IN LOTTA CON LA VERITA’. LA VITA E I SEGRETI DI ALBERT SPEER – GITTA SERENY

Gitta Sereny

Albert Speer e Gitta Sereny a colloquio nel 1978
© Don Honeyman

Gitta Sereny, giornalista e scrittrice che, come lei stessa scrive “[ha] passato gran parte della [sua] vita a studiare l’impotenza morale che oppresse la Germania di Hitler” ha lavorato per dieci anni alla redazione di un libro su Albert Speer, architetto e Ministro per gli Armamenti di Hitler, condannato a Norimberga a vent’anni di reclusione nel carcere di Spandau.

Ne voglio parlare perchè si tratta di un libro veramente notevole — mi ha davvero impegnata a fondo, in questi giorni — che si sviluppa su molti livelli: è un commento critico dei due libri di memorie scritti dallo stesso Speer (il più celebre è pubblicato in italiano con il titolo Memorie del Terzo Reich) ma al tempo stesso ha qualcosa anche della saga familiare.

I personaggi del dramma infatti — la numerosa famiglia di Speer e le fedeli segretarie, in particolare Annemarie Kempf (la Sereny la definisce“donna di impeccabile integrità”) che avendo cominciato a lavorare con lui appena diciottenne gli rimase fedele e lo aiutò immensamente anche durante i lunghi anni di Spandau e fino alla morte di lui — sono costantemente presenti.

Gitta Sereny non perde mai di vista l’obiettivo principale che si è data: cercare di risolvere l’enigma di Speer, le sue scappatoie, la sua angoscia personale, la sua ossessione per lo sterminio degli ebrei. “Il fine principale di questo libro — scrive nell’introduzione — è stato imparare a comprendere Speer”.

A prima vista il libro sembra una biografia. In effetti lo è (anche), perchè si parla della nascita e della giovinezza del giovane Albert nella Germania tra le due guerre, poi della presa del potere — legale! — di Hitler e dell’ascesa folgorante di Speer che si distingue più che per il suo talento artistico — è architetto — per le sue enormi capacità organizzative. Un talento fenomenale che lo porterà ad avere in mano tutta l’economia di guerra del grande Reich.

Non ho certo intenzione — e non sarebbe possibile — raccontare o riassumere questo libro estremamente ricco e complesso, fittissimo di nomi, informazioni, avvenimenti, dati di ogni genere.

Quello che mi sembra importante segnalare è che si tratta di un libro che pur avendo al centro Albert Speer è un potente affresco del periodo più tragico del Novecento (europeo ma non solo) in una ricostruzione che vede l’ascesa di un giovane e brillante architetto in un paese in piena ricostruzione.

Figura particolarissima, quella di Albert Speer.

Nessun altro dirigente del Terzo Reich ha conosciuto un successo analogo al suo, e, per giunta, un doppio successo.

L’ascesa al potere di Hitler che, rapidamente, rimette al lavoro la Germania ottenendo un consenso sempre più dilagante in tutto il Paese significa per il giovane Speer, come per la maggior parte dei tedeschi, l’arresto di una crisi disastrosa che ha messo tutti in ginocchio.

Il giovane architetto appena laureato, ancora senza esperienza nè reputazione incontra per caso Hitler negli anni 30 e a poco a poco, per le sue capacità ma anche per uno strano gioco di seduzione diventa uno dei suoi favoriti, forse addirittura “il” favorito del nuovo padrone della Germania.
Sembra non avere opinioni politiche, c’è solo, fortissima, questa fascinazione esercitata nei suoi confronti da quest’uomo che nonostante l’iniziale disprezzo dimostratogli dall’aristocrazia ha rimesso in piedi la Germania, rimanendo completamente sedotto in un rapporto che Joachim Fest ha definito “un platonico rapporto omoerotico”.

Albert Speer con Hitler

Speer si ritrova, all’inizio con una piccolissima equipe, nel mezzo di questo maelstrom… Albert, gli altri architetti dello studio, le segretarie, sono giovani, brillanti, hanno orari e ritmi di lavoro pazzeschi, ma essi costruiscono, ricostruiscono… per loro Hitler è un genio.

Diventa l’architetto personale di Hitler, il depositario dei suoi più deliranti sogni di grandezza. Negli allestimenti delle grandi tribune dalle quali parla il Fuhrer, nella costruzione della nuova Cancelleria del Reich o nel progetto per la costruzione di una “nuova Berlino” Speer si fa traduttore di questa architettura colossale che con il passare degli anni si fa sempre più megalomaniaca.

Speer and Hitler

Albert  Speer e  Hitler
Nel 1942 Speer viene nominato Ministro per gli Armamenti e delle Munizioni (nel 1943 di tutta la produzione di guerra della Germania).

In questo ruolo Speer dispiega alla grande tutto il suo genio di tecnocrate e un enorme talento organizzativo mobilitando per la guerra totale le risorse dell’impero nazista giungendo al punto da scontrarsi con i Gauleiter e alla fine persino con lo stesso Hitler negli ultimi disastrosi mesi di guerra opponendosi al Fuhrer e rifiutandosi di obbedire ai suoi deliranti ordini di fare della Germania “terra bruciata”.

Bruno Ganz  Heino Ferch

Hitler (Bruno Ganz) e Speer (Heino Ferch)
nel film La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler
regia di Olivier Hirschbiegel (2004)

Speer non è un estremista nè un fanatico, durante la guerra gli uffici del suo Ministero utilizzano persino ebrei o persone ricercate. Speer è un amministratore, un organizzatore. Utilizza tutti i suoi mezzi, il suo talento, le sue capacità manageriali per rispondere ai bisogni della Germania in guerra… giungendo anche ad utilizzare — visto il disperato bisogno di manodopera determinato anche soprattutto dal fatto che la maggior parte degli uomini tedeschi è a combattere — prigionieri di guerra, persone internate nei campi di concentramento.

Lui ha bisogno di manodopera; ma chi (le SS) e con quali (brutali) mezzi gliela fornisce, in che condizioni vivono e lavorano queste persone (tra di loro ci sono sono anche donne e bambini) non è affar suo…

La consapevolezza di ciò che sta facendo comincia dal ’43 ma gli diviene veramente chiara solo nel 1944: il momento della crisi arriva quando trovandosi a visitare il campo di Dora si rende conto delle spaventose condizioni di vita dei prigionieri che, nelle caverne sotterranee costruiscono i missili di Von Braun. Rimane profondamente colpito da quello che ha visto e prova ad opporsi ad Hitler al punto tale che — dice — nel 1944 pensa persino di ucciderlo… ma non riesce ad affrancarsi dal fascino che Hitler esercita su di lui.

A Norimberga, Speer è il solo tra gli imputati che accetta il peso del male assoluto che ha consumato la Germania durante dodici anni. Questo gli salva la vita e durante i vent’anni di Spandau non fa che riflettere sulle sue azioni passate, scrivendo memorie ed innumerevoli lettere che riesce a inviare all’esterno con l’aiuto di alcune guardie compiacenti.

All’uscita da Spandau, nei suoi libri (in particolare in Memorie del Terzo Reich) regola i conti con l’uomo della sua vita, confessa il suo accecamento, ripete il suo mea culpa.

Allo stesso tempo, fa di tutto per dare di se stesso l’immagine di un tecnico apolitico risucchiato dal vortice di una dittatura criminale. Continua a ripetere di non aver saputo mai nulla dello sterminio degli ebrei ma che avrebbe potuto sapere e che per questo, ed in questo si riconosce colpevole.

“La domanda: che cosa aveva saputo dello sterminio degli ebrei? […] la sua risposta era sempre stata la stessa: avrebbe dovuto e potuto sapere, ma non aveva saputo” (p.752)

Bisogna credergli? Il lavoro della Sereny è importante perchè è quello di una storica che nel corso di molti anni di interviste e di colloqui con Speer lo mette di fronte alle sue molte contraddizioni. Egli sembra accettare e addirittura cercare questo lavoro di introspezione ma a volte si blocca. Sapeva?

Le pubblicazioni di Speer vengono accolte con enorme interesse e… dividono: Speer è odiato dai nostalgici nazisti della sua generazione che lo accusano di tradimento e di “sputare sulla mano di chi l’ha creato”, apprezzato dai giovani tedeschi, ma sempre e comunque incalzato con quell’unica, fondamentale domanda sulla quale tutti, prima o poi, vanno a parare e cioè: “E’ davvero credibile che uno nella sua posizione non sapesse nulla dello sterminio degli ebrei?”

La lunga ricerca di Gitta Sereny ha proprio per obiettivo quello di sondare e verificare questa tesi di “colpevole ignoranza”.

Nel dialogo con Speer durato parecchi anni e fino alla morte di lui nel 1981 si percepisce la simpatia ma anche l’assoluta mancanza di compiacenza.

Il risultato è un testo densissimo in cui ogni capitolo è introdotto da un estratto dagli atti del processo di Norimberga, un libro che più che una biografia è una sorta di analisi, un’istruttoria rivolta a giudicare un uomo più che volta alla comprensione di un processo storico.
E’ una  lettura che appassiona anche se ancora nelle ultimissime pagine la Sereny — che anche dopo la morte di Speer non ha smesso di intervistare testimoni dell’epoca e consultare archivi in Europa e in America — non riesce a dare una risposta definitiva.

Pagina dopo pagina Speer si rivela una personalità complessa che seduce e manipola con una sconcertante facilità, capace di depistare e di sviare in un labirinto di contraddizioni, di ammissioni parziali e di cose non dette, nel suo probabile rimorso.

Nonostante tutti gli sforzi di Gitta Sereny, Speer nella sostanza non va al di là di quello che afferma da decenni. Fino alla morte, afferma in ogni modo una colpevolezza “generale” e di principio per sfuggire ad ogni interrogativo sull’implicazione concreta e personale e sul ruolo effettivo da lui sostenuto nella tragedia.

“L’ambivalenza tra la necessità morale di affrontare il senso di colpa, lungamente represso, generato dalla terribile consapevolezza e il disperato bisogno di negarla — o bloccarla — fu il grande dilemma della sua vita, e lo dominò dal processo di Norimberga fino a poco prima della sua morte” (p.22)

Albert Speer 1978

Albert Speer alla Fiera del Libro di Francoforte del 1978 con il suo libro Architettura

 

La “lotta con la verità”, per riprendere il titolo, era al di sopra delle forze di un uomo del quale si potrebbe dire, nel migliore dei casi, che fu prigioniero della sua doppia riuscita. Lo Speer nazista aveva fatto passare come perdite e profitti i crimini di un regime che sprofondava nella disfatta perchè la curva discendente di questo regime coincideva con la crescita di potere dello stesso Speer. In quanto allo Speer del dopoguerra, il successo della sua tesi della “colpevole ignoranza” gli ha reso più facile evitare un serio esame di coscienza. Forse, in questo, ha rappresentato anche uno specchio in cui ha potuto riconoscersi tutta una generazione di tedeschi.

La mia opinione, alla fine di queste fittissime settecento e passa pagine è che Speer non abbia consentito a se stesso di “sapere”. Accollandosi un lavoro incredibile (per anni ha lavorato circa venti ore al giorno, senza quasi mai vedere la famiglia e i suoi numerosi figli) non ha pensato altro che ad organizzare e produrre, evitando accuratamente (consapevolmente o meno non è dato a nessuno saperlo) di interrogarsi sulle terribili conseguenze di molte sue decisioni e richieste: penso in particolare alla richiesta di sgombro degli alloggi di Berlino che guarda caso erano tutti abitati da ebrei e ad alle continue richieste di manodopera per le fabbriche di armamenti, richieste che venivano rivolte alle SS e che le SS soddisfacevano inviando a Speer centinaia di migliaia di deportati dai campi di concentramento).

Inoltre, anche se la Soluzione Finale veniva mantenuta più segreta possibile anche per gran parte delle più alte cariche dello Stato non è possibile che Speer, specialmente dopo la famigerata conferenza di Posen del 6 ottobre 1943 in cui Himmler pronunciò il suo terribile discorso in cui spiegava a chiare lettere il programma dettagliato dello sterminio, egli abbia potuto ignorare cosa stava accadendo e cosa sarebbe accaduto agli ebrei d’Europa.

Gitta Sereny scrive, verso la fine del suo libro:

” anche se forse non aveva saputo delle camere a gas prima di Norimberga e anche se, prima di allora, come mi disse, non aveva potuto raffigurarsi visivamente l’assassinio di intere famiglie, credo che dopo Posen — fosse o non fosse stato effettivamente presente al discorso di Himmler — egli fosse consapevole del genocidio degli ebrei, incluse le donne e i bambini, pianificato da molto tempo e quasi completato. E dunque, per quanto egli fosse lontano da questo eccidio sistematico, una volta che ne venne a conoscenza e tuttavia continuò a lavorare per Hitler, egli divenne un complice attivo del crimine” (p.769)

Il lavoro di ricerca, il rigore, il metodo con cui il lavoro di Gitta Sereny è stato condotto è straordinario. Ogni affermazione, ogni frase di Speer è messa sistematicamente a confronto con altre fonti (d’archivio, testimoniali) senza una presa di posizione aprioristica.

In lotta con la verità è libro affascinante su un’epoca orribile ed un uomo tanto potente quanto cieco, un testo che richiede pazienza e molta attenzione, ma decisamente appassionante e coinvolgente come e molto più di tanti romanzi.

Ghitta Sereny   Gitta Sereny

Gitta SERENY, In lotta per la verità. La vita e i segreti di Albert Speer (tit. orig. Albert Speer: his battle with the Truth), traduz. Massimo Birettari, Brunello Lotti e Maria Barbera Piccioli, p. 825, Rizzoli, 2009, ISBN 9788817028714

La foto di Gitta Sereny è © Don Honeyman

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20 risposte a IN LOTTA CON LA VERITA’. LA VITA E I SEGRETI DI ALBERT SPEER – GITTA SERENY

  1. Esterazy ha detto:

    Di Gitta Sereny è memorabile pure "In quelle tenebre" che riguarda
    Franz Stangl, ex-comandante dei campi di sterminio di Sobibor e di Treblinka.

    La stessa lucidità della Sereny, lo stesso appassionato e appassionante interrogarsi di fronte alla constatazione della "banalità del male."

  2. gabrilu ha detto:

    Esterazy, Gitta Sereny dice  di aver donato personalmente a Speer una copia di In quelle tenebre, con dedica  personale autografa.

    Conosco bene i contenuti del  libro, anche non avendolo letto  —  sempre per quel discorso che libri del genere si devono leggere  e a me, come hai capito,   interessa molto leggerli, ma  bisogna   distanziarli l'uno dall'altro sennò sono guai.
    Una questione di "igiene mentale".

    Io ho cominciato ieri  la lettura di un  altro libro, molto bello, che tratta  argomenti completamente diversi. Ebbene, nonostante  mi stia piacendo molto, ancora non riesco  distaccarmi e a prendere le distanze dal libro della Sereny,   mi accorgo che continuo a pensarci.
    Ciao 🙂

    P.S. Mi fa molto piacere vedere che non sono la sola a interessarmi a questo genere di letture. Grazie.

  3. Esterazy ha detto:

    …non solo un certo genere di letture, ma anche un certo modo di percepire e di vivere la lettura che s'intuisce affine al proprio…
    E' quello che ho provato leggendo il tuo blog

  4. amfortas ha detto:

    Non conosco questo libro, né mi sento, al contrario di altre volte, di dirti che lo leggerò.
    Il motivo è proprio quello che indichi tu, la difficoltà di staccarsi poi da ciò che si è letto.
    Probabilmente su di me incide molto anche la storia familiare, i racconti dei nonni e di altri parenti, ancora così vividi e presenti.
    Eppure mi sento a disagio, nello scrivere queste cose, come se m'arrendessi…non so se riesco a spiegarmi.
    Certamente sarebbe stato più facile per me passare e non scrivere nulla, prendilo per un atto di buona volontà🙂
    Ciao.

  5. stephi ha detto:

    ecco che ritrovo nel commento di amfortas la necessità di una distanza salvifica, e se anche probabilmente per motivi differenti sentiti condiviso e capito ma proprio profondamente, amfortas!
    e come se potessi indossare le tue parole, grazie per averle lasciate!

  6. gabrilu ha detto:

    Esterazy credo di capire quello che  intendi.  Perchè a volte non basta leggere  gli stessi libri, bisogna ritrovarsi anche  "nel modo"  che ciascuno di noi ha di leggerli. Il che, in genere,  non è affatto scontato   
    Ciao 🙂

    Amfortas e Stephi
    Capisco  benissimo quello che, ciascuno con le proprie motivazioni, avete scritto nei vostri commenti.
    So che quando parlo di certi libri e di certi argomenti  tocco tasti delicatissimi, ma come sapete — dato che ormai mi seguite da un po' — non leggo i libri  "per" scriverne sul blog, ma sul blog scrivo/parlo dei libri che leggo e che  mi colpiscono (e nemmeno di tutti, eh…).

    Detto questo, di fronte ad un certo tipo di letture sono  molto ambivalente: da una parte  "voglio", sento che "devo" e mi interessano enormemente. Dall'altra parte anche per me questo tipo di letture  costituisce  un impegno  emotivo non indifferente.

    Ma non ho dubbi che sia    sicuramente meglio così: guai a noi se  dovessimo  leggere GrossmanSereny, Helga Schneider, Imre Kersetsz, Primo Levi, Salamov   (e tanti altri   che mi vengono in mente)  con indifferenza … Allora si che dovremmo preoccuparci.
     Per noi stessi.

    Grazie di cuore ad entrambi 🙂

  7. stephi ha detto:

    sono d'accordo, anzi, in un certo senso dopo aver scritto il commento al post di amfortas mi sono resa conto che forse io quelle parole le indosso all'incontrario, voglio dire per me quel tipo di letture sono indispensabili in quanto questi tasti devono essere toccati per i motivi che altrove ti ho delucidato. 
    penso che quel periodo realmente costituisca un punto nevralgico del quale non si può prescindere mai in nessun modo.
    ma a parlarne mi trovo nella stessa selva di parole di amfortas che scivolano, sguizzano via col rischio di non esprimere ciò che  vorrei… segno di nevralgia appunto:-))

  8. daland ha detto:

    La verità e la coscienza faticano spesso a convivere, ed è fatale che la coscienza – spinta dall’inconscio – cerchi di rimuovere la verità. Speer non poteva non sapere, parliamoci chiaro. Poi – ma solo poi, dopo aver perso tutto il suo patrimonio materiale e spirituale e dopo 20 anni di detenzione – è diventato benefattore di organizzazioni filo-ebraiche.
    Credo che la scienza dovrebbe fare più ricerca per scoprire antidoti – razionali, non farmacologici, sia chiaro – contro la tendenza delle nostre coscienze a “rimuovere”. Per consentire all’uomo di capire quando è il momento di fermarsi, prima che sia troppo tardi.
    A proposito di architetture naziste, non so se sei mai salita sull’Heiligenberg di Heidelberg (città natale di Speer) e hai visto la “Thingstätte”, quell’enorme teatro all’aperto, che un collega architetto di Speer (Hermann Alker) progettò e fece costruire nel ’34-35. Oggi è in preda alle erbacce, ci fanno solo più qualche raduno, ma dà l’idea di quali formidabili strumenti di condizionamento delle coscienze si fosse dotata l’ideologia nazista.

  9. gabrilu ha detto:

    Daland,  tu scrivi:

    — "Credo che la scienza dovrebbe fare più ricerca per scoprire antidoti – razionali, non farmacologici, sia chiaro – contro la tendenza delle nostre coscienze a “rimuovere”.–

    Ecco, io credo  non solo che  il meccanismo della rimozione NON debba essere  annullato sempre e comunque, ma  che a volte il poter "rimuovere" sia addirittura qualcosa  che ci salva perchè ci consente di continuare a vivere.
    Chiaro che qui allargo il discorso e non mi riferisco   (più) soltanto a Speer. Che Speer sapesse ed abbia rimosso una verità  per lui intollerabile  lo credo fermamente, anche se non sono ovviamente in condizione di affermare  quanto questa  rimozione sia stata involontaria ed inconscia e quanto invece volontaria e consapevole.

    La Sereny la pensa come me (o io come lei, com'è più corretto dire), ma so benissimo che, di contro,  c'è un sacco di gente (storici, critici, giornalisti, politici) che sono fermamente convinti che Speer fosse solo un formidabile  ed astuto mentitore  e manipolatore che, a cominciare da Norimberga,  ha menato tutti per il  naso, per anni e fino alla sua morte.

    Ma torrnando alla rimozione: in questo momento mi  riferisco a tutti   noi indistintamente comuni mortali.  A volte    il poter   "rimuovere"   cose  che per noi sono talmente insopportabili che se ne avessimo coscienza  —  ma non la possibilità di elaborarle adeguatamente  —   non ci consentirebbero di vivere  viene incontro come un salutare aiuto.
    Del resto, anche molti  psicoanalisti   e gruppoanalisti    sono convinti che  (ri)portare alla coscienza il rimosso  non   sia  ***sempre e comunque***  cosa utile, per l'individuo.

    No, non sono mai stata ad Heidelberg ma ovviamente ho visto in  foto e video molta  architettura di quel periodo, e sono d'accordo  con te. Se poi tutto questo lo metti  insieme alla nefanda abilità  di Goebbels come Ministro della Propaganda nell'utilizzare tutti i possibili  mezzi di comunicazione…
    Tutto questo discorso sul condizionamento che può operare un'abile utilizzo di una mistura di  simbologie e di  mezzi di comunicazione di massa  dovrebbe far riflettere anche  sul nostro presente. 

    Ciao e grazie 🙂

  10. carloesse ha detto:

    Credo che Speer, pur essendo indubbiamente un colpevole, con una sorta di presa di coscienza si sia guadagnato una qualche dignità che non tutti i colpevoli hanno, anzi, molti (pur senza macchiarsi di precise responsabilità quali le sue, che era comunque uomo di potere) perdono per sempre anche solo per ignavia.
    Il libro non l'ho letto, ma, come spesso accade, mi hai fatto venire voglia di leggerlo.

  11. utente anonimo ha detto:

    Speer aveva un innato amore per l’arte, in special modo per l’architettura.
    Molte sono le testimonianze tratte da documenti ufficiali in cui Speer protesta per il “trattamento scadente” dei suoi operai in quanto denutriti, ma in tali documenti emergono chiaramente i motivi di tali proteste: la forza lavoro denutrita non produceva come e quanto gli operai che ricevevano con i pasti un giusto apporto calorico.

  12. talpastizzosa ha detto:

    cara gabrilu ho iniziato a leggere Oblomov ma non riesco a trovare quel tuo interessante post sul film … il tag qual'è? Mi aiuti? E comunque l'Oblovismo è qualcosa da conoscere… grazie e ciao ciao

  13. gabrilu ha detto:

    carloesse  per me "potere" non è una mala parola  . Tutto dipende da  "come viene esercitato il  potere" e per quali obiettivi.
    Ma qui si aprirebbe un altro discorso mooolto complesso.
    Ciao 🙂

    Libereditor (non so come chiamarti…)  innanzitutto benvenuto .

    L'amore per l'arte S. ce l'aveva di sicuro, ed all'inizio credo facesse anche cose decorose. Poi con Hitler  i progetti e le realizzazioni a me sembrano di una mediocrità   quasi imbarazzante.  Non che io sia un'esperta, eh, dico   solo le mie impressioni.
    Guardo il suo/loro progetto della "nuova Berlino"  che trovo orrendo  e da una parte mi tremano le vene ai polsi e mi dico  "meno male che non sono arrivati a  realizzarlo", dall'altra   nel  vedere tutta quella romanitudine  e grecitudine  mi fa sorridere… Non c'è un'idea originale che sia una. Qualcuno ha detto  che il cupolone sembra quello del Vaticano, ed io son d'accordo. 

    In quanto al particolare sulle  reali motivazioni delle    lamentele  con le quali reclama un vitto migliore per gli    operai,  verissimo,  hai ragione  e  se ne parla  molto, nel libro della  Sereny.

    Più sopra nei commenti si è parlato di  "rimozione". Io dico che in Speer era molto presente anche il meccanismo della "scissione".
    Ciao e grazie

    Talpa, ah, che meraviglia, Oblomov
    Il mio post lo trovi  guardando nell'elenco qui a destra sui film di cui ho parlato. 
    Il link cmq è questo

     http://nonsoloproust.splinder.com/post/18433097/OBLOMOV

    Ciao, bella 🙂

  14. utente anonimo ha detto:

    Ciao Gabry!!
    Sono Giusi Meister e dopo una lunga assenza dal tuo magnifico blog sono tornata…recupererò un pò alal vota tutti i tuoi post.
    Te lo devo dire che il libro della Sereny lo metto in wish list? No, vero? Era scontato!;)
    Un abbraccio e…splendido post come sempre

    Giusi

  15. gabrilu ha detto:

    Giusy, anche se non ti ho visto qui, ti tengo d'occhio   su  aNobii   Si, penso che questo libro  potrà interessarti.Ciao!

  16. stephi ha detto:

    iniziato la lettura, avvolta…

  17. gabrilu ha detto:

    Stephi
    Non avevo dubbi …

    Grazie per il link all'intervista alla Sereny, l'ho inserito subito nel post 🙂

  18. stephi ha detto:

    è una lettura "illuminante" per l'appunto non solo sotto l'aspetto storica ma prima ancora sotto un aspetto psicologico/umano che sta a monte della storia che a causa di quello prende il suo percorso:
    " riconoscere che gli esseri umani e le loro azioni non possono esistere né essere giudicati al di fuori delle relazioni con l'ambiente che li alimenta è la nostra prima e unica garanzia" (p.187)

    quello che rende disumano un certo agire non è nemmeno l'immoralità o l'ammoralità ma la totale assenza di moralità. è un libro che confronta con LE domande che bisognerebbe porsi a prescindere dell'epoca nella quale ci è concesso vivere. sono semplicemente domande che stanno alla base di una qualsivoglia organizzazione di società.

    (grassetto è mio)
     

  19. Vincenzo Di Maria ha detto:

    Sto disperatamente cercando un indirizzo di posta ordinaria, uno di posta elettronica, un numero di telefono, un qualcosa in definitiva che mi metta in comunicazione diretta con l’architetto Albert Speer figlio, al quale vorrei fare una proposta interessante e che rappresenta un mio sogno.

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