MAX OPHULS – LETTERA DA UNA SCONOSCIUTA

Lettera da una sconosciuta  Louis Jourdan

Lettera da una sconosciuta di Max Ophüls, tratto dalla novella di Stefan Zweig del 1922 della quale ho già parlato >> qui, è il secondo film realizzato negli Stati Uniti dal regista tedesco dopo il 1947.

In un’intervista rilasciata nel 1957 a Jacques Rivette e François Truffaut — allora critici ai Cahiers du cinéma — Ophüls ricorda le circostanze in cui riuscì a convincere il presidente della Universal Bill Goetz a produrre questo adattamento della novella di Zweig e come fece per incontrarlo:

“…Per potergli parlare in tutta tranquillità; sapevo quanto fosse difficile ottenere un appuntamento; e poi, c’è sempre il telefono che interrompe la conversazione. Ma c’è un bagno turco, allo studio, ed ho fatto in modo da prendere un bagno di vapore assieme a lui. Tutto nudo, sotto i getti di vapore, gli ho parlato della Lettera di una sconosciuta, gli ho detto che ero il solo regista al mondo ad essere capace di realizzare questo film, e lui mi ha risposto semplicemente, annuendo: “Why not”, e cioè “Perchè no”. E così…” (Rivette, Jacques, Truffaut, François. « Entretien avec Max Ophuls », Cahiers du cinéma n° 72, juin 1957)

E’ utile ed interessante — anche e forse soprattutto per chi già conosca la novella di Zweig — leggere

La sceneggiatura di Howard Koch e dello stesso Ophüls segue infatti, è vero, passo passo il racconto di Zweig, ma introduce anche alcuni dettagli che non sono affatto insignificanti.
Qui i personaggi hanno un nome, una precisa identità: lei si chiama Lisa Berndle ed è interpretata da una magnifica Joan Fontaine.

Lettera da una sconosciuta  Joan Fontaine

La lettera di Lisa è scritta su carta intestata del St. Catherine’s Hospital, ed a margine c’è l’annotazione di una suora:

“Questa lettera è stata scritta da una paziente che si trovava qui. Crediamo sia indirizzata a voi, perchè è il vostro nome che ha pronunciato prima di morire”…

Max Ophuls Lettera da una sconosciutaMax Ophuls Lettera da una sconosciuta

Lui si chiama Stefan Brand (Louis Jourdan).
Il nome Stefan come omaggio all’autore della novella?

Louis Jourdan

Non è uno scrittore ma un pianista. Probabilmente perchè la modalità espressiva di un musicista si presta maggiormente ad una rappresentazione cinematografica dell’attività di uno scrittore, chissà.

Di sicuro, le sequenze del film in cui Brand/Jourdan suona il pianoforte sono tra le più efficaci nel rappresentare la fascinazione che l’uomo esercita su Lisa.

Ma Stefan Brand, che da giovane era stato accolto nel mondo concertistico come grande promessa si rivela poi in realtà, con il passare degli anni, artista di mediocre talento.

Lettera da una sconosciuta  Max Ophuls
Lettera da una sconosciuta  Louis Jourdan

La Vienna fine Ottocento, completamente ricostruita negli studi hollywoodiani, insistentemente, manifestamente finta ed artificale risulta, grazie anche al bianco e nero della stupenda fotografia di Franz Planer magicamente suggestiva ed allegorica.

La sequenza di Lisa e Stefan seduti all’interno di un vagone del trenino del Prater mentre scorrono fondali di cartone, ad esempio, è da antologia e sembra alludere metaforicamente all’artificiosità ed illusorietà del loro stesso rapporto.

Joan Fontaine Louis Jourdan

In questa Vienna quasi sempre notturna Ophüls incastona un ritratto di donna innamorata — innamorata senza speranza — la cui delicatezza e malinconia, grazie anche alla straordinaria interpretazione di Joan Fontaine (non mi stanco di ripeterlo) raggiungono lentamente e inesorabilmente punte di grande lirismo, commovente e mai sdolcinato.

La macchina da presa percorre i corridoi delle case, marciapiedi di stazioni ferroviarie, sale le scale, passa dall’uno all’altro dei componenti questa coppia tra i quali c’è attrazione, fascinazione ma anche una irrimediabile incompatibilità.

L’intensità, la profondità del personaggio di Lisa è meravigliosa in tutto il film, ma forse sono due, le scene davvero indimenticabili.

Una è quella in cui vediamo Lisa tredicenne che sull’altalena nel cortile ascolta il suono del pianoforte arrivare dall’appartamento di Stefan mentre il vento scompiglia i suoi lunghi capelli biondi

L’altra è quella in cui tutto l’amore, la dedizione, l’adorazione di una Lisa ormai donna è espressa dagli occhi di Joan Fontaine.

Lettera da una sconosciuta  Joan Fontaine
Joan Fontaine

Gli occhi, gli specchi, il rispecchiamento (o il non-rispecchiamento) di sè nello sguardo dell’altro sono elementi importanti e ricorrenti, sottolineati e scanditi dalla simmetria di alcune sequenze.

Come ad esempio quella che, all’inizio del film, mostra la giovane Lisa che, in cima alla scala, vede Stefan Brand portarsi in casa la sua amante del momento e quella, verso la fine del film, in cui è la stessa Lisa ad entrare in casa al braccio di Stefan. Adesso è lei a rappresentare per il pianista Stefan Brand solo la piacevole avventura di una notte.
Anche il personaggio di Stefan (un eccellente Louis Jourdan) è disegnato in modo molto raffinato e ricco di sfumature e questo non è da sottovalutare, perchè la frivolezza è forse più difficile da esprimere che l’amore devoto ed appassionato di Lisa.

Lettera da una sconosciuta  Max Ophuls
Lettera da una sconosciuta  Max Ophuls

E adesso, dopo ben due post dedicati a questa Sconosciuta, posso finalmente dichiarare che se focalizzo l’attenzione sulla storia d’amore e sui due personaggi della coppia, è decisamente al film di Ophüls che vanno le mie preferenze.

Può forse sembrare paradossale, ma gli elementi introdotti nella storia dal regista-sceneggiatore fanno si che essa risulti molto più sottile e struggente di quanto appaia nella novella.

E, sempre rispetto alla storia, sono convinta che il particolare del duello di Stefan Brand con il marito di Lisa sia il vero colpo di genio della sceneggiatura perchè assegna all’uomo un bisogno di riscatto finale che finalmente dà un senso all’amore di questa donna che non gli è più sconosciuta ma che adesso rivive pienamente nel suo ricordo come “Lisa”.

Sugli aspetti che invece trovo notevoli nella novella di Zweig mi sono già espressa nel post a lui dedicato.

Tornando al film, voglio chiudere con queste parole di Georges Sadoul:

“Come nelle opere più belle di Ophüls, l’apparente leggerezza nasconde pessimismo e tristezza, una tenerezza vicina alla crudeltà. La scenografia è rimasta celebre come una delle imprese più difficili e intensamente poetiche della Hollywood di quegli anni.”

(Georges Sadoul, da Dizionario dei film, Firenze, Sansoni, 1968 >>)

Joan Fontaine Lettera da una sconosciuta Ophuls

Letter from an Unknown Woman (1948), regia di Max Ophüls, tratto dal racconto Brief einer Unbekannten di Stefan Zweig, Sceneggiatura Howard Koch,Max Ophüls,
Principali interpreti e personaggi: Joan Fontaine (Lisa Berndle), Louis Jourdan (Stefan Brand), Marcel Journet (Johann Stauffer), Art Smith (John), Mady Christians (Signora Berndle), Carol Yorke (Marie)
Fotografia: Franz Planer, Montaggio: Ted J. Kent, Musiche: Daniele Amfitheatrof
B/N, 86 min., USA, 1948

  • Il DVD >>
  • Scheda del film su imdb >>
  • Max Ophüls >>
  • Il film su YouTube (in inglese) >>
Lettera da una sconosciuta
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Informazioni su gabrilu

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14 risposte a MAX OPHULS – LETTERA DA UNA SCONOSCIUTA

  1. carloesse ha detto:

    Mi ricordo che a Ophuls RAI 3 dedicò una rassegana di film in anni remoti (ai suoi albori, e io ero un ragazzino) curata da Vieri Rizzini. Ricordo vagamente "La Ronde", forse un po’ anche questo "Lettera di una sconosciuta": Ma dovrei rivederlo, e questo post me ne ha fatto venre una gran voglia. Vedo che c’è un DVD e cercherò di procurarmelo.

  2. gabrilu ha detto:

    Si, il DVD esiste, carloesse.
    (io il film me lo sono scaricato  da Internet, ma non lo dire  nessuno, ohibò, Che la cosa resti tra noi   )

    Per farsi piacere  questo film,  è necessario  contestualizzarlo e storicizzarlo  abbondantemente.

    Altrimenti c’è rischio che possa   banalmente  passare  per  "pappetta melodrammatica".

    …Ma  qualcosa   mi dice   che  tu saprai guardarlo nel modo giusto

    Ciao e sempre grazie

  3. utente anonimo ha detto:

     Quello che mi colpì di questo film (visto un paio d’anni or sono)  fu sia la bravura dell’attrice Joan Fontaine (come da te giustamente rimarcato) che la tonalità malinconica che pervadeva l’intera storia. Le occasioni mancate; la possibilità di riscattarsi quando veniamo finalmente a sapere qualcosa che in passato ignoravamo; la possibilità di ri-conoscersi (altra parola chiave, come da te giustamente notato anche per la novella di Zweig da cui Ophuls ha tratto il film) dopo tante sviste, o "accecamenti" volontari…ecco, tutti questi temi mi hanno fatto apprezzare il film. Non siamo solo quello che abbiamo fatto, ma anche quello che avremmo voluto o potuto fare in passato. Un messaggio che ritrovo nel Dostoevskij de "Le notti bianche", o nel Marias di "Domani nella battaglia pensa a me", o nel Nabokov di "Ada o ardore"…e mi fermo qua, sennò sembra la lista della spesa (o degli accostamenti infiniti).
    Thank you so much, Gabrilù! 
    Rendl

  4. utente anonimo ha detto:

    Sono perfettamente d’accordo nell’osservazione che – confrontando il film con il testo narrativo – si finisce per votare a favore dell’opera di Ophüls. Nell’antica querelle sugli adattamenti cinematografici, questo è uno dei casi che dimostra come i film possano migliorare il testo cui si rifanno – e non il contrario come in genere si afferma. Anzi si potrebbe dire che questo è uno di quegli esempi che mostrano quanto il lavoro letterario sia debitore nei confronti della trascrizione cinematografica, senza la quale probabilmente non ne staremmo più a parlare oggi.
    Ho ritrovato nel post un’analisi documentata e puntualissima, della quale sono grato come frequentatore del blog
    Una riflessione a parte merita il personaggio della sconosciuta e appunto la forma del suo sentimento amoroso. È invecchiato – o come si dice: datato – il tipo di donna che rappresenta o piuttosto la specie di amore che incarna? Ecco il problema. L’amour fou, appunto. Non a caso, nel tuo commento citi Stendhal. Dico “non a caso” perché stiamo parlando della massima espressione dell’amore romantico. Tra i tempi dell’autore di De l’amour e noi ci sono stati tanti cambiamenti, è vero, ma in mezzo ad essi c’è pure una diversa concezione dell’amore. Tanto che nella stessa espressione di “folle amore” per noi l’accento batte piuttosto sul lato follia che su quello dell’amore. Provare per credere: “Endless love” di Ian McEwan, dove si avanza l’ipotesi secondo la quale, se non tutto l’amore, di certo l’amore senza fine non sia altri che una manifestazione della sindrome patologica dell’ossessione -. compulsione. Terribile, eh? Per essere normali, dunque bisogna essere superficiali. È la tesi del nostro tempo? Potrebbe essere il tema per un prossimo post, o no? Alessandro

  5. gabrilu ha detto:

    Rendl, più leggo,  più passa il tempo  e più quello che  tu chiami  "gli accostamenti infiniti" ed io chiamo "connessioni" mi interessa e non vedo perchè tirarsi indietro,  considerato che se da una  parte  nessun testo (in senso lato) è una monade appesa nel nulla,     dall’altra parte ciascuno di noi legge/interpreta un testo *anche* in virtù di testi precedenti che ha  letto, che conosce.
    Se dovessi sintetizzare il mio pensiero  (provvisoriamente) definitivo sul lavoro di Zweig e di Ophuls direi che privilegio il primo se considero centrale  il tema della scrittura e del conoscersi/riconoscersi  attraverso la scrittura, Ophuls se invece centro l’attenzione sulla storia d’amore e sulla questione dei rispecchiamenti…
    Ciao  🙂

    Alessandro, la sola idea di imbarcarmi in una discettazione sul tema "cos’è l’amore"  mi fa tremare   le vene ai polsi  
    Forse, più che affrontarlo di petto o a gamba tesa può risultare  stimolante cercare di capire le varie modalità con cui di volta in volta ci  viene presentato attraverso un romanzo, un film, un dipinto, un’opera d’arte in genere.
     
    Interessante, per esempio, questa tua notazione che parte dal libro di McEwan, che non ho letto (di McEwan conosco solo "Amsterdam" ed "Espiazione").
    Grazie anche a te per  il contributo  ed a presto spero  🙂

  6. utente anonimo ha detto:

    Vedere/immaginare un film attraverso i dettagli che hai evidenziato è un’esperienza interessante. In generale, le immagini aiutano a entrare nel cuore di una storia, ma più facilmente delle parole possono sfuggire anche agli occhi più allenati. Tu hai riportato non solo alcune immagini-chiave del film ma anche alcuni deliziosi "extra": la scena del bagno turco e la menzione di due critici d’eccezione. Quando un film è fatto bene ci si dimentica volentieri che ha alle spalle una solida "trama d’autore". 

    Gioacchino

  7. gabrilu ha detto:

    Gioacchino,  certo  hai ragione sull’importanza dei particolari in genere.

    E’ sempre molto difficile però — almeno, per quanto mi riguarda —  parlare  di un film perchè  per quanto importanti siano i "fermo immagine"  per mettere a fuoco un dettaglio, non  bisognerebbe mai dimenticare che il film è per sua natura una sequenza di immagini ***in movimento*** (altrimenti sarebbe fotografia) e bisognerebbe trovare, quando si parla di  un film,  non esagerare con i "fermo immagine" e trovare un giusto equilibrio per  non snaturare  lo strumento narrativo che comunque rimane, ripeto, basato sul movimento.

    Quando parlo di un film questo problema mi assilla sempre, e a volte mi sembra di restare dentro i limiti, a volte  temo di avere esagerato.
    Sono stata forse un po’ confusa, ma  spero di essermi fatta capire egualmente.
    Ciao  🙂

  8. utente anonimo ha detto:

    Cercando notizie sul libro e sul film mi sono imbattuto in questo blog, che ne è ricco, e in un articolo del quotidiano Terra. Ve lo propongo perchè offre un punto di vista del tutto diverso, e a mio guidizio, seppur breve, l’articolo è illuminante.
    http://terranews.it/news/2010/01/una-vita-d%E2%80%99amore-vissuta-tra-silenzio-e-indifferenza

    Come non pensare, tra l’altro, all’ultimo film di Marco Bellocchio, VINCERE?

    Buon fine settimana

  9. gabrilu ha detto:

    anonimo #8
    Grazie per la segnalazione. Sono andata a leggere   il bell’  articolo   del 07/01/2010 che hai indicato, ma per la verità non ho trovato sostanziali differenze, a proposito del libro di Zweig, con quanto  ho scritto io nel mio post  del 09/12/09, anzi,   ho trovato parecchie  singolari coincidenze

    In quanto al film di Bellocchio, non  posso dir nulla perchè non lo conosco…

  10. gabrilu ha detto:

    anonimo #8
    Precisazione per quanto riguarda il film di Bellocchio: mi sono espressa in maniera non chiara, dicendo  "non lo conosco".  Più correttamente dovrei dire che  so di  che parla etc. ma  non l’ho visto, e quindi non mi azzardo ad esprimere alcun parere.

    Sulla tragica  vicenda  di Ida Dalser,  "moglie segreta" di Mussolini  e del loro figlio finito in manicomio  avevo visto  anni fa la bellissima puntata  di "La Grande  Storia"  (Rai Tre)  ad essa dedicata.
     

  11. stelladineve ha detto:

    un film meraviglioso! Me ne sono imbattuta più volte nei libri del mio docente di storia del cinema, ma non avevo mai avuto occasione di vederlo.

    Concordo con te in ogni parola

  12. nicole ha detto:

    Libro letto e riletto,ma non conosco il film, devo dirlo.Certo che ora mi devo assolutamente procurare il DVD .Dopo quanto scritto da voi ogni cosa sarebbe superflua, oltretutto fuori luogo conoscendo solo il libro. Grazie !

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