UN MONDO SCOMPARSO – ROMAN VISHNIAC

Vishniac

Sto rileggendo in questi giorni, dopo tanti anni, La famiglia Moskat di Isaac Bashevis Singer e sono rimasta molto colpita dall’immagine di copertina che compare nella edizione italiana della TEA.

Singer La famiglia Moskat

Trovato il nome dell’autore della foto, mi sono bastati pochi minuti di ricerca con Google ed ecco che ho conosciuto l’opera di un fotografo di cui — me ignorante — sconoscevo completamente l’esistenza.

Roman Vishniac

Roman Vishniac
L’ingresso della scalinata conducente al cortile di Rabbi Meir Ben Gedaliah (1558-1616)
Lublino, 1938.

Il suo nome è Roman Vishniac, e l’opera fotografica per cui è diventato famoso è raccolta in un libro intitolato A Vanished World, oggi reperibile, da quel che ho capito, in inglese e in francese (Un monde disparu) mentre l’edizione italiana (Un mondo scomparso) sembra decisamente introvabile.

Con A Vanished World Vishniac documenta la cultura ebraica nell’Europa dell’Est, mostra il mondo dello schtetl polacco alla vigilia della sua eclissi e del macello dell’Olocausto con fotografie che a me sembrano di grandissima bellezza e potenza emotiva.

Queste foto mostrano delle persone e dei luoghi che non esistono più; ma, nel mio ricordo, esse sono sempre là. Spero che voi guarderete ciascuna di queste foto assieme alla loro storia, e che anche voi vedrete il mondo che io ho visto.
Roman Vishniac

Consiglio vivamente una visita al sito del Liceo Berchet di Milano dove si può vedere una bella antologia delle magnifiche foto di Vishniac, ciascuna di esse corredate da una breve legenda che è una traduzione dal francese di quella voluta dall’autore.

Un lunghissimo articolo sul New York Times Magazine ha recentemente scatenato molte discussioni che ruotano attorno all’ipotesi che Vishniac abbia manipolato alcune delle immagini modificando in questo modo il loro senso originario e riaprendo così il dibattito sul vero e il falso in fotografia (un precedente illustre di questa diatriba lo abbiamo con la celeberrima foto del Miliziano che cade di Robert Capa)

La questione è sicuramente interessante ma nulla toglie, a mio parere, alla bellezza e all’importanza delle foto di Vishniac.

  • Roman Vishniac >>
  • Il libro in inglese >>
  • Il libro in francese >>

Informazioni su gabrilu

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13 risposte a UN MONDO SCOMPARSO – ROMAN VISHNIAC

  1. annaritav ha detto:

    Una scoperta davvero interessante, grazie per la bella segnalazione. Condivido la curiosità per le copertine dei libri, che a volte rivelano vere e proprie chicche, facilmente identificabili grazie a Google. Cercherò questo volume di fotografie, magari sarò così fortunata da trovarlo nella piccola biblioteca di quartiere in cui ho già avuto il piacere di scoprire due testi introvabili in commercio. Salutissimi, Annarita

  2. stephi ha detto:

    ricordo questo libro a casa nostra, quindi c'è stata anche un'edizione tedesca.avevo anche letto della contestualizzazione dell'opera vishniachiana ma mi piace la presa di posizione della di lui figlia che ricorda suo padre come "grande affabulatore" . Lui ha "raccontato" attraverso le sue immagini una realtà che probabilmente sarebbe soccombuta comunque (mi riferisco alla realtà dei schtettl, ovvero quelle enclavi di vita ortodossa) ma che s'imprime proprio per quella da lui accentuata fragilità e delicatezza di fronte alla crudeltà e noncuranza nazista che le investì. alla fine non ha inventato nulla, Vishniac, ha riferito " a modo suo"…

  3. utente anonimo ha detto:

    ciao gabrilu,ho comprato questo libro anni di Roman Vishniac anni fa in un remainders e mi ha sempre stregato. Il fatto che possa avere modificato le fotografie mi sembra secondario: in che modo potrebbe averlo fatto? aumentando i contrasti dei bianchi e dei neri per rendere più drammatica un'inquadratura? tagliando le immagini in modo da escludere soggetti che disturbavano? cosa altro?Creando – come sembra intendere l'articolo del Nyt, legami "narrativi" fra personaggi ritratti?Non credo ci sarebbe nulla di deplorevole; del resto un conto è scattare foto, un conto è provare a legare le immagini scelte fra le centiniaia riprese, in  un tracciato di senso che colmi un poco il gap di  spazio, di tempo e la relativa percezione fra il fotografo e chi guarda le foto.Quanto a Capa e al legionario: credo che le immagini scattate immediatamente prima della morte del soldato repubblicano (in mostra lo scorso anno anche a Milano – http://gruppodilettura.wordpress.com/2009/04/30/robert-capa-e-gerda-taro-la-fotografia-come-narrazione/) dimostrino la assoluta autenticità dello scatto di Capa. E d'altra parte la sua fotografia mi pare assolutamente narrativa, quindi soggetta allo stesso tipo di elaborazione del senso di cui ora si accusa Vishniac.un abbraccio – luginter

  4. carloesse ha detto:

    Io invece non conoscevo Vishniac. Ho dato uno sguardo al sito qui linkato e sono rimasto affascinato da questo mondo scomparso, spesso evocato nei libri che leggo (il Singer da cui nasce il post, ma anche Bruno Shulz, e quel "Gli scomparsi" di Daniel Mendelsohn che tanto ci ha tanto colpiti l'altro anno). E poi così mirabilmente dipinto da Chagall.

  5. utente anonimo ha detto:

    A Parigi, durante l'inverno 2006-2007 il Musée d'art et d'histoire du judaïsme ha proposto una bellissima mostra dedicata alle fotografie diRoman Vishniac.Un link http://www.mahj.org/Cordialmente. 

  6. stephi ha detto:

    che splendido link!!  grazie anonimo#5!

  7. gabrilu ha detto:

    Annarita, visto che bel lavoro che hanno  fatto  al Liceo Berchet?  🙂Stephi, guardare le   foto di Vishniac  (ri) leggendo in contemporanea  La famiglia Moskat  mi ha fatto proprio pensare che  le peculiarità di  questo mondo  chassidico (o hassidico) con le sue fortissime connotazioni  lo rendevano allo stesso tempo molto forte ma anche molto fragile. Luiginter  Da quello che ho potuto capire       Vishniac  non è  "accusato" di aver falsificato o manipolato/costruito    foto, ma di avere,  volendo  privilegiare la  "narrazione", accostare tra loro foto   scattate in luoghi e momenti diversi perchè esprimessero il senso di ciò che lui voleva raccontare, non lasciando che ciascuno foto — come dire — parlasse da sola.La cosa mi pare molto interessante, perchè, volendo  esempilificare e semplificare al massimo,  siamo di fronte ad una concezione della fotografia che,  per dire, è diametralmente opposta a  quella di un Cartier Bresson, che corredava le sue foto soltanto dell'indicazione del luogo e della data dello scatto, senza mai mettere didascalie che suggerissero una  qualsiasi interpretazione di senso.Due grandissimi artisti, due modi di intendere la fotografia diversissimi.Il caso  del  Miliziano di Capa  (ma non solo il Miliziano, c'è anche la foto della signora con il cagnolino  scattata a Parigi  bombardata  che è molto controversa e discussa) mi sembra molto diverso.Per quelle foto Capa è stato accusato di avere  "costruito " a bella posta    le foto…Purtroppo nel caso di Robert Capa  sono convinta che  dietro  la legittima curiosità di conoscere la verità ci sia  anche, da parte dei sostenitori di una tesi oppure dell'altra,   una motivazione politica, considerando che la foto del soldato  che  muore  è ormai un'icona  della guerra civile spagnola…Ciao,  e grazie  della  visita  🙂carloesseEh, si.  Per chi, come noi, ama quel genere di libri,  l'opera di Vishniac è una risorsa eccezionale…Anonimo #5Ti ringrazio anch'io per l'interessante link.Il Musée du Judaisme  è  (assieme al Musée de l' Institute du Monde Arabe  tra i musei parigini che ancora non ho visitato  ma che sono in lista per la mia prossima incursione  parigina…

  8. utente anonimo ha detto:

    Gabriiiiiiii grazie grazie grazie grazie!! L'edizione in inglese sarà tra i miei prossimi acquisti, se mi permetti ne parlerò in una nota sulla mia paginetta facebook citando, ovviamente, il tuo blog come fonte:)Sei una fonte preziosissima!BacioGiusi Meister

  9. gabrilu ha detto:

    Giusi MeisterCiao bella  🙂

  10. DROMO ha detto:

    E' interessante, come in questo caso, vedere la fotografia di copertina e poi l'originale, privata quindi della grafica attorno e visibile nel suo formato, (in questo caso mi pare un 6×9). Per quanto è impossibile liberarsi dai limiti della visione di una fotografia in rete, è pur sempre meno tragico che guardarvi un quadro. Detto questo, mi pare che in questo caso specifico la foto nella copertina sia migliore della foto. Mi pare che le scritte, il marchio, la forma delle lettere ( forse lassù in alto, sopra al nome e cognome,  c'è ancora un pò di cielo mangiato) e dove sono state messe quindi l'impaginazione, migliorino l'insieme. Anche il taglio aiuta e non poco. Le persone diventano molto più centrali ed eloquenti rispetto all'orignale dove invece vengono assorbite dal resto. Nella parte sinistra della copertina la fila delle tre finestre appena visibili chiudono perfettamente l'immagine relegandola a un paesaggio vagamente kafkiano, in cui non trapela non tanto la storia, il documento, ma gli uomini che vi abitano e dietro di loro un mistero, direi cupo. E' del tutto probabile che la famiglia Moskat abiti lì e noi siamo dove è stata scattata la fotografia come fossimo osservatori fissi, ma destinati a rimanere distanti.
    Nella fotografia originale invece è l'aspetto documentaristico a prevalere, cosa che probabilmente è voluta, ma comunque presenta delle debolezze che nella copertina vengono risolte. I lati della fotografia originale appaiono decisamente allargati inutilmente verso sinistra e verso destra. Come se la foto facesse acqua ai lati. La foto insomma non è formalmente chiusa, divaga, come nel tentativo di raccgoliere quanto più possibile in un'inquadratura sola, che è, ovviamente, il tentativo che ogni fotografo cerca di compire in ogni scatto e che a qualche genio riesce pure di fare. La parte bassa della curva la rende pesante e a mio avviso inutilmente e in questo enorme spazio lento e pesante ravvedo il tentivo pseudoartistico di uscire dal genere documentaristico senza riuscirci. Nella copertina invece la parte sotto è ben chiusa, la curva a sinistra crea un triangolo armonioso il cui lato lungo privilegia l'andamento convesso. La costa del libro va a lambire il culmine della curva ( anche qui forse manca qualcosina) per poi slanciarsi nella cabina tondeggiante che diventa misteriosa, nelle tre finestre che ci fissano, e a chiudersi in alto, solidificando il tetto mostrandone solo quanto necessario. Le persone nella copertina sono personaggi, e il vecchio acquista uno spessore anche mitico, mente nella fotografia originale prevale mi pare l'idea di cogliere il numero di generazioni presenti in quella parte di paese, o di ghetto, o di città. Tutto il gioco delle diagonali nella copertina è molto forte e convergono sui personaggi, la diagonale del ponticello che diventa parallela a quella del tetto bianco e più sopra dell'ultimo tetto prima del cielo. nella foto originale invece lìocchio corre in alto non verso i personaggi, corre sull'inizio della sponda per  poi vagare nel cielo vuoto.
    Il testo bianco sotto concede respiro e leggerezza alla scena che ha un che di tragico e ineluttabile. Il marchio in basso a destra è un chiodo ben piantato la cui forma però concede anche un tocco di eleganza, o forse dovrei dire di severità. Qui secondo me, almeno visto da questa distanza siderale e sullo schermo, è stato più bravo il grafico che il fotografo. O meglio il grafico con i suoi mezzi ha valorizzato questa immagine, la resa più precisa, l'ha precisata. Ciao.

  11. gabrilu ha detto:

    Grazie davvero, DROMO.
    Molto interessante il tuo commento, e soprattutto molto generoso.
    Scrivere un commento così lungo ed articolato è un investimento di tempo e di energie mentali che in ogni caso non deve mai venire sottovalutato.

     Apprezzo sempre moltissimo coloro che non si limitano a un "mi piace/non mi piace" ma argomentano quello che dicono.

    Mi piace  ed apprezzo  anche quando mi succede  (perchè  mi succede, eh)  di non essere d'accordo.

    Nel caso particolare, e cioè a proposito di quello che scrivi,  mi è molto piaciuta l'analisi che fai sulla differenza di senso che si coglie dalla foto originale (l'aspetto documentaristico) e dal "ritaglio"  che viene fatto nella copertina de "La famiglia Moskat".

    Aggiungo di mio  che non darei una priorità di valori,  a me sembrano bellissime  entrambe le foto  ed entrambe  molto funzionali all'obiettivo — che è diverso per i due casi: l'intento  prevalentemente documentaristico era, in effetti —  almeno,  da quello che ho capito e ho letto —  l'obiettivo principale del fotografare di Vishniac,  e giustamente a mio parere lì  è l'ambiente  al centro dell'attenzione, mentre  il grafico che si è occupato della copertina ha voluto centrare l'attenzione, io credo, soprattutto sul vecchio, che evoca immediatamente (almeno, a me l'ha evocato) il patriarca Moskat…
    Ciao 🙂

  12. Pingback: L’archivio fotografico di Roman Vishniac | Filosofia & Storia

  13. dragoval ha detto:

    Una risorsa preziosa sulla vita e sull’opera di Roman Vishniac:
    http://vishniac.icp.org/about

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