KUNDERA, PROUST E IL SENSO DEL ROMANZO

Milan Kundera

Ne “Il sipario”, una raccolta di brevi note sul senso del romanzo, Milan Kundera riporta questo brano di Proust tratto da “Il Tempo ritrovato” :

… ogni lettore, quando legge, è soltanto il lettore di se stesso. L’opera dello scrittore non è che una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di scorgere ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso. Il riconoscersi del lettore in ciò che il libro dice è la prova della verità di questo….

E Kundera chiosa il pensiero di Proust in questo modo


Tali affermazioni non definiscono solo il senso del romanzo proustiano, definiscono il senso del romanzo tout court

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6 risposte a KUNDERA, PROUST E IL SENSO DEL ROMANZO

  1. utente anonimo ha detto:

    Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi. (C Pavese).Leggere come un ritrovarsi attraverso le parole e i vissuti degli altri.E Leggere è anche uno specchio che ci restituisce l’immagine di ciò che siamo veramente, al di la di quello che crediamo o speriamo di essere.Forse è anche per questo che, certe volte, la lettura, quando ci scruta ci indaga, ci obbliga (o ci consente di) a metterci a nudo, e così smascherandoci  permette di guardarci per davvero in faccia anche se questo certe volte risulta essere insostenibile.Grazie  per aver riportato alla mia memoria questi pensieriLeonardo

  2. utente anonimo ha detto:

     Ogni lettore non occasionale potrebbe sbizzarrirsi nel commentare dal punto di vista della psicologia il brano della Recherche, ripreso da kundera e che tu hai voluto inserire nel post senza null’altro dire; le opere di shakespeare, ad esempio, quando le poniamo al di sopra e al di là del mero fenomeno ottico della lettura e ne scandagliamo il nucleo essenziale, sembrano scritte dalla penna di colui che avendo sotto mano il testo, ne affronta l’arduo compito della comprensione, e può anche accadere che vi si rintracci le esperienze del proprio vissuto; è questo però un argomento da evitare, poiché poi i concetti psicoanalitici che mi sembrano presenti nella citazione tratta dal tempo ritrovato, possono sfuggirci dalle mani, ed allora è preferibile limitarci ad esprimere qualche personale considerazione su quel brano di proust.Per quanto mi riguarda, ogni volta che ho tra le mani un libro è sempre una nuova esperienza, un nuovo cominciamento; se poi questo libro è un romanzo, siamo immediatamente portati a credere che ciò che ci mette davanti a noi l’autore, sia sempre un qualcosa di irriducibile e di strettamente legato all’esistenza dell’autore stesso e che sia possibile condividere idealmente solo una parte dell’iceberg che emerge dopo che è terminata la lettura.Ma al tempo stesso, crediamo, e ne siamo anche convinti, che ciò che stiamo leggendo o abbiamo letto non sia altro che il portato del nostro quadro di riferimento di valori, e ciò magari ci induce a credere con una forma di auto persuasione limitata al testo ed a far nostro, quel pensiero che avremmo voluto manifestare in una forma compiuta ma che è rimasto inespresso in noi.In fondo brodskij diceva che ciò che entra in un romanzo è in ultima analisi la vita, quella solo, di un uomo (e di una donna) buona o cattiva ma comunque limitata, anche perché, per citare sempre brodskij, noi non ringiovaniamo leggendo libri, anzi impariamo a morire meglio.Di contro, non dovremmo mai scandalizzarci se leggendo un romanzo ci appropriamo, con il consenso implicito dell’autore, della sua vita; ad esempio facciamo nostra la discesa agli inferi e coltiviamo l’orrore (cuore di tenebra), ci liberiamo delle pastoie e delle ipocrisie che ci impone la società per affermare la nostra individualità (emma bovary) ci rifugiamo in un mondo magico che solo ci consente di dare un senso all’insensatezza della vita (il porto di toledo).Forse sarà per questo motivo che appena si è terminato il colloquio con l’autore del romanzo, dal quale si genera quel sentimento tipico del piacere di aver letto qualcosa che crediamo rimarrà in noi, corriamo subito in biblioteca o in libreria per prendere in prestito o acquistare un altro libro del medesimo autore per avere conferma che quel medesimo sentimento possa trovare una continuità.E’ un’aura che non sempre si riproduce con la stessa intensità, e quindi tanti più libri leggiamo di uno stesso autore, tanto più siamo convinti che in quel medesimo momento o periodo della nostra vita quello scrittore e solo quello e non altri sia ospite della nostra casa poetica e si sia sostituito temporaneamente a noi nel manifestare quell’afflato ispirato che è sempre in nuce nella nostra anima.Per evitare ulteriori astrattezze, porto un esempio personale, io sono un semplice lettore né mi considero un artista potenziale o mancato, pertanto il brano di proust che potrebbe essermi di appagamento perché mi rende onore come lettore e potrebbe conferirmi una valenza di simulacro di scrittore, io lo considero semplicemente un modo di vedere, un punto di vista.Ricordo quando lessi la montagna incantata, tra i vari personaggi del romanzo, due in particolare mi colpirono ed erano gli intellettuali con i quali il protagonista del romanzo, vero e proprio alter ego di mann, amava trascorrere il tempo nel sanatorio svizzero, conversando; dei due, il primo costituiva l’orizzonte che allora era il mio orizzonte, mi riconoscevo nella sua speculazione filosofica e nella sua tendenza a manifestarsi convinto assertore della forma di conoscenza razionale.Ora che è passato qualche tempo, devo dire che se dovessi rileggere il capolavoro manniano, essendo una persona diversa, potrei certamente modificare il mio giudizio e dichiarare una nuova forma di appartenenza, un amore altro o un maggiore distacco, chissà.Sarò sincero, questo tuo post mi sembra che abbia inconsapevolmente una funzione terapeutica, pare che mi esorti a riprendere nuovamente la vecchia edizione dall’oglio in due tomi della montagna incantata, che sono certo sarà da qualche parte ad attendermi per esser nuovamente coccolata, ciao Michele S.  

  3. gabrilu ha detto:

    LeonardoGrazie a te, e con l'occasione voglio dirti che ieri ho cominciato a leggere il libro di Reich-Rainiki. Bellissimo.  Veramente un eccellente consigllio, il tuo!Ne riparleremo, speroMichele S.E' vero, spesso inserisco solo citazioni e non le commento.Ma già  il solo  mettere una citazione accanto ad una piuttosto che ad un'altra  non è insignificante,  ti pare?  Credo che non sia sempre proprio così necessario che io dica sempre la mia su ogni cosa.  A volte mi sembra di sproloquiare già sin troppo.Magari può esser più interessante vedere  che tipo di riflessioni le mie scelte…estrapolative  suscitano in altri.Per esempio:  mi pare che nel tuo commento ed in quello di Leonardo  ci sia già  un  bel po' di  ulteriore  materiale su cui ognuno  può riflettere in proprio   ….A proposito di Naphta e Settembrini: oggi come oggi, quelle interminabili discussioni che tanto mi affascinarono una ventina di anni fa  mi sembrano oggi la parte decisamente  più datata  de "La montagna incantata"  (l'ho riletto per  la terza o quarta volta  l'anno scorso, ce l'ho anch'io nella vecchia edizione Dall'Oglio). Addirittura  un po' noiose. Interessanti solo se storicizzate.A te che impressione fanno, oggi?Ciao  :-)P.S. Mica sono sicura di averla capita tanto bene, la faccenda della "funzione terpeutica", ma non ha importanzaRi-ciao  🙂

  4. utente anonimo ha detto:

    "La lingua è la cristallizzazione più alta della civiltà umana. Raffinata, penetrante, inafferrabile, invadente, esplora il mondo emotivo e cognitivo dell’uomo stabilendo un nesso tra il soggetto sensibile e la sua conoscenza della realtà. La parola scritta è straordinaria perché permette a individui isolati, appartenenti a generazioni e paesi diversi, di comunicare tra loro. E l’immediatezza di lettura e scrittura letteraria aggiunge eternità al valore spirituale delle letteratura medesima.Lo scrittore che oggi si concentri soprattutto sul carattere nazionale della cultura mi lascia perplesso. Il paese dove sono nato e la lingua che parlo mi rendono naturalmente portatore delle tradizioni culturali cinesi; poiché lingua e cultura, come si sa, sono strettamente legate, si formano dei modelli autoctoni relativamente stabili di rappresentazione delle sensazioni, della conoscenza e dell’espressione. Ma la creatività dello scrittore parte proprio dalla lingua già esistente, a cui egli aggiunge la propria capacità di espressione narrativa laddove la lingua non è ancora giunta. Quindi, in quanto creatore dell’arte della lingua, lo scrittore non deve assumere una vieta etichetta nazionale immediatamente riconoscibile.Trascendendo frontiere, lingue (attraverso le traduzioni), costumi sociali, relazioni umane particolari di una storia e di un’area gerografica, le opere letterarie rivelano così un’umanità profondamente e universalmente comunicabile. Subendo inoltre l’influsso di molte altre culture oltre alla propria, lo scrittore che oggi si concentri sul carattere nazionale della cultura, a meno che non voglia fare l’agente turistico, mi lascia decisamente perplesso.[…]La funzione della letteratura non è assolutamente quella di sovvertire: il suo valore consiste nello scoprire e rivelare il vero volto di un mondo che raramente si conosce o non si conosce abbastanza, oppure si crede di conoscere ma in realtà si ignora. La verità è dunque la qualità primaria della letteratura, e la meno confutabile".Gao Xiinjang, Premio Nobel della Letteratura 2000- Discorso tenuto all'Accedemia di Svezia in occasione del conferimento del premio Dragoval

  5. gabrilu ha detto:

    DragovalChe vuoi che ti dica.Sottoscrivo in pieno soprattutto questo passaggio (che comunque a me sembra essere  il filo conduttore di tutto il   ragionar di scrittura  di questo  autore cinese):"Lo scrittore che oggi si concentri soprattutto sul carattere nazionale della cultura mi lascia perplesso.  […] Quindi, in quanto creatore dell’arte della lingua, lo scrittore non deve assumere una vieta etichetta nazionale immediatamente riconoscibile."Queste cose dovrebbero valere non solo per chi scrive, ma anche per chi legge.Non esiste, a mio modo di vedere, una letteratura  che  in assoluto  possa venir considerata   migliore  o peggiore di un'altra. Esistono solo autori che, per  la qualità della loro scrittura, sono capaci (o incapaci) di attraversare frontiere geografiche e temporali.La classificazione in  "letteratura italiana, francese, tedesca etc. etc." ha, a mio modestissimo parere, solo un  valore di praticità classificatoria, tassonomica e mnemonica,  non altro.Kundera, ne Il Sipario (ma non solo in quel testo: per foruna è una  sua idea fissa, ed anche la mia, lo confesso )  sostiene  esattamente le stesse cose che leggo in questo brano  — che ti ringrazio di aver proposto —  di Gao Xiinjang, autore che  purtroppo non conosco se non di nome…Discorso  separato va fatto, io credo, tra narrativa  e poesia. Il "ponte", il  "medium"  ha effetti  molto diversi  su un testo narrativo  ed un testo  "poetico  strictu sensu".Ma probabilmente avremo occasione di riparlarne.In fondo, in questo mio  blog si  parla sempre di stesse cose che ritornano.La mia più grande ambizione è che  questo blog   possa essere  un blog altamente   inattuale  Ciao e grazie  🙂

  6. utente anonimo ha detto:

    Il motivo per cui ho proposto questo testo è che, come te, adoro le "corrispondenze"… e che questo mi sembrava il modo più efficace per sottoscrivere la tesi di Kundera  sull'esistenza  di una   letteratura AL SINGOLARE, che prescinda dalle visioni nazionalistiche. Del resto, si sa, la letteratura è intrinsecamente un' espressione di democrazia…sarà per questo che bruciare i libri e perseguitare gli intellettuali è sempre stato tra le priorità di qualsiasi regime totalitario?  [Nafisi, Politkoskaja, Gao Xiijnang, Saviano docent, ieri come oggi]…….

    Dragoval (profondamente "inattuale")

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