GIÙ LA PIAZZA NON C’È NESSUNO – DOLORES PRATO

Dolores Prato
Dolores PRATO, Giù la piazza non c’è nessuno, a cura di Giorgio Zampa, Notizia sull’autrice e sul testo di Elena Frontaloni, pagg. 702, ed Quodlibet, 2009

“Staccia minaccia, buttiamola giù la piazza… […] Non l’ho imparata la filastrocca; quando tentavo di ricostruirla, arrivata a “giù la piazza”, attimi di inutile attesa, poi il pensiero, come se parlasse, diceva “Giù la piazza non c’è nessuno” (p.57)

La piazza è quella di Treia, una cittadina in provincia di Macerata.

Colei che, sconsolata, chiosa la filastrocca dicendosi che “Giù la piazza non c’è nessuno” è una bambina, la piccola Dolores, “nata sotto un tavolino” perchè quello è il suo primo ricordo d’infanzia e “noi cominciamo ad essere col nostro primo ricordo” (p.4).

Dolores Prato, classe 1892, abbandonata dal padre ebreo che non la volle riconoscere e dalla madre che apparteneva ad una famiglia aristocratica romana venne prima messa in un brefotrofio, poi affidata ad una famiglia di contadini in Ciociaria e poi, a cinque anni, a lontani zii materni — un vecchio zio prete e sua sorella — che abitavano a Treia.

A Treia Dolores rimase fino a diciott’anni quando dagli zii venne messa nell’educandato delle suore Salesiane della Visitazione, da dove poi passò a Roma per laurearsi nel 1919 alla facoltà di Magistero.

Trascorse i successivi vent’anni dedicandosi all’insegnamento nei licei della Toscana e delle Marche, infine a Roma, fino a quando le leggi razziali le tolsero la cattedra. Lasciò così definitivamente l’insegnamento al quale non si dedicò più, nemmeno dopo la caduta del fascismo.

Visse invece collaborando per le pagine culturali di alcune testate, principalmente Paese Sera, e di diversi periodici. Se ebbe amori, non ne parlò mai. Passò la vita a stendere e scrivere romanzi che mai videro la luce ed a ripercorrere incessantemente i ricordi di una infanzia irrimediabilmente marchiata dalla solitudine e dal sentimento di abbandono.

Se mi sono soffermata sulla biografia dell’autrice più di quanto uso fare di solito a proposito dei libri di cui parlo è perchè in questo caso la biografia dell’autrice è davvero fondamentale.

Il libro infatti, scritto in prima persona singolare, racconta la vita di una bambina che è proprio lei, Dolores e si svolge interamente a Treia.

Dolores parla di Treia, della casa, dei mobili, delle strade, dei nomi della gente. Dei fiori, degli animali, dei proverbi; dei riti religiosi e dei rituali domestici. Del susseguirsi delle stagioni, degli utensili di cucina, dei vari tipi di pasta fatta a mano. Di dolci e di verdure.

Parla degli zii, di cui la bambina sa poco o nulla; lui è un prete un po’ alchimista e lei una donna dal passato a proposito del quale nessuno osa porre domande.
Entrambi — se pure a modo loro — vogliono molto bene a Dolores ma sono troppo vecchi per saper trattare con una bambina e la zia, poi, anche se fa per Dolores tutto quello che c’è da fare, è priva di quell’istinto materno che potrebbe manifestarsi con quelle coccole e carezze di cui la bambina sente ferocemente la mancanza.

… Ma è perfettamente inutile che io cerchi di riassumere la trama del libro, difficilissimo da raccontare forse proprio perchè una trama non esiste. Posso solo semplicemente dire che si tratta di un racconto d’infanzia che si snoda mediante un lunghissimo soliloquio nell’arco temporale di dieci anni, a cavallo tra Ottocento e Novecento.

E’ infatti il racconto dei primi dieci anni di vita della bambina e il libro si chiude con l’entrata di Dolores nel collegio-educandato delle Salesiane. La permanenza in collegio costituirà poi l’oggetto della seconda parte dell’opera che verrà pubblicata — incompiuta — con il titolo Le Ore.

Riassumere le circa 700 pagine della narrazione è complicato anche dal fatto che il racconto non è temporalmente cronologicamente lineare ma è strutturato con un continuo andare avanti ed indietro nel tempo attraverso una serie di “quadri” risorgenti dalla memoria.

Una ulteriore difficoltà nasce anche e soprattutto dall’enorme quantità di materiale che dal ricordo sorge e che viene a formare un magma disordinato e incandescente che obbedisce esclusivamente alla logica di una sorta di una vera e propria “resurrezione epifanica”.

Più che guardare alla trama, allora, forse conviene concentrarsi su altro.

Per esempio, su qualcuno dei temi più insistiti e ricorrenti e i principali fili conduttori.

  • La solitudine e il sentimento di abbandono
    di una bambina per la quale la “la casa degli zii […] era una nebulosa, con in mezzo io come asteroide” (p.120) perchè “Mia madre mi aveva buttata via” “…Nessuno mi accarezzava, nessuno mi vezzeggiava…”) , “Io ero sola e diversa; stavo in disparte” (p.232), “ammiravo tutto quello che era degli altri, mi vergognavo di tutto ciò che era mio” (p.442)
  • Le Parole e le Cose
    Se le persone non le sono di alcun aiuto, Dolores trova rifugio nel mondo delle cose, perchè “Le persone non mi parlavano, ma le cose si” (p.84), “Forse perchè vivevo sola nel silenzio, tutto mi parlava, anche l’impagliatura di certe sedie antiche di noce” (p.138) e “Non separavo le cose e gli animali dalle persone […] si sviluppò questa mia immedesimazione con le cose…”(p.103)Ecco allora gli sterminati elenchi di oggetti, di fiori, di animali, di utensili; descrizioni che si sviluppano per un numero incredibile di pagine e che diventano esse stesse narrazione facendo di questo libro un “unicum” difficilmente classificabile come “romanzo” nel senso più tradizionale di questo termine.
  • Il linguaggio
    Dolores Prato usa una lingua che, più che quella del “libro di scuola” è quella del lessico dell’infanzia, di Treia (o Treja, come la Prato tiene a continuare a scrivere), una lingua che identifica le Parole con le Cose e che fa di lei, come scrive Giorgio Zampa nell’introduzione “Un autore ascrivibile […] ad una categoria di irregolari […] istintivi, alimentati non tanto da una lingua letteraria quanto dalla freschezza della nativa…l’orecchio esercitato sulla lingua parlata, quindi sul dialetto più che su pagine di classici, elaborazioni, presupposti teorici” (p.X) ” e del suo libro una vera e propria “elegia senza fine”
  • La Memoria e le resurrezioni epifaniche
    Una memoria che per Dolores, più che “ricordo” è “tatuaggio, incisione, cicatrice. Io leggo i segni” (p.115) e dalla quale Treja e l’infanzia (ri)sorgono —- come in Proust la Combray dell’infanzia risorge dal fondo di una tazza di tè o il selciato di Piazza San Marco a Venezia da un ciottolo del cortile di palazzo Guermantes — da una serie di vere e proprie epifanie:il selciato dell’Appia Antica, le crocette rose alla Stazione Termini di Roma, il selciato di una piazzetta romana che riporta Dolores a Piazza dell’Olmo a Treja…Le epifanie sono talmente numerose e ricorrenti, in tutto il libro, che se è vero che, come scrive Zampa, è impossibile accomunare Dolores Prato ad altre pure eccellenti scrittrici italiane della sua epoca come ad esempio Anna Banti, Gianna Manzini, Maria Bellonci e la stessa — anche se più giovane — Natalia Ginzburg, sono tante le pagine che, al lettore di oggi, possono suscitare connessioni non solo con Proust ma anche con Joyce.E poi… personalmente ho provato davvero una grande emozione quando ho letto la pagina in cui Dolores parla dei tanti modi in cui il suo nome veniva declinato, in casa, e che dunque Dolores diventava di volta in volta Lolò, Lola e… Lolita.

Giù la piazza non c’è nessuno ebbe una gestazione durata più di un decennio ed una pubblicazione molto travagliata.

Dolores Prato ne cominciò la stesura intorno al 1973 quando aveva già ottantadue anni e nel 1975 avviò la vera e propria collazione degli appunti – una miriade. Dopo aver letto il suo libro non stupisce apprendere che fu Stefano D’Arrigo, l’autore di Horcynus Orca a spronarla ed incoraggiarla. La Prato terminò la stesura del libro nel 1980 e Giù la piazza non c’è nessuno venne pubblicato da Einaudi.

Natalia Ginzburg l’aveva però ridotto drasticamente — senza il consenso dell’autrice — a circa 300 pagine, tagliato cioè di circa due terzi.

Eppure la Prato, in una lettera scritta ad Enzo Golino allora Direttore dell’Espresso tenne a precisare che, pur molto addolorata per questi tagli, era “gratissima” alla Ginzburg che “ha sempre amato questo libro, con quelle manomissioni voleva renderlo più accessibile. Io salto i verbi come se qualcuno mi corresse dietro; i miei passaggi sono ponti levatoi mai abbassati; lei riduceva più intelleggibile il mio modo di scrivere; ma io preferivo tenermi i miei difetti. Avevamo ragione tutte e due. […]”

Questa edizione della Quodlibet è l’originale autorizzato dalla Prato a distanza di 17 anni dall’edizione parziale ed è corredata da una eccellente introduzione del curatore Giorgo Zampa e da una lunga ed utilissima nota sull’autrice e sul testo a cura di Elena Frontaloni.

Giù la piazza non c’è nessuno è il libro bellissimo e struggente di una “esordiente di novant’anni”, un libro in cui la ricerca che una Dolores ormai anziana fa del perchè e del come “si stabilizzò uno squilibrio in me” (p.678), si dispiega rievocando, scandagliando, descrivendo, analizzando la propria infanzia per più di 700 pagine.

Questa ricerca è resa splendidamente per mezzo di un uso formidabile di un linguaggio che ai miei occhi costituisce l’aspetto forse più notevole e importante del libro.

Eppure… penso che in questo lunghissimo monologo ci sia, a volte, davvero troppo, troppo, troppo, e questo troppo debordante, tracimante, dilagante rischia di ubriacare e stordire il lettore e di farlo arrivare alle ultime bellissime pagine del libro ormai privo di forze e stremato. Il che sarebbe davvero un peccato.

Non conosco la prima versione Einaudi, quella curata da Natalia Ginzburg e non sono quindi in grado di far confronti e soprattutto di valutare i criteri operati nei tagli.

Sono però convinta, avendo completato la lettura di questa edizione integrale, che alcune robuste sforbiciate non avrebbero potuto che essere di giovamento, per la fruibilità e il pieno godimento di questo che in ogni caso è e rimane, a mio parere, uno dei libri più notevoli della letteratura italiana del Novecento.

Piazza di Treia. La fontana

La fontana della piazza di Treia

  • Dolores Prato su Wikipedia >>
  • La scheda del libro >>
  • Breve storia di Giù la piazza non c’è nessuno di Elena Frontaloni (documento .pdf) sul sito www.italianisti.it Per trovarlo attivare la funzione di ricerca interna al sito
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Informazioni su gabrilu

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11 risposte a GIÙ LA PIAZZA NON C’È NESSUNO – DOLORES PRATO

  1. utente anonimo ha detto:

    un capolavoro assoluto, per me è meglio di Proust!!

  2. gabrilu ha detto:

    Anonima #1Ehm  … mumble … mumble… … Non ti sembra di esagerare un pochettino?(scusa, ma non so come chiamarti, ho guardato sul tuo blog ma  non sono riuscita a individuare un nome o un  nick. Magari sono io che non  ho saputo cercar bene. Ciao  🙂   

  3. utente anonimo ha detto:

    Che magnifico blog!E una scoperta!I will return as soon as possible!From the southwest of France.Arrivederchi.

  4. utente anonimo ha detto:

    ciao, scusa per nn essermi firmata, a volte scrivo di fretta: sono Sandra, Jonuzza il mio nick. Che dire….no , non mi pare di avere esagerato, d'altronde in letteratura si respira aria di libertà e così ci possiamo sentire liberi di dire il nostro parere…. anche se suona paradossale.

  5. gabrilu ha detto:

    Cara Sandra-Jonuzza, hai per caso avuto la sensazione che qui dentro  io o qualunque altro abbia attentato in  qualsivoglia  modo al tuo sacrosanto  diritto di esprimerti liberamente?Ciao e grazie.

  6. utente anonimo ha detto:

    certamente no! viva la libertà (almeno quella possibile) ciao
    SANDRA

  7. elletibi ha detto:

    Finalmente! Nel senso che finalmente si parla di un'autrice che ho molto amato e che ha avuto scarsa fortuna. Anche i frequentatori abituali di questo blog, di solito attenti e reattivi, non hanno battuto colpo (o ciglio?): non credo li spaventi un tomo di 700 pagine, ma se così fosse perché non tentare un piccolissimo assaggio con Scottature (sempre Quodlibet editore)? Si tratta di solo una trentina di pagine, più una postfazione. Ma per indurre a leggere Giù la piazza chi ancora non l'avesse fatto, basta ed avanza quello che ne ha scritto gabrilu (e gabrilu è, assai più di Bruto, uomo d'onore), con la quale concordo pienamente.

  8. utente anonimo ha detto:

    Ecco, lo sapevo…ho cercato di resistere, ma dopo quello che ho letto mi sono rassegnata ad inserire anche questo titolo nella mia wishlist….anche perché- non so ancora se a ragione o a torto- ho immediatamente collegato questo romanzo a "Menzogna e sortilegio"…
    Insomma, questo blog sarà la mia rovina- finanziaria…
    Dragoval

  9. gabrilu ha detto:

    elletibi
    beh, meglio  tardi che mai, no? E poi, si tratta di un  libro, questo della Prato, che ha bisogno d'esser ruminato a dovere.
    Grazie per l'apprezzamento del post.
    Non è stato facile tentare di  metter  morso e briglie a  questa puledra selvaggia… il rischio di scriver troppo, troppo, troppo c'è anche per chi in qualche modo cerca di commentare questo tomone…
    Ciao  e ri-grazie  🙂

    Dragoval
    Anch'io ho comprato e letto molti libri che mi sono stati suggeriti da voi  sia qui  nei commenti… ultimo in ordine di tempo   l'autobiografia di Reich-Ranicki    🙂  che  anche in posta privata

    "Menzogna e sortilegio"? Uhm, mumble mumble… forse intuisco perchè può ricordartelo. Però vedrai, sono libri molto, molto diversi per struttura, contenuti, stile…
    E cmq ho il piacere di comunicarti  che Elsa Morante è una delle mie autrici preferite e uno dei pochi scrittori italiani contemporanei che apprezzo davvero
    Ciao  🙂

  10. Fiore B. ha detto:

    Dolores dettava questo suo libro ad un dattilografo, da appunti, che aveva raccolto in tutta la sua vita, ordinati in scatole, le scatole erano ordinate in cassetti e i cassetti in armadi… dettava direttamente dagli appunti scritti con scrittura larga su fogli stretti… dettava lentamente ma definitivamente, non tornava mai sopra al foglio estratto dalla macchina da scrivere; ogni pomeriggio dalle 16 alle 18.30 uscivano 3-4 fogli A4 e questo è durato dal 1968 al 1980 – con mesi e talvolta un anno di intervallo – fino a quando non ho portato l’intero plico di 900 e più fogli a Natalia Ginzburg a via Gregoriana a Roma nella redazione di Einaudi. Dopo qualche mese abbiamo corretto insieme le bozze e lei imprecava contro i tagli ma non vedeva l’ora che il libro uscisse, ma quando uscì non ebbe un solo attimo di gioia e ricominciò la sua opera titanica nel convincere qualcuno a a pubblicarlo tutto, non ce l’ha fatta a vederlo così, intero e magnifico.
    Io ero quel dattilografo…
    (complimenti per il blog)

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