L’ARMATA SCOMPARSA. L’AVVENTURA DEGLI ITALIANI IN RUSSIA – ARRIGO PETACCO

L'armata scomparsa
Arrigo PETACCO, L’armata scomparsa. L’avventura degli italiani in Russia, p.240, Mondadori, Collana Oscar Storia, 2010, ISBN 9788804595878

Qualche settimana fa mi sono improvvisamente resa conto (succede!) di aver letto parecchi libri sulla Seconda guerra mondiale (ed altri ho in programma di leggerne, sia di  narrativa che di saggistica) ed in particolare sul fronte russo, su Stalingrado, sui massacri degli ebrei in Ucraina, sulle nefande imprese delle SS e delle Einsatzgruppen.

Mi sono accorta di avere ormai   dimestichezza con   molti  nomi di generali tedeschi come Friedrich Paulus, Von Manstein e Guderian o russi come Cuikov (Zukov)  o Eremenko ma…e gli italiani?!

Mi sono    accorta   cioè  del fatto che quel poco che sapevo sulle vicende degli italiani in Russia era costituito più che altro da un disorganico e confuso insieme di spezzoni di film, qualche brano di letteratura, qualche documentario visto distrattamente in televisione.

La sola lettura del pure ottimo Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern non poteva certo essere sufficiente per conoscere il dramma dei militari italiani scaraventati sul fronte russo da un ambizioso ed incosciente Mussolini bramoso soprattutto di assicurarsi la sua parte di bottino nel momento della spartizione delle spoglie di un nemico sovietico che pensava sarebbe rimasto travolto nel giro di poche settimane dalle potenze dell’Asse (“Mi bastano un migliaio di morti da gettare sul tavolo delle trattative” aveva risposto a Badoglio che, come Capo di Stato Maggiore, aveva avanzato gravi riserve sulla preparazione delle truppe italiane)

Ho cercato allora un testo che senza essere specialistico mi consentisse un primo approccio fornendomi la cronologia degli avvenimenti, mi facesse prendere dimestichezza anche con divisioni, battaglioni, schieramenti italiani, mi desse i nomi dei loro comandanti, consentendomi insomma di farmi un’idea meno nebulosa di quella che possedevo sul tema “gli italiani in Russia”.

Ho comprato questo libro di Petacco e l’ho letteralmente divorato in un paio di giorni.

Documentato, corredato da una utilissima bibliografia, molto dettagliato ma scritto con uno stile asciutto e coinvolgente, il racconto percorre tutto il dramma degli italiani coinvolti nella campagna di Russia nella Seconda guerra mondiale: la partenza per il fronte, i tremendi combattimenti, la ritirata, il dramma dei dispersi, la vita (e la morte!) dei prigionieri di guerra nei gulag sovietici.

Grandi pregi di questo libro sono, per me, la pacatezza del racconto, l’equilibrio nei giudizi, l’assenza di schematismi e di valutazioni di parte pilotati da una ideologia, la giusta e doverosa valorizzazione da parte di Petacco dell’eroismo dimostrato da tanti soldati italiani in quella terribile situazione facendo questo senza però mai scadere nella retorica militarista.

Bellissime e malinconiche le pagine dedicate alla memorabile carica del Savoia Cavalleria nella battaglia di Isbucenskij alla fine della quale Petacco commenta: “L’esercito italiano sapeva fare bene le cose che non servivano più, e male quelle che sarebbero state necessarie nella guerra che stava combattendo” , e non esito a definire struggenti ed epiche quelle dedicate agli alpini sul Don ed ai tanti esempi di vero e proprio eroismo individuale mostrato da bersaglieri, carabinieri, ragazzi della fanteria in tante e tante occasioni.

Scrive Petacco: “Se durante la campagna di Russia il Corpo di spedizione italiano, come macchina bellica, non diede […] risultati complessivi rimarchevoli, vi furono tuttavia dei reparti che, quanto a combattività e spirito di sacrificio, spesso eguagliarono o addirittura superarono gli alleati tedeschi”

Petacco mostra grande umanità quando parla anche, per esempio, di tanti piccoli dettagli apparentemente marginali della vita quotidiana dei soldati al fronte, ma non tace il degrado, lo sbandamento, gli orrori ed il precipitare a livello subumano di tanti uomini che, distrutti dal freddo, dai congelamenti della ritirata prima e dalle terribili “marce del davai” imposte dai russi ai prigionieri di guerra e dagli orrori del gulag poi dimenticano qualunque sentimento di solidarietà umana arrivando, per la fame, a veri e propri atti di cannibalismo.

Tante sono le pagine sinceramente commosse e commoventi, nessuna però melensa o strumentalmente “strappalacrime”.

Ritirata dalla Russia 2wwLa descrizione della ritirata è straziante : se nell’estate ’42 oltre duecento lunghe tradotte avevano trasportato dall’Italia alla Russia il corpo d’armata alpino, nella primavera del ’43 ne basteranno soltanto diciassette, e piccole, a rimpatriare i superstiti. Per dare un’idea di quella disfatta nelle nevi del Don cito solo le cifre della della divisione Cuneense: la divisione, che al 30 settembre ’42 contava 15.846 uomini di truppa, 542 ufficiali e 681 sottufficiali, registra 13.470 fra morti e dispersi 2.180 fra feriti e congelati, pari a un totale di 15.650 uomini.

Un corpo d’armata alpino mandato allo sbaraglio, senza indumenti invernali, senza armi adeguate, senza nemmeno sapere dove e come sarebbe stato impiegato dai tedeschi soltanto per un altro criminale sogno imperialista di Mussolini: “Caro Messe”–ha detto il duce al comandante dell’Armir “al tavolo della pace peseranno molto i suoi 200.000 uomini”.

L’ultimo capitolo, in cui Petacco parla del ruolo di Togliatti e di molti dirigenti di primo piano dell’allora PCI nel travagliato (non solo non desiderato ma anzi addirittura ritardato) rientro in Italia dei prigionieri di guerra nel 1954 mi ha fornito davvero abbondante materiale su cui riflettere…

Ho imparato molto, da questo libro in cui, leggendo delle vicende di alpini e bersaglieri, carabinieri e soldati a cavallo, ho finalmente preso dimestichezza anche con tanti nomi italiani.

Il racconto, poi, di molte singolarissime manifestazioni di quella che Vasilij Grossman avrebbe definito “bontà folle e insensata” verificatesi non raramente anche tra militari tra loro nemici (i russi e gli italiani) mi ha convinta una volta di più dell’orrore di ideologie totalitarie che macinano il singolo individuo e della validità di quello che ha scritto Grossman in Vita e Destino, e cioè di quanto sia importante poter decidere di se stessi e non esser costretti a subire una sorte decisa da altri.

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8 risposte a L’ARMATA SCOMPARSA. L’AVVENTURA DEGLI ITALIANI IN RUSSIA – ARRIGO PETACCO

  1. utente anonimo ha detto:

    Ho sentito dire che i tedeschi mandavano avanti nelle azioni gli italiani. Hai trovato qualcosa a questo proposito nel libro ?Grazie ,Giacinta

  2. utente anonimo ha detto:

    Letteralmente divorato? Letteralmente? Ha mangiato il libro?

  3. gabrilu ha detto:

    Giacinta,  da quello che  ho capito leggendo il libro non è che sia andata proprio così.L'armata italiana era agli ordini del comando tedesco, il quale utilizzava i soldati italiani a seconda delle valutazioni  tattiche e strategiche  che esso  faceva  dell'andamento della  campagna, e queste valutazioni a volte si rivelarono   profondamente  errate perchè i tedeschi  compresero troppo tardi  che a un certo punto il vento era cambiato a favore  dell'Armata Rossa, peccarono troppo a lungo di eccessivo ottimismo,  troppo abituati come erano alle continue strabilianti vittorie che avevano inanellato sino a quel momento. Ci misero davvero parecchio  a capire che l'esercito russo, che nella prima fase del conflitto  aveva subito  sconfitte tremende, era male equipaggiato, era sbandato, si era adesso riorganizzato, era determinato e  ben rifornito ed equipaggiato anche grazie agli invii di  materiali e risorse varie che arrivavano   degli USA.Aggiungi  poi che anche quando il comando tedesco  in loco  si rese conto del radicale cambiamento della situazione si trovò davanti al muro costituito dall'ordine tassativo e delirante  di Hitler di non arretrare, di mantenere le posizioni etc. etc. (vedi ad es.   quello che successe a Stalingrado a  Paulus ed alla sua Armata…)Se ho capito bene  quello che racconta Petacco a proposito del disastro degli alpini  sul Don,  quando la Divisione degli alpini   Julia  comandata dal generale  Ricagno  venne messa a disposizione  del 24° Corpo corazzato tedesco  comandata dal generale Wandel  venne  disposta di copertura  su un tratto del  Don che era rimasto scoperto, Petacco spiega  così  il disastro derivato  per  i nostri alpini  dall'ordine tassativo (dato dai tedeschi)  della resistenza ad oltranza e di non  retrocedere di un passo:"Anche per questa tragica decisione  si possono avanzare  solo delle ipotesi. La prima, e la più maliziosa,  è che il Comando  tedesco intendesse sfruttare il bastione degli alpini  per ritirare e porre in salvo alla chetichella le proprie truppe.  Ma forse è più realistico supporre  che in quel momento, nessuno, neanche al Comando  supremo,  aveva valutato appieno la portata del disastro  […] nessuno  capì  che a sud di Novo Kalitva e fin quasi a Stalingrado  si era aperta non una breccia, ma un'immensa falla  attraverso la quale  avrebbero potuto passare senza impedimenti, come di fatto avvenne, delle intere Armate"  (p.112)Nonostante abbia cercato di sintetizzare,   la mia risposta è  risultata  troppo lunga, forse, ma d'altra parte la tua    era una domanda  per nulla  semplice  ;-)Ciao 🙂

  4. bamborino ha detto:

    Mi scuso per il disturbo, ma non riesco a non partecipare alla risposta a Giacinta.Innanzitutto faccio riferimento ai racconti di mio padre, che ha partecipato alla guerra in Africa, che diceva che come scappano i tedeschi non scappa nessuno, e per quello che è stata la mia esperienza, mi è capitato di sentire questa opinione in diverse altre circostanze e sempre come racconto di prima mano.Secondariamente, è un fatto che da parecchi anni anni, o secoli, i tedeschi non vincono una guerra, a parte la franco-prussiana del 1870-1871 (la vittoria su Napoleone è firmata Wellington), mentre per le più recenti imprese militari teutoniche, con particolare riferimento all’invasione dell’Unione Sovietica, invito Giacinta a leggere per esempio I volonterosi carnefici di Hitler di Daniel Goldhagen (anche se Norman Finkelstein in L’industria dellOlocausto ritiene Goldhagen scarsamente attendibile).

  5. utente anonimo ha detto:

    Grazie  davvero, sia a te che a Barborino.Buona giornata,Giacinta

  6. gabrilu ha detto:

    Giacintagrazie a te, e a presto, spero 🙂Bamborino, non  vedo di cosa tu debba  scusarti.Come possono  risultar  mai     "disturbanti"   commenti/contributi  che — come questo tuo  —    sono di stimolo ad un allargamento del campo e  ad ulteriori  riflessioni?…Per esempio, a me  vien voglia di dir qualcosa su due punti    del tuo commento:*** le  testimonianze  personali   sono  di fondamentale importanza ed   hanno  tutto il mio rispetto, figuriamoci. Però credo possiamo concordare sul fatto  che  ciascuno riferisce (e meno male che lo fa, perchè ciascuna testimonianza è  non solo preziosissima ma  insostituibile) di quello che vede attorno a  sè, ma da questo a  poter  trarre considerazioni  generali  da una  testimonianza personale  secondo me ce ne corre.  Come se uno avesse la sventura  (faccio un paragone scimunito e  ne sono ben consapevole, ma  giusto per sdrammatizzare) di avere colleghi di ufficio  tutti lavativi  e mezze calzette e dicesse: "tutti gli impiegati sono  lavativi e mezze calzette". Queste cose lasciamole dire ai brunetti di turno, noi  vogliamo andare un po' più in là  delle generalizzazioni, non  è vero?Perchè noi  ben sappiamo che ci sono impiegati lavativi e mezze calzette, ma che non tutti gli impiegati sono così.*** "Da secoli i tedeschi non vincono  una guerra". Frase che fa il paio con quella (da te non citata, ma che a me viene in mente)  "i tedeschi vincono tutte le battaglie ma non vincono mai una guerra".  Gli stereotipi sono molto comodi ed hanno sempre un loro  fondo di verità (altrimenti lo stereotipo  non  nascerebbe nemmeno).  Trovo  però  molto  più  affascinante ed avventuroso cercare di andar oltre facendo, se possibile,  dei distinguo.I due libri che hai citato  (che  conosco ma non   ho ancora letto perchè in particolare il secondo è di difficile reperibilità) devono essere molto interessanti  e sono  da tempo nella mia lista di attesa, perchè con temi e argomenti  di questo tipo io cerco sempre per quanto mi è possibile  fare   controlli incrociati  e non fidarmi mai   soltanto di   un solo autore.Su certi argomenti   cerco — per quanto mi è possibile —   far letture incrociate di diaristica e testimonianze personali,  narrativa, saggistica, e soprattutto cercar di leggere autori di  diversa origine ed estrazione.  Non è facile, ma insomma ci provo.Mi permetto di ricambiar il tuo  suggerimento  consigliandoti  a mio volta un titolo: "Il silenzio degli alleati"  di Breitman. Il tema  principale del volume non è quello di cui stiamo ora parlando, come si evince dal titolo, ma Breitman dedica  parecchio spazio   proprio  al tema dei "volenterosi carnefici di Hitler" (che lui  chiama in altro modo, ma ti assicuro che il succo è lo stesso), e cioè il cap. II "La pianificazione della  guerra"  e cap. III "Gli ordini  razziali".Ciao  e grazie  🙂

  7. utente anonimo ha detto:

    Ciao,

    se sei ancora interessata a queste vicende una lettura interessante è "La lunga marcia" di Gian Carlo Fusco, pubblicato da Sellerio.

    E se ti è piaciuto il "Sergente sulla neve" è interessante leggere "I lunghi fucili" di Moscioni Negri, ripubblicato da "Il Mulino" perché Moscioni è il tenente ai cui ordini si muove il sergente Rigoni Stern ed è affascinante confrontare questi due sguardi a volte solidali, a volte dissonanti, sugli stessi eventi.

    chik67 di Anobii

  8. gabrilu ha detto:

    chick67
    Sono  sempre  interessata a queste vicende, anche se non sempre ne parlo, perciò grazie per i suggerimenti.

    In questi ambiti  (e cioè quando non si parla di romanzi, ma di storia/storie), il confronto e i controlli incrociati sono essenziali.

    "Il sergente sulla neve" l'ho letto e, ovviamente, l'ho apprezzato.

    Purtroppo però l'ho letto dopo aver letto  non solo  quasi tutto  Tolstoj e  Vassilij Grossman  e una serie notevole di altri  libri che trattavano dell'argomento   sintetizzabile in    =  —>  "come  caspita si riesce ad uscire da quest'inferno di  neve  dopo che ci eravamo illusi di poterlo conquistare",  perciò  il libro di RS  mi è apparso, purtroppo,  un po' come un  deja lu.

    Dico questo senza  assolutamente   togliere  nulla  alla bellezza della scrittura di  Rigoni  Stern e, men che mai, all'importanza della suatestimonianza.

    Una testimonianza è una testimonianza. Ed è comunque  preziosa, e  in qualunque modo essa sia redatta.

    Fusco?   lo so so, ce l'ho già in lista.

    Nulla so, invece, de "I lunghi fucili" di  Moscioni Negri.

    Grazie del consiglio, immediatamente  e doverosamente appuntato.

    Ciao e ancora grazie 🙂

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