DAL BARBIERE

La morte a Venezia Dirk Bogarde
Dirk Bogarde in Morte a Venezia di Luchino Visconti (1971)

Leggendo il romanzo Le premier amour di Sándor Márai di cui ho già parlato qui sono rimasta colpita dalle tante analogie che mi è sembrato di cogliere con il racconto lungo La morte a Venezia di Thomas Mann.

Rimango sempre affascinata quando mi succede di individuare connessioni, analogie, temi conduttori e soprattutto modi di rappresentarli in testi di autori diversi, e la cosa tanto più mi interessa quanto più gli autori in questione appaiono — per appartenenze, collocazione geografica, distanze spazio temporali — distanti fra loro.

In questo caso, sia La morte a Venezia (pubblicato dallo scrittore tedesco nel 1912 ed ambientato tra Monaco di Baviera e Venezia) e il romanzo dell’ungherese Márai (pubblicato nel 1928 ed ambientato in una piccola cittadina della provincia ungherese) raccontano la storia di un un uomo più o meno cinquantenne, schivo e solitario, che suo malgrado si innamora follemente.

In entrambi i casi quest’amore il cui oscuro oggetto del desiderio è una figura adolescenziale che ha da pochissimo varcato la soglia della pubertà conduce inesorabilmente i protagonisti delle due storie alla follia o alla morte.

Gustav Aschenbach (“ovvero Von Aschenbach, questo era diventato il suo nome ufficiale dal giorno del cinquantesimo compleanno”, scrive Mann) è uno scrittore affermato e celebre a livello anche internazionale ed è abituato a viaggiare.

Il professore di Márai — di lui non ci viene rivelato nè il nome nè il cognome — è un metodico insegnante di latino e greco nel liceo locale il quale, pur avendo di tanto in tanto fantasticato su esotici viaggi transoceanici che lui per primo sa non realizzerà mai, non si è, di fatto, mai spostato dalla sua cittadina.

L’oggetto del desiderio di Aschenbach è Tadzio, un ragazzino polacco quattordicenne dalla straordinaria ed ambigua bellezza; l’adolescente di cui quasi inconsapevolemente si innamora il Professore ungherese è una ragazzina appena diciassettenne, sua allieva, non particolarmente bella nè attraente.

Entrambi gli uomini prendono dolorosamente e faticosamente coscienza della loro passione (Aschenbach dopo appena qualche giorno, il Professore solo dopo parecchi mesi) ed il loro sprofondare in essa è accompagnato e punteggiato da tutta una serie di piccoli gesti che sarebbero di per loro privi di importanza se non fossero carichi di significati simbolici che Aschenbach e il Professore non sono capaci di cogliere ma che, al contrario, risultano chiarissimi agli estranei che li circondano.

Un vestito nuovo, una maggior cura nell’abbigliamento, il cambiamento di orari e della piccola routine quotidiana… il mutamento del percorso delle loro passeggiate…

Ma ci sono un paio di pagine in entrambi i testi che mi sono sembrate particolarmente interessanti e riguardano quella che — non a caso — mi piace chiamare “la sequenza del barbiere”.

Sia il tedesco Aschenbach che il Professore ungherese infatti, all’incirca a metà della narrazione, vanno dal barbiere per una normale rasatura e taglio dei capelli.

Avendo malinconicamente constatato ad alta voce quanto il loro volto sia invecchiato, i capelli siano ormai grigi e quante rughe siano comparse negli ultimi tempi si lasciano convincere dal barbiere (in entrambi i testi descritto come una figura dagli atteggiamenti untuosi e servili) a sottoporsi ad una serie di trattamenti (massaggi, tinture, trucchi) che potrà restituire loro un aspetto giovane e seducente.

“La chenille s’est transformée en papillon […] ce que j’entends par là a-t-il continué toujours avec la même politesse, c’est que je ne donnerais pas trente-cinq ans à monsieur le professeur. Non, même pas trente-cinq: trente-trois”, dice il barbiere al Professore. Il bruco sarebbe stato dunque trasformato in farfalla, ed il Professore dimostrerebbe adesso non più di trentatre anni…

Il barbiere veneziano della novella di Mann, dal canto suo, dopo aver tinto i capelli del tedesco Aschenbach, averglieli “aggiustat[i] in morbide onde” ed aver “rinfrescata un poco la pelle del viso” dice all’attempato cliente: ““adesso, signore, può innamorarsi tranquillamente”.

Tutta la pateticità e la malinconia di questa che io chiamo “scena del barbiere” la trovo rappresentata splendidamente in una sequenza — sottolineata dalle note sublimi e strazianti di Gustav Mahler — tratta dal film La morte a Venezia di Luchino Visconti in cui Gustav Von Aschenbach è interpretato magistralmente da uno straordinario Dirk Bogarde

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11 risposte a DAL BARBIERE

  1. annaritav ha detto:

    Il tuo bel post mi fa amaramente pensare ad un altro attempato signore, noto a tutti gli italiani, che non possiede la grazia e il pudore di questi personaggi, né suscita commozione ed empatia, ma solo vergogna e disgusto. Possibile che un tale pensiero mi debba rovinare anche la lettura di uno dei tuoi godibilissimi post letterari?
    Salutissimi, Annarita

  2. gabrilu ha detto:

    Annarita

    Argh…!
    Sai che non ci avevo pensato?!

    Poffarbacco e perdindirindina, aveva proprio ragione Herr   Freud, quando parlava di Inconscio e Rimozione…

    Ah, signora mia. Visto che hai tirato fuori l'Argomento.

    Non ci sono più gli Aschenbach e i Professori di una volta.

    Aschebach e il Professore  sprofondano nel baratro perchè si innamorano sul serio,  e non solo non pagano  l'oggetto del desiderio ma pagano (e quanto  crudelmente!)  letteralmente con la propria vita.

    …Adesso ci sono solo anziani  ometti affetti  da deliri di onnipotenza.
    Va detto anche però, eh,  che davanti  non si ritrovano  nè un Tadzio  nè una Bibi, ma  solo  un frullar  di  galline  allevate nei pollai dei reality show…

    (D'altra parte, credo che se questi tristi ometti si trovassero davanti un Tadzio  o una Bibi non sarebbero  nemmeno in grado di   apprezzarli…Preferirebbero  di sicuro  un bel catalogo/book    di Rubynetterie… )

    Una  prece.

  3. utente anonimo ha detto:

    E ti pareva! Uno segue un blog perché ama i libri e si deve sorbire le solite litanie di quelli che hanno l'ossessione del "mostro" sempre e comunque. Come sarebbe bello se ognuno queste ubbie se le tenesse per sé e rispettasse quelli che non la pensano come lui.

    Morale della favola: come ti rovino un blog letterario. Peccato.

    Kubi 

  4. utente anonimo ha detto:

    Ché bel post,veramente chiaro,sereno è feminile !
    A me mi piase tanto .Marai,c'est superbe.
    versubtil .

  5. gabrilu ha detto:

    versubtil
    merci 

    …   credo di avere  capito che se io leggo il francese ma non lo scrivo, Lei legge l'italiano ma ha qualche difficoltà a scrivere  in italiano.

    Siam  pari!  

    Allora  Le   faccio una proposta.

    Scriviamo ognuno nella  nostra lingua: io in italiano, Lei in francese  e  poi  vediamo che succede.

    Io sono convinta  che  se  davvero ci si  vuol capire,   ci si capirà   🙂

    Sandor  Marai…   j'adore  Marai

  6. utente anonimo ha detto:

    A proposito del commento #1 e del commento #3.
    Ognuno pensa per le possibilità che ha. Così accade che ci siano persone che pensano sempre a quello di cui sentono parlare, scegliendo tra ciò di cui sentono parlare quel che è più adatto al loro pensiero. Ma non è un problema. Perché fortunatamente ci sono anche persone che danno loro qualcosa a cui pensare.

  7. utente anonimo ha detto:

    Mi felcitación por este blog que tantas lecturas interesantes proporciona
    Un cordial saludo
    José Julio Perlado

  8. annaritav ha detto:

    Il mondo è bello perché è avariato…

  9. gabrilu ha detto:

    José Julio Perlado
    Grazie!  

    Annarita

  10. daland ha detto:

    Rivoltando Benigni: qui non si parla di politica… dunque, Berlusconi! Che colonna sonora metteremmo alla scena del Silvio sotto i ferri del suo ceratore di gote e impagliatore di capelli?  

  11. gabrilu ha detto:

    Daland
    Giusto! Non parliamo di politica, ma di cinema e letteratura !  

    http://swf.tubechop.com/tubechop.swf?vurl=akX6TIjatds&start=11&end=48&cid=106963

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