne andremo entrambi contemporaneamente: sarebbe l’ultimo dono“.

Dovrà assistere invece alla morte di Lola e, dopo averne disperse le ceneri nell’Oceano, continuare un’esistenza ormai svuotata di senso.

Nel 1985 muore Gabor, l’ultimo dei suoi tre fratelli, il più giovane. Il 23 aprile 1987 muore improvvisamente, a soli quarantasei anni, János, l’amato figlio adottivo.

Sándor Márai negli ultimi anni della sua vita, segnata dai lutti, è solo ed isolato: “Quasi tutti coloro ai quali ero legato da un vincolo personale sono morti, crepati”. Si allontana da tutto, anche dalla letteratura, ma non dai suoi diari, fedeli compagni fino alla vigilia della morte.

Il succedersi dei giorni è scandito ormai solo da brevi ma intense annotazioni che si rivolgono essenzialmente alla faticosa conquista di un quotidiano, al tentativo di dare senso al momento e alle azioni di un presente che gli appare sempre più estraneo…

L’ultimo dono è un’estrema confessione in cui Márai mette a nudo il suo cuore, formula bilanci esistenziali, è di fatto un vero e proprio testamento autobiografico in cui alle dolorose riflessioni sulla vecchiaia, la malattia e la morte si fondono anche molti dei temi più cari allo scrittore ungherese.

Annota lucidamente tutti i segnali di decadenza del suo corpo e della sua mente, ed il 1° luglio del 1986 scrive:“Devo ancora mettere ordine nelle giornate come meglio posso, barcollando, mezzo cieco; ma la mia non è più vita, sono soltanto i preparativi per la partenza. E in questa condizione non vi è nulla di angoscioso: l’unica cosa che mi preoccupa è di riuscire a farla finita, prima che sia la situazione a finirmi”.

“La malattia” dice “è una dimensione spaziale, così come il tempo” e la morte “è vicinissima, se ne avverte l’alito, l’odore. E questa familiarità non suscita allarme, anzi, è quasi tranquillizzante”.

E poi “C’è qualcosa di indiscreto nel vivere più a lungo di quanto sia conveniente. Come quando i padroni di casa si scambiano un’occhiata sopra il capo dell’ospite: ma quand’è che se ne va?”

Un mese dopo la dispersione nell’oceano delle ceneri di Lola, Márai aveva acquistato una pistola. Quattro mesi dopo si era iscritto a un corso per imparare a usarla. La sua più grande preoccupazione era che qualche imprevisto potesse impedirgli di decidere lui il momento della “partenza” (“Se i miei occhi peggiorano chissà se riuscirò a trovare la pistola nel cassetto”)

Il 15 gennaio 1989, le ultime righe del diario: “Aspetto la chiamata alle armi, non la sollecito, ma non la rinvio neppure. È giunto il momento”.

Il 21 febbraio, si spara un colpo di pistola alla tempia.

I pensieri dello scrittore ungherese contenuti in questi Diari si fanno dunque sempre più cupi e tristi ma ci regalano anche riflessioni sul mondo contemporaneo e sulla letteratura.

Márai non scrive più romanzi ma dice: “Non scrivo, non leggo, ma a volte sogno che sto scrivendo qualcosa. In sogno le righe scorrono come quelle di un testo proiettato sullo schermo. E le righe hanno un senso, la scelta delle parole è corretta, la composizione è piena di vita. Non sono ‘io’ a scrivere tutto ciò, è qualcosa che accade dentro di me”. E ancora: “la via di ritorno dalla vita alla morte è oscura, brancolo dal nulla verso il nulla e lungo il percorso, ogni tanto, una parola, un concetto risplendono come lucciole nella buia foresta”.

Anche prima del definitivo volontario abbandono dell’Ungheria nel 1948 Márai aveva trascorso gran parte della sua vita a girare l’Europa.

“Uomo dai molteplici esili”, come lo definisce Gianni Contessi nella presentazione del volume di André Reszler Budapest. I luoghi di Sándor Márai di cui ho già parlato >> qui, Márai aveva vissuto anche Berlino, Parigi e, in Italia, a Salerno.

Ma nonostante il suo amore per i viaggi ed il suo cosmopolitismo Márai si è sempre sentito “scrittore ungherese”.

“Patria mia bella, lingua ungherese, che mi rimanga conservata fino all’ultimo istante”

Non mancano in queste pagine estreme e sconvolgenti, annotazioni soprattutto sulla letteratura ungherese di cui lo scrittore legge ogni notte i suoi poeti più amati ma anche su Conrad, Santa Caterina da Siena, Henry James, Marx, Dostoevskj, sull’esilio e sul bilinguismo.

Rifiutò l’aureola dello scrittore in esilio: volle essere sempre e soltanto uno scrittore “ungherese”. Non scrisse dunque mai in inglese, il che non favorì la sua popolarità all’estero, anche se fu circondato da rispettosa ammirazione.

Mantenne sempre i contatti con l’Ungheria, ne leggeva le riviste, seguiva i nuovi autori. In patria la sua fama era consolidata, ma egli rifiutò l’offerta di pubblicazione dell’opera omnia fino a quando ci fossero soldati russi in Ungheria.

Nelle pagine di questi Diari l’intreccio tra annotazioni saggistiche e note relative alla propria vicenda personale è strettissimo e la forza evocativa della scrittura straordinaria.

L’ultimo dono è un libro bellissimo ma straziante, straziante ma bellissimo, che contiene pagine estreme e sconvolgenti, lucide e commoventi.

Un libro sul quale ho esitato molto a scrivere perchè ci sono testi dei quali si ha quasi il pudore di parlare.

Ho letto L’ultimo dono appena arrivato in libreria, e cioè circa due mesi fa. Per poterne scrivere ho dovuto in qualche modo metabolizzarlo, prenderne, per quanto possibile, le distanze.

E’ questo anche il motivo per cui ho preferito dare più spazio di quanto faccio di solito alle citazioni testuali: ho pensato fosse giusto lasciar parlare soprattutto Márai.

Di una cosa però sono assolutamente certa: lasciandoci queste pagine, lasciandoci “con” queste pagine, Márai ha lasciato a noi lettori il suo più splendido “Ultimo dono”.

  • Il libro >>
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11 risposte a L’ULTIMO DONO – SÁNDOR MÁRAI

  1. utente anonimo ha detto:

    E’ da tempo che adocchio questo libro, quando entro in qualche libreria. Non sapevo decidermi, perché devo confessare che sono un po’ diffidente nei confronti dei diari, cioè della mia capacità di leggerli in profondità. Mi è capitato raramente, con Florenskij, Pavese e Cvetaeva, ma insomma eccezioni..
    Ma questo post che hai scritto sul diario di Marai ha definitivamente dissipato le mie incertezze. Del resto Marai è proprio uno che sta lassù nei piani alti delle mie preferenze.. 🙂
    Bartleboom

  2. stephi ha detto:

    commovente anche la tua esposizione, grazie gabriella!
    molto interessante quest’ultima rivelazione circa il suo rifiuto di scrivere in qualsiasi altra lingua che non l’ungherese, perché modifica radicalmente il concetto “patria” che penso vada effettivamente collocato più nella lingua madre che non nei luoghi.
    ecco perché penso sia indispensabile che la prima offerta da fare a chi approda in un paese straniero (che è un tema così carico di dolore ed incredulità in questi giorni!) sia di poter imparare la lingua!
    non so se vi è capitato di poter vedere la puntata di Presadiretta di Iacono domenica scorsa, ma lì lo dice un signore venuto dal Marocco nel lontano ’73 e insediatosi a Novellara: la lingua, la lingua è la cosa più importante!

  3. stephi ha detto:

    P.S.: ecco la puntata integrale di Presadiretta!

  4. stephi ha detto:

    P.S.: ecco la puntata integrale di Presadiretta!

  5. utente anonimo ha detto:

    I libri di Sandor Marai me li sto accumulando in libreria come una formichina.

    Arriverà il loro momento.

    Ciao
    Angelita

  6. stephi ha detto:

    ecco, con un po’ più di calma volevo anche dirti che mi è piaciuto tanto l’impedimento iniziale tuo che ti ha fatto attendere nel riferire di questo libro. conosco bene quel pudore che t’investe in alcune letture e parlandone ti sembra di “tradire” l’intimità dell’autore.
    personalmente trovo che questo “pudore letterario” sia uno di quei legami fortissimi e incisivi tra lettore e scrittore.
    grazie di questa “confessione” che mi ha commossa quanto il contenuto del thread.
    P.s: l’ho comprato oggi stesso 🙂

  7. gabrilu ha detto:

    Bart non ho molto da aggiungere a quello che ho già scritto nel post.
    Sono certa che non potrai rimanere indifferente, alla lettura di questo testo

    Stephi
    Grazie, sono contenta se sono riuscita a trasmettere in qualche modo l’emozione che si prova nel leggere queste pagine.
    Grazie anche, come sempre, per il link alla puntata di Presadiretta 🙂

    Angelita
    Conosco ancora poco i tuoi gusti letterari, però penso che Marai possa piacerti parecchio

  8. voltandopagine ha detto:

    (a proposito di grandi ungheresi, penso ti faccia piacere dare un’occhiata qui – soprattutto al commento di mercoledì, 9 settembre 2009 alle 12:10 am di Massimo Maugeri)
    🙂

  9. gabrilu ha detto:

    voltandopagine
    Si ho visto. Anche se ti sei dimenticata di mettere il link, ho scovato egualmente il post che mi hai indicato, ho capito che doveva trattarsi del blog Letteratitudine di Massimo Maugeri.
    Lotta al coltello tra la Szabò, Bolano e Roth, eh? 🙂
    Beh, almeo lì la lotta è fra colossi, e chiunque vinca è cmq un grande scrittore…

  10. voltandopagine ha detto:

    ops… la solita sbadata, mi dispiace.
    già, bellissima terna, la penso esattamente come te.
    Gloria

  11. salvator rosa ha detto:

    Prima della permanenza salernitana negli anni ’80, Màrai ha vissuto cinque anni a Napoli, tra il 48 e il 52, con orgoglio dico che mio nonno lo conobbe.

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