L’AMATA – THOMAS HARDY

Thomas Hardy L'amata
Thomas HARDY, L’amata. Schizzo di un temperamento (tit. orig. The Well-Beloved. A sketch of a temperament), Traduz. Sara Donegà, p.250, Barbès Editore, ISBN 9788862940207

L’Amata è l’ultimo romanzo di Thomas Hardy; dopo questo, lo scrittore smise di dedicarsi alla narrativa e per i successivi trent’anni della vita si dedicò esclusivamente alla poesia.

Il protagonista del romanzo, Jocelyn Pierston, è uno scultore che per tutta la vita insegue un ideale di donna, “L’Amata”, che in quanto tale è inevitabilmente inafferrabile e sfuggente.

Jocelyn ne insegue le “incarnazioni” nelle donne di cui di volta in volta si innamora ma si rende conto che “ogni figura, ogni personificazione, è […] solo una residenza temporanea, nella quale è entrata, è vissuta per un periodo, e da cui è uscita, abbandonando nella sostanza, per quanto mi riguarda, un cadavere, purtroppo!”.

E così Jocelyn si innamora quando pensa che in un certo essere umano femminile concreto e vivente si sia incarnato lo “spirito dell’Amata”, l’Idea.

Ma tante sono le migrazioni dell’Amata, non si ferma in una sola donna, e così molti sono gli amori di Jocelyn.

All’amico che lo definisce semplicemente un incostante Jocelyn però replica vivacemente che “Sicuramente incostante non è la parola giusta! Incostanza significa stancarsi di una cosa quando la cosa rimane la stessa. Ma io sono sempre rimasto fedele a quella creatura sfuggente che non sono mai stato capace di trattenere […] e lascia che ti dica che il suo passare da una persona all’altra è stato tutt’altro che un piacere per me […] vedere la creatura che è stata fino ad allora perfetta, divina, perdere proprio sotto il tuo sguardo la divinità che l’aveva invasa, diventare comune, trasformarsi da fiamma in cenere […] è tutto eccetto che un piacere per qualsiasi uomo”

Jocelyn, ho detto, è uno scultore, e lo stesso ideale dell’Amata egli cerca di riprodurre nella pietra per “tradurre le sue effimere fantasie in forma perenne”.

Artista di successo, apprezzato dalla critica e noto a livello internazionale, Jocelyn non ha lo stesso successo nella vita amorosa.

Sono quattro le donne di cui successivamente si innamora perdutamente e tre di queste portano lo stesso nome (Avice), fanno parte della stessa famiglia e sono le donne di cui Jocelyn si innamora nelle tre fasi della sua vita (e nelle tre sezioni in cui è strutturato il romanzo): la prima Avice è quella dei suoi vent’anni e gli è più o meno coetanea,  poi   la figlia di questa, Ann Avice,  è quella dei suoi quarantanni (ed è ovviamente molto più giovane di lui) e infine la nipote Avice, l’amata  dei  suoi sessant’anni.

Con questa terza (ed ultima) Avice la differenza di età è ormai quella tra una adolescente e un uomo anziano; anzi, per i parametri del tempo, un vecchio.

Tutte e quattro le donne in un modo o nell’altro non corrispondono all’amore di Jocelyn    e lo abbandonano.

Jocelyn   crede ogni volta di essere lui a prendere l’iniziativa, si illude di poter sorvegliare, plasmare la mente di queste donne ma in realtà è lui che subisce e che si dimostra impotente rispetto alle loro scelte: la prima Avice non si presenta all’appuntamento, Marcia torna da suo padre, Ann Avice è già segretamente sposata con Isaac Pierston, Avice la terza, ultima della sua “passione genealogica” che procede da nonna a nipote fugge di casa, pur di non sposare l’ormai anziano Jocelyn.

Scenario principale del romanzo — tranne brevi soggiorni a Londra — è un’isola che Hardy chiama “l’isola degli Slingers”, un cuneo di pietra calcarea che si protende “come la testa di un uccello” nella manica unita alla terraferma solo da un sottile corridoio di sassi.

Piccolo e compatto mondo chiuso e sospeso come fuori dal tempo, l’isola è, con i suoi edifici e i suoi costumi quasi arcaici, come un corrispettivo dell’inafferrabile Amata.

Thomas Hardy Well Beloved

Queste simmetrie metaforiche non sono nuove, in Hardy. Proprio recentemente, leggendo Due occhi azzurri, avevo parlato di come i luoghi in cui lo scrittore fa svolgere le sue storie sono sempre altamente simbolici.

Cercando qualche notizia in più su quest’opera di Hardy ho appreso che esistono due versioni del romanzo: la prima fu pubblicata nel 1892, mentre ancora stava uscendo a puntate Tess dei d’Urbervilles, sulle riviste Illustrated London News e Harper’s Bazar, con il titolo The Pursuit of the Well-Beloved; la seconda uscì in volume cinque anni dopo, nel 1897, in una versione molto modificata con il titolo The Well-Beloved. A sketch of a temperament.

Non sono però riuscita, per la verità, a capire quali siano stati i cambiamenti tra l’una e l’altra versione, anche perchè questa edizione di Barbès presenta solo una brevissima ed abbastanza generica introduzione ed è priva di un apparato di note.

Peccato, perchè pare che di cambiamenti ce ne siano stati parecchi, ed alcuni sostanziali.

Thomas Hardy Well Beloved

Benchè, come sanno coloro che seguono questo blog, io apprezzi molto l’opera di Thomas Hardy, devo dire che questo romanzo non mi ha entusiasmata.

Per dirla proprio tutta, l’ho trovato abbastanza noioso.

Nonostante i temi principali siano la Bellezza e l’Arte, nonostante vi si parli molto d’amore, l’ho trovato un testo troppo cerebrale, cervellotico, amaro.

Certo, so bene che l’amarezza e il dramma sono delle costanti nell’opera di Hardy, ma qui siamo molto lontani dall’incandescenza di romanzi come Tess dei d’Uberville, Via dalla pazza folla o Giuda l’oscuro.

L’Amata mi è sembrato un libro molto freddo, poco coinvolgente, troppo filosofeggiante.

Troppo… “a tesi”.

Ci ho messo parecchio a finirlo proprio in quanto lo sentivo molto estraneo.

Eppure, questo romanzo mi ha interessata egualmente molto e per un motivo particolarissimo.

Ma di questo parlerò in un altro post…

  • Scheda del libro >>
  • Le immagini che ho inserito sono illustrazioni di Walter Paget per la prima versione del romanzo di Hardy, quella pubblicata nel 1892 con il titolo The Pursuit of the Well Beloved
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Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
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2 risposte a L’AMATA – THOMAS HARDY

  1. utente anonimo ha detto:

    Credo che il motivo particolarissimo sia stato il Suo grande amore per Proust che a proposito di questo libro scrisse:
    Je viens de lire une très belle chose qui ressemble malheureusement un tout petit peu (en mille fois mieux) à ce que je fais: La Bien-Aimée  de Thomas Hardy. Il n’y manque meme pas la légère part de grotesque qui s’attache aux grand oeuvres.
    Ne ‘La Prisionnière’ Proust aveva rilevato anche ‘le parallélisme entre La Bien-Aimée où l’homme aime trois femmes, et Les yeux bleus où la femme aime trois hommes’.
    Sono comunque abbastanza d’accordo sul Suo giudizio del libro.
    La seguo con interesse da pochi mesi. Inutile dire che sono arrivato a Lei tramite Marcel.
    Cordialmente.
    Andrea

  2. gabrilu ha detto:

    Andrea
    M’ ‘ha  colto  proprio con le mani nel sacco!
    Con le dita nel barattolo della marmellata!
    Ha rivelato chi è    l’assassino!
    Ed io che cercavo di metter su un feuilleton!  

    Ma ne riparleremo.
    Intanto, sono molto contenta  (anzi, contentissima)  di vedere che  c’è chi non solo conosce bene  l’opera di Proust  (epistolario compreso!)  tanto da individuare non solo specifici passaggi ma le connessioni e la rete di influenze  che stanno dietro alla sua opera in quello che potremmo  chiamare una sorta di back-stage

    In ogni caso, arrivederci spero e grazie 

    P.S. Non potremmo darci del tu? Non mi sento molto a mio agio, a dare e vedermi dare   del Lei   qui sul blog…

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