IL CORSIVO E’ MIO – NINA BERBEROVA

Nina  Berberova

Ho letto per la prima volta Il corsivo è mio —- l’autobiografia che Nina Berberova scrisse tra il 1960 e il 1966 —- negli anni Novanta; l’ho riletta per intero in questi giorni e non solo il libro mi ha regalato lo stesso intenso piacere (perchè voglio dirlo una volta e non ripeterlo più: la Berberova scrive splendidamente e sa bene come catturare i suoi lettori) ma mi ha coinvolta, incuriosita ed intrigata anche molto di più.

I motivi per cui il libro mi ha interessata oggi coincidono però solo in parte con quelli di allora.

Buon segno: vuol dire da una parte che il libro regge, ancora dopo più di dieci anni, alla prova della rilettura e che, da parte mia, qualcosa nel frattempo ho imparato e che oggi in questo libro riesco a scorgere più di quanto fossi riuscita a trovare allora.

La Berberova è uno di quei personaggi la cui vita, ai miei occhi, risulta forse più appassionante della sua stessa produzione letteraria, che pure considero di alto livello.

Nina Nikolaïevna Berberova (1901-1993), poetessa, autrice di racconti e romanzi è, per nascita, donna dalla duplice origine:

“porto come un dono del destino quello della condizione per cui due sangui diversi, quello russo, settentrionale, e quello armeno, meridionale, si sono fusi in me”.

Nel 1917 suo padre, giudicato antirivoluzionario, è costretto a dare le dimissioni e a lasciare San Pietroburgo e a trasferirisi con la moglie e la figlia a Mosca.

Nina conosce l’esilio sin dall’adolescenza: benchè ancora molto giovane ha già cominciato a scrivere poesie e frequenta i circoli letterari moscoviti. Ma già durante l’estate del 1922 comincia l’espulsione di massa dell’ intelligencija e iniziano le repressioni sistematiche.

Nina abbandona allora Mosca e i genitori e, assieme al poeta Chodasevic lascia la Russia per Berlino.

Per tutto bagaglio, uno zaino e i libri di Puskin. A Berlino i due giovani si ritrovano con altri scrittori russi emigrati, tra i quali anche Pasternak. Nel 1924 raggiungono Gorkij a Sorrento, per molti mesi sono suoi ospiti, poi si trasferiscono definitivamente a Parigi.

Con il loro passaporto di apolidi la Berberova e Chodasevic non possono godere dei diritti dei lavoratori francesi e non possono lavorare nemmeno come operai.

“Declassata” come gli eroi dei suoi romanzi, nella Parigi dell’emigrazione e quella dell’Occupazione Nina sperimenta l’estrema povertà (nella misera stanza presa in affitto la coppia possiede solo una pentola, un piatto e due posate, ci si nutre di the e di burro) ma anche il lusso intellettuale.

Nina Berberova

Berlino, settembre 1923.
Da sinistra a destra, in piedi: Zajcev, Chodasevic,
Osorgin, Bachrach e Remizov.
Seduti: Nina Berberova, Muratov e Andrej Belyj

Perchè se da una parte la Berberova è costretta, per poter pagare l’affitto e mettere qualcosa in pentola, a darsi da fare lavorando in nero con ricami a punto a croce o infilando collane di perline d’altra parte frequenta i maggiori intellettuali russi del tempo presenti a Parigi e a Billancourt incontra la piccola gente dell’emigrazione russa che orbita attorno alle officine della Renault e che le fornisce spunto ed ispirazione per i racconti brevi delle Feste di Billancourt. Tutta la sua narrativa è costituita da storie fatte “di gloria, di miseria, di follia e di fango”, scrive lei al termine della sua autobiografia.

Tuttavia dovrà passare ancora del tempo perchè la sua opera venga conosciuta ed apprezzata.

La Berberova riconosce che, nonostante le privazioni le sofferenze, la rivoluzione l’ha liberata e che l’esilio l’ha temprata.

Nel 1932 abbandona Chodasevic (gli preparò un boršc che doveva bastare per tre giorni, gli rammendò tutti i calzini e poi se ne andò).

Trascorre tutto il periodo dell’Occupazione in campagna con il secondo marito ma poi, dopo la guerra, finisce anche il rapporto con Makeev (che però la Berberova indica nel libro sempre e solo con le iniziali). Delle cause di questa rottura, che si intuisce drammatica, la Berberova dice poco o nulla e al lettore non resta che cercare altrove, per saperne qualcosa di più.

Rimasta nuovamente sola, non sopportando più una Parigi che la guerra, i lutti, le partenze hanno spopolato di tutti gli amici russi di un tempo, la Berberova compie un’altra scelta radicale: andare a vivere negli Stati Uniti. Manhattan le appare come il simbolo di un nuovo slancio.

Lasciata nel 1950 la Francia per gli Stati Uniti, dopo sette anni in cui si barcamena facendo i lavori più diversi, la Berberova diventa docente di letteratura russa a Yale e poi a Princeton.

La ragazzina, che a dieci anni era indecisa se diventare un pompiere o un poeta, ci racconta dunque in questo libro — che si ferma, come ho detto, agli anni Sessanta — la storia di una vita movimentata straordinaria che attraversa un secolo tremendo e affascinante tanto sul piano storico che letterario.

E’ un’autobiografia, questa, piena di vita e di energia, dalla quale emerge una donna di grande intelligenza ed erudizione.

Formidabile testimone del proprio tempo, parlandoci del suo passato, la scrittrice ci fa conoscere la Russia alla nascita della Rivoluzione, le peripezie dell’emigrazione, Berlino, Praga, Roma, Venezia, Sorrento ed infine la Parigi degli anni ’20-’30 e quella della guerra dell’Occupazione; la miseria, le enormi difficoltà ed i pericoli sotto l’occupazione tedesca, e poi lo “spettacolo” che si presenta ai suoi occhi al suo arrivo negli Stati Uniti.

Nina Berberova è stata una donna forte ed energica, indipendente ed autonoma che, rifiutando il dualismo (“cucitura” è una delle sue parole chiave), ha sempre preferito una vita eccentrica ad una vita semplice divorata com’era da quella che lei stessa definisce “folle smania dell’azione”.

“Voler leggere, voler pensare, voler sapere” (p.23).

Questi sembrano essere i principi cardine della vita della Berberova, che sin dalle prime pagine del libro fa di tutto per darci ad intendere che questa sua autobiografia va letta come un viaggio attraverso la coscienza dell’autrice e come la descrizione di un processo di auto-scoperta ed autocoscienza.

“Consapevolezza” è un’altra delle sue parole d’ordine: consapevolezza nelle scelte di vita, capacità di decidere, capacità di adattamento ai capovolgimenti che la Grande Storia impone alle storie individuali.

Tutto il suo racconto è percorso da una grande, immensa “ansia di controllo”.

In questa mia rilettura ho apprezzato molto di più di quanto avessi fatto tanti anni fa molte parti del libro di cui allora avevo probabilmente sottovalutato l’importanza.

Gli anni non passano invano, per chi legge, ed oggi tanti nomi di personaggi russi che la Berberova cita soltanto o di cui parla abbondantemente mi erano, a quel tempo, quasi o del tutto sconosciuti. Sospetto, oggi, che ai tempi io abbia persino — orrore! — saltato interi capitoli…

Il libro è infatti anche una miniera di informazioni sulla vita all’interno delle redazioni delle riviste dell’emigrazione russa come la Sovremennye Zapiski.

Dieci anni fa le pagine dedicate a questa rivista mi annoiavano; oggi, dopo aver letto tanto di Nabokov e su Nabokov e sapendo che proprio su quella rivista di emigré Nabokov (Sirin) pubblicò i suoi primi capolavori me le sono invece godute immensamente.

Berberova delinea poi ritratti di moltissimi scrittori russi alcuni dei quali già all’epoca veri e propri “mostri sacri” ed altri che “mostri sacri” lo sarebbero ben presto diventati: (Tolstoj, Gorkij, Pasternak, Bunin, Achmatova, Cvetaeva, Belyj, Benois, Nabokov…)

Qualche assaggio:

Belyj: “Una persona che per tutta la vita aveva finto di essere più stupida, più ridicola, più pazza di quanto fosse realmente” (p.479)

Pasternak: “…Mi fece l’impressione di una persona dotata di ingegno, ma non matura. Rimase tale fino alla fine della sua vita […] il suo romanzo goffo, artificioso e non compiuto”

Bunin è presentato come uno snob ed un villano (vedi l’episodio del vaso da notte).

A Gorkij sono dedicate pagine particolarmente intense: lo scrittore russo è rappresentato come un despota con il quale non era facile discutere (“bisognava ascoltarlo senza replicare”) . La Berberova lo liquida scrivendo: “Le sue elucubrazioni cervellotiche non erano interessanti, la sua filosofia era priva di originalità, i suoi giudizi sulla vita e sugli uomini si fondavano su criteri a me estranei”. Lo dipinge come un credulone gabbato da Lenin e poi incastrato da Stalin.

Potrei continuare, perchè ce n’è per tutti, anche per Tolstoj.

L’unico che si salva è Nabokov, che la Berberova non finisce di descrivere che come un genio e del quale dice

“La tragedia per noi “minori” in esilio fu proprio la mancanza di uno stile nuovo. Nè io né i miei contemporanei eravamo in grado di rinnovare la scrittura. Soltanto il geniale Nabokov ci riuscì”

Nina Berberova

Nina Berberova a Princeton nel 1982


Questi ritratti sono molto spesso talmente ipercritici ed impietosi (Nabokov a parte) da avere attirato alla Berberova pesanti accuse da parte di esperti slavisti.

La Berberova è stata accusata di mancanza di veridicità, di aver messo insieme un mucchio di pettegolezzi, di aver scritto un libro pieno zeppo di errori fattuali, di aver messo giù una serie di ricordi filtrati da sete di vendetta e da invidia.

Il suo libro — è stato detto — non può esser considerato né un manuale sull’emigrazione russa né un libro di memorie .

Ettore Lo Gatto ricorda che quando Il corsivo è mio uscì furono in molti a deplorarne il tono e a persino giudicarlo un libro calunnioso.

Non ho certo le conoscenze e le competenze per entrare nel merito della diatriba che riguarda la veridicità a o meno di quanto la Berberova dice degli scrittori russi, però oggi, a questa mia seconda lettura del suo libro posso — senza per questo sminuire il valore che il libro ha, ai miei occhi — concordare sul fatto che, nonostante tutte le dichiarazioni programmatiche sbandierate nelle prime pagine in realtà la Berberova chiacchiera moltissimo di altri ma poi, gratta gratta ed alla fine della fiera parla molto poco di se stessa.

Preso atto di questo, e non crucciandomene più di tanto, mi sono interessata ad altre cose.

Qualche esempio.

La smitizzazione di quelli che ancora oggi da molti vengono chiamati “favolosi Anni Venti”:

“Che epoca spaventosa, tremenda, furono gli anni Venti e Trenta. Sulla carta d’Europa: Inghilterra, Francia, Germania e Russia. Un paese è governato da stolti, l’altro da cadaveri ambulanti, il terzo da scellerati e burocrati. L’Inghilterra si disarma; la Francia non riesce a mettere in pratica le sue decisioni, i nazionalsocialisti si riarmano avendo già annunciato pubblicamente i loro piani, tutto quello che faranno, senza che nessuno presti loro attenzione e dia loro credito […]”

Mi ha ricordato, in queste pagine, il memorabile paragrafo che Hans Magnus Enzensberger ha dedicato agli anni Venti della Germania all’epoca della Repubblica di Weimar in Hammerstein, o dell’ostinazione quando scrive “Resta un mistero, e non è giustificabile con l’ignoranza, né spiegabile con la mancanza di immaginazione storica, come i posteri abbiano potuto credere che gli anni Venti fossero davvero “dorati”, come vengono chiamati in Germania”

Il grande affresco che comunque dalle pagine del libro viene fuori sugli emigrati russi a Parigi (le pagine dedicate specificatamente alla “Parigi russa” degli anni Venti sono tra le più interessanti) e sui rivolgimenti del mondo del XX° secolo.

Le molte, appassionate pagine dedicate alla contrapposizione tra emigrati russi da una parte, intellettuali occidentali dall’altra: gli intellettuali francesi sono infatti entusiasti della rivoluzione russa e completamente ciechi di fronte alle sofferenze degli emigrati russi ed all’annientamento della loro letteratura.

La Berberova trova parole di rara ferocia quando parla dell’indifferenza, se non addirittura ostilità che mostrano molti intellettuali occidentali nei confronti dell’emigrazione russa (la stessa cosa scrive, lo ricordo per inciso, Nabokov nella sua autobiografia )

A quel tempo, in tutto l’Occidente neppure uno degli scrittori in auge si sarebbe schierato dalla nostra parte per denunciare le persecuzioni dell’intelligencija in Unione Sovietica, le repressioni, la censura, gli arresti, i processi la ferrea legge del realismo socialista che portava all’eliminazione fisica degli scrittori russi che non vi aderivano” (p.250)

Berberova fa nomi e cognomi, e l’elenco che compone va da Theodor Dreiser a Thomas Mann, da Paul Valery ad Hemingway a Virginia Woolf e a tutto il Bloomsbury.

Ma le parole più dure sono per George Bernard Shaw, Romain Rolland, Gide, Sartre e Jean Cocteau che

“idolo dei giovani scriveva “I dittatori stimolano l’insorgere di reazioni di protesta nell’arte, e senza protesta l’arte muore” (veniva voglia di domandargli: “E come la mettiamo con le pallottole nel cranio?”)”

Il corsivo è mio è un libro da leggere e rileggere. L’autobiografia di una donna comunque straordinaria che ha dovuto (e voluto) molte volte letteralmente cambiar pelle. Malgrado tre matrimoni ed otto professioni, la Berberova pensava sempre al domani, non si crogiolava mai nel passato. Una persona che non ha mai pensato di rifare il mondo ma di adattare se stessa al mondo anche quando questo comportava (come comportò) enormi stravolgimenti della vita personale.

Molte cose vengono dette, in questa autobiografia, ma molte vengono taciute.

Il vero motivo, ad esempio, per cui appena finita la guerra avvenne la drammatica rottura tra la Berberova ed il suo secondo compagno Makeev (si parla persino, nei confronti della Berberova, di voci di collaborazionismo con i nazisti). Oppure l’aver taciuto, nel libro, una bisessualità dichiarata, pare, soltanto nei Dialoghi sul letto di morte che, per quanto mi risulta, non sono stati ancora pubblicati.

Non trovo niente di strano in questo. Un’autobiografia non è detto debba dir tutto, e d’altra parte la stessa Berberova ha tenuto a precisare ne Il corsivo è mio:

“… Tengo ad assumermi la piena responsabilità di ciò che ho detto e anche di ciò che ho taciuto. Due regole mi hanno guidato nella loro redazione: una sincerità totale e la proccupazione di preservare la mia vita personale. La prima mi è stata ispirata dai miei contemporanei, la seconda da Epicuro”.

  • Nina Berberova >>
  • Il libro >>
  • Un contributo (molto) critico e molto interessante di Alessia Antonucci da scaricare in formato .pdf >>

Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
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17 risposte a IL CORSIVO E’ MIO – NINA BERBEROVA

  1. fuoridaidenti ha detto:

    Che bell’articolo, Gabriella! Grazie.

  2. utente anonimo ha detto:

    Io credo, come te, che Nina Berberova scriva splendidamente. E che soprattutto abbia la capacità, non comune ad ogni scrittore, e magari da alcuni scrittori anche aborrita, di farti entrare in casa sua mentre scrive. Intendo dire quel modo di scrivere che rende empatia.
    Non solo nel Kursiv, che potrebbe essere normale, essendo un’autobiografia. Penso pure ad altre opere, al "Giunco mormorante", al "Ragazzo di vetro", al "Capo delle tempeste", al "Male nero", a "Un figlio degli anni terribili".
    E poi credo sia una delle più interessanti e preziose voci del mondo emigré russi. E’ parziale? Certo. E’ poco accomodante? Sicuro. Certe cose se le è tenute per sè? E’ la prima ad ammetterlo.
    Però che voce vibrante! Che splendida donna di quegli anni.

    Bart
    PS: scusa la lunghezza, ma lo sai, con la Berberova mi lascio prendere la mano…🙂

  3. gabrilu ha detto:

    fuoridaidenti
    grazie a te 🙂
     
    Bart
    siamo d’accordo su tutta la linea, mi pare  
    In quanto alla lunghezza (?) del tuo commento… a me piace, quando, come dici tu "ti lasci prendere la mano" 

  4. Esterazy ha detto:

    Visto le tue letture, penso che tu conosca Osip Mandel’stam, le sue poesie
    ( splendide) e le sue prose ( anche belle) . Ma , a parte l’opera, è veramente appassionante leggere tutto ciò che riguarda la sua vita , anzitutto i due libri autobiografici della sua compagna , Nadezda, ( quello tradotto in italiano s’intitola "L’epoca e i lupi", il secondo si trova nella traduzione francese), le loro lettere, e tutta la documentazione biografica relativa.
    In italiano belle cose al proposito ha scritto anche la grande slavista  Serena Vitale. Non male anche il libro uscito qualche anno fa, anche se un po’ "leggero", La scienza degli addii, di Elisabetta Rasy.

  5. gabrilu ha detto:

    Esterazy
    conosco le vicende di Mandel’stam, ma non ho letto (e non credo leggerò) le sue poesie perchè  mi sento sempre molto a disagio a leggere poesia in traduzione.

    Ho in lista d’attesa L’epoca e i lupi della  moglie Nadezda ( l’ho ordinato proprio in questi giorni) e  sono rimasta molto colpita dai "ritratti" che di Nadezda hanno tratteggiato due scrittori diversissimi tra loro:   la giornalista americana  Martha Gellhorn (in "In viaggio da sola e con qualcuno")  che andò apposta a Mosca per incontrarla proprio perchè era rimasta  affascinata dal suo libro di  memorie e il russo Josif Brodskj in Fuga da Bisanzio.
    Leggerò sicuramente  L’epoca e i lupi  ma non so quando,  perchè  ho  in cantiere  anche  I racconti di Kolyma di Salamov, e con libri di questo tipo bisogna andarci piano, perchè sono libri splendidi ma terribili da leggere, e ci si deve anche   difendere un poco, sennò si rischia l’ossessione.

    Mi dici di più degli scritti su Mandl’stam di Serena Vitale cui hai accennato? Ammiro moltissimo   la Vitale  e se hai qualche altra indicazione   non potrò che  essertene grata. 

    Intanto ciao e grazie 🙂
     

  6. selva1 ha detto:

    Faccio tesoro di quanto ho letto.
    Mi manca (…e fosse lei sola).

    Grazie.

    clelia

  7. gabrilu ha detto:

    Clelia, mi fa piacere che apprezzi 😉
    Ciao!

  8. sabrinamanca ha detto:

    Dopo aver divorato Le mal noir, ora mi sono attaccata a L'accompagnatrice, e nel tuo post ritrovo molto di cio' che sto leggendo. Grazie ancora Gabri!

  9. gabrilu ha detto:

    Sabrinabenissimo, hai ancora tanti  bei  libri suoi da leggere:   Il giunco mormorante, gli altri racconti lunghi,  la biografia di Ciaikovskj  e —  ovviamente  —  questo Il corsivo è mio, che alla fine della fiera  è il libro della Berberova che preferisco in assoluto.Ciao e grazie per i ringraziamenti  

  10. aurora267 ha detto:

    non è la prima volta che incontro recensioni favorevoli su questa scrittrice a me purtroppo sconosciuta,mi sono incuriosita e affascinata dalla tua recensione

  11. gabrilu ha detto:

    aurora 267"affascinata" è  parola forte.Non esageriamo….E' pur vero, però,  che   mi ritroverei  molto contenta se con questo   mio  post fossi riuscita a far   venir voglia a qualcuno/a   di leggere  e/o approfondire  l'opera di Nina Berberova.Ciao e grazie 🙂

  12. utente anonimo ha detto:

    Letta questa biografia, felice di averla -finalmente- terminata. Solo che, avendola letta di seguito alla biografia dedicata ad Iréne Nemirovsky, mi sembra che qui ci sia, come dire una maggiore "aridità"- che so, naturalmente, derivare dalla diversa poetica e dalle diverse intenzioni della scrittrice. La formula "ansia di controllo" mi sembra in effetti molto appropriata. Sarà che io non ho mai amato quelli che passano sul cadavere degli altri in nome della propria felicità e della propria realizzazione. Resta il fatto che questa biografia ci regala pagine preziosissime e struggenti, come quelle dedicate alla fine di Chodasevic, o le lettere di Gorkij, di Kerenskij, di Ivanov. Resta il rimpianto- per noi lettori, naturalmente- per il molto "non detto" che si può solo intuire, congetturare, presupporre; , del resto questo qera l'intento stesso dell'autrice, che come dichiara espressamente nelle ultime pagine, lascia a noi il compito di completare il sillogismo.

    Dragoval

  13. gabrilu ha detto:

    Dragoval
    Il libro  *** sulla*** Nemirovsky  di cui parli   è una  biografia.
    Il libro  *** della *** Berberova  è un'autobiografia.

    Sembra una quisquilia, ma la differenza è fondamentale.

    C'è gran differenza, io credo, tra ciò che un  biografo può azzardare scrivendo di un'altra persona e ciò che un persona si sente di scrivere/rivelare  di se stessa.

    Personalmente,non ho alcun problema a  criticare un biografo relativamente ad aspetti e particolari del suo/o biografato/a  che  decide di omettere o smussare.

    Mi viene più difficile "rimproverare" chi scrive la propria autobiografia  di avere rivelato troppo o troppo poco di  se stesso…

    Non so se rendo l'idea.

    Ciao 🙂

  14. utente anonimo ha detto:

    Avevo riflettuto anch'io sulla differenza (biografia vs autobiografia), e sulla tua possibile obiezione (che mi aspettavo!) ma credo proprio che la differenza tra le due autrici sia- a prescindere da questo- sostanziale.E' sul ritratto che ne viene fuori che ho delle riserve. So che la Berberova ha dichiarato di non volersi prendere troppo sul serio ( e che quindi anche questa biografia va presa con beneficio di inventario), ma…
    E poi il mio non è un rimprovero all'autrice ( sarei davvero becera a credere di potermelo permettere), ma, ripeto, un gudizio sul "ritratto" di donna che ne viene fuori. Ed è tra i due "ritratti", non tra le due opere, che ho inevitabilmente, forse a torto, fatto il paragone. A parte questo, sono felice di aver letto questo libro  (quasi) non meno che la biografia della Némirovsky.
    Un saluto😉

  15. gabrilu ha detto:

      Dragoval
    Confesso che sei riuscita a mandarmi in confusione: la mia testa fa  un rossiniano   bum-bum… 

    Non riesco a capire che cosa dovrei accostare/paragonare: gli autori delle biografie/autobiografie o gli autori biografati/autobiografati? 

    OK, OK…
    Forse dovremmo prima metterci d'accordo su quello che  dovrebbe costituire  la  "pietra del paragone",   per dirla con il   nostro  (e mio molto amatissimo assai)  Gioachino Rossini 

  16. utente anonimo ha detto:

    Se può semplificare le cose, sappi che il mio discorso vale  quale che sia la pietra di paragone, ovvero che si vogliano coniderare la costruzione delle biografie di per sé sia i ritratti delle due autrici. .. .Insomma, per dirla più semplicemente sono rimasta un po' delusa – dal personaggio e dal libro, e mi è dispiaciuto, perché soprattutto dopo le prime pagine le mie aspettative erano altissime. Ma immagino che il problema sia mio, naturalmente…
    Un saluto
    ps su Rossini sottoscrivo in pieno

  17. letizia montalbano ha detto:

    bello! Grazie…anch’io ho letto i suoi libri tanto tempo fa e dopo questo scritto credo li riprenderò…

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