LA FAMILLE KARNOVSKI – ISRAEL JOSHUA SINGER

La famille Karnovski
Israel Joshua SINGER, La famille Karnovski (tit. orig. Di mishpohe Karnovski), traduz. dall’yiddish al francese di Monique Charbonnel, pp. 688, Editions Denoël, 2008, ISBN 9782207258729

“Sois un Juif dans ta maison et un homme dans la rue”
[…]
Toujours la bonne vieille règle d’or du juste milieu”

«Inédit» recita la fascetta dell’edizione francese de La famille Karnovski, un altro grande romanzo di Israel Joshua Singer rimasto sino ad ora pressoché ignoto.

A differenza de I fratelli Ashkenazi di cui ho parlato >>QUI, che era stato scritto in inglese, La famille Karnovski venne scritto in yiddish.

Mai comparso in italiano  (figurarsi, ohibò), tradotto in inglese molto tempo fa, questo splendido libro, che segue tre generazioni di ebrei polacchi installatisi a Berlino nei primi anni del 1900 è stato recentemente tradotto dall’yiddish al francese da Monique Charbonnel per le edizioni Denoël & Ailleurs.

La versione originale del romanzo venne pubblicata in yiddish nel 1943 a New York proprio quando lo sterminio delle comunità ebraiche d’Europa era al suo culmine.

David Karnovski, ebreo polacco dello shtetl di Melnitz decide, agli inizi del 1900, di lasciare la Polonia e di abbandonare assieme alla giovane moglie Léa il mondo chassidico, sinonimo per lui di oscurantismo per raggiungere la società ebrea assimilata di Berlino, culla della Haskala, movimento ebraico dei Lumi.

“Per tutto l’oro del mondo non accetterò di passare un giorno di più fra questi selvaggi ed ignoranti”.

David Karnovski ha un vero culto della civiltà tedesca, la sua più grande aspirazione è quella di inserirsi a pieno titolo in un mondo che per lui rappresenta la cultura, è “attirato da quel paese d’oltre frontiera da cui veniva tutto ciò che c’è di buono, chiaro, ragionevole […] Berlino aveva sempre rappresentato per lui la Haskala, la saggezza, la raffinatezza, la bellezza, la luce, tutto quello di cui non si può che sognare e che rimane sempre fuori portata”

Questa partenza costituisce l’atto fondativo di una brillante ascesa sociale. A Berlino, David Karnovski si integra nei circoli intellettuali più esclusivi ed abbandona lo yiddish, lingua dialettale degli  Ebrei dell’Est, per un tedesco raffinato, aspirando ad essere un “ebreo tra gli ebrei, tedesco tra i tedeschi”

Da adepto di Moses Mendelssohn, quando gli nasce il primo figlio, David sceglie per lui due nomi: “Moishe, come Mendelssohn, nome ebreo con il quale lo chiameranno alla Torah quando sarà più grande ed un nome tedesco, Georg, […] nome che potrà utilizzare in società nella sua attività commerciale” .

David cerca di inculcare in Moishe Georg i valori della haskala: “ebreo tra gli Ebrei e tedesco tra i Tedeschi” “sempre, la vecchia regola d’oro del giusto mezzo”

Ma allo scoppio della prima guerra mondiale David Karnovski, il ricco commerciante in legno, si rende conto di essere considerato pur sempre uno straniero, scampa per miracolo all’internamento. Si dispera: “Lui che aveva fuggito l’ignoranza e l’oscurantismo dell’Est per la cultura e l’Illuminismo dell’Ovest? Lui che parlava tedesco secondo tutte le regole della grammatica […] Lui, uno stimato commerciante, proprietario di un grande immobile nel centro di Berlino, padre di figli nati nel paese…” .

In questa Germania sempre più preda della xenofobia e dell’antisemitismo l’assimilazione comincia ad apparire una pericolosa chimera.

Con l’inesorabile ascesa del nazismo, poi, la vita quotidiana dei Karnovski (e di tutti gli ebrei loro amici e conoscenti) diventa un inferno fatto di paura e di continue umiliazioni.

Per illustrare la progressione implacabile del partito nazista e dell’esclusione degli Ebrei Israel Joshua Singer fa vivere a ciascuno dei tanti personaggi del romanzo — anche quelli più marginali e secondari — tutta la complessità della loro condizione caratterizzata soprattutto dal difficile rapporto che ciascuno di essi ha con la propria identità individuale e collettiva e dall’accettazione o il rigetto di quanto trasmesso dalla tradizione familiare.

Lo stesso David, ad esempio, sebbene convinto dei benefici dell’assimilazione rompe momentaneamente i ponti con il figlio Georg Moishe, divenuto medico molto stimato, quando questi non sposa un’ebrea ma una tedesca cristiana.

Singer fa dire ad un vecchio erudito, reb Efroim Walder “La vita […] ama giocarci degli scherzi. Gli Ebrei vogliono essere Ebrei nelle loro case e uomini all’esterno, ma tutto si è complicato: noi siamo Gentili nelle nostre case ed Ebrei per l’esterno”.

Più avanza l’antisemitismo, più ci si rende conto che il destino delle persone è determinato non tanto da come ciascuna di esse vede sè stesso, ma da come viene percepito dagli altri. Si può anche essere ebrei non osservanti, ci si può essere addirittura convertiti al cristianesimo, si può aver combattuto per la Germania e per essa esser rimasti storpi o paralizzati o aver perso i propri figli. Si può essere ricchi banchieri o stimatissimi medici o eruditi di fama internazionale: nulla conta, davanti al fatto che comunque ti additano come “uno sporco ebreo”.

In un clima di questo genere, può accadere allora che un bambino come Joachim-Georg, il nipote di David Karnovski, essendo nato da un’unione mista (l’ebreo dottor Georg Karnovski e la tedesca cristiana Teresa Holbek), finisca per essere quello che forse più di tutti si trova a vivere il dramma della propria identità e dell’accettazione della propria doppia appartenenza arrivando persino ad interiorizzare ed a fare propri i discorsi e le idee antisemite dei nazisti:

“Come si trovava ridicolo, tutte le volte che si vedeva in uno specchio, nero, scarno, l’aria losca, con un gran naso, un vero Mosè. Il suo aspetto gli faceva talmente orrore che gli succedeva spesso di sputare sulla propria immagine riflessa nello specchio”.

La sofferenza del figlio appena adolescente spinge Georg ad imbarcarsi, con tutta la famiglia, per gli Stati Uniti.

Ma se la famiglia Karnovski è riuscita a salvarsi dai nazisti (e noi lettori di oggi sappiamo che ci sono riusciti appena in tempo) i problemi dell’integrazione dell’assimilazione non sono certo finiti. Tutta la Terza ed ultima parte del romanzo, che si svolge ormai negli Stati Uniti, ci mostra molti dei personaggi della comunità ebrea che avevamo conosciuto a Berlino e che, come i Karnovski, sono riusciti ad abbandonare in tempo la Germania, alle prese con le difficoltà di trovare nuove radici in un Paese così sterminato e così diverso dall’Europa cercando, allo stesso tempo, di non perdere/rinnegare la propria identità di ebrei.

Questo grande romanzo della volontà di assimilazione non si conclude con la fuga dalla Germania nazista.

Che cosa ne sarà del giovane Jegor, erede della terza generazione dei Karnovski scampati ai nazisti ed approdati “dall’altra parte”, e cioè negli Stati Uniti?

Sarà vero quello che ad un certo punto dice David Karnovski e cioè che “al proprio destino, nessuno può sfuggire”?

Attorno a David Karnovski, il ricco commerciante in legno appassionato di libri antichi ruota tutta la moltitudine degli ebrei assimilati in una narrazione che cattura per il tono, il ritmo, la capacità di Singer di mostrare, attraverso una serie di onde concentriche, tutto il gioco delle relazioni professionali e private di ciascuno dei vari personaggi. La comunità ebraica di Berlino ci viene mostrata con tutto il mosaico dei mestieri, delle professioni, della rete di conoscenze della famiglia, ambizioni e rivalità.

Anche all’interno della comunità degli ebrei assimilati (o che cercano di diventarlo) esistono conflitti, invidie, disprezzo per l’ “Altro”, lo “straniero”.

Assistiamo alle dinamiche — che solo in un primo momento possono apparire paradossali — di “ebrei tedeschi che ancora meno dei primi [i tedeschi cristiani N.d.R] sopportano la vista di un Ebreo straniero e che sarebbero pronti a mettergli la testa sott’acqua ed affogarlo”.

Esemplare, in questo senso, è l’atteggiamento del rabbino Spayer il quale “radicato nel paese ormai da molte generazioni” pensa, guardando Georg, che il problema è la sua origine orientale “perchè è dall’Est che viene ogni male”.

Si viene catturati dal romanzo già dalle prime pagine e ben presto ci si rende conto che sempre più difficile risulta interrompere la lettura. Si viene travolti da un vero e proprio tourbillon di episodi sorprendenti, commoventi, emozionanti, a volte buffi e ridicoli, a volte davvero strazianti. Singer riesce a mobilitare ogni sorta di emozioni, utilizzando anche a meraviglia e sempre nei momenti giusti un “humor ebraico” che funziona splendidamente.

Seguiamo erudite discussioni tra studiosi della Torah, entriamo nel quartiere ebraico di Scheunenviertel straripante di macellerie kasher

Scheuneviertel

Berlino, il quartiere di Scheunenviertel negli anni ’30 (Fonte)

Insomma Singer ci mostra un intero mondo, una vera e propria “Commedia umana” ebraica, un mondo in cui gli anni Trenta fanno pesare sempre di più oscure minacce fatte di odio antisemita…

Scheuneviertel 1933Berlino, Scheunenviertel. Controlli di polizia in Dragonerstrasse nel 1933 (Fonte)

E poi: che incredibili ritratti di donne!

Da Léa Karnovski, madre ebrea iperprotettiva ed appassionata e attenta alla tradizione, ad Elsa Landau, la giovane efficiente dottoressa che lotta per i propri diritti di cittadina e di donna libera e indipendente diventando una militante di sinistra e deputata al Reichstadt, la ricca e petulante signora Moser… ed ancora: Teresa Holbek, Rebecca Karnovski, la signora Holbek, la moglie del ricchissimo commerciante Salomon Bourak…

Come Roman Vishniac che ha fotografato l’universo degli Ebrei dell’Europa dell’Est, Israel Singer delinea il panorama del mondo ebraico alla vigilia (ma questo, Singer non poteva saperlo) della sua sparizione.

La sua scrittura ci restituisce tutta la diversità, i conflitti interni, le contraddizioni di questo mondo ebraico con una lucidità veramente impressionante e che stupisce se si ricorda che i fratelli Singer erano figli di un rabbino ultra-ortodosso.

Una lucidità, quella di Israel Singer, che non può dunque che essere il frutto di una doppia presa di distanza: intellettuale innanzitutto perchè Israel rompe molto giovane con il suo ambiente di origine basato sulla stretta osservanza dei rituali e, diventando un adepto dell’avanguardia yiddish, inizia a condurre una vita da libero pensatore. Presa di distanza geografica poi, perchè nel 1933 parte per New York dove diventa giornalista per il quotidiano yiddish Forvets.

Sempre tenendo presente il momento storico in cui La famille Karnovski venne scritto e pubblicato, non può che lasciare attoniti la capacità analitica dimostrata da Israel nel descrivere il processo che condusse poi al genocidio. Interessantissima, ad esempio, l’importanza data nel corso di tutta la narrazione alla fraseologia antisemita che di giorno in giorno contamina sempre di più la lingua tedesca insinuando e radicando sempre di più l’idea di una “razza ebrea” che sporca e contamina, da cui quindi i tedeschi devono difendersi per purificare la Germania, idea che porterà allo sterminio pianificato.

Una delle cose che emozionano e commuovono maggiormente, durante la lettura, è il sapere che il romanzo è stato pubblicato nel 1943, proprio nel momento in cui il massacro delle comunità ebraiche in tutta l’Europa era al suo culmine, massacri i cui echi arrivavano in America ma di cui molto probabilmente lo stesso Israel ignorava sia la portata che i terrificanti particolari allestiti per la “soluzione finale” che avrebbe dovuto servire a rendere la Germania e l’Europa completamente “judenfrei“, come aveva ordinato Hitler.

Scrive Elena Loewenthal in un bell’articolo pubblicato su La Stampa in occasione dell’uscita, in Francia, de La famille Karnovski:

“Israel Joshua Singer non ha mai conosciuto Auschwitz, non ha mai dovuto confrontarsi con quella tremenda verità che nel 1945 svelarono quei cancelli. Forse non gli è mai venuto in mente, come invece toccherà a suo fratello, di trovarsi a narrare un mondo che non esisteva più. Non ha mai provato a immaginare l’estinzione brutale della lingua in cui scriveva, lo yiddish annientato nei forni crematori. Eppure questo romanzo dai ritmi cadenzati che, con le sue finestre su un mondo ebraico complesso e carico di grandi sfide, molto argomenta oltre a raccontare, sembra già adombrare tutto quello che di lì a poco si vedrà, si saprà. Questa consapevolezza a posteriori lo rende una lettura non di rado scioccante: viene da prendersi la testa fra le mani. E si precipita in quel purgatorio di paura e incredulità, di preoccupazione e sgomento, che precedette le certezze. Le terribili scoperte di dopo la guerra. In fondo, un po’ ce le spiega anche, queste terribili scoperte: perché da quella sete di assimilazione dei Karnovski, da quel loro irrefrenabile desiderio di «diventare come gli altri», trapela anche l’evidenza del fallimento. È una storia, insomma, che va contro se stessa, fin quando non esplode. Ma Israel Joshua Singer, fratello maggiore di Isaac Bashevis, morto d’infarto nel 1944, non poté mai saperlo fino in fondo.
Israel Singer ed altri scrittori yiddish
Israel Joshua Singer (secondo da sinistra, di profilo) in un caffè in Polonia
assieme ad altri scrittori yiddish nel 1930. (Fonte)
  • La scheda del libro >>
  • L’articolo di Elena Loewenthal >>

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N.B. La traduzione dal francese delle citazioni tratte dal romanzo è mia.

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Nota
La famille Karnovski mi ha fatto  subito, e prepotentemente,  riandare con il pensiero  ad un altro grande piccolo (piccolo solo per la lunghezza: forse appena un centinaio di pagine) scritto sulla volontà di integrazione e di assimilazione. In quel caso si trattava di un ebreo ungherese che aveva attraversato tutta l’Europa per trasferirsi in Francia, patria della tolleranza e dei Lumi.

Quel piccolo grande libro è La marche à l’Etoile.
L’autore è Vercors, pseudonimo di Jean Bruller.

Ne ho parlato >> QUI

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Aggiornamento del 21 Marzo 2013

Il romanzo di Singer è stato finalmente tradotto in italiano e pubblicato da Adelphi.

La scheda del libro sul sito della casa editrice

 

 

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35 risposte a LA FAMILLE KARNOVSKI – ISRAEL JOSHUA SINGER

  1. utente anonimo ha detto:

    Un grand salut ce 14 juillet, on pense à l' Italie aussi !

  2. povna ha detto:

    Scopro oggi: bel blog! A presto, mi sa! 😉

  3. gabrilu ha detto:

    Versus
    Il 14 luglio è passato da  parecchi giorni ed io ti sto rispondendo con molto ritardo, ma posso assicurarti che ho guardato le  foto della parata sugli Champs Elysées…     

    Eh, ci sarebbe da dire eccome, sul senso dell'unità  nazionale, sul senso delle feste di questo tipo, sul senso delle parate militari… Ma come si fa, in uno  "spazio commenti"?

    povna
    Grazie 

  4. utente anonimo ha detto:

    Ciao Gabri,
    vorrei leggerlo anche io questo bel libro, mi dici dove lo hai comprato tu? Ovviamente se on line
    baci tanti
    Giusi Meister

  5. gabrilu ha detto:

    Giusi Meister

    Io l'ho comprato su Amazon.it
    http://tinyurl.com/3vk3olt

    Lo trovi anche sul sito della Fnac

    http://livre.fnac.com/a2448629/Israel-Joshua-Singer-La-famille-Karnovski

    Conoscendo i tuoi interessi, è un romanzo che ti consiglio  decisamente. Sono certa ti piacerà molto.
    Eventualmente, poi fammi sapere le tue impressioni.
    Ciao!

  6. egidio dallo ha detto:

    perchè non viene tradotto in italiano come i fratelli askenazi?

    • gabrilu ha detto:

      @egidio dallo
      ah, saperlo, saperlo!
      Ma quanti libri vengono tradotti e pubblicati prima in Francia e poi (e nemmeno sempre) in Italia?
      Io per la verità una mia ipotesi ce l’avrei, sul perchè questo avvenga, ma me la tengo per me che sennò poi magari qualcuno mi taccia di esterofilia 😉

  7. egidio dallo ha detto:

    spero che questo libro venga al più presto tradotto in italiano . gabrilu ha paura di essere tacciato di esterofilia. la cosa importante è che questo capolavoro sia messo al più presto a disposizione
    dei lettori italiani!!!!!!!!

    • gabrilu ha detto:

      @egidio dallo
      Bah
      Io all’accusa di esterofilia ci ho ormai fatto il callo (me lo dicono tutte/i).
      Sono già “schedata” da tempo.
      La qual cosa mi risulta di fatto molto comoda, perchè così, quando parlo di un libro, non devo risalire ad Adamo ed Eva.
      Detto questo.
      Già
      Qualcuno mi dovrebbe però ancora spiegare perchè mai un sacco di libri (romanzi e saggistica) vengono immediatamente tradotti e pubblicati in Francia mentre invece noi qui in Italia stiamo a sbavare per anni e decenni.

      Che vuoi che ti dica caro egidio dallo.
      Questo è.
      In Italia.

  8. egidio dallo ha detto:

    Cara Gabrilu tu sei giovane , mentre io sono sicuramente più vecchio di te e alle accuse di esterofilia sono ormai abituato fin dai primi anni 60. Basta passare i confini della nostra patria e si scopre subito un altro modo di agire nel rispetto delle regole. Come diceva giorgio bocca, basta guardare una tappa del tour de france per rendersene conto: evidentemente i nostri politici non amano il ciclismo!!!!! Il nostro è un paese devastato dall’ incuria e dal prevalere di interessi personali su quelli comuni. speriamo che almeno non ci tolgano la possibilità di sognare un mondo diverso e migliore. Cos’è in fondo la lettura di un buon libro se non questo? A presto

  9. egidio dallo ha detto:

    sembra che il libro di Joshua-Singer-La-famille-Karnovski venga edito da adelphi entro il 2013

  10. gabrilu ha detto:

    @egidio dallo
    grazie per la segnalazione. In effetti anch’io ho sentito che la cosa bolle nella pentola adelphiana.
    D’altra parte, Singer è proprio in perfetto “Adelphi style”, e l’unica cosa di cui mi meraviglio è che non ci abbiano pensato prima
    Appena il gatto l’avremo nel sacco (perchè io è da un pezzo che non dico più quattro se non ce l’ho nel sacco) metterò l’annuncio sul blog e accompagnerò l’annuncio (anzi, meglio: l’annunzio) con colonna musicale di pifferi e tamburi 🙂
    Ciao! 🙂

    P.S. Sarà però sempre tardi se e quando qualche caspita di una qualsiasi casa edtrice italiana si deciderà finalmente a tradurre e pubblicare “Per una giusta causa” di Vasilij Grossman.
    Questa sì che è roba che grida vendetta.

  11. egidio dallo ha detto:

    strano che adelphi non pubblichi “Per una giusta causa” di Vasilij Grossman avendo già in catalogo ” Vita e destino” dello stesso autore !?

  12. Pingback: I.J. Singer La famiglia Karnowski | Zanzibar

  13. driuorno ha detto:

    L’ha ribloggato su BABAJI.

  14. carloesse ha detto:

    Comprato anche io, fresco fresco di stampa. Lo attendevo da quando avevi pubblicato questo post sull’edizione francese. Lo attaccherò appena finite alcune letture già in corso (presto).

  15. gabrilu ha detto:

    @carloesse
    facci sapere, poi.
    Se non hai ancora letto “I fratelli Askenazy”, però, mi permetterei di consigliare di cominciare da quello. I due romanzi sono completamente indipendenti ed autonomi, e si possono senz’altro leggere separatamente ma in un certo senso “La famiglia Karnowski” costituisce il seguito ideale dell’altro ed il quadro complessivo che poi emerge dopo la lettura di entrambi i romanzi è molto più significativo e grandioso.
    Così, solo un consiglio per quello che può valere.
    Ciao! 🙂

  16. Finalmente in italiano. Un libro cha lascia solchi. Ne ho scritto oggi sul mio blog. Un libro meraviglioso e terribile. Finalmente, meglio tardi che mai.

  17. gabrilu ha detto:

    @Musette
    Bellissimo post, il tuo. Bello per la descrizione del contesto di lettura, per l’accostamento del romanzo di Israel Singer a “Un anno a Treblinka” di Yankel Wiernik di cui ho sentito parlare ma che non ho letto…
    Bello quando in un blog si cerca di approfondire, trovare connessioni e non ci si limita a galleggiare…
    Ciao e grazie! 🙂

  18. Grazie a te! I libri sono una gioia dell’esistenza, e questo tuo blog è come una porta spalancata su quella gioia.

  19. Pingback: Kataweb.it - Blog - Avanzi di cucina » Blog Archive » Letture estive 2013

  20. annamaria balzano ha detto:

    Bellissima analisi di un bellissimo libro. Complimenti!

  21. Kleis ha detto:

    Cara Gabrilu, prima di tutto complimenti per il blog e per la recensione del libro.
    Io lo sto leggendo nella traduzione tedesca, edita da Berliner Taschenbuch Verlag. Confrontandola con l’edizione italiana Adelphi, che possiedo, mi rendo conto che le due traduzioni sono molto diverse fra loro! In quella italiana sono stati omessi alcune frasi e, più in generale, si ha come un senso che la traduzione sia, più frettolosa e molto meno curata di quella tedesca, che però si basa sulla traduzione inglese. La traduttrice dell’ Adelphi parte dal testo yiddish? Se così fosse mi sarei aspettata che la sua traduzione, e non quella tedesca, fosse più curata e precisa (ripeto: nell’edizione tedesca sono presenti molte frasi in più).
    Ancora complimenti per il sito!

    • gabrilu ha detto:

      @Kleis
      interessantissime queste tue notazioni! Non conosco il tedesco, ahimè (nè tantomeno l’yiddish…), ma per quel che ne so la Berliner Taschenbuch Verlag è un’ottima casa editrice. Mi hai incuriosita parecchio.
      Non ti so parlare della traduzione italiana perchè il romanzo l’avevo letto in francese un anno prima circa che in Italia lo pubblicasse Adelphi.

      Posso dirti solo che nell’edizione Adelphi compare la seguente scritta:
      BIBLIOTECA ADELPHI.
      ISRAEL JOSHUA SINGER. LA FAMIGLIA KARNOWSKI.
      Traduzione di Anna Linda Callow. ADELPHI EDIZIONI.
      TITOLO ORIGINALE: Di mishpohe Karnovski. Prima edizione: febbraio 2013. Seconda edizione: aprile 2013. 1943 ISRAEL JOSHUA SINGER. Copyright renewed 1971 by Joseph Singer. English translation.Per la traduzione italiana, condotta sul testo originale yiddish. 2013 adelphi edizioni s.p.a. milano. http://www.adelphi.it.

      Nel volume della casa editrice francese DENOEL&D’AILLEURS compare invece la scritta “roman traduit du Yiddish par M. Charbonnel)
      Se hai voglia di entrare in maggiori particolari esponendo qualche altra tua considerazione sulla traduzione tedesca, non puoi che farci piacere.
      Ciao e grazie! 🙂

      • Kleis ha detto:

        Cara Gabrilù, ecco un esempio (uno dei tanti) della differenza tra l’edizione tedesca e quella italiana, che pare, come dire?, “spuntata” qua e là:

        Edizione Adelphi italiana:

        “Altrettanto solenni erano i versi in lettere gotiche, pieni di saggezza domestica e di prudenza, che ornavano gli oggetti. Ce n’erano dappertutto, ricamati sugli strofinacci, dipinti sulle brocche e sui boccali da birra. Gli inquilini di Holbek non erano meno solidi dei suoi immobili. Berlinesi di antica data, facoltosi, tutti d’un pezzo [etc.]”

        Ecco invece lo stesso (?) brano nell’edizione tedesca della BVT tradotta da me:

        “La stessa solidità si ritrovava nelle scritte in lettere gotiche, che decoravano molti articoli della casa, proverbi che accennavano alla saggezza e intelligenza domestica. Erano dappertutto, sugli asciuagmani, iscritte sui vasi di terracotta e dipinte su boccali. I vecchi asciugamani, che discendevano da antenati della signora Holbeck, portavano detti come “la mattina ha l’oro in bocca”. Su quelli nuovi, che la signora Holbeck aveva dato a sua figlia da ricamare, era iscritto “piccolo filo, ottima ragazza” [in tedesco: kurzes Faedchen, fleisssig Maedchen, difficile da tradurre]. Il motto dei bicchieri inneggiava al vino e alle canzoni. Il cuscino, sul quale il signor Holbeck appoggiava la testa per il riposo del pomeriggio portava inscritto “solo un quarto d’ora”. Persino gli utensili per la Toilette portavano inciso frasi che ricordavano i vantaggi della pulizia.
        Così solidi e conservativi come i palazzi erano anche gli affittuari del signor Holbeck: cittadini benestanti, rispettabili, contenti si sè [etc]”

        l brano è tratto dall’inizio della seconda parte (Georg). Si tratta solo di un esempio, tra i tanti, di come l’edizione Adelphi appaia troncata rispetto a quella tedesca, e suppongo anche rispetto a quella francese, in quanto tradotta dall’Yiddish. Ora, anche lasciando da parte la questione dei tagli, la traduzione italiana mi appare stanca e spenta rispetto a quella tedesca, come se la traduttrice non si fosse presa tutta la briga nel tradurre che un’opera del genere comporta, e questo è un peccato per i lettori italiani perché il libro, se letto nell’edizione Adelphi, perde parecchio. Che dire, sono contenta di leggerlo in tedesco!

  22. gabrilu ha detto:

    @Kleis
    Innanzitutto devo fare ammenda perché mi sono accorta adesso che nella mia risposta precedente avevo saltato alcune fondamentali righe riguardanti l’edizione Adelphi, nelle quali si dice che la traduzione è stata effettuata sul testo yiddish (dunque come quella francese). Ho provveduto a correggere e integrare.

    Detto questo, sono andata a controllare la versione francese e… il testo francese dell’esempio che hai riportato tu è ***esattamente*** come quello tedesco.
    E se tedesco e francese coincidono…vuol dire che è la traduzione italiana, ad essere un colabrodo.
    Effettivamente, nella versione Adelphi risultano tagliate di brutto molte righe, e davvero non si capisce perché.
    Sono basita, perché a questo punto mi ritengo autorizzata a pensare che se il taglio è stato realizzato su un brano, nella versione italiana ce ne siano anche altri, di tagli. Quanti? E perchè?

    Tutto questo non va bene, non va per nulla bene.
    Mi dispiace molto, perché io adoro l’Adelphi, e Israel Singer è autore troppo importante per venire tradotto alla carlona. Insomma, ti assicuro che ci sono rimasta malissimo.

    … A questo punto, che dire? Tu sei contenta di leggere la traduzione tedesca (ed hai ragione), ed io sono ar-ci-con-ten-ta di aver letto la traduzione francese… 😦

    Ciao, grazie e spero proprio di rileggerti presto 🙂

  23. Kleis ha detto:

    Anche io sono rimasta molto basita dalla faciloneria che ha mostrato l’Adelphi, come se l’opera di Singer, in quanto poco conosciuta (in Italia, ma anche all’estero), non fosse degna abbastanza degna di attenzione, forse perché la traduttrice ha ritenuto che non valesse la pena darne una traduzione accurata (come quella tedesca, che è ottima, e come quella francese, scommetto) in quanto nessun lettore italiano si sarebbe preso la briga di controllarla. Non mi spiego altrimenti tutte quelle frasi non tradotte o quelle parole scelte a caso, parrebbe.
    Inoltre ho notato un’altra cosa molto curiosa: il tempo della narrazione nella traduzione tedesca è SEMPRE al passato (Perfekt), mentre, e qua la cosa è sospetta!, nell’edizione Adelphi, fino a pagina 118 il tempo è fastidiosamente il presente (David esce, prende la via principale, va al lavoro etc.), cosa che secondo me rovina molto la narrazione, ma per poi passare improvvisamente al passato remoto, da un momento all’altro. Fino a pagina 118, ripeto, la narrazione è tutta al presente, mentre a metà strada la traduzione assume il tempo passato!

    “[…]Tutti si slanciano per le scale, i candidati, gli inservienti, i professori e perfino LAnzbach, Quello che corre più in fretta è Georg, e tiene per mano Elsa. Ma gli scheletri li inseguono. Immene, innumerevoli schiere. le loro ossa risuonano sul selciato. Georg si mise a urlare. Quando aprì gli occhi vide la signora Kruppa […]”

    Ecco, io non riesco a spiegarmi questo noncuranza da parte della traduttrice italiana. Tra tagli ( forse le vittime sono state quelle frasi che a suo parere era lecito sacrificare), cattive traduzioni, e cambi di tempi, forse l’Adelphi avrebbe fatto meglio a dare il lavoro a qualcun altro! Voglio proprio vedere se qualcuno si sarebbe mai permesso di tradurre Proust con la noncuranza di cui è stato vittima il povero Singer!

    • gabrilu ha detto:

      @Kleis
      con la questione dei tempi, la faccenda mi pare più complicata.
      Ho controllato la versione francese, ed in effetti anche lì si passa spesso dal presente al passato remoto. Ho riletto per intero il Cap.12 (quello dal quale hai stralciato il tuo secondo esempio), ed anche la traduzione francese è al presente. Per la verità, a me pare che questi cambiamenti di tempo (dal passato remoto al presente) abbiano un senso, perché il presente utilizzato è il presente storico, che nel romanzo viene adoperato per gli eventi drammatici e in divenire, mentre mi sembra che il passato remoto venga utilizzato per gli eventi “consolidati”, “accertati” e ipotizzo che probabilmente in questo la traduzione non abbia tradito l’originale (ma per esserne certi bisognerebbe essere in grado di leggere il testo yiddish).

      Tornando al nocciolo della questione: io credo che il problema sia, appunto, l’yiddish. Non credo proprio sia facile trovare “sulla piazza”, come si suol dire, tanti traduttori che conoscano bene sia questa lingua ormai di nicchia e contemporaneamente maneggino bene l’italiano. La difficoltà credo sia reale e notevole, e che per qualsiasi editore questo rappresenti un problema serio.

      Non credo si tratti tanto di mettere sulla bilancia un Singer o un Proust, quanto di mettere sulla bilancia la facilità/difficoltà di trovare ottimi traduttori dal francese e/o dall’yiddish. Non c’è davvero partita, paragone. O traduttori dall’inglese, dall’americano, dal tedesco… e qui mi fermo, perche già con l’ungherese e con molte lingue slave le cose si mettono diversamente. Perfino con il russo non credo ci sia poi tutta quest’abbondanza, in giro, di buoni traduttori.

      Certo, poi magari c’è qualche traduttore che sul fatto di lavorare con una lingua completamente sconosciuta al 95% dei potenziali lettori magari ci marcia: ritiene di poter aggirare ostacoli tagliando frasi, modificando aggettivi, piegando la consecutio temporum a proprio comodo…

      Ecco che poi però basta un dilettantesco e certamente poco approfondito controllo incrociato di traduzioni in lingue diverse (tedesco, francese, italiano – in questo caso) come quello che stiamo facendo noi non dico per emettere giudizi sommari ma per far sorgere un sacco di dubbi e suscitare parecchie perplessità…questo sì…

      A questo punto sai cosa mi piacerebbe/incuriosirebbe? Sentire qualcuno che avesse letto la traduzione in inglese che lo stesso Israel Singer fece del suo romanzo.

      Chissà com’è? Credo si scoprirebbero cose interessanti.

      Mi viene in mente quello che diceva Nabokov delle grosse difficoltà che aveva incontrato quando lui stesso (lui, l’autore) si trovò a dover tradurre “Lolita” dall’americano al russo…

      • Kleis ha detto:

        Per quanto riguarda i tempi, anche in tedesco cambiano quando si passa a una narrazione indiretta, come ho notato succede in quella Adelphi, almeno da pagina 118 in poi. Mi spiego: se in tedesco la narrazione avviene al passato, poi passare al congiuntivo presente quando l’autore esprime i pensieri dei personaggi, ecco, questo nell’edizione italiana non avviene, fino a pagina 118, mentre dopo sì. E’ davvero strano, però è vero che, alla fine, non è poi così importante, perlomeno rispetto ai tagli. Poi può darsi che a me dia così fastidio leggere l’edizione italiana solo perché inconsciamente la confronto con l’accuratezza di quella tedesca 😉

        Io ho cercato di reperire l’edizione inglese, ma è molto difficile! Credo che ai lettori anglofoni quest’opera sia ancora abbastanza sconosciuta, e questo è un peccato!

        Non nego che trovare un traduttore dall’Yiddish all’italiano competente sia facile, se non impossibile, però da una casa editrice come l’Adelphi mi aspettavo di più, ecco. In alcuni passaggi, soprattutto nella prima parte, si ha la stessa sensazione che si prova nel leggere un passo di Senofonte in greco e quello di una traduzione di un ginnasiale, e questo l’opera di Singer non lo merita.

        Che dire? E’ sempre meglio leggere l’originale quando si ha la possibilità!

        Grazie del confronto e sicuramente a presto!

  24. Dragoval ha detto:

    @Kleis e Gabrilu
    Ho citato il presente post anche nella mia recensione del romanzo su Anobii (per dargli ulteriore visibilità) ed ho appena scritto ad Adelphi una lettera di rammarico.
    Posso invitare voi e gli altri lettori a fare altrettanto? Una noce nel sacco non fa certo rumore, ma una protesta a più voci potrebbe forse indurre la Casa editrice a considerare la possibilità di una re-visione editoriale (tentar non nuoce, e il romanzo merita abbastanza da provarci).

  25. dragoval ha detto:

    Da Gennaio 2015,passati i settant’anni dalla morte dell’autore, appariranno in libreria per i tipi Newton Compton Yoshe Kalb , La famiglia Karnowski e I fratelli Ashkenazi , in edizione integrale e con introduzione di Moni Ovadia:
    http://www.newtoncompton.com/autori/S/israel-joshua-singer

    Purtroppo non compare il nome del traduttore in copertina (francamente orribile).

    Io comprerò certamente i Karnowski per paragonare quest’edizione all’edizione Adelphi, e rendermi conto così di tutto ciò che mi sono persa.

  26. Vito ha detto:

    L’avvicinarsi alla conclusione mi ha fatto trepidare come se fossi lì in quei pochissimi anni.
    Grazie per avermelo segnalato.

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