DUE OCCHI AZZURRI – THOMAS HARDY

Thomas Hardy Due occhi azzurri
Thomas HARDY, Due occhi azzurri (tit. orig. A pair of blue eyes), traduz. Maria Felicita Melchiorri, p.480., Fazi Editore, Collana Le Porte, 1999, ISBN: 888112114X, ISBN-13: 9788881121144

Due occhi azzurri si svolge nell’Inghilterra della piena età vittoriana, ha per scenario una sperduta canonica di campagna e descrive il triangolo amoroso tra la giovanissima Elfride Swancourt — figlia orfana del curato — e due corteggiatori.

Elfride non è una bellezza appariscente ma ha due occhi “azzurri come la distanza autunnale, come l’azzurro del cielo che si vede tra i profili sfuggenti delle colline e dei pendii boscosi che si perdono nella lontananza di un’assolata mattina di settembre.”

La ragazza si innamora di Stephen, un giovane architetto le cui umili origini non garbano al padre, il quale non solo nega il suo consenso al matrimonio ma proibisce alla figlia di continuare a frequentare il ragazzo.

Stephen decide allora di partire per l’India dove spera di far fortuna, riscattare così la sua nascita ed ottenere finalmente in questo modo il consenso del curato al matrimonio con Elfride.

Prima della partenza però i due giovani decidono di andare a Londra e sposarsi segretamente. Elfride fugge di casa, ma appena arrivata a Londra assieme a Stephen si pente della decisione presa. Stephen, se pure addolorato, comprende il suo ripensamento. I due ragazzi tornano indietro. L’assenza da casa di Elfride non è stata notata, tra i due giovani non è successo nulla e tutto potrebbe filar liscio.

Sono stati però visti nella carrozza del treno dalla madre di un ex innamorato di Elfride morto di dolore perchè la ragazza lo aveva respinto e questa donna — che la morte del figlio ha reso quasi folle — potrà in qualunque momento ricattare Elfride.

Elfride sa di non aver commesso nulla di male, ma sa anche che se il suo breve viaggio a Londra sola con Stephen diventasse di dominio pubblico verrebbe subito etichettata come una “ragazza perduta”.

Stephen parte per l’India. Durante la sua assenza ed a seguito di una serie di eventi arriva come ospite nella canonica un altro uomo, Knight.

Knight è un intellettuale maturo, molto rispettabile, appartenente alla buona società londinese. E’ stato per un certo periodo una sorta di tutore di Stephen ma non sa nulla della storia d’amore tra i due giovani. Si innamora di Elfride ed Elfride si innamora di lui. Knight però è un uomo tutto d’un pezzo, non ha mai amato né baciato una donna e di contro non accetterebbe mai di non essere lui il primo uomo della donna che scegliesse per moglie.

Elfride questo lo capisce bene e, per paura che lui l’abbandoni non si decide a raccontargli la sua pur innocentissima relazione con Stephen.

Gli avvenimenti precipitano, il “caso” (o per meglio dire il “fato”, come sempre avviene in tutti i romanzi di Hardy) fa in modo che gli avvenimenti prendano una brutta piega ed Elfride (“una ragazza impulsiva e incoerente, trascurata nella sua vita interiore dal suo unico genitore” e nella quale “l’inesperienza […] guida il desiderio convulso”) sarà alla fine l’unica vera vittima della storia mentre i due uomini, che se la sono contesa e se la contendono sino all’ultimo, usciranno tutto sommato indenni dalla vicenda.

Due occhi azzurri è un romanzo fosco ed in cui alcune delle scene più importanti sono ambientate in luoghi altamente simbolici.

Uno di questi è la torre di una chiesa in rovina sulla quale Elfride si diverte a camminare terrorizzando Knight che la rimprovera per la sua incoscienza ma l’ammira per il suo coraggio

A pair of blue eyes (Pasquier)

Un altro luogo-chiave è una scogliera a strapiombo sul mare

A pair of blue eyes (Pasquier)A pair of blue eyes (Pasquier)

Ma il luogo più significativo è una buia ed opprimente cripta funebre in cui si svolge una lunga e fondamentale scena del romanzo.
E’ forse proprio questa cripta che meglio simbolizza ed incarna, con la volta di pietra che incombe, il senso più profondo della storia narrata da Hardy.

A pair of blue eyes (Pasquier)

Questa cripta sembra infatti in qualche modo rappresentare l’oppressione della rigidissima morale vittoriana che pesa su questa fanciulla dagli occhi azzurri, di un “azzurro nebbioso e ombroso, senza principio né superficie, da scrutare in profondità e non, semplicemente, da guardare”

Due occhi azzurri, uno dei primi romanzi di Hardy, pubblicato nel 1873 e solo da pochi anni edito in Italia affronta i temi della passione amorosa e della gelosia.

Per chi abbia già letto tutti gli altri romanzi di Hardy, certamente molto più maturi e meglio strutturati di questo è comunque molto interessante riconoscere sia nel tema principale della gelosia che nella giovane, ingenua, bella e un po’ volubile Elfride una sorta di “prototipo” di quella che in seguito sarà Tess dei D’Uberville, l’indimenticabile protagonista del capolavoro di Hardy, scrittore detestato da Henry James, molto amato da Virginia Woolf ed apprezzato da Marcel Proust che lo cita nel suo epistolario e ne Alla ricerca del tempo perduto.

Due occhi azzurri, anche se alla luce di quelli che saranno i romanzi più maturi di Hardy (da Giuda l’oscuro a Via dalla pazza folla a Il Sindaco di Casterbridge) può apparire ancora acerbo ma è comunque di scorrevole e piacevole lettura.

E’ necessario però operare un continuo sforzo di contestualizzazione rispetto ad usi, costumi e valori dominanti dell’età vittoriana perchè altrimenti alcuni passaggi della vicenda potrebbero suscitare in lettori di oggi qualche sorrisino di incredulità…

La maggior parte dei romanzi di Thomas Hardy venne pubblicata per la prima volta in feuilleton con puntate mensili su riviste letterarie inglesi ed il primo di questi romanzi fu proprio A pair of blue eyes, pubblicato sul Tinsley’s Magazine tra il settembre 1872 luglio 1873.

Come avveniva in questi casi, le puntate contenevano illustrazioni che per questo romanzo di Hardy furono realizzate da James Abbott Pasquier.

Queste che ho inserito nel post le ho prese da quella vera miniera che è il ricchissimo sito Victorian Web

  • Thomas Hardy >>
  • Thomas Hardy su Victorian Web (in inglese) >>
  • Il libro >>
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15 risposte a DUE OCCHI AZZURRI – THOMAS HARDY

  1. utente anonimo ha detto:

    L’ho riletto, proprio recentemente, e la rilettura mi ha confermato la prima impressione di alcuni anni fa: troppi messaggi nascosti, troppo simbolismo,  che complicano lo scorrere della storia.
    In alcuni tratti mi sembra di rinvenire il primi cenni del "flusso di coscienza ", un accenno al postmodernismo che (con Fowels) caratterizzerà il romanzo inglese del secondo novecento; naturalmente in forte contrasto con gli aspetti – mai dimenticati – dell’epoca vittoriana.
    Di Hardy preferisco, di gran lunga, le poesie.

    Elisabetta

  2. gabrilu ha detto:

    Elisabetta/Lismor,
    non ho alcuna difficoltà a credere che le poesie di  Hardy siano  meglio dei suoi  romanzi (anche se il fatto che  Hardy  sia diventato un  long seller per i romanzi e non per le poesie forse  — dico  forse — significherà pur qualcosa. O no?).

    Il problema mio personale  sta nel fatto  (detto tera-tera  e con una sola  "r")  che  mio inglese non è all’altezza di un approccio diretto  e proficuo  alle poesie di  Hardy.

    Per i romanzi: bah. Certo. Per goderne, bisogna  davvero storicizzarli e contestualizzarli,  sennò  si sghignazza. Specialmente di questi tempi  di escort&Co.

    Però  sono a volte   i testi  apparentemente  più lontani da  noi che ci aiutano a capire tante cose   (anche) di noi.

    Che ne pensi?

    P.S. C’entra ma non c’entra: proprio i questi giorni pensavo che  forse non è in-significante che il miglior film su Tess dei D’Uberville, e cioè la storia di una  ragazzina  stuprata ed uccisa barbaramente  sia stato realizzato da Roman Polanskj.

    Che circuiti perversi,  che fornisce la vita.

    Vabbè, mo’ sto andando alla deriva, chiedo scusa.

     

  3. utente anonimo ha detto:

    Sicuramente Tesse è un libro che fa eccezione,  anche se rispetto alla denuncia sociale che questo e altri libri di Hardy rappresentano, io preferisco "Jude l’oscuro", perché qui la denuncia ha sapore di universalità, rappresenta in fieri il fenomeno della disgregazione del sé, la consapevolezza del protagonista (il povero ai margini della società) di non appartenere al genere umano e di non esserne del tutto escluso. Prodromo del leit-motiv del mondo di oggi: chi non è accettato dalla società non è "visto" né, tanto meno, ascoltato.
    Tuttavia, le sue denunce  non  riescono a librarsi  completamente  perchè ancora ingabbiate nei tabù vittoriani, come accade per la giovane Tesse.

    Grazie di questa conversazione

    Elisabetta

  4. utente anonimo ha detto:

    ertta corrige:  Tess :(((

  5. gabrilu ha detto:

    Elisabetta
     mi pare di capire che   tu  "leggi" i romanzi di Hardy in chiave sociologica, di denuncia  para-politica etc.
    Va bene  così, ovviamente, e ci mancherebbe.
     I  grandi autori  sono lì per questo, proprio per essere letti  in tanti modi diversi.
    Solo i libri mediocri si prestano ad una lettura    monoculare  😉

    La mia lettura di Hardy infatti è diversa.

    A me piace  Hardy perchè nei suoi romanzi ritrovo la tragedia greca,  ritrovo  l’essere umano   che    può battersi e di-battersi   quanto gli pare,   ma  che   alla fine  della fiera    nulla può contro  "il caso",  "il Fato".

    L’essere umano di Hardy (come quello dei Tragici Greci)    è   il più delle volte  incolpevole portatore  di colpa  e   di   "ubris" anche    quando, come  nel caso di Elfride ( per non parlare di Tess  ma anche dei bellissimi personaggi maschili protagonisti degli altri  romanzi) è assolutamente innocente  e, mal che  vada, ingenua al limite della stupidaggine.

    Io, in altre parole, privilegio una lettura  di Hardy  non     legata   più di tanto  al tempo ed allo spazio.

    Per dirla proprio tutta, mi importa  molto poco del  vittorianesimo. Qui   abbiamo a che fare con il vittorianesimo, ma la vicenda di Elfride è facilmente    traslocabile/esportabile   in altre culture, in altri  paesi europei ed extra-europei  e il significato della  sua  vicenda non è che cambierebbe granchè

    La mia lettura di Hardy   privilegia  più   una visione esistenziale (non certo consolante, ohibo)   e paradigmatica del modo in cui gli esseri umani si trovano alle prese con la questione del libero arbitrio e  dell’ "essere padroni"  (o meno)  del proprio destino.

    Tragedia nel senso dei Greci, insomma.

    …Ma alla fine della fiera che ce ne importa, a noi, di tutto questo?  

    E’ da un pezzo che ho smesso di credere che la letteratura  e la comprensione di essa possa migliorare noi stessi e il mondo.

    Ma qui  apriremmo un altro capitolo  alquanto   tosto, dal titolo  "La funzione della letteratura".  Roba da far tremare le vene ai polsi, quindi meglio rimanere   ad Hardy

    Hardy c’è a chi ci piace e a chi non  ci piace.

    Ammè    mmme    piace…

    Ciao  🙂

  6. utente anonimo ha detto:

    Conosco i tuoi scritti e li apprezzo molto: perché tu presenti gli autori e i loro libri seguendoli da diversi punti di osservazione, al contrario di me che spesso mi fermo, quando non trovo il feeling giusto con la narrazione, alla "cosa" più evidente.
    Tragedia greca, sì sì, mi pare una giusta dimensione, per Tess,  Elfride, Jude e gli altri… Ed è vero anche ciò che dici  a proposito del fatalismo che permea tutte le storie del Nostro.

    Per rendere merito a  Hardy, e a mia discolpa,  posso affermare che il mancato feeling si è verificato con molti romanzieri, inglesi e non,  del ‘900, tranne poche eccezioni: non con la  Austen e con  Isherwood di Addio a Berlino, non con James e Joyce, tanto per fare un esempio. Forse perché gli altri mancano di <b>leggerezza</b>, quella "sottrazione di peso" che il buon Calvino si auspicava dai narratori in genere.

    Sono una inguaribile romantica: credo ancora, fermamente, che la letteratura, la comprensione di essa,  possa migliorarci :)))

    Al prossimo post (torno ad avere più tempo per leggere e commentare)

    El

  7. gabrilu ha detto:

    Elisabetta,   sono contenta che tu sia rientrata in pista e spero che riprenderai   a lavorare a pieno ritmo  al tuo blog
     

  8. annaritav ha detto:

    Prendo nota. Ho amato molto Hardy di Tess e Jude e ti ringrazio per la segnalazione di questa opera minore, ma non meno interessante, per quanto ho potuto capire leggendo il tuo ricco post.
    Buon fine settimana, Annarita.

  9. gabrilu ha detto:

    Annarita, questo di cui ho parlato è un buon  romanzo, che possiamo considerare  "di seconda scelta" solo perchè già conosciamo i grandi libri successivi. A proposito dei quali  mi permetto di consigliarti vivamente  — visto che hai apprezzato Tess e Jude — il Via dalla pazza folla e Il sindaco di Casterbridge.
    Ciao 🙂

  10. annaritav ha detto:

    Prendo nota. Via dalla pazza folla è una lettura di gioventù che va rispolverata, mentre Il sindaco di Casterbridge mi manca.
    Proprio ieri alla Feltrinelli ho scoperto che Due occhi azzurri è fuori catalogo :-/
    Si aggiunge alla già lunga lista dei pezzi da ricerca… salutissimi e a presto, Annarita 😉

  11. gabrilu ha detto:

    Annarita, purtroppo la Fazi   pubblica ottimi libri ed autori importanti   in edizioni molto curate. Però  appena finisce la tiratura stop, non ristampano e  il libro non si trova più.
    L’ho capito da poco, ma ora che l’ho capito  so come devo comportarmi.
    Mi è capitato già parecchie volte di cascarci  ed adesso, quando esce un libro di Fazi che mi interessa davvero   lo compero immediatamente anche se  non ho intenzione di leggerlo subito.
    Questo in particolare l’avevo in casa (ma solo per caso) da qualche anno.
    Ciao 🙂

  12. utente anonimo ha detto:

    Prendo nota della particolarità dei libri di Fazi e mi comporterò anch’io come Gabrilu.
    Ma possibile che nessuno abba letto Return of the Native di Thomas Hardy
    tradotto in italiano nel 1965 col titolo La Brughiera e che alla sua uscita fu accolto da uno splendido articolo di Citati nel quale faceva affermazioni molto simili a quelle di Gabrilu? E se qualcuno l’ha letto che ne pensa?
    Gabrilu come vedi sono passato al tu anche se resto molto impacciato nell’usare questo mezzo di comunicazione.
    Andrea

  13. gabrilu ha detto:

    Andrea
    La mia lettura de La Brughiera (o Il ritorno del nativo) risale ormai a troppi anni fa, ne ho un ottimo ricordo ma è giunto davvero il momento di    riprenderlo  in mano  ed anzi,  l’ho già tirato giù dallo scaffale.

    (Essì, proprio vero… I Grandi Autori non ti mollano mai e prima o poi tornano sempre  a morderti sul collo…Non te ne liberi mai,  sono peggio dei mosquitos….  )

    La mia copia   Garzanti ha  una bellissima introduzione di Attilio Bertolucci, mentre non ricordo di aver letto l’articolo di Citati di cui parli.

    Però chissà, magari   quell’articolo  ce l’ho ed  è contenuto in uno dei suoi volumi di raccolte.

    Cercherò,   scartabellerò.

    Apprezzo molto Citati e mi piacerebbe (ri)leggerlo,  quest’articolo su Hardy.

    Intanto grazie a te per l’input 

  14. utente anonimo ha detto:

    E’ inutile che tu scartabelli le raccolte di articoli di Citati pubblicate perchè quell’articolo è apparso solo sulle pagine de Il Giorno nel 1965. 
    Nella raccolta del 1972 Il Tè del Cappellaio Matto c’è però un articolo del 1970 dedicato a Tess dei d’Urberville.
     
    Colgo l’occasione per dirti che affascinato dai tuoi articoli su Grossman ho deciso anch’io di compiere questo lungo e impegnativo viaggio nella sua opera. Ho cominciato con la lettura de Le Ossa di Berdicev. Siccome poi mi ha intrigato il fatto che Vita e Destino ha una prima parte che quasi nessuno ha letto, ho fatto ricerche e ho scoperto che è stato pubblicata da poco in  francese dalla casa editrice Age de l’Homme. L’ho ordinato e intendo leggerlo prima di affrontare il capolavoro. Ma su Grossman penso che ci risentiremo più avanti.
    Andrea

  15. gabrilu ha detto:

    Andrea, grazie grazie  grazie della  preziosa  informazione  su Grossman!
    Mi sono fiondata immediatamente ed ho ordinato non solo Pour une juste cause ma anche  la raccolta delle novelle "La route" e  i "Carnets de guerre de Moscou à Berlin 1941-1945".  

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