IL GABBIANO – SÁNDOR MÁRAI

Sandor Marai Il gabbiano
Sándor MÁRAI, Il gabbiano (tit. orig. Sirály), traduz. di Laura Sgarioto, pp. 163, Adelphi, 2011, isbn: 9788845925955

Budapest, anni Quaranta, seconda guerra mondiale.

Il Consigliere di Stato ha appena controfirmato il documento che stabilisce che anche l’Ungheria sarà una delle Nazioni travolte dai devastanti venti di guerra. Per il momento però il documento è assolutamente segreto, Budapest e la Nazione vivono, inconsapevolmente, le ultime ore di pace e di relativa tranquillità.

Ma ecco che, appena qualche minuto dopo, entra nella stanza e nella vita del quaranticinquenne Consigliere una giovane donna che gli ha chiesto udienza.

Lui la guarda sbigottito, esterrefatto: “No, questo è davvero troppo, pensa”. E gli viene da ridere. Perchè la donna che gli sta davanti è il doppio perfetto di Ili, la donna che ha amato anni prima e che si è suicidata. Ma per amore di un altro.

” se non mi controllo […] attaccherò a ridere… ridere? No, a sghignazzare, a sbellicarmi dalle risa, a picchiare i pugni sul tavolo…” (p.20). Perchè “Non capita mica a tutti, pensa, di seppellire qualcuno che dopo un pò risorge dalla tomba […] e di punto in bianco se ne sta lì sulla soglia, in pieno giorno all’una e venti” (p.22).

Che vuol dire tutto questo? Che vuole da lui la sua Ili? E’ davvero tornata? E da dove? E perchè?

Ma la splendida, giovane donna dice di venire dalla Finlandia da dove se ne è andata quando i bombardamenti le hanno distrutto la casa ed è venuta da lui solo per chiedergli un permesso di soggiorno che le consenta di insegnare a Budapest: il Consigliere di Stato sarà così cortese da concederglielo?

Inizia così, dall’incontro del Consigliere con Aino Laine (questo è il nome della ragazza, che in finlandese significa Unica Onda) Il gabbiano, breve ma densissimo romanzo che si sviluppa interamente nell’arco di una notte, chiudendosi all’alba con molti più interrogativi e dubbi di quante siano state le risposte ottenute alle incalzanti domande poste sia dai personaggi della storia sia da noi lettori che ne seguiamo i serrati e spesso convulsi dialoghi in un crescendo sempre più incalzante.

Un romanzo in cui la tensione è estrema e tutta intellettuale, un romanzo raffinatissimo in cui Márai attraverso le parole che si scambiano i due protagonisti fa emergere da una parte il dramma tutto privato che ben presto si configura come “un circuito elettrico che collega tre persone e una defunta in una trama comune” ma anche uno scenario molto più  vasto, quello dell’immenso scacchiere della guerra che ha già travolto centinaia di migliaia di persone in molti Paesi e che sta per travolgerne altrettante, uno scenario in cui gli esseri umani rischiano di finire per perdere il loro statuto di individui per diventare pedine di un gioco più grande di loro.

Con Il gabbiano (pubblicato per la prima volta nel 1943) siamo di fronte al più classico e grande Márai, quello dei romanzi in cui “l’evento” cruciale è concentrato nel tempo (una notte, come ne Le braci, come ne La recita di Bolzano ) e nello spazio di una stanza (che sia di una casa di Buda, di un castello nei Carpazi, di una locanda di Bolzano poco importa…) , in cui due persone si confrontano attraverso densissimi monologhi; un romanzo in cui non solo sono presenti molti dei temi più sentiti dallo scrittore ungherese ma anche — come accadrà molti anni dopo con Il sangue di San Gennaro, scritto quando Márai aveva già lasciato definitivamente la sua patria, l’Ungheria — sorprendenti anticipazioni del tema della solitudine dell’esule, dell’apolide, del senza patria.

Il gabbiano ci presenta uno dei più  classici temi máraiani: un vero e proprio incontro-appuntamento col destino (così era stato anche, ad esempio, per il Casanova de La recita di Bolzano del 1940) tutto concentrato in poche ore, in cui i personaggi sono protagonisti di una sorta di duello in cui ciascuno è chiamato a fare i conti con se stesso e il proprio passato, a scoprire ragioni ed emozioni dell'”altro”.

Il nome della ragazza, le dice il Consigliere, “racchiude in sé due concetti commoventi e preziosi […] l’ ‘unico’, che è pathos e ossessione ]…] e l’ ‘onda’ […] che offre e toglie eternamente i suoi doni, fa incontrare caso e possibilità, crea un legame fra ciò che è unico e ciò che è casuale. Hai un nome bellissimo, Aino Laine. Non a caso è il tuo nome” (p.99)

Quella che ci viene raccontata in poco più di un centinaio di pagine è una notte di segreti, una notte in cui arrivano l’amore e la morte, una notte in cui arriva il momento che gli esseri umani temono di più, quello in cui ” la vita toglie loro la maschera” (p.96).

La maschera: un altro leit motiv tipico di Márai, qui rappresentato non solo dal fatto che nella prima parte della lunga notte i due protagonisti hanno assistito, all’Opera di Budapest, a Un ballo in maschera di Verdi ma anche perchè questo tema torna poi spesso, nel loro dialogo notturno: “Ci sono notti in cui si partecipa ad un ballo in maschera… La notte ti ha chiamato e tu rispondi turbato. Svegliati, amico mio” dice Aino Laine al Consigliere (p.97) e lui, da parte sua, guardando la ragazza, pensa che “è come se indossasse dei travestimenti per poi spogliarsene, travestimenti e maschere diversi per ogni istante” (p.106)

Il romanzo è anche un grande gioco di doppi e di specchi (due donne, due notti “fatali” — quella di Budapest e quella vissuta da Aino Laine a Parigi, notti entrambe che precedono i giorni della guerra e della morte, due serate all’Opera…

Aino Laine, la senza patria, colei che non ha più una casa, la fanciulla-gabbiano è anche, in qualche modo, una sorta di “doppio” dello stesso Márai non solo perchè lui stesso uomo dalle molte patrie (l’Ungheria, la Germania e la Vienna dell’adolescenza) ma anche di ciò che sarà da esule perchè, come dice Aino Laine

“quando non si ha più una casa, all’improvviso il mondo diventa molto piccolo… ci si può mettere in viaggio come i gabbiani. Ma volare come loro non è facile, perchè gli esseri umani si portano dietro anche i ricordi. E i ricordi ci tirano giù” (p.101)

L'Opera di Budapest nel 1947
L’Opera di Budapest nel 1947
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26 risposte a IL GABBIANO – SÁNDOR MÁRAI

  1. utente anonimo ha detto:

    che bello, grazie! recensione illuminante che fa venire voglia di correre in libreria. Vado. monica

  2. gabrilu ha detto:

    Monica
     A tuo rischio e pericolo.
    C'è un sacco di gente  che al solo  leggere o sentir dire  "Marai"  comincia a sghignazzare e non la finisce più…

  3. utente anonimo ha detto:

    ?!?!?!?!?!?!?!
    Ma no, dài….ma chi si mette a sghignazzare per Marai (cosa C'E' da sghignazzare su Marai)? Io in ogni caso sono corsa in libreria e l'ho comprato proprio stamattina- non ho potuto resistere…
    Dragoval

  4. utente anonimo ha detto:

    E' un bellissimo romanzo. domani lo aspetto come dono con tanto di dedica dal protagonista.
    Che ahimè… amo.

    Grazie per questo bel post.

    Ciao.

  5. gabrilu ha detto:

    Dragoval
    Eh. Così è. Fìdati  

    Anonimo #4
    Non  ho capito niente del tuo  commento(?), ma non importa.
    Un saluto anche a te…

  6. utente anonimo ha detto:

    Anch' io come Dragoval non riesco a immaginare  che qualcuno sghignazzi su Marai.  Leggendo lui ( e altri) capisci cosa sia la " scrittura".
    Ogni suo libro è un esperienza che ti attira e ti inchioda alle sue pagine.
    Tra tutti, continuo a preferire " Confessioni di un borghese", affresco unico di antropologia , sociologia, politica  e umanità di un mondo scomparso.

  7. gabrilu ha detto:

    Anonimo #6 (ma sei Renza, per caso?)

    Dopo aver letto tutti i libri di Marai sinora pubblicati in italiano  quelli che  amo e apprezzo di più sono i due volumi autobiografici   Confessioni di un borghese e Terra!…Terra! letti e riletti più volte, cui si è aggiunto recentemente   lo straziante diario degli ultimi anni di vita fino al suicidio (L'ultimo dono).
    Per quanto riguarda i romanzi, pur apprezzandoli tutti e trovando perfetto Le braci, il mio preferito resta La donna giusta.
    Ma qui, siamo davvero nell'ambito dei gusti personali.

  8. utente anonimo ha detto:

    Sì, sono Renza :  mi ero dimenticata di firmare.
    Per continuare su Marai, condivido con te l' apprezzamento per " La donna giusta", davvero un gran romanzo. Quanto a " Braci" a me era sembrato  di taglio un po' ottocentesco, e tutto sommato ho apprezzato di più " L' eredità di Ester", con quella ambiguità più moderna.  Ho spesso accostato quest' ultimo ad un altro bel testo " L' amante indegno" di Rudolf Borchardt. Romanzo notevole, che racconta di una tela sentimentale e di una discesa verso la rovina psicologica di una donna borghese. Ciao ( è sempre un arricchimento seguire il tuo blog).

  9. utente anonimo ha detto:

    Libro bellissimo. Ma confesso non ho capito se lei e’ una spia…….

  10. gabrilu ha detto:

    Renza
    Mi sono subito fiondata  su questo Rudolf Borchardt, che non conoscevo.  Mai sentito nominare.
    Accidenti alla mia ignoranza!

    Grazie, grazie, grazie!

    (E poi dicono che i blog non servono! Io  intanto, oggi mi sono  procacciata  un Borchardt. Vi pare poco  Prendo, intasco e porto a casa)

    Anonimo #9
    Ma è questo il bello!
    O almeno, questa è una delle tante cose  belle che mi sembra  di aver trovato  nel romanzo.

    L'ambiguità, il non detto.

     I  personaggi di  Marai parlano e straparlano, ci ubriacano di parole, ma le cose   del tipo "allora, vogliamo andare al sodo?"  non  ce  le dicono mai  
    Non è così anche nella vita?

    Ma cmq. e tornando all'angoscioso interrogativo   da te posto per la serie  "ma ella era una spia oppure no?"

    …Ci sono, effettivamente, passaggi  in cui sembra di capire che lei sia una spia  (inconsapevole) assoldata dall'invece  sin troppo   consapevolissimo  Nemico (con tanto di "N" maiuscola)   scelta appositamente per la sua grande  somiglianza con il Grande Amore  Defunto.

    Il tutto in un  bel garbuglio o gaddiano  "gnuommero"   che starebbe tra politica, senilità di  anziani professori frustrati  ed  amour fou…

     Ti ricordi il film di Hitchcock "La donna che visse due volte" con Stewart Granger e Kim Novak? Ecco:   uno dei prototipi   interpretativi  del romanzo di Marai  potrebbe esser quello.

    Ci sono  però altri passaggi  — nell'ultima cinquantina di pagine  —  che ci dicono  che no, lei è solo una sosia e una vittima inconsapevole… etc.  e bla  bla

    … E poi  finalmente   arriva l'alba, e noi lettori restiamo  con il dubbio  (e con tanto di naso).

    Beh. Ci sono persone  cui  questo genere di cose fa venire  l'orticaria e c'è invece gente a cui questo tipo  di finali… come si suol dire… "aperti"… piace.

    Ammè  mi    piace  

  11. utente anonimo ha detto:

    Strano ma Borchardt è poco conosciuto.   Eppure, L' amante indegno è un  gran  romanzo, assai suggestivo dove il sodo  non trova ragioni nè spiegazioni razionali. Un viaggio nell' oscurità dell' animo umano e nei suoi misteri. Ciao! Renza

  12. gabrilu ha detto:

    Renza
    Ma se sono ignorante io non è detto che lo siano anche  altri.
    Adesso è tardi per ordinare il libro (sto per partire) ma a settembre Borchardt non mi sfuggirà.

  13. utente anonimo ha detto:

    Beh, Gabriella, se sei ignorante tu…. Comunque, è vero che Borchardt non è molto conosciuto. Anche quest' anno vai  nach Norddeutschland ? Ciao Renza

  14. utente anonimo ha detto:

    no: il commento è angosciante- perchè la morte è solo lacerazione e non anche liberazione? anche la guerra. E' vero uccide, anzi ammazza distrugge e…. libera chiarisce capovolge- Non mi piace Marai, è troppo intimista. E non mi piacciono le recensioni che parlano sempre e solo benen degli autori.

    mudd

  15. gabrilu ha detto:

    Mudd
    Come non essere d'accordo con te?

    …Si, credo  proprio, caro (o cara??!) mudd che tu  sia proprio incappato/a male, cadendo su questo  mio blog.

    Ma  stai tranquillo/a: il  Web rigurgita  di  blog che possono  — ne sono certa — soddisfare  tutte  le tue aspettative.

    Ciao e buon proseguimento

  16. utente anonimo ha detto:

    Grazie per la chiara e illuminante recensione. Ho appena finito di leggere il romanzo e mi erano rimaste, come dice il recensore, più domande aperte che risposte. Ora mi è tutto più chiaro!
    Grazie, continuerò a leggervi.
    Ciao.
    Elisabetta

    P.S. In risposta a Monica: vale sempre la pena di provare, alla peggio poi puoi parlarne male!

  17. gabrilu ha detto:

    Elisabetta
    Grazie a te! 

  18. utente anonimo ha detto:

    ho appena terminato la lettura de "il gabbiano", tra l'altro letto tutto d'un fiato. Anche io,come in uno dei commenti letti, sono rimasta col dubbio se si trattava di una spia o meno, ma mi è sorta però la convinzione che tutto ciò che è avvenuto nella notte non è altro che frutto della mente del protagonista ancora sconvolto dalla perdita della sua amata Ilo e dall'essere a conoscenza del segreto che da lì a poco avrebbe sconvolto l'Europa. 
    Saluti a tutti 

  19. utente anonimo ha detto:

     Concordo con quest'ultima versione; una mente razionale come quella del protagonista non poteva incappare in queste illazioni di reincarnazione se non fossestato turbato da questo straziante dolore, che poi credo sia anche il nervo scoprto dell'autore.

  20. Senza ha detto:

    Ho letto "Il gabbiano" tutto d'un fiato, come sempre si deve fare con Marai, per non perdere il filo. Oltre alla vicenda, al tratteggio dei personaggi, alle considerazioni sull'esistenza, mi hanno colpito due cose:
    – la data di stesura rende questo romanzo incredibilmente profetico da un lato, lucido nella sua analisi della situazione del mondo dall'altra
    – non mi ero mai reso conto così intensamente (colpa mia, dovrei averlo saputo per cultura scolastica, per cultura di viaggio, e per lettura di Marai in generale) di quanto l'Ungheria (ma anche la Cecoslovacchia e la Polonia) fosse intimamente indissolubilmente europea nel vero senso della parola, e che dramma sia stata la sua esclusione dall'"Europa occidentale" (dal cosiddetto libero pensiero) per più di cinquant'anni; neanche durante un viaggio di tre settimane a spasso per l'Ungheria me lo aveva svelato così nitidamente.

    A proposito di viaggi, chiedo scusa se scrivo qui riguardo un post del 2009 di questo blog, che ho letto stasera, e che riguarda la serie di film Heimat di Reitz: sono di ritorno ieri da una settimana passata tra Reno e Hunsruck (Germania) alla ricerca dei luoghi di Heimat. Ho trovato Simmern, Rhaunen, Schabbach (si chiama in verità Woppenroth,  è un micro paesino silenzioso, che sembra quasi rinnegare di essere stato il cuore di Heimat!); ho trovato, un po' per caso, un po' per istinto, a Oberwesel, sul reno, la mitica casa (Gunderodehaus) di Hermann e Clarissa, arroccata sopra la curva del fiume (Heimat 03). E' stato emozionante. Anche se ora è un locale pubblico, attento alla conservazione del set. Penso che ricomincerò una seconda visione delle tre serie. La migliore (anche registicamente) è, secondo me, Heimat 02. Consiglio, anche per chi non sa il tedesco, di ascoltare il parlato originale e leggere i sottotitoli. Il doppiaggio italiano non rende il ritmo dei dialoghi e la musicalità dei dialetti . Se posso, e se interessa, inserirò un paio di foto fatte da me la settimana scorsa. Magari nei commenti al post del 2009.

  21. gabrilu ha detto:

    #18  e #19
    Addirittura!
    Pur di mantenere intatta  l'immagine di  razionalità siete disponibili a pensare che si trattasse di un'unica, lunga allucinazione?!?!
    A me questa interpretazione  — scusatemi, eh — sembra  più  l'appassionato tentativo di razionalizzare il tutto.  Eppure, anche nella vita reale di ogni giorno non tutto è sempre perfettamente  "spiegabile" tante sono le cose che non capiremo mai…

    Senza
    A proposito di  quello che dici a proposito di

    " non mi ero mai reso conto così intensamente  […]  di quanto l'Ungheria (ma anche la Cecoslovacchia e la Polonia) fosse intimamente indissolubilmente europea nel vero senso della parola, e che dramma sia stata la sua esclusione dall'"Europa occidentale"

    Tutto questo è proprio il "grido di dolore" dei due volumi autobiografici di Marai ed in particolare del secondo "Terra!….Terra!". Se lo hai letto, ricorderai tutte le riflessioni che Marai fa a proposito dell'arrivo dei sovietici in Ungheria. Mi colpirono profondamente proprio per le ragioni  che dici tu. In quel caso, l'arrivo degli "slavi" rischiava, secondo Marai, di allontanare sempre più l'Ungheria dalla cultura europea. Ho sintetizzato molto forse troppo  ma spero che il concetto risulti chiaro egualmente.

    Belle  le tue impressioni su Heimat e sulla visita ai  luoghi  del film.
     Vedremo molto  volentieri le tue foto.
    Ciao e grazie!  🙂

  22. Senza ha detto:

    Tornando ad Heimat, ecco il

    Ritorno a Schabbach:

    e la chiesa di Schabbach:

    E poi, sul Reno, la casa di Hermann e Clarissa:

    sullo sfondo, in basso, Oberwesel

    l'ingresso

    e a un certo punto il silenzio e la solitudine sono rotte dall'arrivo dell'auto dei Simon!!

    Grazie a te dell'opportunità di rivedere assieme luoghi cari

  23. gabrilu ha detto:

    Senza
    Grazie dellle foto! Capisco benissimo  che cosa ci sta dietro.
    Solo una cosa:  vorrei "traslocarle" nel  post su Heimat.
    Lo fai tu, postandole là (ed io poi cancello questo) oppure preferisci che ci pensi io?
    Ma sarebbe meglio lo facessi tu.
    Fammi sapere.
    (Beh, quando si dice  "cantiere aperto" , o "work in progress", ragassi 

  24. Senza ha detto:

    Fatto, grazie!
    Ciao.

  25. Pingback: Gabbiani/2. …..Márai, Benjamin | Asterismi letterari

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