PROUST, VENEZIA E…O SOLE MIO

Proust a Venezia
Proust a Venezia nel 1900

Come tutti i lettori de La Recherche du Temps Perdu sanno, Venezia occupa un posto molto importante nella vita e nell’opera di Proust.

Non mi dilungo su questo, anche perchè sul sito Il Compagno Segreto trovate alcune mie riflessioni sul rapporto tra Proust e Venezia dal titolo Le  parole e le pietre: la Venezia di Marcel Proust

Oggi vorrei invece soffermarmi, se pure purtroppo brevemente, su un passaggio abbastanza curioso che si trova in Albertine disparue.

E’ il passaggio in cui il Narratore, rimasto solo sulla terrazza dell’albergo dopo essersi rifiutato di lasciare Venezia assieme alla madre, ascolta un gondoliere cantare “O sole mio” e si lascia andare ad una serie di fantasticherie e di riflessioni.

Se pensiamo che O sole mio fu pubblicata nel 1898, da questa pagina di Proust si rileva quanto, in pochissimo tempo, ed in un’epoca in cui non esistevano i media moderni, quella canzone fosse diventata tanto popolare da venir cantata anche dai gondolieri veneziani.

Gondoliere inizi del 900

Sans doute ce chant insignifiant, entendu cent fois, ne m’intéressait nullement. Je ne pouvais faire plaisir à personne ni à moi-même en l’écoutant aussi religieusement jusqu’au bout. Enfin aucun des motifs, connues d’avance par moi, de cette vulgaire romance ne pouvait me fournir la résolution dont j’avais besoin; bien plus, chacune de ces phrases, quand elle passait à son tour, devenait un obstacle à prendre efficacement cette résolution, ou plutôt elle m’obligeait à la résolution contraire de ne pas partir, car elle me faisait passer l’heure. Par là cette occupation sans plaisir en elle-même d’écouter « sole moi » se chargeait d’une tristesse profonde, presque désespérée. Je sentais bien qu’en réalité, c’était la résolution de ne pas partir que je prenais par le fait de rester là sans bouger; mais me dire: « Je ne pars pas », qui ne m’était pas possible sous cette forme directe, me le devenait sous cette autre: « Je vais entendre encore une phrase de « sole mio »; mais la signification pratique de ce langage figuré ne m’échappait pas et, tout en me disant: « Je ne fais en somme qu’écouter une phrase de plus », je savais que cela voulait dire: « Je resterai seul à Venise. » Et c’est peut-être cette tristesse, comme une sorte de froid engourdissant, qui faisait le charme désespéré mais fascinateur de ce chant. Chaque note que lançait la voix du chanteur avec une force et une ostentation presque musculaires venait me frapper en plein cœur; quand la phrase était consommée et que le morceau semblait fini, le chanteur n’en avait pas assez et reprenait plus haut comme s’il avait besoin de proclamer une fois de plus ma solitude et mon désespoir.

Certo quella canzone insignificante, cento volte ascoltata, non mi interessava affatto. Non potevo recare piacere nè a me stesso nè a nessuno ascoltandola religiosamente fino in fondo. E poi, nessuno dei motivi da me conosciuti in anticipo, di quella volgare romanza, poteva fornirmi la risoluzione di cui avevo bisogno; anzi, ognuna di quelle frasi, che si succedevano continuamente diventava un ostacolo per me a prendere efficacemente quella risoluzione o piuttosto mi obbligava alla risoluzione contraria di non partire, perchè lasciava trascorrere il tempo che avevo a disposizione. Perciò, l’occupazione, priva in sè di ogni piacere, di ascoltare Sole mIo si caricava di una tristezza profonda, quasi disperata. Sentivo che in realtà, restando lÏ senza muovermi, prendevo la risoluzione di non partire; ma il dirmi ´Non parto, che mi riusciva impossibile in questa forma diretta, diventava possibile sotto quest’altra: ´Ascolterò ancora una frase di Sole mio; ma il significato pratico di quel linguaggio figurato non mi sfuggiva, e, pur dicendomi: ´Insomma, non faccio che ascoltare una frase di più, sapevo che ciò voleva dire: ´Rimarrò solo a Venezia. Ed era forse quella tristezza, come una sensazione di freddo che mi intorpidisse, a creare l’incanto, l’incanto disperato ma ammaliante, di quella canzone. Ogni nota che la voce del cantore lanciava con una forza e un’ostentazione quasi muscolari, veniva a colpirmi diritto al cuore; quando la frase era consumata e il pezzo sembrava finito, il cantore non ne aveva ancora abbastanza e riprendeva più forte come se avesse bisogno di proclamare una volta di più la mia solitudine e la mia disperazione

Per Proust, insomma, la canzone di Capurro – Di Capua è solo cattiva musica, ma è una cattiva musica che, come lo stesso Proust aveva scritto molto tempo prima ne Les Plaisirs et le Jours, è musica che si può detestare, ma non disprezzare ed è forse addirittura da venerare, perchè “Il suo posto, nullo nella storia dell’arte, è immenso nella storia sentimentale della società” (testo integrale qui)

Cosa dice il testo della canzone?

Quanno fa notte e ‘o sole se ne scenne,
me vene quase ‘na malincunia;
sotto ‘a fenesta toia restarria
quanno fa notte e ‘o sole se ne scenne.

Quando fa sera e il sole se ne scende,
mi viene quasi una malinconia…
Resterei sotto la tua finestra,
quando fa sera ed il sole se ne scende

Guarda caso (ma in Proust sappiamo bene che mai nulla è casuale) c’è un’importantissima finestra anche nel  romanzo: la finestra della camera d’albergo veneziana della madre, la finestra che il Narratore non dimenticherà mai perchè dietro quella finestra scorgeva il suo volto triste. Un ricordo che lo perseguiterà sempre, dopo la morte di lei.

O sole mio nella storica interpretazione di Enrico Caruso

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Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
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16 risposte a PROUST, VENEZIA E…O SOLE MIO

  1. anna setari ha detto:

    Molti veneti di campagna si mostrano scandalizzati che a Venezia i gondolieri cantino canzoni napoletane: credono che si tratti di una concessione turistica che non tiene conto delle tradizioni venete, e storcono il naso di fronte a questa “prevaricazione” della cultura meridionale su quella autoctona, maledicendo Garibaldi ecc.
    Invece è dalla fine del Settecento che i gondolieri chiesero e ottennero il permesso di cantare le canzoni napoletane. Purtroppo non so ora citare le fonti scritte, ma la notizia mi fu data anni fa dal prof. Mario Isnenghi (al tempo direttore del Dipartimento di Studi Storici all’Università di Venezia).

  2. anna setari ha detto:

    La canzone che cantavano quegli antichi gondolieri era “Fenesta ca lucivi”.
    Anche in questo caso di finestra si trattava:-)

  3. anna setari ha detto:

    Mi dispiace di occuparti lo spazio dei commenti, ma mi piace mettere il link di Caruso che la canta:

  4. gabrilu ha detto:

    anna setari
    Vedi perchè ho sudato sette camicie per portarmi qui non solo i miei post ma anche i commenti? Ci sono riuscita, come puoi vedere, anche se qualcosina forse s’è persa per strada, ma pazienza…
    Perchè nei commenti di questo blog si trovano sempre cose interessanti.
    Per esempio: io lo sapevo mica quello che tu riporti a proposito del come e qualmente i gondolieri venexiani amano cantar canzoni napulitane…

    In quanto all’ “occupazione spazio commenti”… dirai mica sul serio, veh.

  5. amfortas ha detto:

    E poi, cara gabrilu, evidentemente l’aria di Napoli e Venezia favorisce l’ispirazione musicale. Più della metà del catalogo rossiniano è stato composto tra queste due città, tra il 1810 e il 1823.
    Cambiale di matrimonio e Semiramide gli estremi di questo viaggio che racchiude titoli mitici.
    Ciao.

  6. Versus ha detto:

    Chère Gabrilù,
    Je vous ai mis en blogroll à partir de votre nouvel hébergeur..mais il est indiqué ” 4ans “!!Et quand je clique dessus, je suis heureusement ici!
    Mais c’ est étrange!…

  7. gabrilu ha detto:

    Amfortas
    bello come ognuno di noi coglie, nei brani che legge, gli aspetti particolari riguardanti le cose che maggiormente ci interessano…

    Versus
    Sono andata a guardare il codice html del templare del tuo blog, che è correttissimo.
    La mia ipotesi è che siccome in questi giorni sto cercando di sistemare tutti i link e l’impaginazione dei miei post, qualche volta ieri mi è successo, ripubblicandoli, di lasciare la data del giorno corrente (cioè ieri, come nel caso del post sul libro di Schneider) dimenticandomi di inserire la data di quattro anni fa quando ineffetti il post era sto messo nel blog. Poi mi sono accorta della svista ed ho corretto, ma evidentemente l’efficientissimo BlogRoll di BlogSpot aveva già provveduto a segnalarlo… 🙂

    Non escludo che ancora per qualche giorno (fino a quando non avrò terminato con i lavori di sistemazione e revisione) qualche altro inconveniente del genere si possa verificare.

    L’importante comunque è che, prendendo una strada oppure un’altra, si arrivi sempre qui 😉

    A bien tôt 🙂

  8. nanni ha detto:

    E’ un brano davvero interessante che, nel leggere, mi era sempre sfuggito. E’ senz’ altro un motivo di merito averlo posto nella giusta evidenza, come è accaduto per tanti altri libri e musiche che Gabrilù ci ha fatto scoprire. Ho provato a chiedermi perché trovassi questo passo della Recherche tanto interessante e questi sono, in breve, i risultati:

  9. Stefano-Braindamage ha detto:

    Ottimo pezzo, davvero interessante!

  10. nanni ha detto:

    E’ un brano davvero interessante che, nel leggere, mi era sempre sfuggito. E’ senz’ altro un motivo di merito averlo posto nella giusta evidenza, come è accaduto per tanti altri libri e musiche che Gabrilù ci ha fatto scoprire. Ho provato a chiedermi perché trovassi questo passo della Recherche tanto interessante e questi sono, in breve, i risultati:
    c’ é senz’ altro, come la stessa gabrilù ha posto in risalto, il tema della “musica brutta” (O’ sole mio, etc. Vs Beethoven o Wagner) ma c’ é soprattutto lo scandaglio, ovviamente di una profondità abissale, del rapporto tra il Narratore e sua madre;
    i due stanno per separarsi dopo la loro permanenza a Venezia e il Narratore utilizza la canzone come una sorta di clessidra che scandisce il tempo che lo separa dalla decisione di non partire con lei o dal prendere atto di non essere partito con lei: “Sentivo che in realtà, restando lì senza muovermi, prendevo la risoluzione di non partire”. La modalità di attuazione della decisione, dunque, è indiretta e passiva, così come la madre ha sempre valutato l’ agire del figlio.
    Perciò, col sottostare all’ ascolto, il Narratore si riconosce affetto proprio da quella malattia della volontà, da quell’ inerzia morale che nonna e mamma gli hanno sempre rimproverato e che apparentano il Narratore al… Petrarca del Secretum: (“Sei posseduto da una funesta malattia dell’animo, che i moderni hanno chiamato accidia, gli antichi aegritudo” (latino, malattia). Dunque O’ sole mio come una sorta di correlativo oggettivo dell’ accidia del Narratore.
    Tutto filerebbe liscio se il brano non si concludesse con questa frase: “Ogni nota che la voce del cantore (…)”. Chi compie questa sorta di metatesi tra la canzone e gli stati d’ animo è certamente il Narratore che ce ne sta riferendo però, ad essere colpito diritto al cuore, non è lui ma il ragazzo che lui è stato tanti anni prima. Il Narratore non è per niente afflitto da accidia, anzi: il suo agire è improntato alla massima solerzia dato che, come Ulisse con le Sirene, si è lasciato immobilizzare, nei panni di un ragazzo in un pomeriggio di solitudine, per poterle ascoltare e raccontarci che cosa ha provato…

  11. gabrilu ha detto:

    Stefano Braindamage
    grazie a Proust, che è una miniera e un pozzo senza fondo. Quando si crede di conoscerlo, si scoprono sempre particolari che (ri)mettono in circolo sempre nuove rifessioni e riletture …
    nanni
    grazie davvero per il contributo 🙂

  12. Engrik ha detto:

    Un post meraviglioso! complimenti!!

  13. Dragoval ha detto:

    Anche i gondolieri di Brodskij, in “Fondamenta degli Incurabili”, cantano ‘O sole mio, anche se non quando “la gente si fa traghettare da una riva all’altra del Canal Grande o ci carica un acquisto importante – qualche sedia, diciamo, o una lavatrice- da portare a casa”. (cfr Fondamenta degli Incurabili, Adelphi 1991, pag. 103).
    Nell’ultimo capitolo, in cui si ribadisce che “acqua è uguale a tempo, e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio”, e che “Toccando l’acqua, questa città migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro”, credo che l’allusione a Proust appaia ancor più evidente (e rilevante).

  14. Dragoval ha detto:

    I musicisti napoletani che cantano,in maniera anche lasciva e sguaiata, il repertorio napoletano contemporaneo- canzoni da “macchietta e altri si vedono anche in “Morte a Venezia” di Luchino Visconti, (ieri come oggi, entrano e intrattengono i clienti dell’albergo) ad indicare, appunto, quanto la tradizione della musica napoletana sul territorio fosse ormai radicata….
    E’ notevole, peraltro, che la reazione di Aschenbach non appare troppo diversa da quella di Proust: il musicista appare, infatti, annichilito dall’allegria dei musicisti, quasi ne cogliesse un (altro) oscuro presagio di morte.

    NB la sequenza si può vedere verso i due terzi del film (1:22:30 circa).

    • gabrilu ha detto:

      @Dragoval
      interessante la differenza con cui la scena viene rappresentata da Visconti nel film e da Mann nel libro.
      Visconti descrive un gruppo di suonatori napoletani e di strada, si, ma tutto sommato con una loro dignità.
      Mann (che non indica titoli di canzoni e dunque non cita “o sole mio”) descrive i suonatori napoletani come “un’orchestra di pezzenti virtuosi” che con “vivacità meridionale” si esibiscono “con lazzi e istrionismi accolti da incoraggianti risate”.

      Ma soprattutto, quello che a me personalmente interessa, è la sconcertante analogia del testo di Mann se lo confronto con quanto scrive Proust a proposito di quella lui chiama (non nella RTP ma in un articolo di giornale) la “cattiva musica”

      Scrive infatti Mann:
      “i suoi nervi si pascevano avidamente di quei suoni grossolani, di quelle melodie sentimentali; chè la passione estingue ogni facoltà critica e meditatamente coltiva quegli stimoli che uno spirito lucido non prenderebbe sul serio o addirittura respingerebbe indignato”

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